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Netanyahu ordina di estendere il controllo israeliano fino al 70% di Gaza: cosa significa per la Striscia e per la tregua

La decisione del premier israeliano Benjamin Netanyahu di ordinare all'esercito di estendere il controllo israeliano fino al 70% della Striscia di Gaza segna un nuovo passaggio critico in uno dei conflitti più delicati e osservati al mondo. L'indicazione arriva in un contesto già segnato da una tregua fragile, da continue accuse reciproche, da operazioni militari ancora in corso e da una situazione umanitaria estremamente pesante per la popolazione palestinese.
Secondo le informazioni disponibili, Israele controllava già una quota molto ampia del territorio di Gaza, stimata intorno al 60-64%. La nuova direttiva punta ad aumentare ulteriormente questa presenza, portandola fino al 70%. Netanyahu presenta questa scelta come parte di una strategia di sicurezza fondata sulla creazione e sul rafforzamento di zone cuscinetto, cioè aree controllate militarmente per impedire nuovi attacchi contro Israele. I palestinesi e numerosi critici, invece, interpretano l'espansione come un ulteriore passo verso una presenza permanente israeliana e verso lo spostamento forzato della popolazione civile.
La notizia è rilevante non solo per l'equilibrio interno della Striscia, ma anche per la diplomazia internazionale. Gaza resta al centro di un fragile assetto negoziale, costruito attorno a un cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti e da altri attori internazionali. L'ordine di espandere il controllo militare israeliano rischia di compromettere ulteriormente la fiducia tra le parti e di rendere ancora più difficile qualunque soluzione politica.

Che cosa ha ordinato Netanyahu

Il punto centrale è l'indicazione data da Netanyahu all'esercito israeliano: estendere progressivamente il controllo sulla Striscia di Gaza fino al 70% del territorio. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di un cambiamento sostanziale nell'equilibrio territoriale interno a Gaza.
La Striscia di Gaza è un territorio molto piccolo, densamente popolato e già devastato da anni di guerra, bombardamenti, sfollamenti e crisi umanitaria. In un'area così compressa, ogni avanzamento militare ha effetti enormi sulla vita dei civili. Controllare il 70% del territorio significa ridurre drasticamente lo spazio disponibile per la popolazione palestinese e concentrare milioni di persone in aree sempre più limitate.
Il passaggio dal controllo di circa 60-64% al 70% può sembrare, in apparenza, una variazione numerica contenuta. In realtà, su un territorio come Gaza, anche pochi punti percentuali equivalgono a zone abitate, strade, infrastrutture, accessi, terreni agricoli, quartieri e corridoi di movimento. Questo rende la decisione molto più rilevante di quanto possa apparire leggendo soltanto la percentuale.
Netanyahu ha indicato l'espansione come una misura graduale. Il messaggio politico, però, è chiaro: Israele intende mantenere e rafforzare una presenza militare molto ampia dentro Gaza, anche oltre i limiti che erano stati associati alla tregua e alla cosiddetta linea gialla, cioè la demarcazione provvisoria prevista nel quadro del cessate il fuoco.

La linea gialla e il problema della tregua

Per comprendere la portata della decisione bisogna spiegare il significato della linea gialla. Nel contesto della tregua, questa linea indicava una demarcazione provvisoria del controllo israeliano nella Striscia. L'idea era stabilire un limite operativo alla presenza militare, creando una separazione tra le aree controllate da Israele e quelle lasciate alla gestione palestinese o comunque fuori dal controllo diretto israeliano.
Secondo le ricostruzioni disponibili, quella linea avrebbe dovuto fissare una quota di controllo israeliano inferiore rispetto a quella attualmente rivendicata. L'espansione fino al 70% viene quindi letta da molti osservatori come un superamento sostanziale dell'assetto previsto dalla tregua.
Il problema è che una tregua non vive soltanto dell'assenza formale di guerra aperta. Vive anche del rispetto dei confini, degli impegni e delle aspettative create dall'accordo. Se una delle parti amplia il proprio controllo territoriale mentre la tregua è ancora formalmente in vigore, l'altra parte può considerare l'intesa svuotata o violata.
Questo non significa automaticamente che la tregua sia finita, ma certamente ne aumenta la fragilità. La situazione a Gaza dimostra quanto sia sottile il confine tra cessate il fuoco, occupazione militare, operazioni di sicurezza e nuova escalation. In pratica, la tregua esiste ancora come cornice diplomatica, ma sul terreno appare sempre più difficile da distinguere da una prosecuzione del conflitto con altri mezzi.

