Trump-Kim, Seoul spinge per riaprire il dialogo con Pyongyang
Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ritiene evidente la volontà del presidente statunitense Donald Trump di riaprire un dialogo diretto con la Corea del Nord e ha confermato che Seoul sta lavorando per creare le condizioni necessarie a un possibile nuovo contatto tra Washington e Pyongyang. Le dichiarazioni, rilasciate venerdì 18 settembre 2026, riportano al centro dell'attenzione uno dei dossier diplomatici più complessi dell'Asia orientale: il futuro del programma nucleare nordcoreano e la possibilità che Trump incontri nuovamente Kim Jong Un.
Lee ha tuttavia utilizzato un linguaggio prudente. Un nuovo vertice, ha spiegato, resta difficile ma non impossibile, e numerose variabili dovrebbero convergere prima che un incontro possa essere organizzato. Il presidente sudcoreano non ha indicato una data né ha sostenuto che Pyongyang abbia già accettato una proposta americana. Al contrario, la Corea del Nord non ha finora risposto pubblicamente in maniera esplicita alle ripetute aperture statunitensi.
La distinzione è essenziale. Esiste una chiara volontà americana di esplorare il dialogo con la Corea del Nord e Seoul intende favorirlo, ma non esiste al momento l'annuncio ufficiale di un nuovo summit Trump-Kim. Il quadro resta particolarmente complesso perché, mentre si discute di diplomazia, Pyongyang continua a rafforzare il proprio programma nucleare e a definire irreversibile il proprio status atomico.
Le parole di Lee Jae-myung
Durante una conferenza stampa a Seoul, Lee Jae-myung ha affermato che l'elemento più chiaro dell'attuale situazione è il desiderio di Trump di tornare a parlare con la leadership nordcoreana. Anche il governo sudcoreano, ha aggiunto, considera auspicabile la ripresa di un canale negoziale.
Seoul sta quindi portando avanti attività di coordinamento preliminare con l'obiettivo di rendere possibile un dialogo tra Stati Uniti e Corea del Nord. Non si tratta di una mediazione già arrivata alla fase finale, ma di un tentativo di costruire un ambiente diplomatico nel quale le due parti possano nuovamente sedersi allo stesso tavolo.
Lee ha evitato di quantificare le probabilità di un incontro. Il presidente sudcoreano ha chiarito di non poter stabilire con certezza quanto sia vicino un eventuale vertice Trump-Kim, sottolineando però che Seoul intende compiere tutti gli sforzi possibili per trasformare l'attuale possibilità in una concreta opportunità negoziale.
Trump vuole incontrare Kim entro il 2026
Donald Trump aveva già manifestato nelle settimane precedenti il proprio interesse per un nuovo incontro con Kim Jong Un. Il presidente statunitense ha ricordato più volte il rapporto personale sviluppato con il leader nordcoreano durante il suo primo mandato e ha indicato la possibilità di rivederlo entro la fine del 2026.
Secondo informazioni emerse ad agosto, Trump avrebbe inoltre sollecitato i propri collaboratori a esplorare la possibilità di organizzare il summit già durante l'autunno. Tra gli scenari discussi figurava un incontro collegato a un viaggio presidenziale in Asia.
Questi preparativi non equivalgono però a una convocazione concordata. Perché il vertice possa realmente svolgersi è indispensabile una disponibilità della Corea del Nord, e proprio questa rimane la principale incognita.
Pyongyang non ha ancora dato un sì
I media statali nordcoreani sono rimasti in larga parte silenziosi sulle nuove aperture personali di Trump. Non è arrivata una conferma ufficiale secondo cui Kim Jong Un abbia accettato un incontro con il presidente americano.
Le dichiarazioni pubbliche provenienti dalla leadership nordcoreana si sono concentrate soprattutto sulla sicurezza militare e sulla difesa dello status nucleare del Paese. Questo non dimostra che Pyongyang abbia definitivamente escluso il negoziato, ma indica che le priorità pubblicamente rivendicate dalla Corea del Nord restano molto distanti dalla tradizionale richiesta americana di denuclearizzazione.
La prudenza di Lee nasce anche da questa distanza. Un vertice può essere organizzato soltanto se le parti ritengono che esista almeno uno spazio iniziale nel quale discutere senza porre condizioni preliminari considerate inaccettabili dall'altra parte.
