Sonno, scoperto nei topi il circuito neuronale che genera il bisogno di dormire
Perché dopo molte ore trascorse svegli diventa sempre più difficile resistere al bisogno di dormire? Una nuova ricerca condotta sui topi ha individuato alcune popolazioni di neuroni che sembrano svolgere un ruolo cruciale proprio nella costruzione di quella pressione biologica che aumenta progressivamente durante la veglia e che, prima o poi, costringe l'organismo a cercare il sonno. Il lavoro identifica in particolare due gruppi neuronali del rafe mediano, una regione del tronco encefalico: neuroni che utilizzano il GABA e neuroni serotoninergici. La loro attività cresce con il prolungarsi della veglia e contribuisce attivamente a promuovere il successivo sonno.
La scoperta non significa che sia stato trovato un semplice "interruttore" capace di accendere e spegnere il sonno. Il funzionamento del cervello è molto più complesso e coinvolge numerosi circuiti, segnali molecolari e meccanismi circadiani. Il risultato permette però di fare un passo avanti su una domanda rimasta a lungo aperta: in quale modo il cervello registra il fatto che siamo rimasti svegli troppo a lungo e trasforma questa informazione in una necessità biologica sempre più difficile da ignorare?
Lo studio, realizzato da ricercatori dell'Università di Basilea insieme a gruppi del Beth Israel Deaconess Medical Center e dell'Auburn University, è stato condotto esclusivamente su modelli murini. Questa precisazione è fondamentale. I risultati forniscono informazioni sui meccanismi fondamentali della regolazione sonno-veglia, ma non rappresentano una terapia per l'insonnia, non dimostrano che lo stesso circuito possa essere manipolato nello stesso modo nell'uomo e soprattutto non autorizzano a ipotizzare che si possa ridurre artificialmente la necessità di dormire senza conseguenze.
La domanda alla base dello studio: perché la sonnolenza aumenta con le ore di veglia?
Quando una persona rimane sveglia a lungo, il desiderio di dormire tende ad aumentare progressivamente. Questo fenomeno viene indicato come pressione del sonno o sleep drive. Dopo una notte insonne, per esempio, non aumenta soltanto la probabilità di addormentarsi: il sonno successivo può diventare più intenso e presentare una maggiore quantità di attività cerebrale lenta tipica del recupero.
Questa risposta costituisce una forma di omeostasi del sonno. In termini semplici, l'organismo cerca di mantenere un equilibrio: più a lungo rimane sveglio, maggiore diventa la spinta compensatoria a dormire. Dopo che il sonno è iniziato, quella pressione progressivamente diminuisce. Il meccanismo è così potente che, superato un certo limite, volontà, motivazione o sostanze stimolanti possono ritardare il riposo ma non eliminano la necessità biologica che si è accumulata.
Da decenni si sa che la durata della veglia influenza il sonno di recupero, ma localizzare nel cervello i circuiti che misurano e traducono questo accumulo si è rivelato particolarmente difficile. Sono già noti numerosi sistemi in grado di favorire il sonno oppure mantenere la veglia, ma sapere quali neuroni partecipino specificamente alla costruzione della pressione omeostatica è un problema differente.
Un neurone che si attiva quando un animale dorme, infatti, non è necessariamente un neurone che abbia misurato quanto tempo sia trascorso sveglio. La nuova ricerca ha cercato precisamente di distinguere questi due aspetti: favorire il sonno e registrare il deficit che si accumula durante la veglia prolungata.
Sonno e ritmo circadiano non sono la stessa cosa
Per comprendere il risultato bisogna distinguere la pressione omeostatica dal ritmo circadiano. Il nostro organismo possiede un sistema temporale interno che contribuisce a stabilire quando è più facile essere svegli e quando è più facile dormire. Questo ritmo segue approssimativamente le 24 ore ed è sincronizzato soprattutto dalla luce ambientale.
La pressione del sonno segue invece una logica diversa: tende ad aumentare in funzione del tempo trascorso svegli. È possibile quindi essere molto stanchi perché non si dorme da parecchie ore anche in una fase della giornata nella quale il sistema circadiano promuove normalmente la veglia.
Le due componenti interagiscono continuamente. È proprio dalla loro combinazione che deriva buona parte dell'organizzazione quotidiana del ciclo sonno-veglia. Una persona può, per esempio, percepire una temporanea ripresa della vigilanza la sera nonostante sia sveglia da molte ore, perché il segnale circadiano di veglia contrasta per qualche tempo la crescente pressione omeostatica.