Le zone cuscinetto secondo Israele

Israele presenta l'espansione del controllo su Gaza come parte della creazione di zone cuscinetto. Con questa espressione si indicano aree poste sotto controllo militare per creare distanza fisica tra una minaccia percepita e il territorio israeliano. Dal punto di vista di Netanyahu, queste zone servirebbero a impedire nuovi attacchi simili a quelli compiuti da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023.
Nella visione israeliana, il controllo diretto di porzioni significative di territorio sarebbe necessario per garantire la sicurezza dei confini, impedire la riorganizzazione militare di Hamas, bloccare tunnel, depositi di armi, postazioni di lancio e movimenti di combattenti. Israele sostiene da tempo che senza una presenza militare stabile o senza capacità di intervento diretto, Gaza potrebbe tornare a essere una base operativa per attacchi contro comunità israeliane.
Il concetto di zona cuscinetto, però, è estremamente controverso. In teoria, può essere presentato come una misura difensiva. In pratica, se applicato su un territorio piccolo e densamente abitato come Gaza, comporta la sottrazione di vaste aree alla vita civile palestinese. Case, terreni, scuole, strade e quartieri possono diventare inaccessibili, distrutti o trasformati in zone interdette.
Per questo molti critici vedono nelle zone cuscinetto non soltanto uno strumento di sicurezza, ma anche un modo per consolidare il controllo territoriale israeliano e rendere più difficile il ritorno dei palestinesi nelle proprie abitazioni.

La lettura palestinese: rischio di spostamento permanente

Per i palestinesi, l'espansione del controllo israeliano fino al 70% della Striscia di Gaza viene interpretata come un rischio di spostamento permanente della popolazione. Il timore è che le aree svuotate, interdette o poste sotto controllo militare non vengano restituite, trasformando una misura presentata come temporanea in una nuova realtà sul terreno.
Questo punto è fondamentale. A Gaza, milioni di persone sono già state costrette a spostarsi più volte a causa dei bombardamenti, degli ordini di evacuazione, della distruzione di interi quartieri e della mancanza di sicurezza. Se il territorio controllato da Israele aumenta, lo spazio residuo per i civili si restringe ancora di più. Il risultato può essere una concentrazione estrema della popolazione in poche aree, con conseguenze gravissime su acqua, cibo, sanità, igiene, alloggi e sicurezza.
La preoccupazione palestinese non riguarda soltanto il presente, ma il futuro. Se le famiglie non possono tornare nei quartieri da cui sono state evacuate, se le case sono distrutte o se le aree diventano zone militari permanenti, lo sfollamento temporaneo rischia di diventare definitivo. È questa prospettiva a rendere la decisione di Netanyahu così contestata.
Il termine spostamento forzato è al centro del dibattito internazionale perché richiama questioni giuridiche, umanitarie e politiche molto gravi. Anche quando Israele sostiene che l'obiettivo è la sicurezza, i critici chiedono quale sarà il destino della popolazione civile e se esista davvero un piano per il ritorno, la ricostruzione e la tutela dei diritti dei residenti.

Una Striscia sempre più compressa

La Striscia di Gaza è già uno dei territori più densamente popolati al mondo. Prima ancora dell'ultima fase del conflitto, la vita quotidiana era segnata da restrizioni alla mobilità, dipendenza dagli aiuti, fragilità economica e infrastrutture sotto pressione. Dopo mesi e anni di guerra, la situazione è diventata ancora più drammatica.
Se Israele controlla il 70% del territorio, la popolazione palestinese viene spinta di fatto a vivere nel restante 30%, salvo eccezioni, corridoi o aree temporaneamente accessibili. Questo produce un problema immediato: come possono sopravvivere milioni di persone in uno spazio così ridotto, con infrastrutture danneggiate e accesso limitato ai beni essenziali?
La compressione territoriale non è solo una questione geografica. Significa ospedali sovraffollati, scuole trasformate in rifugi, famiglie senza casa, carenza di acqua potabile, difficoltà nella distribuzione degli aiuti e rischio crescente di malattie. Significa anche maggiore vulnerabilità agli attacchi, perché quando la popolazione è concentrata in poche aree ogni bombardamento o scontro può avere effetti devastanti.
Per questo l'espansione del controllo territoriale israeliano non può essere analizzata solo in termini militari. Deve essere letta anche come una trasformazione profonda delle condizioni di vita della popolazione civile.