Le nuove minacce di Kim Yo Jong
Il clima resta teso. Il 17 settembre, appena un giorno prima delle dichiarazioni del presidente sudcoreano, Kim Yo Jong, sorella di Kim Jong Un e figura influente nella leadership di Pyongyang, ha criticato nuove esercitazioni militari guidate dagli Stati Uniti.
La dirigente nordcoreana ha contestato in particolare l'esercitazione navale Pacific Vanguard 2026, condotta nell'area del Pacifico con la partecipazione di Stati Uniti e partner regionali e occidentali. Pyongyang considera esercitazioni di questo tipo una dimostrazione di pressione militare nei propri confronti.
Kim Yo Jong ha avvertito che la Corea del Nord potrebbe adottare risposte proporzionate o più forti qualora ritenga minacciati i propri interessi di sicurezza. È un linguaggio molto distante da quello conciliante necessario per preparare un summit, ma non rappresenta necessariamente la chiusura definitiva di ogni canale diplomatico.
Le esercitazioni restano uno dei principali punti di attrito
Da decenni la Corea del Nord considera le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud una prova generale per un possibile attacco. Washington e Seoul sostengono invece che si tratti di attività difensive necessarie per mantenere la prontezza operativa dell'alleanza.
Durante il 2026 Trump ha disposto una riduzione della portata di alcune esercitazioni, anche nel tentativo di creare condizioni più favorevoli a un possibile dialogo con Pyongyang. La decisione ha prodotto discussioni anche in Corea del Sud, dove qualsiasi modifica dell'assetto militare americano viene valutata contemporaneamente sul piano diplomatico e su quello della deterrenza.
Se un nuovo negoziato dovesse iniziare, il futuro delle esercitazioni potrebbe tornare rapidamente tra i temi più sensibili del confronto. Pyongyang potrebbe chiedere ulteriori riduzioni, mentre Seoul deve mantenere una capacità di difesa convenzionale credibile.
Il precedente del primo mandato di Trump
Il rapporto tra Trump e Kim ha una storia eccezionale nella diplomazia contemporanea. Nel giugno 2018 i due leader si incontrarono a Singapore, nel primo summit della storia tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano.
In quella occasione Stati Uniti e Corea del Nord sottoscrissero una dichiarazione nella quale Washington si impegnava a costruire nuove relazioni bilaterali e Pyongyang riaffermava l'obiettivo di lavorare verso la denuclearizzazione della penisola coreana.
Il documento ebbe un forte valore simbolico ma lasciò irrisolti numerosi aspetti tecnici: quali installazioni dovessero essere smantellate, secondo quale calendario, con quali verifiche internazionali e in cambio di quale riduzione delle sanzioni.
Hanoi mostrò i limiti della diplomazia personale
Il secondo summit tra Trump e Kim si svolse nel febbraio 2019 ad Hanoi. L'incontro terminò senza un accordo finale dopo che le due delegazioni non riuscirono a colmare le differenze tra le richieste nordcoreane sulla riduzione delle sanzioni e quelle americane sul disarmo nucleare.
Quell'episodio dimostrò che una buona relazione personale tra i leader non era sufficiente a risolvere questioni estremamente complesse come testate nucleari, materiale fissile, centrifughe, missili e verifiche.
Successivamente Trump e Kim si incontrarono ancora nel giugno 2019 nella zona demilitarizzata di Panmunjom. Trump attraversò brevemente la linea di demarcazione entrando nel territorio nordcoreano, un gesto altamente simbolico che tuttavia non portò a un accordo nucleare definitivo.
Il 2026 è molto diverso dal 2018
Un eventuale nuovo summit partirebbe da condizioni profondamente mutate. Nel 2018 la Corea del Nord aveva già condotto test nucleari e missilistici, ma nel corso degli anni successivi ha continuato a sviluppare il proprio arsenale atomico.
Pyongyang ha ampliato le infrastrutture per la produzione di materiale nucleare, sviluppato nuovi missili balistici e inserito lo status nucleare con maggiore forza nella propria legislazione e nella propria dottrina strategica.
La conseguenza è che oggi la distanza tra la posizione nordcoreana e l'obiettivo della denuclearizzazione appare ancora più ampia rispetto alla fase dei primi summit.
La nuova infrastruttura di Yongbyon
Uno degli elementi più recenti riguarda il complesso nucleare di Yongbyon. Nel settembre 2026 sono emerse nuove indicazioni sulla costruzione di un impianto destinato all'arricchimento dell'uranio.
