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Gaza, 21 morti nel crollo di un edificio danneggiato dalla guerra

Le operazioni di ricerca tra le macerie di un edificio residenziale crollato a Gaza City si sono concluse con un bilancio di 21 morti e 45 persone estratte vive. Il palazzo era stato precedentemente danneggiato durante la guerra e ospitava più di cento persone che, secondo le testimonianze raccolte sul posto, vi abitavano perché non disponevano di alternative più sicure. Il disastro, avvenuto il 16 settembre e rimasto al centro dell'attenzione anche venerdì 18, mette in evidenza una delle conseguenze meno visibili ma più persistenti della devastazione di Gaza: migliaia di persone continuano a vivere all'interno o accanto a strutture compromesse.
Il numero complessivo delle vittime è ormai consolidato a 21 persone, ma le prime comunicazioni hanno presentato differenze nel conteggio dei bambini morti. Diverse rilevazioni diffuse durante le operazioni hanno indicato numeri non perfettamente coincidenti. Il dato più prudente è quindi che tra le vittime figurano numerosi minori, mentre circa metà dei feriti indicati dai soccorritori è composta da bambini.
La tragedia non è stata provocata da un nuovo attacco avvenuto nel momento del crollo. L'edificio era già stato danneggiato dai bombardamenti durante il conflitto. Il cedimento strutturale mostra come i pericoli per la popolazione non terminino necessariamente quando cessano i combattimenti più intensi: muri lesionati, solai compromessi e fondamenta indebolite possono trasformare un'abitazione apparentemente ancora utilizzabile in una struttura instabile.

Più di 110 persone vivevano nel palazzo

Nell'edificio vivevano più di 110 persone, secondo il bilancio raccolto dopo il cedimento. Erano famiglie che avevano scelto una struttura già danneggiata perché non avevano trovato un'altra sistemazione.
Questo elemento spiega perché la tragedia non possa essere interpretata semplicemente come un normale incidente edilizio. Il palazzo faceva parte di un sistema abitativo devastato nel quale moltissime persone sono costrette a scegliere tra edifici insicuri e tende di fortuna.
Dopo il crollo, i sopravvissuti hanno dovuto nuovamente affrontare il problema di dove vivere. I mezzi presenti hanno iniziato a rimuovere le macerie anche per preparare spazi nei quali installare nuove tende.

Quarantacinque persone salvate dalle macerie

Le squadre della Protezione Civile palestinese hanno riferito di aver estratto vive 45 persone dal materiale crollato e di averle trasferite nelle strutture sanitarie disponibili.
Il numero dei sopravvissuti rende evidente la complessità dell'operazione: sotto una grande quantità di calcestruzzo e detriti si trovavano decine di persone, alcune delle quali sono rimaste intrappolate per ore.
I soccorritori hanno lavorato in condizioni caratterizzate da una forte carenza di attrezzature, un problema già segnalato ripetutamente dalle organizzazioni umanitarie presenti nella Striscia.

Le ricerche sono terminate il 17 settembre

Le attività principali di ricerca sono state concluse giovedì 17 settembre, il giorno successivo al crollo.
I bulldozer presenti nell'area hanno continuato a rimuovere le macerie mentre i residenti cercavano tra i detriti oggetti personali, cibo e materiali ancora utilizzabili.
La scena rappresenta una condizione ormai comune in numerose zone di Gaza, dove il recupero dei beni dalle rovine degli edifici è diventato parte della vita quotidiana di molte famiglie.

Perché le famiglie vivevano in un edificio pericolante

La domanda più immediata riguarda il motivo per cui più di cento persone occupassero una struttura considerata insicura.
La risposta è collegata all'enorme scarsità di abitazioni. La guerra ha distrutto o danneggiato una quota molto elevata del patrimonio residenziale e la ricostruzione su larga scala non è ancora iniziata.
Le famiglie devono quindi scegliere tra soluzioni estremamente limitate: tende sovraffollate, edifici parzialmente distrutti, stanze condivise con altre famiglie o sistemazioni temporanee prive di servizi essenziali.