La nuova ricerca è particolarmente interessante perché gli scienziati hanno cercato di identificare cellule la cui attività seguisse più direttamente la quantità di veglia accumulata, distinguendola per quanto possibile dal semplice momento della giornata.
Come i ricercatori hanno seguito l'attività del cervello
Gli esperimenti sono stati effettuati su topi da laboratorio. I ricercatori hanno confrontato l'attività cerebrale durante normali periodi di sonno e veglia, durante una privazione sperimentale del sonno e nelle successive ore di recupero. Gli animali sono stati mantenuti svegli per sei ore, un intervallo significativo considerando l'organizzazione temporale del sonno murino.
Per evitare che i risultati dipendessero da un solo metodo di privazione del sonno, sono state utilizzate modalità differenti per mantenere gli animali svegli, compresa l'esposizione a nuovi oggetti e l'induzione di comportamenti che favorivano la veglia. I ricercatori hanno inoltre confrontato esperimenti effettuati in diverse fasi del ciclo luce-buio.
Successivamente è stata analizzata l'attività dell'intero cervello attraverso marcatori cellulari capaci di indicare quali neuroni fossero stati recentemente attivati. Uno degli strumenti utilizzati è stato il gene immediato precoce Fos, frequentemente impiegato nelle neuroscienze come indicatore dell'attivazione neuronale.
Il cervello è stato quindi osservato non soltanto in una singola regione scelta in anticipo, ma attraverso una vera mappatura su larga scala. Questo approccio ha permesso di cercare aree nelle quali l'attività aumentasse progressivamente durante la veglia e diminuisse quando gli animali iniziavano a recuperare sonno.
Due regioni emergono dalla mappa cerebrale
Dall'analisi sono emerse soprattutto due regioni candidate a rappresentare una parte importante del sistema che registra il deficit di sonno: l'area preottica mediale anteriore, indicata come aMPO, e il rafe mediano, o MR.
L'area preottica appartiene a una zona dell'ipotalamo già ampiamente collegata alla regolazione del sonno. Il rafe mediano, invece, si trova nel tronco encefalico e contiene diverse popolazioni neuronali che utilizzano neurotrasmettitori differenti. Il nuovo studio mostra che all'interno di quest'ultima regione esistono cellule particolarmente sensibili alla durata della veglia.
L'attività dei neuroni individuati aumentava durante i periodi nei quali i topi rimanevano svegli e diminuiva dopo l'inizio del sonno. Questo comportamento ricordava da vicino l'andamento teorico della pressione omeostatica: accumulo durante la veglia e dissipazione durante il riposo.
Ma una correlazione non sarebbe stata sufficiente. Un neurone può diventare attivo durante la veglia senza essere responsabile della successiva sonnolenza. Per stabilire se queste cellule svolgessero realmente una funzione causale, i ricercatori hanno quindi iniziato a manipolarne direttamente l'attività.
Attivando artificialmente le cellule aumenta il sonno
Il passaggio decisivo è consistito nell'attivazione sperimentale delle cellule che erano risultate sensibili alla privazione di sonno. Quando queste popolazioni neuronali venivano stimolate, i topi aumentavano la quantità di sonno NREM.
Non aumentava soltanto il tempo trascorso dormendo. L'elettroencefalogramma mostrava anche un incremento dell'attività delta, cioè delle oscillazioni lente tipicamente associate a una maggiore intensità del sonno NREM e particolarmente evidenti dopo una lunga veglia.
Il sonno ottenuto attraverso l'attivazione di queste cellule presentava quindi alcune caratteristiche simili al normale sonno di recupero. Era un risultato cruciale: indicava che i neuroni identificati non stavano semplicemente osservando passivamente quanto tempo l'animale fosse rimasto sveglio, ma erano capaci di contribuire alla risposta compensatoria.
Quando invece l'attività delle cellule sensibili alla privazione veniva ridotta, gli animali dormivano meno e diminuiva la normale propensione al sonno che dovrebbe comparire dopo molte ore di veglia prolungata. Il circuito poteva quindi essere modulato in entrambe le direzioni.
Il rafe mediano e le due popolazioni al centro della scoperta
L'analisi più dettagliata si è concentrata sul rafe mediano. All'interno di questa regione i ricercatori hanno identificato due popolazioni particolarmente importanti: neuroni GABAergici e neuroni serotoninergici.