Le valutazioni internazionali basate su immagini satellitari e materiale pubblicato dalla stessa Corea del Nord indicano che il nuovo edificio potrebbe ospitare numerose cascate di centrifughe.
Gli ispettori internazionali non hanno accesso fisico al Paese dal 2009. Gran parte delle valutazioni sul programma nucleare nordcoreano deve quindi essere sviluppata attraverso immagini satellitari, analisi tecniche e fonti indirette.
Quanto è grande l'arsenale nucleare nordcoreano
Il numero esatto delle armi nucleari nordcoreane non è noto pubblicamente. Le stime variano in base alla quantità presunta di plutonio e uranio altamente arricchito disponibile e alla quantità necessaria per produrre ciascun ordigno.
Trump aveva recentemente citato un numero di 57 armi, mentre il ministro della Difesa sudcoreano ha riferito che alcune valutazioni elaborate da centri di ricerca collocano il possibile arsenale tra 80 e 120 testate.
Lo stesso governo sudcoreano ha precisato che tali numeri non possono essere confermati direttamente dalle proprie forze armate. Presentarli come un inventario certo sarebbe quindi improprio: sono stime, non dati ottenuti attraverso ispezioni sul posto.
Pyongyang considera irreversibile lo status nucleare
La leadership nordcoreana ribadisce che lo status nucleare del Paese non è negoziabile e non può essere cancellato attraverso pressioni internazionali.
Questa posizione costituisce uno dei principali problemi per la ripresa dei negoziati. Washington e Seoul mantengono formalmente l'obiettivo della denuclearizzazione della penisola, mentre Pyongyang vuole essere trattata come una potenza dotata permanentemente di armi atomiche.
Se nessuna delle due parti modifica il proprio punto di partenza, il rischio è che una nuova trattativa si blocchi sulla stessa domanda che aveva ostacolato i colloqui precedenti: che cosa debba avvenire prima tra disarmo e concessioni.
Lee propone un approccio graduale
Il presidente sudcoreano ha sostenuto nei mesi scorsi una strategia più graduale rispetto alla richiesta di una denuclearizzazione immediata e completa.
La prima fase, secondo questa impostazione, potrebbe consistere nel congelare l'espansione del programma nucleare. Una fase successiva potrebbe puntare alla riduzione del materiale fissile e delle capacità operative, lasciando la denuclearizzazione completa come obiettivo di lungo periodo.
Lee ha precisato che questo approccio non significa rinunciare all'obiettivo finale, ma riconoscere che il programma nordcoreano è diventato troppo ampio per essere eliminato realisticamente attraverso un unico accordo immediato.
Trump avrebbe mostrato apertura a un percorso per fasi
Lee aveva già riferito in giugno che Trump appariva disponibile a considerare un approccio diverso alla questione nucleare nordcoreana, riconoscendo che la situazione del 2026 non può essere affrontata esattamente come quella di altri programmi nucleari.
Una strategia per fasi potrebbe teoricamente consentire di ottenere risultati verificabili prima di affrontare gli aspetti più difficili. Congelare la produzione di nuovo materiale nucleare sarebbe, per esempio, un obiettivo diverso dalla distruzione dell'intero arsenale esistente.
Resta però necessario stabilire quale contropartita sarebbe offerta a Pyongyang e quale sistema di verifica internazionale sarebbe accettabile per entrambe le parti.
Le sanzioni non hanno fermato il programma atomico
La Corea del Nord è sottoposta da anni a un esteso sistema di sanzioni internazionali, comprese misure adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Le restrizioni hanno limitato numerose attività commerciali, finanziarie e tecnologiche, ma non hanno impedito a Pyongyang di continuare a sviluppare missili e capacità nucleari.
Lee ha già osservato che il solo ricorso alle sanzioni non ha prodotto finora il risultato finale desiderato. Questa constatazione non determina automaticamente quale alternativa debba essere scelta, ma contribuisce alla ricerca di una strategia basata anche sul dialogo.
Il rapporto della Corea del Nord con la Russia
Un'altra differenza rispetto al 2018 riguarda il rapporto tra Pyongyang e Mosca. La cooperazione tra Corea del Nord e Russia si è intensificata durante la guerra in Ucraina.
Il rapporto ha aumentato la rilevanza strategica internazionale di Pyongyang e potenzialmente ridotto alcuni degli effetti dell'isolamento economico che aveva caratterizzato la fase precedente.
Qualsiasi nuovo negoziato con Washington deve quindi tenere conto di una Corea del Nord inserita in una rete di relazioni esterne differente rispetto a quella del primo mandato Trump.