Il problema riguarda migliaia di edifici

Il palazzo crollato non rappresenta un caso isolato. Le organizzazioni impegnate sul terreno hanno segnalato che oltre 2.000 edifici potrebbero trovarsi in condizioni tali da presentare un rischio di cedimento.
La stabilità può peggiorare ulteriormente con piogge, vento, infiltrazioni e utilizzo prolungato di strutture già compromesse.
L'avvicinarsi dell'inverno aumenta quindi il rischio che altri edifici danneggiati dalla guerra possano diventare pericolosi anche senza un nuovo bombardamento.

Una grande parte delle abitazioni è stata distrutta o danneggiata

Le valutazioni internazionali sul patrimonio abitativo descrivono una devastazione eccezionale. Circa il 76% del patrimonio residenziale di Gaza è stato indicato come danneggiato o distrutto nelle valutazioni complessive sviluppate dopo la guerra.
L'impatto riguarda più di 1,7 milioni di persone su una popolazione complessiva di poco superiore ai due milioni.
Questa proporzione permette di capire perché sia impossibile risolvere il problema trasferendo semplicemente le famiglie da un palazzo pericolante a un altro edificio sicuro: le abitazioni non danneggiate disponibili non sono sufficienti.

Le verifiche più recenti confermano la gravità

Un programma di ispezione condotto nel 2026 ha analizzato oltre 178.000 unità abitative. Circa il 60% di quelle esaminate è risultato gravemente danneggiato, distrutto oppure non abitabile.
Solo il 40% circa è stato classificato come abitabile o con danni da lievi a moderati.
Il campione non rappresenta automaticamente ogni singola abitazione della Striscia, ma offre una misura concreta dell'enorme dimensione del problema della sicurezza strutturale.

Le riparazioni procedono molto lentamente

A fronte di decine di migliaia di abitazioni valutate, gli interventi di riparazione di emergenza completati rimangono estremamente limitati.
Le attività comprendono generalmente operazioni elementari destinate a rendere temporaneamente utilizzabili strutture con danni non catastrofici: chiusura di aperture, riparazione di coperture e piccoli interventi per proteggere gli ambienti.
Questi lavori non possono rendere nuovamente sicuro un edificio con danni strutturali gravi. In tali casi sarebbero necessari consolidamenti complessi oppure la demolizione e ricostruzione.

La ricostruzione prevista dal cessate il fuoco non è decollata

A quasi un anno dal cessate il fuoco che ha posto termine alla fase principale dei combattimenti, la ricostruzione su larga scala non è ancora iniziata.
L'accordo prevedeva un percorso destinato ad arrivare anche alla ricostruzione del territorio, ma i negoziati politici sulle condizioni successive non hanno prodotto progressi sufficienti.
Tra i principali nodi restano il disarmo di Hamas, il futuro della sicurezza nella Striscia e le modalità del ritiro delle forze israeliane.

Le restrizioni sull'ingresso dei materiali

Un altro problema riguarda la disponibilità di materiali da costruzione e macchinari pesanti.
Le organizzazioni umanitarie e le autorità palestinesi sostengono che le restrizioni israeliane limitino fortemente l'ingresso di escavatori, materiali strutturali e strumenti necessari per rimuovere le macerie e riparare gli edifici.
Israele sostiene che tali restrizioni rispondano a esigenze di sicurezza e alla necessità di impedire che materiali e attrezzature possano essere utilizzati da gruppi armati.

Le due esigenze entrano continuamente in conflitto

La questione rappresenta uno dei punti più difficili della gestione postbellica. Cemento, metallo, macchinari e componenti industriali sono indispensabili alla ricostruzione civile, ma alcuni materiali possono essere utilizzati anche per infrastrutture militari.
Il problema è quindi costruire sistemi di controllo che permettano l'ingresso di quantità sufficienti per ricostruire le abitazioni senza che vengano dirottate verso usi proibiti.
Finché questo sistema non funziona su larga scala, le famiglie continuano a vivere in condizioni provvisorie che possono trasformarsi in una nuova fonte di pericolo.