Le vittime e il peso della crisi umanitaria

La decisione di Netanyahu arriva mentre continuano ad arrivare notizie di nuove vittime palestinesi, secondo le autorità sanitarie locali, e mentre la situazione umanitaria resta estremamente grave. A Gaza, il conflitto ha prodotto un numero altissimo di morti, feriti, sfollati e persone prive di accesso regolare a cure, cibo e acqua.
In un contesto simile, ogni nuova operazione militare aumenta il rischio per i civili. Anche quando l'obiettivo dichiarato è colpire Hamas o prevenire attacchi, gli effetti sul terreno ricadono spesso su una popolazione già stremata. Gli ospedali lavorano in condizioni difficili, molte strutture sono danneggiate, il personale sanitario è sotto pressione e l'accesso agli aiuti resta un tema centrale.
La crisi umanitaria di Gaza non può essere separata dalle decisioni militari. Più aumenta il territorio controllato e interdetto, più diventa complicato distribuire assistenza. Più la popolazione viene concentrata, più cresce il rischio di collasso dei servizi essenziali. Più la tregua appare fragile, più diventa difficile pianificare interventi di ricostruzione o di sostegno stabile.
In questa prospettiva, l'ordine di portare il controllo israeliano al 70% non è soltanto un atto militare: è una decisione che incide direttamente sulla sopravvivenza quotidiana di milioni di persone.

Il significato politico per Netanyahu

La scelta di Netanyahu va letta anche sul piano politico interno israeliano. Il premier è da tempo sotto pressione: da un lato da una parte dell'opinione pubblica e delle famiglie degli ostaggi, che chiedono sicurezza e risultati; dall'altro dai settori più duri della politica israeliana, che spingono per un controllo più ampio e permanente di Gaza.
Ordinare l'estensione del controllo al 70% consente a Netanyahu di presentarsi come leader determinato, capace di non arretrare davanti ad Hamas e di garantire la sicurezza israeliana con misure concrete. In un sistema politico frammentato e polarizzato, il controllo del territorio diventa anche un messaggio rivolto alla propria base e agli alleati più nazionalisti.
Tuttavia, questa scelta comporta rischi significativi. Sul piano internazionale, può aumentare l'isolamento di Israele e rafforzare le critiche di chi accusa il governo di voler trasformare una misura di sicurezza in una presenza permanente. Sul piano negoziale, può rendere più difficile qualunque accordo con Hamas o con altri interlocutori palestinesi. Sul piano militare, può esporre le truppe israeliane a una presenza prolungata in un territorio ostile e devastato.
Netanyahu sembra puntare su una strategia di controllo graduale, ma la domanda resta aperta: l'obiettivo finale è davvero una zona cuscinetto temporanea o una ridefinizione stabile della geografia politica di Gaza?

Il nodo Hamas

Ogni discussione su Gaza passa inevitabilmente dal ruolo di Hamas. Israele giustifica gran parte delle proprie operazioni con la necessità di impedire al gruppo di riorganizzarsi militarmente e di tornare a colpire. Dal punto di vista israeliano, la presenza di Hamas nella Striscia rappresenta una minaccia diretta e permanente.
La tregua stessa resta fragile anche perché una soluzione politica richiederebbe il disarmo o almeno la neutralizzazione delle capacità militari di Hamas. Ma questo obiettivo è estremamente difficile. Hamas è insieme un'organizzazione armata, un attore politico e una struttura radicata in un territorio devastato. Eliminarne completamente la presenza militare richiede operazioni profonde e prolungate, con costi altissimi per i civili.
L'espansione del controllo israeliano può quindi essere presentata come un modo per ridurre lo spazio operativo di Hamas. Ma può anche avere l'effetto opposto: alimentare risentimento, disperazione e radicalizzazione tra una popolazione che vive condizioni sempre più dure. È uno dei paradossi delle guerre asimmetriche: il controllo militare può ridurre alcune minacce immediate, ma se non accompagnato da una prospettiva politica può generare instabilità di lungo periodo.
Senza una soluzione credibile sul futuro di Gaza, il rischio è che il conflitto resti sospeso tra occupazione, guerriglia, tregue parziali e nuove esplosioni di violenza.