I neuroni GABAergici utilizzano come principale neurotrasmettitore l'acido gamma-amminobutirrico, comunemente indicato con la sigla GABA. In numerose regioni cerebrali il GABA esercita principalmente una funzione inibitoria, riducendo la probabilità che altri neuroni generino segnali elettrici.
La seconda popolazione utilizza la serotonina, sostanza coinvolta in moltissime funzioni dell'organismo e del cervello, comprese regolazione dell'umore, comportamento, appetito e modulazione degli stati di sonno e veglia. Parlare genericamente di "neuroni della serotonina", tuttavia, può essere fuorviante: popolazioni serotoninergiche localizzate in regioni differenti possono svolgere funzioni anche molto diverse.
Nello studio entrambe le popolazioni del rafe mediano risultavano maggiormente attive in associazione alla veglia prolungata. Stimolare separatamente i neuroni GABAergici oppure quelli serotoninergici aumentava il sonno NREM; attivarli contemporaneamente produceva un effetto ancora più forte e duraturo.
GABA e serotonina sembrano lavorare insieme
Uno dei risultati più interessanti riguarda proprio la sinergia tra i due gruppi. Quando i ricercatori attivavano contemporaneamente neuroni GABAergici e serotoninergici, l'aumento del sonno era superiore e più persistente rispetto all'attivazione di una singola popolazione.
Anche l'attività delta del sonno NREM aumentava in maniera più marcata. Il quadro assomigliava quindi a quello osservato normalmente dopo una privazione di sonno, quando l'organismo cerca di recuperare attraverso un riposo più intenso.
L'esperimento opposto offriva una conferma complementare. Inibire contemporaneamente le due popolazioni riduceva il sonno NREM e, durante la privazione sperimentale, diminuiva drasticamente i tentativi degli animali di addormentarsi.
La presenza di due popolazioni differenti suggerisce che il bisogno di dormire non dipenda da un'unica classe neuronale. GABA e serotonina potrebbero contribuire attraverso circuiti paralleli e parzialmente sovrapposti, cooperando per trasformare la durata della veglia in una risposta biologica capace di favorire il sonno.
I neuroni GABAergici cambiano dopo molte ore senza dormire
Gli scienziati hanno cercato anche di capire cosa accadesse alle cellule durante la privazione del sonno. Registrando direttamente l'attività elettrica dei neuroni in campioni cerebrali, hanno osservato cambiamenti particolarmente evidenti nella popolazione GABAergica del rafe mediano.
Dopo sei ore di veglia forzata, questi neuroni mostravano un potenziale di membrana modificato in direzione di una maggiore eccitabilità e una soglia più bassa per generare potenziali d'azione. In termini semplici, diventavano più facili da attivare.
Una maggiore proporzione di cellule GABAergiche provenienti dai topi privati del sonno generava inoltre spontaneamente impulsi elettrici, e la frequenza della loro attività era superiore rispetto a quella osservata negli animali riposati.
Il risultato suggerisce un possibile meccanismo attraverso il quale il tempo trascorso svegli può lasciare una sorta di traccia funzionale all'interno del circuito neuronale. Con il prolungarsi della veglia alcune cellule diventano progressivamente più pronte ad attivarsi, aumentando la probabilità che il sistema favorisca il sonno.
La serotonina partecipa, ma il comportamento cellulare non è identico
I neuroni serotoninergici partecipavano chiaramente alla regolazione del sleep drive, ma non mostravano negli stessi esperimenti elettrofisiologici tutte le modificazioni intrinseche osservate nelle cellule GABAergiche. Per esempio, non venivano rilevate variazioni significative analoghe della soglia di attivazione o del potenziale di riposo.
Questo indica che le due popolazioni potrebbero essere reclutate attraverso meccanismi differenti. La serotonina può contribuire alla risposta attraverso cambiamenti nelle connessioni in ingresso, interazioni locali con altre cellule o circuiti distribuiti, senza necessariamente modificare allo stesso modo le proprie proprietà elettriche fondamentali.
È proprio una delle questioni che rimangono aperte. Identificare le cellule è un primo passo; comprendere esattamente come misurino la veglia, quali molecole utilizzino come segnali e come comunichino tra loro richiederà ulteriori esperimenti.