Persino il legname per i rifugi incontra ostacoli

Le difficoltà non riguardano soltanto grandi escavatori e cemento. Nel settembre 2026 le organizzazioni umanitarie hanno segnalato problemi anche per l'ingresso di legname e kit per rifugi d'emergenza.
Una richiesta relativa a circa 37.000 pezzi di legname e centinaia di kit era stata nuovamente sottoposta alle autorità dopo precedenti rifiuti.
L'assenza di questi materiali limita persino la possibilità di effettuare interventi relativamente semplici per proteggere le tende e le abitazioni parzialmente danneggiate prima dell'inverno.

Il rischio cresce con l'arrivo delle piogge

Una struttura lesionata può rimanere apparentemente stabile durante la stagione secca e diventare più pericolosa quando iniziano le piogge.
L'acqua può infiltrarsi nelle crepe, aumentare il peso di alcuni materiali, compromettere terreni e fondamenta e accelerare il deterioramento di elementi già indeboliti.
Per questo le organizzazioni umanitarie stanno insistendo sulla necessità di interventi di winterization, cioè preparazione dei rifugi alle condizioni meteorologiche invernali.

Anche le tende presentano gravi problemi

Lasciare un palazzo danneggiato per trasferirsi in una tenda non equivale necessariamente a ottenere una condizione sicura.
Molti siti temporanei sono sovraffollati e presentano problemi di drenaggio, illuminazione, servizi igienici, gestione delle acque reflue e protezione dal maltempo.
Le tende possono offrire una soluzione immediata dopo uno sfollamento ma non sono progettate per costituire una sistemazione stabile per mesi o anni, soprattutto in presenza di temperature estreme e precipitazioni.

Una popolazione concentrata in uno spazio ridotto

Più di due milioni di persone vivono oggi in una porzione limitata della Striscia di Gaza, con grandi aree rimaste inaccessibili o non utilizzabili.
Questa concentrazione aumenta la pressione su abitazioni, acqua, sistemi fognari, servizi sanitari e infrastrutture.
Ogni edificio che rimane parzialmente utilizzabile diventa quindi estremamente prezioso, anche quando la sua sicurezza strutturale è dubbia.

Le famiglie devono scegliere tra rischi diversi

Il crollo mette in evidenza una scelta impossibile per molte famiglie: vivere in un edificio danneggiato oppure accettare condizioni molto difficili in un campo di tende.
Non tutte le strutture lesionate presentano lo stesso rischio. Alcune potrebbero essere recuperabili con interventi relativamente limitati; altre richiedono evacuazione immediata.
Per distinguere le due situazioni servono tecnici, ingegneri, attrezzature e accesso fisico agli edifici, risorse che oggi risultano insufficienti rispetto alla dimensione della domanda.

La valutazione strutturale diventa una priorità umanitaria

In un contesto normale la stabilità di un edificio viene valutata attraverso sopralluoghi e calcoli tecnici. A Gaza la quantità di strutture danneggiate rende necessario stabilire rapidamente delle priorità.
Gli edifici con segni evidenti di cedimento dovrebbero essere evacuati, ma l'evacuazione è realmente efficace soltanto se esiste un luogo alternativo nel quale trasferire le persone.
La sicurezza strutturale non può quindi essere separata dalla disponibilità di nuovi rifugi.

I soccorritori lavorano con mezzi insufficienti

La Protezione Civile ha sottolineato la carenza di attrezzature specializzate utilizzabili per le operazioni di ricerca e salvataggio.
In un grande crollo servono escavatori, sistemi per sollevare pesanti blocchi di cemento, telecamere, dispositivi acustici e strutture mediche capaci di ricevere rapidamente i feriti.
Quando questi strumenti sono insufficienti, le operazioni rallentano e aumenta il rischio sia per le persone intrappolate sia per gli stessi soccorritori.

