USA-Iran, progressi sulla tregua ma accordo ancora bloccato: perché lo stretto di Hormuz resta il nodo decisivo
Il dossier USA-Iran torna al centro della politica internazionale in una fase estremamente delicata per il Medio Oriente, per i mercati energetici e per la sicurezza globale. Nelle ultime ore sono emersi segnali di progresso nei negoziati tra Washington e Teheran, con la possibilità di prorogare l'attuale tregua per altri 60 giorni. Tuttavia, l'intesa non può ancora essere considerata conclusa: manca il via libera finale del presidente statunitense Donald Trump, mentre da parte iraniana resta una linea prudente e non pienamente confermativa.
Il vicepresidente americano JD Vance ha parlato di passi avanti significativi, lasciando intendere che le parti siano vicine a un memorandum d'intesa. Ma la distanza tra un testo negoziale e un accordo politico effettivo resta importante. In diplomazia, soprattutto quando sono coinvolti Stati Uniti, Iran, sicurezza energetica, programma nucleare e traffici marittimi, ogni parola pesa. Un'intesa tecnica può essere pronta, ma senza approvazione politica non produce ancora effetti concreti.
La questione più sensibile riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti al mondo per il transito di petrolio e gas naturale liquefatto. L'ipotesi di una riapertura o normalizzazione dei transiti ha già influenzato i mercati, contribuendo al calo del prezzo del greggio. Ma anche su questo punto la cautela è obbligatoria: lo Stretto resta un'area ad alta tensione e la piena ripresa della navigazione non dipende soltanto da un annuncio politico, ma da condizioni militari, diplomatiche e assicurative molto complesse.
Perché USA e Iran stanno trattando
I negoziati tra Stati Uniti e Iran nascono dall'esigenza di evitare una ripresa aperta delle ostilità e di stabilizzare almeno temporaneamente una crisi che ha già prodotto conseguenze militari, economiche ed energetiche. La tregua attuale ha ridotto il rischio immediato di scontro diretto, ma non ha risolto i nodi principali: il programma nucleare iraniano, il ruolo delle milizie regionali, le sanzioni economiche, la sicurezza della navigazione e la gestione dello Stretto di Hormuz.
Per Washington, l'obiettivo dichiarato resta impedire che l'Iran sviluppi una capacità nucleare militare. Per Teheran, invece, la priorità è ottenere garanzie, alleggerimento delle pressioni economiche e riconoscimento del proprio ruolo regionale. Le due posizioni non sono facilmente conciliabili, ma la pressione degli eventi ha reso necessario un canale negoziale.
La diplomazia, in questo caso, non nasce da una fiducia reciproca, ma dalla consapevolezza che una nuova escalation avrebbe costi altissimi per tutti. Gli Stati Uniti dovrebbero gestire un nuovo fronte militare in Medio Oriente, l'Iran rischierebbe ulteriori danni economici e militari, mentre l'economia globale subirebbe l'effetto immediato di una crisi energetica più grave.
Per questo si parla di un possibile accordo di proroga della tregua, non ancora di una pace stabile. La differenza è fondamentale. Una tregua serve a congelare temporaneamente lo scontro; una pace richiede un'intesa più profonda sui problemi che hanno generato il conflitto. Al momento, il negoziato sembra muoversi soprattutto sul primo livello: impedire che si torni a sparare e guadagnare tempo per trattare i dossier più difficili.
Il ruolo di JD Vance nei negoziati
Il vicepresidente JD Vance ha assunto un ruolo centrale nel dossier iraniano, diventando una delle figure più esposte nella comunicazione politica americana sulla trattativa. Le sue parole sui progressi nei colloqui hanno avuto un peso notevole perché hanno suggerito che un'intesa sia tecnicamente vicina. Tuttavia, lo stesso quadro emerso dalle dichiarazioni statunitensi mostra che l'accordo non è ancora definitivo.
Vance ha indicato che Stati Uniti e Iran sono molto vicini a un memorandum d'intesa, ma ha anche chiarito che la decisione finale spetta a Donald Trump. Questo passaggio è cruciale. In un sistema politico fortemente personalizzato come quello dell'attuale amministrazione statunitense, il presidente conserva l'ultima parola su ogni decisione strategica, soprattutto quando riguarda guerra, pace, sanzioni, petrolio e sicurezza nazionale.