Nel rafe mediano esistono anche neuroni che fanno l'opposto
La ricerca mostra inoltre quanto sia pericoloso attribuire a un'intera area cerebrale una sola funzione. Nel rafe mediano sono presenti anche neuroni glutamatergici che, negli esperimenti, hanno prodotto effetti opposti rispetto alle cellule GABAergiche e serotoninergiche.
L'attivazione dei neuroni che esprimono Vglut2, collegati alla trasmissione glutamatergica, favoriva infatti la veglia e riduceva il sonno NREM. La loro inibizione produceva invece un aumento del sonno.
La stessa regione può quindi contenere circuiti che spingono il cervello verso stati comportamentali differenti. Non esiste un "centro del sonno" omogeneo: esiste una rete composta da tipi cellulari differenti, ciascuno con connessioni e funzioni specifiche.
Questo risultato rafforza la necessità di parlare di un circuito neuronale e non di un semplice pulsante anatomico. Nel cervello, pochi millimetri di distanza possono separare cellule che partecipano allo stesso comportamento in direzioni opposte.
Il collegamento con l'area preottica dell'ipotalamo
I neuroni sensibili alla privazione di sonno presenti nel rafe mediano inviano proiezioni verso diverse regioni sottocorticali legate al sonno e sembrano esercitare parte dei loro effetti attraverso l'ipotalamo preottico.
L'area preottica è già conosciuta come uno dei nodi fondamentali nella regolazione dello stato di sonno e veglia. Diverse popolazioni presenti in questa zona possono ridurre l'attività dei sistemi che mantengono l'arousal, facilitando il passaggio verso il sonno.
La nuova ricerca aggiunge però un livello ulteriore: l'area preottica mediale anteriore sembra contenere cellule che non si limitano ad attivarsi durante il sonno, ma mostrano un'attività collegata al tempo trascorso in veglia e alla quantità di pressione accumulata.
Il rafe mediano e l'aMPO potrebbero dunque funzionare come componenti di una rete capace di collegare il debito di sonno alle strutture che materialmente favoriscono l'ingresso e il mantenimento dello stato NREM.
Il sorprendente esperimento che ha ridotto il sonno di quasi il 70%
La parte più spettacolare dello studio è anche quella che richiede maggiore cautela nella comunicazione. Gli scienziati hanno utilizzato una manipolazione sperimentale per ridurre stabilmente l'eccitabilità dei neuroni GABAergici e serotoninergici del rafe mediano.
Nei topi sottoposti con successo alla manipolazione, il tempo trascorso in sonno NREM si è ridotto di quasi il 70% rispetto agli animali di controllo. Contemporaneamente, la durata media dei periodi consecutivi di veglia è più che raddoppiata.
Gli animali rimasti in vita trascorrevano oltre sei ore e mezza in più svegli ogni giorno rispetto ai controlli. Considerando la durata complessiva della giornata di un topo, si tratta di una modificazione enorme dell'architettura sonno-veglia.
Ancora più interessante, il cervello non sembrava accumulare la normale quantità di pressione del sonno prevista in seguito a tutta quella veglia aggiuntiva. L'attività delta aumentava più lentamente e dopo la privazione gli animali non mostravano il consueto forte recupero compensatorio.
Ridurre il bisogno di dormire non significa rendere innocua la privazione
Questo dato non deve essere interpretato come la scoperta di un sistema per dormire meno senza rischi. Al contrario, l'esperimento contiene un avvertimento molto importante: l'inibizione cronica delle due popolazioni neuronali è risultata letale in circa il 17% dei casi.
Gli autori ritengono possibile che la mortalità sia stata collegata a una riduzione del sonno ancora più estrema in alcuni animali. Anche se il meccanismo esatto richiederà ulteriori chiarimenti, il dato dimostra che intervenire sul bisogno fisiologico di dormire non può essere considerato privo di conseguenze.
Inoltre, gli animali sopravvissuti non possono essere descritti semplicemente come topi "che non avevano più bisogno di sonno". Una formulazione del genere andrebbe molto oltre i dati. Gli esperimenti mostrano una marcata riduzione degli indicatori comportamentali ed elettrofisiologici della pressione omeostatica, ma non dimostrano che tutte le funzioni normalmente svolte dal sonno siano diventate superflue.
Il fatto che un animale mostri meno sonnolenza non significa necessariamente che ogni tessuto e ogni funzione fisiologica abbiano smesso di risentire della perdita di sonno. È una distinzione essenziale soprattutto quando si tenta di immaginare future applicazioni.
