Stipendi più trasparenti e addio al segreto: il Governo vara il Decreto sulla Parità Retributiva
Oggi, giovedì 5 febbraio 2026, segna un momento di svolta per il mercato del lavoro in Italia. Il Consiglio dei Ministri ha messo sul tavolo il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza salariale. L'obiettivo è ambizioso: abbattere definitivamente il gender pay gap (il divario salariale tra uomini e donne) e garantire che, a parità di valore, ogni lavoratore riceva la stessa ricompensa, senza discriminazioni.
Non si tratta solo di una questione di equità sociale, ma di una vera e propria rivoluzione normativa che cambierà il modo in cui cerchiamo lavoro e il rapporto con i nostri datori di lavoro.
Perché questo decreto è necessario?
In Italia, il divario retributivo di genere nel settore privato supera spesso il 20%. Molto spesso, questo accade non per una volontà esplicita di discriminare, ma a causa di meccanismi opachi: promozioni basate su criteri soggettivi, trattative individuali "al ribasso" o la mancanza di dati chiari su quanto guadagnino i colleghi che svolgono la stessa mansione.
Con il nuovo testo, la trasparenza diventa l'arma principale per rendere il mercato del lavoro più sano e competitivo.
Cosa cambia per chi cerca lavoro: stop alle domande indiscrete
Una delle novità più attese riguarda la fase di selezione e assunzione. Il decreto introduce regole ferree per evitare che le disuguaglianze del passato si trascinino nei nuovi contratti:
Annunci con stipendio in chiaro: Le aziende saranno obbligate a indicare la fascia retributiva o il salario d'ingresso direttamente nell'offerta di lavoro o prima del colloquio.
Divieto di chiedere lo "stipendio precedente": I selezionatori non potranno più chiedere ai candidati quanto guadagnavano nel loro ultimo impiego. Questo serve a garantire che l'offerta economica sia basata sulle competenze e sul ruolo, e non su quanto si è riusciti a negoziare (spesso a fatica) in passato.
Il diritto di sapere quanto guadagnano i colleghi
Una volta assunti, il decreto abbatte il cosiddetto "segreto aziendale" sugli stipendi. Ogni lavoratore avrà il diritto di richiedere informazioni scritte sui livelli retributivi medi dei colleghi — suddivisi per sesso — che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.
L'azienda avrà l'obbligo di rispondere entro due mesi. Se emerge una disparità salariale superiore al 5% non giustificata da fattori oggettivi (come l'anzianità, il merito o le competenze specifiche), il datore di lavoro dovrà intervenire con misure correttive d'intesa con i sindacati.
Obblighi per le imprese e sanzioni
Il provvedimento non colpisce tutte le realtà allo stesso modo, ma prevede un'introduzione graduale basata sulla dimensione aziendale:
Le aziende con oltre 150 dipendenti saranno le prime a dover presentare rapporti periodici sul divario retributivo.
Dal 2031, l'obbligo si estenderà anche alle medie imprese (con almeno 100 dipendenti).
In caso di violazione, sono previste sanzioni pecuniarie e, soprattutto, l'inversione dell'onere della prova: in tribunale, spetterà all'azienda dimostrare di non aver discriminato, e non al lavoratore provare di essere stato vittima di ingiustizia.
Un cambio di mentalità per il 2026
Il decreto sulla parità retributiva impone alle imprese di adottare criteri oggettivi e neutri per la valutazione del lavoro. Competenze, impegno e responsabilità diventano gli unici metri di giudizio validi. Per i lavoratori, questo significa maggiore consapevolezza e strumenti legali certi per far valere i propri diritti.
La sfida ora passa all'attuazione pratica: il termine ultimo per il pieno recepimento è fissato al 7 giugno 2026, ma il percorso iniziato oggi in Consiglio dei Ministri traccia già la rotta per un'Italia più equa.