Rimuovere le macerie è un'impresa enorme

La distruzione di Gaza ha generato una quantità straordinaria di detriti. La loro rimozione non consiste semplicemente nel caricare cemento su un camion.
Le macerie possono contenere ordigni inesplosi, elementi instabili, materiali pericolosi e resti umani ancora non recuperati.
Ogni area deve quindi essere controllata e trattata secondo procedure che richiedono personale specializzato e macchinari pesanti.

Gli ordigni inesplosi aumentano il pericolo

Dopo anni di bombardamenti, una parte delle munizioni può non essere esplosa al momento dell'impatto. Gli ordigni inesplosi rappresentano quindi un rischio anche durante le operazioni di demolizione e ricostruzione.
Un escavatore che interviene senza una precedente bonifica può accidentalmente entrare in contatto con materiale esplosivo.
La ricostruzione richiede quindi non soltanto ingegneri edili, ma anche specialisti nella bonifica degli esplosivi.

La crisi abitativa incide sulla salute

Vivere per lunghi periodi in strutture sovraffollate o tende aumenta anche i rischi per la salute pubblica.
Scarsa ventilazione, acqua insufficiente, servizi igienici inadeguati e difficoltà nella raccolta dei rifiuti possono facilitare la diffusione di malattie.
Per bambini, anziani e persone con patologie croniche, l'esposizione prolungata a queste condizioni può aumentare ulteriormente la vulnerabilità.

Il problema della malnutrizione

Le difficoltà abitative si sovrappongono a una situazione alimentare già molto fragile. Migliaia di bambini continuano a essere sottoposti a controlli per malnutrizione acuta.
Una famiglia che perde nuovamente la propria abitazione può perdere anche scorte alimentari, utensili, documenti e beni essenziali.
Il crollo di un palazzo può quindi produrre una nuova forma di sfollamento anche per persone che erano già state costrette a spostarsi più volte durante la guerra.

I bambini pagano un prezzo particolarmente elevato

La presenza di numerosi bambini tra vittime e feriti riflette la struttura demografica di Gaza e l'elevata presenza di minori nelle famiglie sfollate.
Gli effetti non sono soltanto fisici. Vivere tra bombardamenti, evacuazioni, perdite familiari e strutture pericolanti produce anche conseguenze psicologiche significative.
Gli interventi umanitari devono quindi includere sostegno sanitario, scolastico e psicosociale, oltre alla semplice fornitura di un riparo.

Il cessate il fuoco non ha eliminato ogni violenza

Il cessate il fuoco raggiunto nel 2025 ha ridotto la fase più intensa della guerra, ma non ha eliminato completamente gli episodi di violenza.
Nel corso dei mesi successivi sono state registrate ulteriori vittime e feriti, mentre permangono profonde controversie sull'attuazione degli accordi.
Il contesto rimane quindi diverso da quello di un normale dopoguerra nel quale la ricostruzione può procedere in un ambiente pienamente stabilizzato.

Il disarmo di Hamas resta uno dei nodi principali

Israele lega la ricostruzione complessiva anche alla questione del disarmo di Hamas.
Per il governo israeliano, consentire una ricostruzione senza risolvere la presenza delle infrastrutture militari del movimento potrebbe permettere il ripristino delle capacità utilizzate contro Israele.
La questione è al centro dei negoziati e non ha ancora prodotto un accordo capace di sbloccare su larga scala la ricostruzione.

Anche il ritiro israeliano resta irrisolto

Dall'altra parte, le condizioni relative al ritiro delle forze israeliane rappresentano un altro punto essenziale del negoziato.
Le parti non hanno raggiunto un'intesa definitiva sull'ordine e sulle modalità attraverso cui disarmo, sicurezza, controllo territoriale e ricostruzione dovrebbero procedere.
Il risultato è una situazione di stallo politico che produce conseguenze estremamente concrete per chi continua a vivere in edifici danneggiati.

