Gaza, tregua fragile: raid, sfollati e sanità al limite
La Striscia di Gaza continua a vivere una situazione umanitaria estremamente fragile nonostante il cessate il fuoco sostenuto dagli Stati Uniti entrato in vigore nell'ottobre 2025 abbia fermato la fase più intensa della guerra su larga scala. Attacchi, vittime, sfollamenti e restrizioni continuano a caratterizzare la vita quotidiana di una popolazione che ha già attraversato quasi tre anni di devastazione. L'ultimo episodio di particolare gravità riguarda una famiglia uccisa nel nord della Striscia: un uomo, sua moglie e le loro due figlie di 8 e 12 anni sono morti durante un attacco israeliano contro un'abitazione.
L'esercito israeliano ha affermato che l'obiettivo dell'operazione era una struttura militare e ha identificato l'uomo ucciso, Muamen Ahmed, come un combattente che avrebbe partecipato direttamente ad azioni contro le proprie forze e che sarebbe stato coinvolto nella preparazione di nuovi attacchi. Le autorità sanitarie palestinesi e i familiari hanno confermato la sua morte insieme a quella della moglie e delle due bambine, senza pronunciarsi sulle accuse relative alla sua attività militare. La presenza delle vittime familiari mostra ancora una volta quanto sia difficile separare la dimensione militare da quella civile in un territorio densamente popolato e profondamente danneggiato.
Una famiglia uccisa mentre dormiva
Secondo le testimonianze raccolte dopo l'attacco, il raid israeliano ha colpito l'abitazione nelle ore notturne, intorno alle due, mentre la famiglia dormiva. I corpi sono stati successivamente trasferiti all'ospedale Al-Shifa di Gaza City prima della sepoltura.
La morte delle due bambine di 8 e 12 anni ha nuovamente riportato l'attenzione sulle conseguenze degli attacchi nelle aree residenziali. Qualunque sia la natura dell'obiettivo militare indicato dalle autorità israeliane, la presenza di familiari e vicini rende ogni bombardamento in un'area densamente abitata potenzialmente letale per persone non coinvolte direttamente nelle ostilità.
Il cessate il fuoco non ha fermato completamente le vittime
Il cessate il fuoco dell'ottobre 2025 ha ridotto drasticamente l'intensità delle operazioni rispetto alle fasi più violente del conflitto, ma non ha prodotto la completa cessazione degli attacchi. Le autorità sanitarie di Gaza riferiscono che oltre 1.300 palestinesi sono stati uccisi dopo l'entrata in vigore dell'accordo.
Israele sostiene di continuare a intervenire contro Hamas e altri gruppi armati quando individua minacce, depositi di armi o preparativi di attacchi. Hamas accusa invece Israele di violare sistematicamente la tregua e di impedire l'attuazione delle fasi successive dell'accordo.
Una tregua che non è diventata pace
La distinzione fra cessate il fuoco e accordo di pace è fondamentale. La tregua ha ridotto le operazioni militari su larga scala ma non ha risolto i principali punti politici del conflitto: ritiro delle forze israeliane, futuro governo della Striscia, disarmo di Hamas, sicurezza di Israele e ricostruzione.
Finché questi elementi rimangono irrisolti, qualsiasi incidente può trasformarsi in una nuova fonte di escalation. È questa fragilità strutturale a spiegare perché raid, operazioni locali e vittime continuino anche in assenza di una campagna militare paragonabile a quella del 2024 e del 2025.
Più di 73mila morti secondo le autorità sanitarie di Gaza
Dall'inizio della guerra seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, le autorità sanitarie della Striscia hanno registrato oltre 73mila morti palestinesi. Il ministero della Salute locale non distingue sistematicamente fra civili e combattenti nel totale pubblicato.
Israele contesta alcune interpretazioni dei dati e sostiene di avere ucciso un numero elevato di militanti. Le organizzazioni internazionali utilizzano frequentemente le statistiche sanitarie di Gaza pur sottolineando i limiti imposti dal contesto bellico e dall'impossibilità di verificare individualmente ogni decesso.
Il 7 ottobre resta l'origine immediata della guerra
Il conflitto su vasta scala è iniziato dopo gli attacchi guidati da Hamas del 7 ottobre 2023, nei quali circa 1.200 persone furono uccise in Israele e altre 251 vennero prese in ostaggio secondo i dati israeliani.
