Israele, E1 e Gaza: cresce la pressione diplomatica internazionale
La pressione diplomatica su Israele torna a crescere su due fronti distinti ma sempre più intrecciati nel dibattito internazionale: l'espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata e la richiesta di maggiore responsabilità per gli attacchi che hanno colpito personale sanitario e umanitario nella Striscia di Gaza. Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada hanno chiesto al governo israeliano di ritirare immediatamente i nuovi bandi per il progetto E1, a est di Gerusalemme, mentre Medici Senza Frontiere contesta la decisione della giustizia militare israeliana di non aprire procedimenti penali su due attacchi nei quali furono uccisi suoi collaboratori.
Il nuovo passaggio diplomatico riguarda soprattutto E1, una delle aree territorialmente più sensibili dell'intero conflitto israelo-palestinese. Il 18 agosto 2026 le autorità israeliane hanno aperto un bando per la costruzione di 1.234 abitazioni distribuite in sette complessi residenziali. Le unità rappresentano circa un terzo del più ampio progetto da 3.401 abitazioni già approvato nell'agosto 2025. La sua posizione, tra Gerusalemme Est e l'insediamento di Ma'ale Adumim, spiega perché il piano venga seguito da decenni con particolare attenzione dalle cancellerie occidentali.
La questione non riguarda infatti soltanto il numero delle case. Secondo i governi che hanno condannato il progetto, costruire in E1 interromperebbe ulteriormente la continuità territoriale tra la parte settentrionale e quella meridionale della Cisgiordania e renderebbe più difficile collegare un futuro Stato palestinese con Gerusalemme Est, rivendicata dai palestinesi come capitale. È precisamente questa conseguenza geografica a rendere E1 molto più controverso di molti altri programmi edilizi israeliani nei territori occupati.
Il governo israeliano e i sostenitori dell'espansione degli insediamenti respingono questa impostazione. Esponenti della coalizione guidata da Benjamin Netanyahu sostengono il diritto di Israele a rafforzare la propria presenza in Giudea e Samaria, denominazione israeliana della Cisgiordania, richiamando legami storici, religiosi e considerazioni di sicurezza. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, uno dei principali promotori del progetto, ha inoltre esplicitamente collegato E1 alla volontà politica di impedire la nascita di uno Stato palestinese.
Sette governi chiedono a Israele di fermare E1
La nuova dichiarazione congiunta riunisce Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada. I sette governi definiscono inaccettabile l'apertura dei bandi e chiedono a Israele non soltanto di ritirarli, ma di interrompere più in generale l'espansione degli insediamenti nella Cisgiordania occupata.
La posizione comune parte dalla convinzione che la costruzione in E1 possa creare una separazione fisica sempre più marcata fra le principali aree palestinesi. La Cisgiordania non è un territorio geograficamente uniforme sotto un'unica amministrazione: è già attraversata da insediamenti israeliani, strade, aree sottoposte a differenti regimi di controllo, barriere e zone militari. Un nuovo grande quartiere in un punto strategico può quindi avere conseguenze molto superiori alla sua semplice superficie.
I sette Paesi sostengono inoltre che gli insediamenti israeliani nei territori occupati siano contrari al diritto internazionale. È la posizione consolidata delle Nazioni Unite e della grande maggioranza della comunità internazionale, riaffermata anche dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Israele contesta questa interpretazione giuridica e sostiene che lo status dei territori debba essere definito attraverso negoziati diretti.
La divergenza sul piano legale non è quindi nuova. Quello che cambia nell'estate 2026 è il livello della pressione politica. Il progetto E1 era stato fermato o rallentato più volte nel corso degli ultimi decenni proprio per le obiezioni provenienti dagli Stati Uniti e dai governi europei. L'apertura concreta dei bandi riduce ora lo spazio temporale disponibile per impedire che il piano passi dalla fase amministrativa a quella della costruzione.
Il bando riguarda 1.234 abitazioni
Il dato esatto è importante per evitare confusione tra differenti fasi dello stesso progetto. L'attuale bando riguarda 1.234 unità residenziali. Il piano complessivo di E1 comprende invece 3.401 abitazioni, approvate attraverso il percorso urbanistico negli anni precedenti.