La tregua fragile e il rischio di collasso

La tregua in vigore appare sempre più fragile. Formalmente, il cessate il fuoco dovrebbe impedire il ritorno a una guerra aperta su larga scala. Nella pratica, però, continuano operazioni, attacchi, accuse di violazioni e movimenti territoriali. La decisione di estendere il controllo al 70% aumenta la percezione che la tregua stia perdendo sostanza.
Un cessate il fuoco funziona se entrambe le parti hanno interesse a mantenerlo e se esistono meccanismi di controllo efficaci. Nel caso di Gaza, questi elementi appaiono deboli. Israele sostiene di dover agire per garantire sicurezza. Hamas e i palestinesi denunciano violazioni e avanzamenti. Gli attori internazionali cercano di contenere l'escalation, ma faticano a imporre limiti chiari.
Il rischio è che la tregua diventi una formula diplomatica priva di effetti reali sul terreno. Se le operazioni militari continuano, se il territorio sotto controllo israeliano aumenta e se le vittime civili crescono, diventa sempre più difficile parlare di vera stabilizzazione.
La possibilità di un collasso della tregua non è solo un problema locale. Una nuova escalation a Gaza può avere effetti regionali, coinvolgere altri attori, alimentare tensioni in Cisgiordania, in Libano, in Siria e nei rapporti tra Israele e i Paesi vicini.

Le reazioni internazionali e il problema della legalità

La comunità internazionale osserva con forte preoccupazione l'espansione del controllo israeliano su Gaza. La questione centrale riguarda la compatibilità di queste misure con il diritto internazionale, con gli impegni assunti nel quadro della tregua e con il principio di tutela della popolazione civile.
Le zone cuscinetto possono essere difese da Israele come necessità militare, ma il loro impatto sui civili solleva interrogativi profondi. Il diritto internazionale umanitario impone di distinguere tra combattenti e civili, di evitare spostamenti forzati non giustificati da necessità immediate e di garantire accesso agli aiuti essenziali. In un territorio come Gaza, applicare questi principi è estremamente complesso, ma proprio per questo il controllo internazionale resta molto alto.
Molti governi e organizzazioni umanitarie temono che la progressiva trasformazione di aree civili in zone militari renda impossibile il ritorno degli sfollati. Se ciò accadesse, la situazione assumerebbe una gravità ancora maggiore, perché non si tratterebbe più soltanto di gestione temporanea del conflitto, ma di modifica duratura della composizione territoriale e demografica della Striscia.
Israele respinge questa lettura e insiste sulla necessità di proteggere i propri cittadini. Il punto di scontro resta quindi irrisolto: per Israele, sicurezza; per i palestinesi e i critici, controllo permanente e svuotamento progressivo del territorio.

Il ruolo degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti hanno un ruolo fondamentale nella crisi di Gaza, sia per il sostegno storico a Israele sia per il peso diplomatico esercitato nella costruzione della tregua. Washington si trova in una posizione complessa: da un lato vuole garantire la sicurezza israeliana e mantenere il rapporto strategico con il governo di Gerusalemme; dall'altro deve evitare che la crisi umanitaria e l'espansione territoriale israeliana facciano crollare ogni prospettiva di stabilizzazione.
La decisione di Netanyahu crea un problema anche per la diplomazia americana. Se la tregua prevedeva un certo equilibrio territoriale e Israele lo supera progressivamente, la credibilità del meccanismo negoziale rischia di indebolirsi. Gli Stati Uniti devono quindi decidere se esercitare pressione su Israele, accettare la nuova realtà sul terreno o tentare una mediazione che preservi almeno formalmente il quadro della tregua.
La difficoltà è evidente: ogni pressione eccessiva su Netanyahu può generare tensioni politiche con Israele; ogni tolleranza verso l'espansione del controllo può invece alimentare accuse di complicità e rendere più difficile il dialogo con i Paesi arabi e con i palestinesi.
In questo senso, il passaggio al 70% non riguarda solo Gaza. Riguarda anche la credibilità degli Stati Uniti come garanti di un ordine negoziale.