I topi rimasti svegli erano sorprendentemente attivi
Uno degli aspetti che ha maggiormente sorpreso i ricercatori riguarda il comportamento degli animali sopravvissuti alla manipolazione cronica. Nonostante la drastica riduzione del sonno, i topi mantenevano livelli elevati di attività e interazione con l'ambiente.
Mostravano una maggiore locomozione e continuavano a esplorare e interagire con oggetti. Nei test utilizzati per valutare comportamenti simili all'ansia non è emerso un incremento significativo rispetto ai controlli.
Durante gli esperimenti di privazione continuavano inoltre a interagire con gli oggetti nuovi utilizzati per mantenerli svegli, mostrando una forma di veglia ad alto livello di attivazione. Questo comportamento differisce da ciò che normalmente ci si aspetterebbe dopo una forte e prolungata perdita di sonno.
Proprio questa caratteristica rende il modello particolarmente interessante per la ricerca futura: permetterà di studiare separatamente, almeno in parte, gli effetti della durata della veglia da quelli prodotti dalla sensazione e dai segnali cerebrali di crescente bisogno di dormire.
Il risultato sulla memoria deve essere letto con molta prudenza
Gli scienziati hanno valutato anche alcuni aspetti della memoria. I topi sono stati sottoposti a un test di condizionamento contestuale, nel quale imparano ad associare un determinato ambiente a un'esperienza avversiva.
Gli animali con il circuito cronicamente inibito riuscivano ancora a formare memorie associative durature. A un giorno dall'apprendimento la prestazione risultava modestamente inferiore rispetto ai controlli, mentre a 14 giorni la memoria misurata dal test raggiungeva livelli comparabili.
È un risultato sorprendente, ma non dimostra affatto che una riduzione del sonno del 70% non provochi deficit cognitivi. È stato valutato uno specifico tipo di memoria in un particolare modello animale e in un gruppo selezionato di topi sopravvissuti alla manipolazione.
Funzioni come attenzione, decisione, memoria di lavoro, flessibilità cognitiva, metabolismo, immunità e salute cardiovascolare richiedono valutazioni dedicate. Estendere un singolo test alla totalità degli effetti della privazione cronica di sonno sarebbe scientificamente scorretto.
Il risultato non contraddice l'importanza biologica del sonno
Il sonno è un comportamento fortemente conservato lungo l'evoluzione e viene osservato in forme differenti in un numero vastissimo di specie. La sua persistenza suggerisce che svolga funzioni biologiche fondamentali, anche se non tutte sono ancora completamente comprese.
Negli esseri umani un sonno insufficiente è associato a peggioramenti della vigilanza, dei tempi di reazione, dell'umore e di diverse funzioni cognitive. Quando la carenza diventa cronica, entrano in gioco anche associazioni con numerosi problemi di salute.
La nuova ricerca non mette in discussione questo quadro. Cerca piuttosto di capire quali circuiti generino la sensazione biologica di necessità che normalmente impedisce all'organismo di protrarre indefinitamente la veglia.
In altri termini, una cosa è studiare perché il cervello ci costringe a dormire; un'altra sarebbe dimostrare che quel bisogno possa essere eliminato senza eliminare contemporaneamente funzioni necessarie. Lo studio risponde soprattutto alla prima domanda e lascia ampiamente aperta la seconda.
Sonno profondo e onde delta, cosa hanno misurato realmente
Quando si dice che i topi attivati artificialmente dormivano "più profondamente", il dato deriva soprattutto dall'elettroencefalogramma. Durante il sonno NREM dopo una lunga veglia aumenta normalmente la potenza delle oscillazioni lente nella banda delta.
Questa attività a bassa frequenza viene frequentemente utilizzata come indicatore dell'intensità omeostatica del sonno. Più forte è stata la pressione accumulata, maggiore tende a essere l'attività delta nelle prime fasi del sonno di recupero.
Stimolando le cellule identificate, i ricercatori hanno osservato proprio un aumento della potenza delta. Riducendone cronicamente l'attività, invece, l'accumulo di delta durante la veglia diventava molto meno pronunciato.
È uno dei risultati che permettono di sostenere che questi circuiti non controllino soltanto la quantità di sonno ma intervengano nel sistema che determina quanto forte sia il bisogno fisiologico di recupero.