Le imprese interessate possono presentare offerte per i sette lotti residenziali messi a gara. Una volta completato il processo, l'assegnazione dei terreni renderebbe molto più concreta la successiva costruzione degli edifici e delle infrastrutture necessarie.
È proprio questo passaggio a spiegare la nuova reazione internazionale. Un piano urbanistico può restare teorico per anni; un appalto assegnato crea invece obblighi economici, contratti e investimenti che diventano progressivamente più difficili da annullare.
I governi occidentali contrari a E1 vogliono quindi intervenire prima che venga superato quello che considerano un nuovo punto di non ritorno. Il Regno Unito è andato oltre la dichiarazione congiunta e ha convocato l'incaricato d'affari israeliano, chiedendo formalmente il ritiro del bando.
Londra annuncia possibili nuove misure
Il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ha descritto il progetto come un atto "inaccettabile e distruttivo" e ha annunciato che Londra presenterà nelle prossime settimane una serie di ulteriori misure in risposta alle politiche israeliane nella Cisgiordania occupata.
Tra gli strumenti citati dal governo britannico figurano anche possibili sanzioni contro soggetti coinvolti nell'espansione degli insediamenti. Non è ancora stato pubblicato il pacchetto definitivo, quindi sarebbe prematuro indicare quali persone o società verranno eventualmente colpite.
Il significato politico è comunque evidente: la protesta diplomatica sta progressivamente passando dalle semplici dichiarazioni alla possibilità di misure economiche e individuali. Negli ultimi anni diversi governi occidentali hanno già imposto sanzioni a coloni israeliani accusati di violenze contro palestinesi e, in alcuni casi, a figure politiche ritenute responsabili di istigazione.
Per Israele il rischio non riguarda soltanto il rapporto con Londra. Se più Stati dovessero adottare misure coordinate, società finanziarie, costruttori e investitori potrebbero trovarsi davanti a maggiori rischi legali e reputazionali nel partecipare ai progetti contestati.
Perché E1 è così importante sulla mappa
L'area denominata E1 si trova a est di Gerusalemme, tra la città e il grande insediamento israeliano di Ma'ale Adumim. Geograficamente occupa un corridoio estremamente importante per gli spostamenti palestinesi tra nord e sud della Cisgiordania.
Ramallah si trova a nord di Gerusalemme, mentre Bethlehem e Hebron si trovano a sud. La costruzione di un grande insediamento israeliano nel corridoio orientale renderebbe più difficile creare un collegamento territoriale palestinese diretto tra queste aree senza passare attraverso percorsi alternativi o infrastrutture dedicate.
Il progetto viene per questo descritto dai suoi oppositori come una sorta di cuneo territoriale. Non significherebbe necessariamente che ogni spostamento palestinese diventerebbe materialmente impossibile, perché potrebbero essere realizzate strade o tunnel alternativi, ma modificherebbe profondamente la geografia politica e amministrativa di un eventuale Stato futuro.
Israele sostiene invece che possano essere costruiti collegamenti capaci di garantire la continuità dei trasporti palestinesi anche in presenza degli insediamenti. La controversia ruota quindi anche attorno a una distinzione fondamentale: continuità stradale e continuità territoriale non sono necessariamente la stessa cosa.
Gerusalemme Est resta uno dei nodi irrisolti
Il progetto è ancora più sensibile perché si trova vicino a Gerusalemme Est. Israele conquistò Gerusalemme Est, la Cisgiordania e Gaza nella guerra del 1967 e successivamente estese la propria legislazione sulla parte orientale della città, proclamando Gerusalemme propria capitale indivisa.
La comunità internazionale non riconosce generalmente l'annessione di Gerusalemme Est. I palestinesi la rivendicano come capitale del futuro Stato e la questione dovrebbe, secondo il paradigma negoziale tradizionale, essere definita attraverso un accordo finale tra israeliani e palestinesi.
E1 assume quindi un valore simbolico oltre che geografico. Collegare maggiormente Ma'ale Adumim a Gerusalemme attraverso nuovi quartieri israeliani viene interpretato dai palestinesi come un tentativo di rendere sempre più difficile la futura separazione politica della città dalla Cisgiordania.