L'effetto sui Paesi arabi

Anche i Paesi arabi seguono con attenzione l'evoluzione della situazione. L'espansione del controllo israeliano su Gaza mette sotto pressione governi che, pur avendo rapporti diversi con Israele, devono fare i conti con opinioni pubbliche molto sensibili alla causa palestinese.
Per Egitto e Giordania, la questione è particolarmente delicata. Entrambi temono scenari di ulteriore destabilizzazione e, soprattutto, ogni ipotesi di trasferimento permanente della popolazione palestinese fuori da Gaza o verso aree di confine. Anche quando non viene dichiarata apertamente, la paura di uno spostamento di massa resta uno dei punti più sensibili della crisi.
Gli Stati del Golfo, dal canto loro, guardano alla situazione anche in termini di stabilità regionale, rapporti con Washington, normalizzazione diplomatica e sicurezza economica. Una Gaza sempre più compressa e militarizzata rende più difficile ogni percorso di riconciliazione regionale e aumenta il rischio di nuove tensioni.
L'ordine di Netanyahu, dunque, può indebolire non solo la tregua sul terreno, ma anche i delicati equilibri diplomatici costruiti negli ultimi anni tra Israele, Stati Uniti e alcuni Paesi arabi.

Che cosa significa per la popolazione civile

Per la popolazione civile di Gaza, l'estensione del controllo israeliano significa soprattutto incertezza. Incertezza su dove vivere, dove trovare cibo, come raggiungere cure mediche, come proteggere i bambini, come evitare aree pericolose e se sarà mai possibile tornare alle case abbandonate o distrutte.
La vita quotidiana in una Striscia ridotta e frammentata diventa sempre più difficile. I civili devono orientarsi tra zone interdette, posti di blocco, aree bombardate, rifugi temporanei e carenza di beni essenziali. Ogni movimento può diventare rischioso, ogni informazione può cambiare rapidamente, ogni ordine di evacuazione può costringere migliaia di persone a spostarsi ancora.
La guerra ha già spezzato la continuità della vita civile. Famiglie separate, scuole chiuse o distrutte, ospedali sovraccarichi, lavoro scomparso, infrastrutture danneggiate e traumi psicologici diffusi sono parte del quadro quotidiano. L'espansione del controllo militare aggiunge un ulteriore livello di precarietà.
Per questo la notizia non può essere raccontata soltanto come una decisione strategica. Dietro la percentuale del 70% ci sono persone, quartieri, case, storie e possibilità di futuro sempre più ristrette.

Una questione di sicurezza o di controllo permanente?

La domanda centrale è se l'ordine di Netanyahu rappresenti una misura temporanea di sicurezza o il passo verso un controllo permanente di larga parte della Striscia. Israele insiste sul primo punto: proteggere i propri cittadini, impedire il ritorno di Hamas, creare profondità difensiva. I critici insistono sul secondo: cambiare la realtà territoriale, impedire il ritorno degli sfollati, ridurre lo spazio palestinese.
La risposta definitiva dipenderà dai fatti. Se Israele definisse tempi, condizioni e meccanismi per il ritiro dalle aree occupate, la tesi della misura temporanea apparirebbe più credibile. Se invece il controllo si consolidasse, se le zone cuscinetto diventassero permanenti e se gli sfollati non potessero tornare, le accuse di trasformazione duratura del territorio acquisirebbero maggiore forza.
Al momento, ciò che si vede è una progressiva espansione del controllo israeliano. Questo dato alimenta inevitabilmente sospetti e timori. In Medio Oriente, la storia mostra che le realtà create sul terreno possono diventare più importanti dei negoziati formali. Una strada chiusa, un'area militare, una zona evacuata o una linea spostata possono cambiare la politica molto più di una dichiarazione diplomatica.

Il futuro di Gaza dopo il 70%

Se il controllo israeliano arriverà davvero al 70%, il futuro di Gaza diventerà ancora più incerto. Una delle domande più importanti riguarda chi governerà il territorio, con quali confini, con quale sicurezza e con quali garanzie per la popolazione. Senza una risposta politica, il controllo militare rischia di diventare una gestione indefinita dell'emergenza.
Le possibili opzioni restano tutte difficili. Un ritorno pieno di Hamas al controllo della Striscia è inaccettabile per Israele. Un'occupazione israeliana prolungata è contestata a livello internazionale e rischia di alimentare nuova violenza. Un'amministrazione palestinese alternativa richiederebbe consenso, risorse e garanzie di sicurezza. Una forza internazionale avrebbe bisogno di mandato, sostegno politico e capacità operative.
In assenza di una soluzione, Gaza rischia di restare divisa tra aree controllate da Israele, zone sovraffollate sotto autorità palestinese o di fatto controllate da Hamas, corridoi umanitari fragili e territori in rovina. È uno scenario di instabilità permanente, non una vera pace.
L'espansione al 70% può quindi essere vista come una mossa militare immediata, ma solleva una domanda strategica molto più grande: quale sarà l'assetto finale della Striscia di Gaza?