Perché la scoperta è diversa dai normali sistemi che tengono svegli
Il cervello possiede già numerosi circuiti noti per favorire la veglia. Attivare alcuni di questi sistemi può mantenere un animale sveglio per un periodo più lungo. Ma in molti casi, appena l'effetto termina, il deficit accumulato produce una forte risposta compensatoria.
È ciò che accade quando si prolunga artificialmente l'arousal: l'animale rimane sveglio, ma la pressione del sonno continua comunque a crescere. Quando finalmente può dormire, tende a recuperare attraverso più sonno o una maggiore intensità delle onde lente.
Con l'inibizione del rafe mediano e dell'area preottica mediale anteriore, invece, i topi mostravano contemporaneamente più veglia e meno segnali del previsto di accumulo del bisogno di dormire. È questo il punto che distingue il nuovo circuito da un semplice sistema stimolante.
La ricerca suggerisce quindi che questi neuroni possano partecipare non soltanto all'esecuzione del sonno, ma al processo mediante il quale il cervello calcola o costruisce il debito derivante dalla veglia.
Non è lo stesso fenomeno dei cosiddetti dormitori brevi naturali
Esistono persone che dormono abitualmente meno della media e alcune rare famiglie nelle quali varianti genetiche sono state associate a un fenotipo definito di natural short sleep. Anche in alcuni modelli animali sono state studiate mutazioni con caratteristiche analoghe.
Il fenomeno osservato nel nuovo studio sembra però differente. Nei dormitori brevi naturali l'organismo può tollerare livelli più elevati di pressione del sonno, mentre nei topi con il circuito inibito gli indicatori di pressione risultavano sorprendentemente ridotti nonostante le molte ore aggiuntive di veglia.
Questo suggerisce che non si tratti semplicemente di animali diventati più resistenti alla sonnolenza. Il sistema che normalmente accumula e manifesta il bisogno di dormire sembra essere stato direttamente alterato.
Comprendere la differenza tra tollerare una maggiore pressione e produrne meno potrebbe aiutare in futuro a distinguere meccanismi biologici molto diversi nascosti dietro lo stesso risultato apparente: dormire meno ore.
Perché il rafe mediano era meno ovvio di quanto possa sembrare
Le regioni del rafe sono studiate da molto tempo per il loro ruolo nella regolazione comportamentale, nella serotonina e negli stati di sonno-veglia. Tuttavia, gran parte dell'attenzione storica si è concentrata sul rafe dorsale e sulle popolazioni serotoninergiche.
Il nuovo lavoro mette invece in risalto il rafe mediano e soprattutto mostra che le cellule non serotoninergiche, in particolare quelle GABAergiche, possiedono un ruolo fondamentale nella normale regolazione del sonno.
Il risultato modifica quindi una visione troppo semplice secondo cui gli effetti del rafe dipenderebbero principalmente dalla serotonina. La combinazione di cellule serotoninergiche, GABAergiche e glutamatergiche permette alla regione di esercitare influenze anche opposte sugli stati comportamentali.
È un esempio particolarmente efficace di come le neuroscienze moderne si stiano spostando dall'analisi di grandi "centri" cerebrali verso lo studio di popolazioni cellulari specifiche e delle loro connessioni.
Il cervello potrebbe trasformare il tempo sveglio in cambiamenti cellulari
Una delle grandi domande rimaste aperte è quale segnale informi realmente questi neuroni del tempo trascorso in veglia. Il cervello non possiede necessariamente un cronometro centrale che conta semplicemente le ore.
Durante la veglia cambiano consumo energetico, metabolismo cellulare, attività sinaptica, concentrazioni di molecole extracellulari e numerosi altri parametri. Alcuni di questi segnali potrebbero contribuire all'accumulo della pressione omeostatica.
La maggiore eccitabilità osservata nei neuroni GABAergici dopo sei ore senza dormire potrebbe derivare da modificazioni interne alla cellula, da nuovi input sinaptici oppure da entrambe le componenti. Gli stessi ricercatori indicano queste possibilità come terreno per gli studi successivi.
Capire il passaggio molecolare sarebbe decisivo. Significherebbe collegare ciò che accade nell'organismo durante una lunga giornata alle modificazioni cellulari che alla fine rendono il sonno irresistibile.