La Cina rimane un interlocutore fondamentale
La Cina continua a essere il principale attore esterno capace di esercitare influenza economica e diplomatica sulla Corea del Nord.
Seoul ha chiesto a Pechino di svolgere un ruolo costruttivo nel favorire la ripresa del dialogo. Per la Cina, la stabilità della penisola coreana è un interesse strategico diretto: un conflitto o un collasso improvviso del Nord avrebbe conseguenze immediate sul confine cinese.
Pechino sostiene formalmente una soluzione politica della questione nucleare, ma critica anche la presenza militare americana e l'espansione della cooperazione tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone.
Pyongyang contesta la cooperazione trilaterale
Proprio questa cooperazione militare trilaterale viene indicata dalla Corea del Nord come una delle ragioni per rafforzare il proprio deterrente nucleare.
Il viceministro della Difesa nordcoreano Kim Kang Il ha sostenuto nei giorni scorsi che l'aumento delle attività militari congiunte guidate dagli Stati Uniti giustifichi l'espansione delle capacità strategiche di Pyongyang.
Washington, Seoul e Tokyo considerano invece la cooperazione necessaria proprio in risposta ai progressi missilistici e nucleari della Corea del Nord. Si crea così un classico meccanismo di sicurezza nel quale ciascuna parte interpreta le misure difensive dell'altra come un possibile aumento della minaccia.
La Corea del Sud cerca contemporaneamente dialogo e deterrenza
La politica di Lee tenta di combinare apertura diplomatica e capacità difensiva. Seoul non intende rinunciare all'alleanza con Washington e continua a considerare essenziale la deterrenza militare americana.
Allo stesso tempo, il governo sudcoreano cerca di ridurre alcune fonti di tensione e di creare le condizioni per una riapertura dei canali intercoreani.
È una strategia complessa perché qualsiasi concessione viene valutata in rapporto al rischio che Pyongyang possa utilizzare una fase di distensione senza interrompere il proprio programma militare.
Il peso della deterrenza nucleare americana
La Corea del Sud continua a fare affidamento sull'ombrello nucleare degli Stati Uniti e non ha dichiarato l'intenzione di sviluppare un arsenale atomico nazionale.
L'aumento delle capacità nordcoreane ha però alimentato in Corea del Sud un dibattito pubblico sulla possibilità di rafforzare ulteriormente la deterrenza.
Per Washington è quindi importante dimostrare che un eventuale ritorno al dialogo con Kim non comporterà automaticamente un indebolimento degli impegni di sicurezza assunti nei confronti di Seoul.
La questione dei missili
Un accordo nucleare non potrebbe ignorare il programma dei missili balistici nordcoreani. Pyongyang ha sviluppato vettori con gittate differenti, compresi sistemi progettati per raggiungere obiettivi a lunga distanza.
La capacità di abbinare un ordigno nucleare a un missile affidabile è uno degli elementi che determinano il valore operativo di un arsenale strategico.
Durante i negoziati precedenti, gran parte dell'attenzione era concentrata sulla produzione di materiale nucleare. Un eventuale nuovo processo dovrebbe probabilmente affrontare anche missili, lanciatori mobili e procedure di verifica.
Il problema delle ispezioni
Qualsiasi accordo tecnico richiederebbe un meccanismo credibile di verifica. Senza la possibilità di controllare gli impianti, sarebbe molto difficile stabilire se un congelamento della produzione nucleare venga effettivamente rispettato.
Gli ispettori internazionali non operano liberamente in Corea del Nord da molti anni. Il loro eventuale ritorno costituirebbe quindi un passaggio politicamente molto significativo.
Pyongyang dovrebbe accettare accessi, strumenti di monitoraggio e procedure capaci di verificare quantità e movimenti del materiale nucleare. È uno dei temi tecnicamente più complessi di qualsiasi trattativa.
Un summit senza preparazione potrebbe non bastare
La storia dei precedenti incontri dimostra che un vertice tra leader può creare impulso politico, ma non sostituisce il lavoro negoziale necessario per definire i dettagli.
Singapore produsse una dichiarazione politica di grande rilievo; Hanoi fallì proprio quando fu necessario trasformare i principi generali in uno scambio concreto tra sanzioni e denuclearizzazione.
Per questo Seoul sta parlando di coordinamento preliminare. La preparazione tecnica potrebbe essere decisiva per evitare che un eventuale nuovo faccia a faccia produca soltanto immagini simboliche senza un risultato operativo.