Il peso simbolico del numero 70%

Il numero 70% ha un forte impatto politico e comunicativo. Significa che quasi tre quarti della Striscia potrebbero essere sotto controllo israeliano. In un territorio già piccolo, questa percentuale comunica un cambio di fase: non più presenza limitata o difensiva lungo alcune linee, ma controllo predominante dello spazio.
Dal punto di vista israeliano, il numero può essere presentato come prova di forza e deterrenza. Dal punto di vista palestinese, può essere percepito come una riduzione estrema dello spazio vitale. Dal punto di vista internazionale, diventa un indicatore della distanza crescente tra la tregua negoziata e la realtà sul terreno.
Le percentuali, in una guerra, non sono mai solo numeri. Sono anche strumenti di narrazione. Dire che Israele controlla il 70% di Gaza significa descrivere un territorio profondamente trasformato, in cui il rapporto tra sicurezza, sovranità, occupazione e diritti civili diventa sempre più difficile da separare.

Perché questa notizia è centrale per il Medio Oriente

La decisione di Netanyahu è centrale perché Gaza non è una crisi isolata. Ogni escalation nella Striscia può influenzare la Cisgiordania, il Libano, la Siria, l'Iran, i Paesi arabi, gli Stati Uniti e l'Europa. La questione palestinese resta uno dei nodi più sensibili della politica mediorientale.
Se il controllo israeliano su Gaza si amplia ulteriormente, aumentano le tensioni con i palestinesi e con i governi che sostengono la necessità di una soluzione politica. Cresce anche il rischio che altri attori regionali usino la vicenda per giustificare nuove pressioni o nuove azioni contro Israele.
La stabilità regionale dipende anche dalla percezione di giustizia e sostenibilità delle soluzioni adottate. Una Gaza ridotta a spazio sovraffollato, frammentato e privo di prospettive rischia di diventare una fonte permanente di instabilità. Anche chi guarda alla questione dal punto di vista della sicurezza israeliana deve considerare questo elemento: senza una prospettiva politica credibile, il controllo militare può contenere il conflitto, ma difficilmente lo risolve.

Gaza davanti a un nuovo punto di rottura

L'ordine di Benjamin Netanyahu di estendere il controllo israeliano fino al 70% della Striscia di Gaza rappresenta una svolta pesante nella crisi mediorientale. La decisione viene presentata da Israele come una misura di sicurezza, fondata sulla necessità di creare zone cuscinetto e impedire nuovi attacchi. Ma per i palestinesi e per molti critici internazionali appare come un ulteriore passo verso il controllo permanente del territorio e lo spostamento duraturo della popolazione civile.
Il dato più importante è che Gaza si sta restringendo per i suoi abitanti. Se il 70% del territorio passa sotto controllo israeliano, milioni di palestinesi restano concentrati in spazi sempre più ridotti, con infrastrutture distrutte, aiuti insufficienti e una crisi umanitaria già gravissima. La percentuale territoriale diventa così una questione umana, non solo militare.
La tregua, in questo scenario, appare sempre più fragile. Il cessate il fuoco dovrebbe essere uno strumento per fermare la guerra e aprire una soluzione politica. Ma se sul terreno il controllo militare si espande, le vittime aumentano e gli sfollati non possono tornare, il rischio è che la tregua resti solo una cornice diplomatica svuotata.
Gaza è quindi davanti a un nuovo punto di rottura. La scelta di Netanyahu può rafforzare temporaneamente la posizione militare israeliana, ma rischia di rendere ancora più lontana una soluzione stabile. La sicurezza di Israele, la sopravvivenza civile dei palestinesi e la credibilità della diplomazia internazionale sono ora legate a una domanda decisiva: il controllo del 70% di Gaza sarà una misura temporanea o diventerà la nuova realtà permanente della Striscia?

Di Francesco

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