Il fatto che Trump non abbia ancora approvato formalmente l'accordo segnala che restano nodi politici aperti. Il presidente deve valutare non solo il contenuto tecnico dell'intesa, ma anche il suo impatto interno: la reazione del Partito Repubblicano, le pressioni dell'ala più dura verso l'Iran, l'opinione pubblica americana, il prezzo della benzina, la posizione di Israele e il rapporto con gli alleati regionali.
In altre parole, Vance può annunciare progressi, ma non può trasformarli da solo in un accordo. La trattativa resta sospesa tra ottimismo negoziale e prudenza politica.
Perché Trump non ha ancora dato il via libera
La mancata approvazione definitiva da parte di Donald Trump può essere letta attraverso diversi fattori. Il primo riguarda la necessità di non apparire debole davanti all'Iran. Una parte consistente del fronte politico americano considera Teheran un avversario strategico e guarda con sospetto a qualunque intesa che non contenga garanzie rigide sul programma nucleare e sulle attività regionali iraniane.
Il secondo fattore è la questione del nucleare iraniano. L'eventuale proroga della tregua dovrebbe aprire o facilitare un nuovo negoziato sullo stock di uranio arricchito e sui limiti al programma nucleare di Teheran. Ma proprio questo è uno dei dossier più difficili. L'Iran sostiene da anni di non voler costruire armi nucleari, mentre Stati Uniti e alleati chiedono garanzie verificabili e restrizioni più stringenti.
Il terzo fattore è lo Stretto di Hormuz. La normalizzazione dei transiti marittimi sarebbe un risultato enorme per l'economia globale, ma comporta anche un equilibrio delicato tra forze navali, controllo iraniano, garanzie americane e sicurezza delle compagnie di navigazione. Un accordo troppo vago rischierebbe di non rassicurare davvero mercati, armatori e Paesi importatori di energia.
Infine, c'è un elemento politico personale. Trump tende a presentare gli accordi internazionali come risultati della propria forza negoziale. Prima di approvare un'intesa, deve poterla descrivere come vantaggiosa, dura nei confronti dell'Iran e utile agli interessi degli Stati Uniti. Se l'accordo apparisse come una concessione, potrebbe diventare un problema sul fronte interno.
Che cosa prevede la possibile intesa
Le informazioni disponibili indicano che il possibile accordo avrebbe come primo obiettivo la proroga della tregua per 60 giorni. Questo periodo servirebbe a evitare una ripresa immediata degli scontri e a creare lo spazio politico per affrontare questioni più complesse.
Tra i temi collegati all'intesa vi sarebbe la riapertura o la normalizzazione del traffico nello Stretto di Hormuz, che rappresenta uno degli elementi più importanti per i mercati. La prospettiva di un passaggio più sicuro per le petroliere e le navi commerciali ha già contribuito ad allentare la tensione sui prezzi dell'energia.
Un altro punto riguarda il dossier nucleare. La tregua prolungata dovrebbe consentire l'avvio o la ripresa di discussioni più strutturate sulle attività nucleari iraniane, in particolare sul materiale altamente arricchito. Questo è il cuore strategico della trattativa, perché senza un compromesso credibile sul nucleare è difficile immaginare una stabilizzazione duratura.
Tuttavia, è importante non confondere una bozza di memorandum con un trattato di pace. Un memorandum d'intesa può fissare principi, impegni temporanei e percorsi negoziali, ma non risolve automaticamente le controversie più profonde. Per questo il possibile accordo va letto come una tregua rafforzata, non come la chiusura definitiva della crisi.
Lo Stretto di Hormuz, il passaggio che fa tremare il mondo
Lo Stretto di Hormuz è una striscia di mare relativamente stretta ma di importanza enorme. Collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all'oceano Indiano. Attraverso questo passaggio transitano grandi quantità di petrolio e gas naturale liquefatto, dirette verso Asia, Europa e altri mercati globali.
Quando Hormuz è stabile, il commercio energetico mondiale può funzionare con maggiore prevedibilità. Quando invece lo Stretto diventa teatro di tensioni militari, minacce, mine, blocchi, pedaggi o restrizioni, il prezzo dell'energia può salire rapidamente. Questo perché i mercati non reagiscono solo alla quantità di petrolio effettivamente disponibile, ma anche al rischio che quella quantità non riesca a raggiungere i consumatori.