La risposta militare israeliana ha successivamente provocato una distruzione senza precedenti nella Striscia di Gaza, accompagnata da uno dei più gravi sfollamenti di popolazione del XXI secolo.
La maggioranza della popolazione continua a vivere in condizioni precarie
Gaza ospita circa 2,1 milioni di persone in un territorio estremamente ristretto. Una parte enorme della popolazione ha dovuto lasciare la propria abitazione almeno una volta dall'inizio del conflitto e moltissime famiglie hanno affrontato spostamenti ripetuti.
Le valutazioni umanitarie indicano che circa 1,98 milioni di persone necessitano di assistenza per l'alloggio o di beni essenziali non alimentari. Una quota molto elevata vive in condizioni considerate critiche o catastrofiche sotto il profilo abitativo.
Tende e strutture temporanee diventano permanenti
Quello che inizialmente avrebbe dovuto rappresentare un rifugio temporaneo si è trasformato per molte famiglie in un luogo di vita di lungo periodo. Tende, edifici parzialmente danneggiati e strutture improvvisate ospitano persone che non possono rientrare nelle proprie case.
Queste condizioni aumentano il rischio di malattie, incendi, allagamenti e problemi igienici. Con l'avvicinarsi della stagione delle piogge, la fragilità degli insediamenti temporanei rappresenta una delle principali preoccupazioni umanitarie.
L'inverno può aggravare la crisi
La Striscia di Gaza non affronta inverni paragonabili a quelli delle regioni più fredde, ma piogge e vento possono comunque trasformare campi sovraffollati in ambienti estremamente difficili. Molte tende non sono impermeabili e i sistemi di drenaggio sono danneggiati.
Per bambini, anziani e persone con patologie croniche, l'esposizione prolungata a umidità e freddo può aumentare problemi respiratori e infezioni.
Il sistema sanitario funziona soltanto in parte
Uno dei dati più preoccupanti riguarda gli ospedali di Gaza. Solo una parte delle strutture sanitarie risulta ancora operativa e molte funzionano in condizioni parziali, con capacità ridotta rispetto al periodo precedente alla guerra.
Le valutazioni disponibili indicano che 19 dei 35 ospedali risultano parzialmente funzionanti. Nessuno di questi numeri descrive però pienamente le difficoltà quotidiane: una struttura può essere formalmente aperta ma possedere pochi posti letto, attrezzature danneggiate o reparti inutilizzabili.
Ancora peggiore il quadro dell'assistenza primaria
Fra i centri di assistenza sanitaria primaria, soltanto una piccola percentuale risulta pienamente funzionante. Sono proprio queste strutture a svolgere un ruolo essenziale per vaccinazioni, maternità, malattie croniche e cure che non richiedono ospedalizzazione.
Quando l'assistenza primaria viene meno, anche condizioni relativamente semplici possono trasformarsi in problemi più gravi e aumentare la pressione sugli ospedali.
La crisi dei generatori mette a rischio le cure
Gaza è sostanzialmente priva di una normale rete elettrica dall'inizio della guerra. Ospedali, pozzi, impianti di desalinizzazione e molte altre strutture dipendono quindi dai generatori.
Nel settembre 2026 la carenza di olio motore, pezzi di ricambio e carburante sta portando numerosi generatori vicino al limite operativo. Alcune macchine lavorano da anni molto oltre i normali cicli di manutenzione.
Nasser Hospital costretto a razionare l'elettricità
Fra le strutture interessate c'è il Nasser Hospital, uno dei principali ospedali rimasti operativi nella Striscia. Il personale è costretto in alcuni momenti a distribuire l'energia disponibile fra differenti edifici e servizi.
Una sospensione elettrica in ospedale non significa soltanto spegnere le luci. Può compromettere ventilatori, apparecchi diagnostici, sale operatorie, refrigerazione dei farmaci e sistemi di ossigeno.
I pazienti dipendenti dai macchinari sono i più vulnerabili
Per una persona collegata a un ventilatore o a un'altra apparecchiatura salvavita, un guasto prolungato del sistema energetico può rappresentare una minaccia immediata.
La disponibilità di elettricità affidabile è quindi parte integrante dell'assistenza sanitaria, non un elemento logistico secondario.