Il bilancio complessivo della guerra resta enorme

Le autorità sanitarie palestinesi hanno indicato in oltre 73.000 il numero complessivo dei palestinesi uccisi durante l'offensiva israeliana iniziata dopo l'attacco del 7 ottobre 2023.
L'attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele provocò circa 1.200 morti e il rapimento di numerose persone.
I numeri complessivi della guerra rimangono parte di un contesto politico e militare estremamente controverso, ma la dimensione della distruzione fisica è visibile anche attraverso le valutazioni tecniche sul patrimonio abitativo.

Il crollo mostra una seconda fase dell'emergenza

Durante un conflitto l'attenzione è naturalmente concentrata sui bombardamenti e sulle vittime immediate. Quando l'intensità delle operazioni diminuisce emerge però una seconda categoria di rischi.
Edifici indeboliti possono crollare; ordigni inesplosi possono detonare; sistemi fognari danneggiati possono creare emergenze sanitarie; strutture elettriche improvvisate possono provocare incendi.
La riduzione dei combattimenti non coincide quindi automaticamente con la fine del pericolo per i civili.

La ricostruzione richiederà anni

Ripristinare decine di migliaia di unità abitative richiederà un programma di ricostruzione pluriennale.
Prima di costruire nuove case sarà necessario rimuovere macerie, bonificare gli ordigni, ripristinare strade e reti idriche, garantire energia e stabilire procedure per l'ingresso dei materiali.
La ricostruzione fisica dipenderà inoltre dalla disponibilità di finanziamenti internazionali e da un quadro politico sufficientemente stabile da permettere l'esecuzione di progetti di lungo periodo.

Servono anche alloggi temporanei più sicuri

Poiché la costruzione di nuove abitazioni non può avvenire rapidamente, il problema immediato è creare soluzioni temporanee più sicure.
Ciò significa strutture capaci di resistere all'inverno, servizi igienici, accesso all'acqua e sistemi per proteggere le famiglie da pioggia e vento.
Una risposta efficace potrebbe ridurre la necessità di tornare a occupare palazzi che gli ingegneri considerano pericolanti.

La tragedia era legata alla mancanza di alternative

Le testimonianze dei sopravvissuti convergono su un elemento fondamentale: le famiglie sapevano di trovarsi in un edificio danneggiato, ma non disponevano di una soluzione abitativa migliore.
Questo cambia completamente la lettura del rischio. Non si tratta semplicemente di residenti che hanno ignorato un pericolo facilmente evitabile, ma di persone inserite in una crisi abitativa nella quale tutte le alternative presentano problemi.
Prevenire nuovi crolli richiede quindi sia l'identificazione degli edifici pericolosi sia la possibilità materiale di offrire agli occupanti un rifugio alternativo.

La priorità è evitare che il crollo si ripeta

Il bilancio di 21 morti e 45 persone salvate trasforma il cedimento del palazzo di Gaza City in uno dei simboli più drammatici della fase successiva alla guerra su larga scala.
La tragedia mostra che la devastazione non smette di causare vittime quando termina un bombardamento. Una struttura compromessa può restare in piedi per mesi prima di cedere improvvisamente.
La possibilità di evitare nuovi disastri dipenderà soprattutto dalla disponibilità di rifugi sicuri, ispezioni strutturali, materiali, macchinari e accesso umanitario. Senza questi elementi, la crisi abitativa di Gaza continuerà a esporre migliaia di persone a pericoli che potrebbero manifestarsi in qualsiasi momento. Se volete discutere quali interventi dovrebbero avere priorità nella ricostruzione — abitazioni, ospedali, acqua, scuole o rimozione delle macerie — lasciate un commento indicando il tema che considerate più urgente.

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