La centralità di Hormuz spiega perché la trattativa tra USA e Iran abbia un impatto immediato sulle borse e sul prezzo del greggio. Se gli operatori finanziari credono che lo Stretto possa essere riaperto o reso più sicuro, il rischio percepito diminuisce. Se invece l'accordo salta, la paura di nuove interruzioni può tornare a spingere al rialzo le quotazioni.
Per i cittadini comuni, tutto questo può sembrare lontano. In realtà, il prezzo del petrolio influenza carburanti, trasporti, produzione industriale, bollette, logistica e inflazione. Una crisi a Hormuz può tradursi, nel giro di poco tempo, in costi più alti per famiglie e imprese anche in Europa.
Petrolio in calo: perché i mercati stanno reagendo
La prospettiva di un accordo ha già prodotto effetti sui mercati energetici. I prezzi del Brent e del WTI sono scesi, riflettendo la speranza che una tregua più lunga e una normalizzazione dei transiti a Hormuz riducano il rischio di shock sull'offerta globale di petrolio.
Questo movimento dei prezzi non significa che la crisi sia risolta. Significa che gli investitori stanno prezzando una probabilità maggiore di accordo. I mercati finanziari anticipano gli scenari: quando vedono segnali di distensione, riducono il premio al rischio; quando percepiscono pericolo di guerra, lo aumentano.
Il calo del petrolio è quindi un segnale di fiducia, ma anche di fragilità. Se Trump approvasse l'intesa e Teheran confermasse pienamente gli impegni, i prezzi potrebbero continuare a scendere o stabilizzarsi. Se invece l'accordo saltasse, il movimento potrebbe invertirsi rapidamente.
Va inoltre ricordato che la riapertura o normalizzazione dello Stretto non equivale a un ritorno immediato alla piena normalità. Le compagnie di navigazione devono valutare il rischio, le assicurazioni devono ricalcolare i premi, le flotte devono essere riposizionate e le infrastrutture energetiche eventualmente danneggiate devono tornare operative. Anche in caso di accordo, la ripresa può essere graduale.
Perché l'Iran resta prudente
Da parte iraniana, la prudenza è legata a motivi politici e strategici. Teheran non vuole apparire come un Paese costretto dagli Stati Uniti ad accettare condizioni sfavorevoli. Ogni accordo con Washington deve essere presentato internamente come una scelta di forza, non come una resa.
L'Iran deve inoltre gestire il rapporto con le proprie istituzioni militari, con i settori più conservatori del potere e con gli alleati regionali. Una tregua che limitasse troppo la libertà di manovra iraniana potrebbe generare resistenze interne. Allo stesso tempo, una rottura del negoziato esporrebbe il Paese a nuove pressioni militari ed economiche.
La posizione di Teheran è dunque complessa. Da un lato, l'Iran ha interesse ad allentare la pressione e a evitare un conflitto più ampio. Dall'altro, non vuole concedere troppo sul nucleare, sulle sanzioni e sul controllo strategico dell'area del Golfo. È per questo che le conferme iraniane tendono a essere più caute rispetto agli annunci provenienti da Washington.
Questa asimmetria comunicativa è tipica dei negoziati ad alta tensione. Gli Stati Uniti possono avere interesse a mostrare progressi per calmare mercati e opinione pubblica; l'Iran può avere interesse a non legittimare troppo presto la versione americana, mantenendo margine negoziale fino all'ultimo.
La tregua di 60 giorni: guadagnare tempo o costruire pace?
Una proroga di 60 giorni avrebbe un valore importante, ma non risolutivo. Due mesi possono servire a evitare il ritorno immediato al conflitto, a ridurre la pressione sui mercati e a creare un canale diplomatico più stabile. Ma possono anche trasformarsi in una semplice pausa, se le parti non riescono a utilizzare quel tempo per affrontare i problemi strutturali.
La domanda centrale è quindi: la tregua serve solo a prendere fiato o può diventare il primo passo verso una soluzione più ampia? La risposta dipenderà da tre dossier principali: nucleare iraniano, sanzioni economiche e sicurezza di Hormuz.
Sul nucleare, gli Stati Uniti vogliono garanzie concrete. Sulle sanzioni, l'Iran chiede alleggerimenti reali. Sullo Stretto, entrambi devono trovare un equilibrio tra libertà di navigazione, controllo regionale e sicurezza militare. Se questi tre punti resteranno irrisolti, la tregua potrà ridurre temporaneamente la tensione, ma non eliminarla.