Israele sostiene di controllare l'ingresso dei materiali per motivi di sicurezza
Israele mantiene controlli rigorosi sull'ingresso di numerosi prodotti, sostenendo che materiali e carburanti possano essere utilizzati da Hamas per finalità militari.
L'organismo israeliano responsabile del coordinamento civile afferma di disporre di meccanismi per consentire l'ingresso controllato degli approvvigionamenti umanitari minimizzando il rischio di diversione.
Le organizzazioni umanitarie chiedono un flusso più stabile
Le agenzie internazionali sostengono tuttavia che restrizioni, ritardi e disponibilità insufficienti continuino a compromettere servizi essenziali.
Il problema non riguarda soltanto quanti camion entrano complessivamente, ma se arrivino con continuità i materiali specifici necessari a far funzionare sanità, acqua e servizi igienici.
Gli aiuti hanno migliorato la situazione alimentare
Il quadro alimentare è migliorato sensibilmente dopo la tregua dell'ottobre 2025, quando è aumentato il volume degli aiuti umanitari e del traffico commerciale.
Nel maggio 2026, per esempio, circa 1,5 milioni di persone hanno ricevuto pacchi alimentari, mentre programmi nutrizionali hanno raggiunto una quota molto maggiore di bambini rispetto ai mesi precedenti.
Ma oltre un milione resta in insicurezza alimentare grave
Il miglioramento non significa che la crisi sia risolta. Le analisi prevedono che circa 1,4 milioni di persone, pari a circa il 67% della popolazione, possano trovarsi in condizioni di crisi alimentare o peggiori nella seconda metà del 2026.
Circa 212mila persone sono state classificate in condizioni di emergenza alimentare, un livello immediatamente precedente alla fase più estrema.
La differenza rispetto alla carestia del 2025 è importante
Nel 2025 alcune aree di Gaza avevano raggiunto livelli classificati come carestia. La successiva espansione degli aiuti ha prodotto un miglioramento misurabile e dimostra che la mortalità e la malnutrizione non sono inevitabili quando gli alimenti riescono a raggiungere la popolazione.
La situazione rimane però reversibile: una nuova riduzione degli accessi o un ritorno a combattimenti su vasta scala potrebbe cancellare rapidamente i progressi.
La malnutrizione infantile presenta un quadro complesso
Un'indagine condotta nel 2026 nelle zone accessibili ha registrato livelli relativamente bassi di malnutrizione acuta fra i bambini sotto i cinque anni rispetto al picco della crisi precedente.
Questo dato non significa però che la situazione nutrizionale sia buona. Il problema si sta spostando anche verso malnutrizione cronica e scarsa qualità della dieta.
Il 12,2% dei bambini mostra ritardo della crescita
Il cosiddetto stunting, cioè il ritardo della crescita in altezza associato a condizioni nutrizionali e sanitarie cumulative, riguarda circa il 12,2% dei bambini sotto i cinque anni osservati nelle aree accessibili.
Il dato è particolarmente importante perché il ritardo della crescita può riflettere privazioni prolungate e avere conseguenze sullo sviluppo fisico e cognitivo.
Solo un bambino piccolo su cinque riceve una dieta minima adeguata
Fra i bambini tra 6 e 23 mesi, soltanto il 22,4% riceveva una dieta considerata minimamente accettabile sotto il profilo della varietà e della frequenza.
Circa il 73% aveva consumato alimenti poco salutari nella giornata precedente. È il segno di una crisi nella quale disponibilità calorica e qualità nutrizionale possono seguire traiettorie differenti.
La diarrea colpisce più di un bambino su tre
Circa il 37,1% dei bambini sotto i cinque anni inclusi nell'indagine aveva sofferto di diarrea nelle due settimane precedenti.
La frequenza elevata riflette le difficoltà nell'accesso a acqua sicura, servizi igienici e condizioni abitative adeguate. Per un bambino già vulnerabile, episodi ripetuti di diarrea possono inoltre peggiorare lo stato nutrizionale.
L'acqua resta una delle emergenze principali
Danni agli impianti, mancanza di energia e scarsità di materiali compromettono la produzione e distribuzione di acqua potabile.
Un recente attacco vicino a infrastrutture idriche ha danneggiato un pozzo e un impianto di desalinizzazione a Deir al-Balah, mentre altre interruzioni hanno ridotto temporaneamente la disponibilità per una parte consistente della popolazione.