Un incontro potrebbe iniziare da obiettivi limitati
Un eventuale negoziato non dovrebbe necessariamente affrontare immediatamente ogni aspetto della questione nucleare. Potrebbero essere esaminati obiettivi più circoscritti, come la riduzione delle tensioni militari o il ripristino di comunicazioni regolari.
Potrebbero inoltre essere discussi limiti a specifiche attività missilistiche, trasparenza sulle esercitazioni o misure per diminuire il rischio di incidenti militari.
Quali di queste opzioni siano realmente sul tavolo non è stato però comunicato pubblicamente. Non sarebbe quindi corretto presentarle come elementi di un accordo già in preparazione.
Il nodo del riconoscimento nucleare
Una delle questioni più sensibili riguarda il modo in cui un nuovo negoziato descriverebbe la Corea del Nord nucleare. Pyongyang vuole che il proprio status venga accettato come una realtà permanente.
Se Washington accettasse formalmente questa impostazione, il cambiamento avrebbe conseguenze sull'intero sistema internazionale di non proliferazione. Se invece gli Stati Uniti insistessero sulla denuclearizzazione completa come precondizione, Pyongyang potrebbe rifiutare il dialogo.
Una possibile trattativa dovrà quindi distinguere tra riconoscere l'esistenza materiale dell'arsenale e riconoscere politicamente la Corea del Nord come legittima potenza nucleare.
La diplomazia personale di Trump torna protagonista
Trump attribuisce tradizionalmente grande importanza al rapporto diretto tra leader. Nel caso nordcoreano questa impostazione produsse incontri che pochi anni prima sarebbero sembrati quasi impossibili.
Il ritorno della diplomazia personale può facilitare decisioni politiche che apparati burocratici molto diffidenti faticano ad adottare autonomamente.
Allo stesso tempo, l'esperienza di Hanoi dimostra che rapporti personali positivi non eliminano automaticamente differenze strategiche fondamentali.
Seoul vuole evitare un'altra occasione perduta
Per la Corea del Sud, un nuovo dialogo avrebbe una conseguenza immediata sulla sicurezza della penisola. Seoul si trova a poche decine di chilometri dalla zona demilitarizzata e qualsiasi escalation avrebbe effetti diretti sulla popolazione sudcoreana.
Il governo Lee considera quindi importante sfruttare qualsiasi spazio diplomatico disponibile senza sottovalutare le capacità militari del Nord.
L'obiettivo dichiarato è creare una sequenza nella quale deterrenza e dialogo non siano necessariamente alternative, ma strumenti utilizzati contemporaneamente per ridurre il rischio di conflitto.
Il prossimo passo dipende da Pyongyang
Alla data del 18 settembre il dato centrale resta semplice: Trump vuole riaprire il dialogo, Seoul sta cercando di agevolarlo, ma Kim Jong Un non ha ancora pubblicamente accettato un nuovo summit.
Le dichiarazioni nordcoreane degli ultimi giorni restano concentrate sulla difesa dello status atomico e sulla critica alle attività militari americane. Questo mantiene molto ampio il divario negoziale.
Un segnale proveniente direttamente da Kim Jong Un cambierebbe immediatamente il quadro. Fino ad allora, qualsiasi data o sede di un nuovo incontro resta una possibilità diplomatica e non un evento confermato.
La possibilità del dialogo torna sul tavolo
Il valore delle dichiarazioni di Lee sta soprattutto nel confermare che Seoul non considera chiusa la strada della diplomazia con Pyongyang. Dopo anni nei quali il programma nucleare è cresciuto e le relazioni intercoreane si sono deteriorate, la Corea del Sud vede nelle aperture di Trump un'occasione da esplorare.
Il contesto del 2026 è però più difficile di quello affrontato nei primi summit. La Corea del Nord dispone di capacità nucleari e missilistiche più sviluppate, considera irreversibile il proprio status e mantiene rapporti strategici più profondi con altri attori internazionali.
Un eventuale nuovo vertice dovrà quindi essere giudicato sui risultati concreti: capacità di ridurre il rischio militare, arrestare almeno parte dell'espansione nucleare e costruire un percorso verificabile. Per ora esiste una volontà di dialogo, non ancora un accordo sul dialogo stesso. Se volete discutere quale dovrebbe essere il primo tema affrontato in un eventuale nuovo incontro tra Washington e Pyongyang, lasciate un commento indicando l'aspetto che ritenete prioritario.