Un cessate il fuoco, da solo, non basta. Serve un meccanismo che renda costoso violarlo e conveniente rispettarlo. Senza questo, il rischio è che ogni incidente navale, ogni attacco indiretto o ogni dichiarazione politica possa far saltare il fragile equilibrio.
L'impatto sugli Stati Uniti
Per gli Stati Uniti, un accordo con l'Iran avrebbe un valore strategico e politico enorme. Sul piano internazionale, permetterebbe a Washington di rivendicare un risultato diplomatico in una regione da sempre instabile. Sul piano economico, potrebbe contribuire ad abbassare il prezzo del petrolio e, indirettamente, dei carburanti.
Il prezzo della benzina è un tema molto sensibile nella politica americana. Quando i costi energetici salgono, la pressione sull'amministrazione aumenta. Una crisi prolungata a Hormuz può diventare rapidamente un problema interno, non solo estero. Per questo la Casa Bianca ha interesse a ridurre la tensione, purché l'accordo non appaia come una concessione eccessiva all'Iran.
Trump deve però muoversi tra pressioni opposte. Una parte dell'opinione pubblica vuole evitare nuove guerre in Medio Oriente. Un'altra parte del fronte conservatore chiede invece durezza verso Teheran. La decisione finale sull'accordo sarà quindi anche una scelta di posizionamento politico.
Approvare la tregua significherebbe scommettere sulla diplomazia. Respingerla significherebbe mantenere alta la pressione, ma anche accettare il rischio di una nuova escalation. In entrambi i casi, il costo politico può essere elevato.
L'impatto sull'Iran
Per l'Iran, una proroga della tregua può offrire respiro economico e politico. La guerra, le sanzioni e le tensioni nello Stretto hanno un costo significativo per il Paese. Ridurre la pressione potrebbe aiutare Teheran a stabilizzare la propria economia e a evitare ulteriori danni alle infrastrutture.
Tuttavia, l'Iran non può permettersi di apparire come il soggetto debole del negoziato. La leadership iraniana costruisce parte della propria legittimità sulla resistenza alle pressioni occidentali. Un accordo percepito come imposto dagli Stati Uniti potrebbe essere contestato internamente.
Il margine di manovra di Teheran dipende quindi dalla capacità di ottenere qualcosa in cambio: alleggerimento di alcune restrizioni, riconoscimento di interessi regionali, garanzie sulla navigazione o aperture economiche. Senza contropartite visibili, anche una tregua apparentemente vantaggiosa potrebbe diventare politicamente fragile.
L'Iran deve inoltre considerare il ruolo delle sue forze armate e delle componenti più radicali. In un sistema politico articolato come quello iraniano, non basta che i negoziatori accettino un testo: serve che l'accordo sia sostenibile nei rapporti interni di potere.
Gli alleati regionali osservano con attenzione
La possibile intesa tra Stati Uniti e Iran viene osservata con grande attenzione anche dagli alleati regionali di Washington, a partire da Israele e dai Paesi del Golfo. Ogni accordo con Teheran genera inevitabilmente domande: limita davvero il programma nucleare iraniano? Riduce il sostegno alle milizie regionali? Garantisce la sicurezza della navigazione? Oppure concede tempo all'Iran senza modificarne la strategia?
Israele guarda con particolare preoccupazione al nucleare iraniano e alla rete di alleanze regionali di Teheran. I Paesi del Golfo, invece, sono concentrati anche sulla sicurezza marittima, sui flussi energetici e sulla stabilità economica. Per loro, Hormuz non è un tema astratto: è una porta vitale per esportazioni, entrate pubbliche e rapporti commerciali con il mondo.
Un accordo efficace dovrebbe rassicurare questi attori, non soltanto Stati Uniti e Iran. Se gli alleati regionali lo considerassero debole, potrebbero aumentare pressioni, iniziative autonome o richieste di garanzie militari aggiuntive. La diplomazia americana deve quindi tenere insieme più tavoli contemporaneamente.