Quali prospettive apre per l'insonnia e i disturbi del sonno
Una migliore conoscenza del circuito potrebbe un giorno aiutare lo studio di condizioni nelle quali il bisogno di dormire e la capacità di dormire risultano alterati. Tra queste rientrano insonnia, disturbi dell'eccessiva sonnolenza e altre patologie nelle quali la regolazione sonno-veglia perde il proprio equilibrio.
Ma la distanza da una possibile terapia è ancora grande. Le tecniche utilizzate nello studio comprendono manipolazioni genetiche, virali e chemogenetiche progettate per identificare funzioni neuronali negli animali. Non rappresentano procedure disponibili per trattare pazienti.
Prima di pensare a un farmaco sarebbe necessario stabilire se circuiti equivalenti svolgano la stessa funzione nel cervello umano, capire quali recettori e segnali molecolari possano essere modulati in sicurezza e verificare quali effetti avrebbe un intervento prolungato sul resto dell'organismo.
Il dato di mortalità osservato nell'esperimento cronico costituisce di per sé un forte richiamo alla prudenza. Manipolare profondamente il sistema che regola un bisogno fondamentale come il sonno potrebbe avere conseguenze difficili da prevedere.
Nessuna pillola per restare svegli senza conseguenze
Il risultato più facilmente fraintendibile sarebbe quello di immaginare una futura sostanza capace di eliminare il bisogno di sonno e aggiungere ore alla giornata. Lo studio non dimostra nulla del genere.
La ricerca dimostra che, nei topi, modificare specifiche popolazioni neuronali può alterare profondamente la quantità di sonno NREM e i segnali di pressione omeostatica. Non dimostra che tutte le conseguenze fisiologiche della privazione possano essere eliminate insieme a quella pressione.
Non sappiamo inoltre quale sarebbe l'effetto di manipolazioni analoghe nell'uomo, né se sarebbe possibile raggiungere quei circuiti in maniera selettiva senza interferire con altre funzioni della serotonina e del GABA.
Qualsiasi interpretazione del tipo "scoperto come non dormire" trasformerebbe quindi un risultato di neuroscienze fondamentali in un'affermazione che la ricerca non sostiene.
Anche l'insonnia è molto più complessa di un singolo circuito
È altrettanto prematuro affermare che sia stato individuato il bersaglio definitivo contro l'insonnia. Questo disturbo comprende condizioni differenti e può essere influenzato da fattori psicologici, ambientali, comportamentali, circadiani e neurobiologici.
Una persona può avere una forte pressione del sonno ma faticare comunque ad addormentarsi a causa di un elevato livello di arousal. In altri casi possono essere coinvolte alterazioni del ritmo circadiano, farmaci, sostanze, malattie o condizioni psichiatriche.
Identificare un circuito che contribuisce alla costruzione del bisogno di dormire è quindi importante, ma non significa aver spiegato ogni forma di disturbo del sonno. La traduzione clinica richiederà di inserire questo meccanismo all'interno di una rete molto più ampia.
Perché utilizzare i topi resta utile, pur con limiti importanti
Gli esperimenti sui topi permettono manipolazioni cellulari che non sarebbero eticamente né tecnicamente possibili nell'uomo. È possibile identificare tipi specifici di neuroni, modificarne l'attività e osservare direttamente come cambia il comportamento.
Molti meccanismi fondamentali del sonno mammaliano sono conservati tra specie differenti. Topi e uomini presentano stati NREM e REM, variazioni elettroencefalografiche e meccanismi omeostatici che rendono il modello murino estremamente utile per comprendere principi generali.
Allo stesso tempo esistono differenze profonde. I topi sono prevalentemente notturni, possiedono un'architettura del sonno più frammentata e hanno esigenze metaboliche e comportamentali differenti dalle nostre. Un circuito individuato nel cervello murino non può quindi essere automaticamente considerato identico dal punto di vista funzionale nell'uomo.
La fase successiva della ricerca dovrà verificare quanto questi meccanismi siano conservati tra le specie e se esistano segnali osservabili anche nel cervello umano.
Il prossimo obiettivo: capire come nasce il segnale molecolare
Identificare i neuroni offre una nuova piattaforma per indagare il problema a un livello ancora più profondo. La domanda diventa ora: cosa rende queste cellule progressivamente più attive durante la veglia?
Potrebbero essere coinvolti cambiamenti nella disponibilità energetica, modificazioni delle proteine, segnali extracellulari, metabolismo mitocondriale o variazioni nella forza delle sinapsi. Diversi di questi meccanismi sono già stati collegati in altre ricerche all'omeostasi del sonno.