Senza acqua aumentano immediatamente le malattie
La crisi idrica si traduce rapidamente in maggiori rischi di diarrea, infezioni cutanee e altre malattie, soprattutto nei campi sovraffollati.
Quando l'acqua è scarsa, le famiglie sono inoltre costrette a scegliere fra bere, cucinare e lavarsi, compromettendo inevitabilmente una parte delle normali pratiche igieniche.
Gli aiuti alimentari restano enormi ma insufficienti
Nelle ultime settimane dell'estate le organizzazioni umanitarie preparavano oltre 700mila pasti al giorno attraverso quasi cento cucine distribuite nella Striscia.
Decine di panifici sovvenzionati producevano inoltre circa 100mila confezioni di pane ogni giorno. Sono numeri enormi ma devono essere confrontati con una popolazione di oltre due milioni di persone.
La quantità delle razioni è già stata ridotta
La disponibilità insufficiente delle scorte ha costretto alcuni programmi a diminuire la dimensione delle razioni alimentari.
Quella che nella prima parte di agosto copriva oltre il fabbisogno calorico minimo di una famiglia è stata successivamente ridotta fino a garantire circa il 75% del fabbisogno.
Un solo valico rappresenta una vulnerabilità strutturale
La grande maggioranza delle forniture continua a dipendere da un numero estremamente limitato di punti di accesso. Quando un passaggio rallenta o viene chiuso, l'intero sistema umanitario ne risente rapidamente.
Le organizzazioni internazionali chiedono quindi accessi multipli, prevedibili e continuativi, considerati essenziali per passare dalla gestione dell'emergenza a una vera stabilizzazione.
Il sistema sanitario manca anche di farmaci
Oltre a carburante ed energia, mancano farmaci, reagenti di laboratorio, materiale per dialisi e attrezzature per l'ossigeno.
Queste carenze colpiscono in modo particolare persone con malattie croniche che necessitano di trattamento continuativo e che possono peggiorare rapidamente se una terapia viene interrotta.
Migliaia di pazienti attendono evacuazione medica
Una parte dei pazienti necessita di cure che non possono essere fornite all'interno della Striscia e attende una evacuazione medica.
Le operazioni procedono, ma il numero di persone che devono essere trasferite resta superiore alla capacità disponibile. Ogni ritardo può essere decisivo nei casi di tumore, trauma grave o patologie complesse.
Gli attacchi continuano a colpire l'assistenza sanitaria
Nel corso del 2026 sono stati documentati numerosi episodi che hanno coinvolto servizi sanitari, compresi ostacoli e ritardi durante trasferimenti medici.
Il diritto internazionale umanitario attribuisce una protezione speciale a personale sanitario, pazienti e strutture mediche, pur prevedendo condizioni specifiche nelle quali tale protezione può essere compromessa dall'uso militare.
Il problema della distinzione fra civili e combattenti
Il caso della famiglia Ahmad riassume una delle principali controversie della guerra. Israele afferma che l'uomo fosse un operativo militare; la moglie e le figlie si trovavano con lui nella casa colpita.
Il diritto bellico richiede alle forze armate di distinguere fra obiettivi militari e popolazione civile e di valutare il rischio di danni collaterali prima di ogni attacco.
Il principio di proporzionalità
La presenza di un obiettivo militare non rende automaticamente lecito qualsiasi attacco. Il principio di proporzionalità vieta operazioni nelle quali il danno civile prevedibile sarebbe eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto atteso.
Determinare se una singola operazione violi questo principio richiede informazioni su intelligence, munizionamento, alternative disponibili e valutazioni effettuate prima dell'attacco.
Una fotografia incompleta non autorizza verdetti immediati
È quindi necessario evitare due errori opposti: accettare automaticamente ogni giustificazione militare oppure concludere immediatamente che qualsiasi vittima civile dimostri di per sé un crimine di guerra.
Le indagini affidabili richiedono prove, testimonianze, immagini e documentazione militare. Nel contesto di Gaza l'accesso indipendente a tali elementi rimane estremamente difficile.
La tregua avrebbe dovuto aprire una fase politica
L'accordo dell'ottobre 2025 non era pensato soltanto per fermare le ostilità ma come primo passo verso una soluzione più ampia.