Il ruolo dell'Europa
Anche l'Europa ha un interesse diretto nella trattativa. Una crisi prolungata nello Stretto di Hormuz può colpire i prezzi dell'energia, l'inflazione, la produzione industriale e la sicurezza commerciale. Dopo anni di instabilità energetica, i governi europei guardano con attenzione a qualunque sviluppo capace di ridurre il rischio sul mercato del petrolio e del gas.
Per l'Italia e per gli altri Paesi europei importatori di energia, la stabilizzazione di Hormuz sarebbe una notizia positiva. Un calo duraturo del prezzo del petrolio può alleggerire i costi di trasporto, logistica e produzione. Tuttavia, se il negoziato fallisse, l'effetto opposto potrebbe essere immediato.
L'Europa ha anche un interesse diplomatico più ampio: evitare una guerra regionale che coinvolga il Golfo, Israele, milizie alleate dell'Iran, basi americane e rotte commerciali internazionali. Un conflitto più esteso produrrebbe conseguenze anche sul piano migratorio, economico e della sicurezza.
Per questo l'Unione europea, pur non essendo necessariamente il protagonista principale del negoziato, resta un attore interessato alla sua riuscita. La stabilità del Medio Oriente continua a essere una componente essenziale della sicurezza europea.
Perché i mercati credono alla possibilità di accordo
I mercati non aspettano la firma formale per reagire. Quando emergono segnali credibili di progresso, gli investitori modificano subito le proprie aspettative. È ciò che sta accadendo con il petrolio: la possibilità di una tregua più lunga e di una maggiore libertà di navigazione a Hormuz ha ridotto il timore di uno shock immediato sull'offerta.
La discesa dei prezzi riflette quindi una scommessa. Gli operatori stanno valutando che l'accordo sia possibile, anche se non ancora certo. Questa dinamica può creare un effetto psicologico importante: se i prezzi scendono, la pressione politica su Washington diminuisce; se la pressione diminuisce, può diventare più facile approvare un compromesso. Ma vale anche il contrario: se l'accordo salta, la delusione dei mercati può essere brusca.
Il rischio principale è che l'ottimismo finanziario anticipi troppo la realtà diplomatica. Un conto è avere una bozza di memorandum; un altro è avere un testo firmato, applicato e rispettato da entrambe le parti. Nel mezzo ci sono possibili ripensamenti, dichiarazioni contraddittorie, pressioni interne e incidenti sul terreno.
Per questo, nonostante il calo del greggio, il quadro resta instabile. I mercati stanno respirando, ma non possono ancora considerare chiusa la crisi.
Che cosa può far saltare l'intesa
Sono diversi i fattori che potrebbero bloccare o far fallire l'accordo. Il primo è il mancato via libera di Donald Trump. Senza la sua approvazione, il memorandum non può diventare una decisione politica statunitense. Il secondo è una smentita o un irrigidimento da parte iraniana, soprattutto se Teheran giudicasse insufficienti le garanzie offerte.
Il terzo rischio è un incidente militare. In un'area come il Golfo, basta un attacco, un errore di identificazione, uno scontro navale o un'azione di gruppi alleati dell'una o dell'altra parte per compromettere il clima negoziale. Le tregue fragili sono spesso vulnerabili non solo alle decisioni dei governi, ma anche agli eventi imprevisti sul terreno.
Il quarto fattore è il nucleare. Se Stati Uniti e Iran non trovano una formula accettabile sul materiale arricchito e sui controlli, la proroga della tregua potrebbe rimanere un guscio vuoto. Washington vuole risultati verificabili; Teheran non vuole rinunciare alla propria leva strategica senza contropartite significative.
Infine, c'è il problema della fiducia. Stati Uniti e Iran hanno una lunga storia di ostilità, accordi falliti, sanzioni, accuse reciproche e crisi diplomatiche. Anche quando un testo viene scritto, la sua applicazione richiede un livello minimo di affidabilità reciproca che oggi resta molto fragile.
Che cosa succede se l'accordo viene approvato
Se Trump approvasse l'accordo e l'Iran confermasse gli impegni, il primo effetto sarebbe un forte segnale di distensione. La tregua di 60 giorni ridurrebbe il rischio immediato di scontro e permetterebbe di avviare colloqui più strutturati sui dossier più difficili.
Lo Stretto di Hormuz potrebbe progressivamente tornare a una navigazione più regolare, anche se la normalizzazione completa richiederebbe tempo. I prezzi del petrolio potrebbero continuare a scendere o stabilizzarsi su livelli meno allarmanti. Le borse potrebbero beneficiare della riduzione del rischio geopolitico, soprattutto nei settori più sensibili all'energia e alla logistica.