Il vantaggio della nuova scoperta è che gli studiosi possiedono adesso popolazioni cellulari precise nelle quali cercare quei segnali molecolari. Invece di analizzare l'intero cervello, possono chiedersi quali cambiamenti avvengano nei neuroni GABAergici e serotoninergici del rafe mediano durante l'accumulo e la dissipazione della pressione.
Una nuova strada per studiare gli effetti del sonno insufficiente
Il modello potrebbe essere utile anche per comprendere perché alcuni organismi sembrino più resistenti di altri alla perdita di sonno. Nei normali esperimenti di privazione, infatti, prolungare la veglia aumenta contemporaneamente il deficit di sonno e la pressione percepita dal cervello.
Nei topi con il circuito alterato queste due dimensioni risultano almeno parzialmente separate: gli animali restano svegli molto più a lungo senza mostrare il normale incremento degli indicatori di sleep drive.
Questo può consentire agli scienziati di chiedersi quali conseguenze della privazione derivino direttamente dalla mancanza di sonno e quali siano invece collegate alla risposta omeostatica generata dal cervello.
È un approccio sperimentale che potrebbe aiutare a comprendere meglio le differenze individuali nella risposta al lavoro notturno, ai turni prolungati o ad altre situazioni nelle quali la veglia forzata diventa frequente.
Una scoperta importante, ma ancora all'inizio del percorso
Il lavoro permette quindi di definire con maggiore precisione una parte della macchina biologica che genera la necessità di dormire. Il rafe mediano e l'area preottica mediale anteriore emergono come nodi importanti, mentre nel rafe due popolazioni — GABAergica e serotoninergica — sembrano cooperare per aumentare quantità e intensità del sonno dopo la veglia.
La possibilità di modificare sperimentalmente il comportamento in entrambe le direzioni rafforza la relazione causale: attivando il circuito cresce il sonno NREM; riducendone l'attività diminuisce la pressione, vengono meno numerosi tentativi di addormentamento e si riduce il normale recupero successivo alla privazione.
Ma proprio gli effetti estremi dell'inibizione mostrano perché la ricerca debba avanzare con cautela. Una riduzione cronica di quasi il 70% del sonno NREM è stata accompagnata da una mortalità significativa in una parte degli animali. Non siamo quindi davanti a un metodo per rendere il sonno opzionale, bensì a un modello che permette di capire quanto profondamente il cervello possa controllarne il bisogno.
Il sonno resta una necessità, ora conosciamo meglio uno dei suoi circuiti
La domanda iniziale era apparentemente semplice: perché dopo tante ore svegli arriva un momento in cui dormire diventa inevitabile? La nuova ricerca suggerisce che una parte della risposta si trovi in gruppi neuronali capaci di aumentare progressivamente la propria attività mentre la veglia si prolunga.
Questi neuroni sembrano trasformare il tempo trascorso svegli in un comando biologico sempre più potente. Quando vengono stimolati, il cervello produce più sonno profondo NREM; quando vengono silenziati, gli animali riescono a prolungare fortemente la veglia e accumulano meno degli usuali segnali di pressione.
Non è ancora noto quale sia il "contatore" molecolare che alimenta il processo, né quanto fedelmente il circuito descritto nel topo corrisponda a quello umano. È proprio questa incertezza a rendere il risultato un punto di partenza piuttosto che un traguardo. Il passo successivo sarà comprendere come le cellule rilevino la durata della veglia, come interagiscano con il resto del cervello e quali conseguenze comporti alterarne cronicamente la funzione.
Per ora la scoperta aggiunge un tassello importante a uno dei comportamenti più universali e ancora misteriosi della biologia. Passiamo circa un terzo della nostra vita dormendo e, nonostante decenni di studi, continuiamo a capire soltanto gradualmente perché l'organismo consideri il sonno così indispensabile da costruire circuiti capaci di renderlo, alla fine, quasi impossibile da evitare.
E voi vi siete mai chiesti perché, dopo molte ore di veglia, la sonnolenza sembri prendere progressivamente il controllo nonostante gli sforzi per rimanere svegli? Pensate che comprendere questi circuiti possa in futuro aiutare soprattutto nella cura dei disturbi del sonno oppure nello studio degli effetti della privazione? Lasciate nei commenti la vostra opinione su questa nuova scoperta delle neuroscienze.

