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Lo scontro sul Decreto Sicurezza: tra Pugno di Ferro e allarme costituzionale

L'Italia si trova oggi nel bel mezzo di una delle più accese dispute tra potere politico e ordine giudiziario degli ultimi decenni. Al centro della tempesta c'è il nuovo Decreto Sicurezza, approvato dal Consiglio dei Ministri, un provvedimento che mira a ridefinire i confini tra la prevenzione dei reati e la tutela delle libertà individuali. Se per il Governo si tratta di un atto necessario per garantire l'ordine pubblico, per una parte significativa della magistratura, guidata dai magistrati antimafia, siamo di fronte a una pericolosa "svolta autoritaria".

Il cuore della norma: il fermo preventivo

Il punto più controverso del decreto riguarda il cosiddetto fermo preventivo. La norma concede alle forze di polizia il potere di accompagnare nei propri uffici e trattenere, per un massimo di 12 ore, individui identificati durante i controlli in occasione di manifestazioni pubbliche.
Il presupposto non è il compimento di un reato, ma la sussistenza di "concrete e specifiche circostanze" che facciano ritenere il soggetto pericoloso per l'incolumità pubblica. Sebbene il decreto preveda l'obbligo di informare immediatamente il Pubblico Ministero, i critici sollevano dubbi sulla legittimità di una restrizione della libertà personale basata su un sospetto e non su un fatto commesso.

Lo "scudo" per le forze dell'ordine

Parallelamente, il decreto introduce un modello di annotazione separato (spesso definito come "registro separato") per gli agenti di polizia. In sostanza, se un operatore agisce nell'esercizio delle proprie funzioni (ad esempio per legittima difesa o uso legittimo delle armi), il suo nome non verrebbe iscritto immediatamente nel registro ordinario degli indagati, ma in un elenco speciale.
L'obiettivo dichiarato è evitare lo "stigma" dell'indagine automatica per chi lavora in strada, permettendo al magistrato di valutare preliminarmente se l'azione sia giustificata. Tuttavia, per molti giuristi, questo meccanismo rischia di incrinare l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e di sottrarre l'operato della polizia giudiziaria al controllo diretto e immediato della magistratura.

L'allarme della Procura Antimafia

Le voci più critiche arrivano dai magistrati antimafia. L'accusa è che queste misure, sommate tra loro, possano indebolire l'autonomia investigativa. In particolare, si teme che una maggiore dipendenza funzionale della polizia dal potere esecutivo, a discapito di quello giudiziario, possa rallentare o condizionare le indagini più delicate, comprese quelle sulla criminalità organizzata e sulla corruzione.

"Il rischio è che la polizia smetta di essere il braccio destro del giudice per diventare esclusivamente l'esecutore delle direttive del Ministero," è il monito che circola nei corridoi dei palazzi di giustizia.

Il nesso con la separazione delle carriere

Questo scontro non avviene nel vuoto. Si inserisce infatti nel percorso verso il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, previsto per il prossimo marzo.
La riforma mira a creare due organi di autogoverno distinti: uno per chi giudica e uno per chi accusa. Per i sostenitori della riforma, questo garantirebbe un giusto processo e la terzietà del giudice. Per gli oppositori, invece, sarebbe il primo passo per portare il Pubblico Ministero sotto il controllo del Governo, privandolo della sua storica indipendenza. Il Decreto Sicurezza viene quindi letto da molti come un'anticipazione "pratica" di questa nuova architettura dello Stato.

Verso un clima di tensione sociale

Oltre ai tecnicismi legali, il decreto ha un impatto diretto sulla società civile. Le nuove norme includono:

  • Zone rosse: Divieto di accesso a determinate aree urbane per chi è considerato pericoloso.

  • Stretta sui coltelli: Divieto assoluto di vendita ai minori e pene severe per il porto di lame superiori a 8 centimetri.

  • Tutela dei giornalisti: Introduzione di aggravanti per chi aggredisce cronisti durante l'esercizio delle loro funzioni.

Il dibattito resta aperto e polarizzato. Da un lato c'è la richiesta di una sicurezza percepita più alta e di una maggiore protezione per chi indossa una divisa; dall'altro la difesa dei principi sanciti dalla Costituzione, che pongono la libertà dell'individuo e l'indipendenza del giudice come pilastri inamovibili della democrazia.

Di Leonardo

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