Dal punto di vista politico, Trump potrebbe presentare l'accordo come un successo negoziale: una tregua ottenuta senza una nuova guerra aperta e con la prospettiva di riportare sotto controllo Hormuz. L'Iran, a sua volta, potrebbe rivendicare di aver difeso i propri interessi e ottenuto una pausa utile per negoziare da una posizione meno esposta.
Ma il successo iniziale non garantirebbe la stabilità futura. I 60 giorni sarebbero una finestra, non una soluzione. Tutto dipenderebbe dalla capacità delle parti di trasformare la tregua in un percorso più solido.
Che cosa succede se l'accordo fallisce
Se invece l'intesa saltasse, le conseguenze potrebbero essere rapide. Il prezzo del petrolio potrebbe tornare a salire, lo Stretto di Hormuz resterebbe un punto di forte tensione e il rischio di nuovi scontri aumenterebbe. Le compagnie di navigazione continuerebbero a muoversi con prudenza, mentre i mercati tornerebbero a incorporare un premio di rischio più alto.
Sul piano politico, il fallimento rafforzerebbe le posizioni più dure sia a Washington sia a Teheran. Negli Stati Uniti, i sostenitori della linea muscolare potrebbero accusare l'Iran di aver usato i colloqui per guadagnare tempo. In Iran, i settori contrari al dialogo con gli USA potrebbero sostenere che Washington non è un interlocutore affidabile.
Il rischio più grave sarebbe la ripresa degli scontri. Una tregua fallita non riporta semplicemente le parti al punto di partenza: spesso produce maggiore sfiducia e rende più difficile riaprire un canale negoziale. Per questo la fase attuale è tanto delicata. Il negoziato è abbastanza avanzato da generare aspettative, ma non ancora abbastanza solido da garantire risultati.
Una crisi che riguarda anche i cittadini italiani
La trattativa tra USA e Iran può sembrare lontana dall'Italia, ma in realtà ha effetti potenziali anche sulla vita quotidiana dei cittadini italiani. Il prezzo del petrolio incide sui carburanti, sui trasporti, sui costi delle merci, sulle filiere industriali e sull'inflazione. Una crisi energetica internazionale può riflettersi sui prezzi alla pompa, sui costi delle imprese e sulla capacità di spesa delle famiglie.
L'Italia, come altri Paesi europei, è esposta alle oscillazioni dei mercati energetici globali. Anche quando non importa direttamente grandi quantità di petrolio attraverso una specifica rotta, subisce comunque il prezzo internazionale del greggio. Se Hormuz è percepito come insicuro, il prezzo del petrolio può salire ovunque.
Per questo il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran non è soltanto una notizia di politica estera. È anche una notizia economica. Una distensione può contribuire a ridurre la pressione sui prezzi; una nuova escalation può alimentare instabilità, inflazione e incertezza.
Una svolta possibile, ma ancora fragile
La crisi tra Stati Uniti e Iran è arrivata a un passaggio cruciale. I negoziati hanno prodotto progressi concreti e una possibile intesa per prorogare la tregua di 60 giorni. Ma l'accordo non è ancora chiuso. Il presidente Donald Trump non ha dato il via libera finale e l'Iran mantiene una posizione prudente.
Il nodo decisivo resta lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui dipende una parte fondamentale del commercio energetico mondiale. La prospettiva di una normalizzazione dei transiti ha già spinto al ribasso i prezzi del petrolio, ma i mercati stanno reagendo a un'aspettativa, non ancora a una certezza.
La giornata segna quindi un momento di possibile svolta, ma anche di grande fragilità. Se l'accordo verrà approvato, potrà aprire una fase di distensione e ridurre il rischio di una nuova escalation in Medio Oriente. Se invece fallirà, la tensione potrebbe tornare rapidamente a salire, con conseguenze militari, diplomatiche ed economiche globali.
Per ora, la parola chiave è prudenza. La tregua è più vicina, ma non ancora garantita. Hormuz potrebbe tornare più sicuro, ma non è ancora pienamente normalizzato. La diplomazia ha fatto passi avanti, ma l'ultima decisione politica deve ancora arrivare.