Il piano prevedeva progressi su questioni come ritiro israeliano, disarmo di Hamas e futuro assetto politico della Striscia, ma i negoziati hanno prodotto pochi risultati concreti.
Israele e Hamas si accusano reciprocamente
Hamas sostiene che Israele utilizzi gli attacchi e le restrizioni per impedire l'applicazione dell'accordo di cessate il fuoco.
Israele accusa invece Hamas di non rispettare completamente gli impegni, di mantenere capacità militari e depositi di armi e di continuare a rappresentare una minaccia per le proprie forze.
La ricostruzione non può iniziare davvero senza stabilità
Gaza necessita di una ricostruzione enorme: abitazioni, strade, scuole, ospedali, sistemi idrici ed elettrici sono stati distrutti o gravemente danneggiati.
Investire miliardi in infrastrutture mentre esiste il rischio concreto di nuovi combattimenti rende però estremamente difficile organizzare una ricostruzione su larga scala.
Il tempo peggiora anche ciò che non viene bombardato
Gli edifici parzialmente distrutti continuano a deteriorarsi, le strutture temporanee vengono consumate dagli agenti atmosferici e gli impianti funzionano senza una manutenzione regolare. La crisi infrastrutturale peggiora quindi anche in assenza di nuovi attacchi.
Ogni mese senza una soluzione stabile aumenta il costo economico e umano necessario a riportare la Striscia verso condizioni di normalità.
I bambini rappresentano la generazione più colpita
Almeno 21.700 bambini risultavano uccisi entro la metà del 2026 secondo i dati utilizzati dalle agenzie delle Nazioni Unite, mentre decine di migliaia sono rimasti feriti.
Migliaia convivono con amputazioni, disabilità, lutti e traumi psicologici. Per molti la guerra occupa ormai una parte significativa della propria vita cosciente.
La scuola resta profondamente compromessa
Una generazione di bambini ha perso lunghi periodi di istruzione regolare. Edifici scolastici sono stati distrutti, danneggiati o utilizzati come rifugi per gli sfollati.
Anche quando attività educative temporanee vengono riattivate, è impossibile riprodurre completamente una normale esperienza di scuola in un contesto di sfollamento e insicurezza.
L'impatto durerà oltre la fine della guerra
Il danno prodotto da un conflitto non termina il giorno in cui cessano i bombardamenti. Malnutrizione, interruzione dell'istruzione e trauma possono influire per anni sullo sviluppo dei bambini.
La futura ricostruzione di Gaza dovrà quindi includere non soltanto cemento e infrastrutture ma salute mentale, riabilitazione e istruzione.
Il costo umano resta il centro della crisi
La morte della famiglia Ahmad mostra perché parlare soltanto di trattative, obiettivi militari e geopolitica rischi di far perdere di vista la dimensione fondamentale della crisi: quella delle vite individuali.
Dietro ogni statistica esistono famiglie, bambini, feriti e persone costrette a ricominciare più volte. È questa dimensione che rende la situazione di Gaza ancora oggi una delle maggiori emergenze umanitarie internazionali.
La tregua resta l'unico argine a un ritorno alla guerra totale
Nonostante tutte le violazioni denunciate e le vittime registrate, il cessate il fuoco continua ad avere un valore concreto: ha permesso di aumentare gli aiuti, ridurre la malnutrizione acuta e limitare una parte della violenza rispetto alla fase precedente.
Il rischio più grave sarebbe perdere anche questo fragile argine e tornare alle operazioni militari su vasta scala. Per evitare questo scenario servono progressi politici che fino a oggi sono rimasti insufficienti.
Gaza resta sospesa tra emergenza e futuro
Venerdì 11 settembre 2026 la Striscia di Gaza appare quindi intrappolata in una condizione intermedia: non è più nella stessa fase di guerra totale del 2024-2025, ma non vive neppure una vera pace.
Le bombe continuano a uccidere, gli ospedali continuano a funzionare con mezzi insufficienti e milioni di persone dipendono ancora dagli aiuti umanitari. La priorità immediata resta proteggere i civili e mantenere aperti i canali di assistenza; quella politica è trasformare una tregua fragile in qualcosa che possa impedire definitivamente un nuovo ciclo di guerra.