Dal punto di vista israeliano, invece, Gerusalemme e i grandi blocchi di insediamenti circostanti vengono considerati da gran parte dello spettro politico aree che dovrebbero rimanere sotto controllo israeliano anche nell'eventualità di un accordo futuro.
Il progetto era rimasto bloccato per decenni
E1 non nasce nel 2026. Il progetto viene discusso da oltre vent'anni e diverse amministrazioni israeliane lo hanno sostenuto senza riuscire a portarlo alla fase costruttiva definitiva.
Una delle ragioni principali è stata la forte opposizione internazionale, compresa quella di precedenti amministrazioni americane. Washington temeva che la costruzione compromettesse in maniera irreversibile la possibilità di negoziare una soluzione basata su due Stati.
Nel 2025 il processo urbanistico ha compiuto però un passo decisivo con l'approvazione finale delle circa 3.400 unità. Nel 2026 il passaggio ai bandi di gara rende il progetto molto più vicino all'apertura effettiva dei cantieri.
È questo progressivo avanzamento a spiegare perché i governi europei e nordamericani abbiano ripetuto le proprie proteste in diverse occasioni nell'arco di un solo anno.
Smotrich presenta E1 come una scelta contro lo Stato palestinese
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che esercita ampie competenze sulla politica degli insediamenti, non ha nascosto il significato politico che attribuisce al progetto.
Quando E1 ottenne l'approvazione decisiva nel 2025, Smotrich sostenne apertamente che la costruzione avrebbe contribuito a eliminare dalla discussione la prospettiva di uno Stato palestinese. La sua posizione è coerente con una più ampia strategia politica che rifiuta la soluzione dei due Stati e punta a consolidare il controllo israeliano sulla Cisgiordania.
Le sue dichiarazioni vengono citate dai governi europei proprio perché rendono più difficile presentare l'espansione come un semplice progetto urbanistico. Per i critici, l'intenzione politica dichiarata conferma che la trasformazione del territorio è finalizzata anche a modificare le possibilità di un futuro accordo.
La coalizione israeliana comprende però posizioni differenti, e non ogni decisione relativa alla Cisgiordania può essere automaticamente attribuita a una strategia condivisa in ogni dettaglio da tutto il governo. Resta però il fatto che il progetto procede sotto un esecutivo che ha autorizzato un forte aumento della costruzione negli insediamenti.
La soluzione dei due Stati è ancora formalmente la linea occidentale
I sette governi firmatari riaffermano il sostegno alla soluzione dei due Stati: Israele e uno Stato palestinese indipendente, capaci di vivere fianco a fianco all'interno di confini sicuri e riconosciuti.
È da decenni la formula ufficialmente sostenuta dall'Unione Europea e dalla maggior parte dei governi occidentali. La difficoltà è che sul terreno la sua realizzazione appare sempre più complessa a causa dell'espansione degli insediamenti, delle divisioni territoriali palestinesi, della guerra di Gaza e dell'assenza di un negoziato politico sostanziale.
Anche la leadership palestinese è divisa. L'Autorità Nazionale Palestinese amministra parti della Cisgiordania, mentre Hamas ha governato Gaza dal 2007 e continua a rappresentare un attore armato centrale nel conflitto nonostante la devastazione subita durante la guerra iniziata dopo il 7 ottobre 2023.
La semplice ripetizione della formula dei due Stati non risolve quindi le profonde questioni su confini, sicurezza, Gerusalemme, rifugiati, insediamenti e riconoscimento reciproco. E1 viene però considerato dagli oppositori un passaggio capace di restringere ulteriormente lo spazio fisico nel quale un accordo potrebbe essere costruito.
Gli insediamenti e il diritto internazionale
La posizione prevalente della comunità internazionale considera gli insediamenti israeliani in Cisgiordania contrari al diritto internazionale umanitario, in particolare alle regole relative al trasferimento della popolazione civile della potenza occupante nei territori occupati.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha affermato che gli insediamenti non hanno validità legale e costituiscono un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Nel 2024 anche la Corte internazionale di giustizia, attraverso un parere consultivo, ha formulato valutazioni molto critiche sulle politiche israeliane nei territori occupati.
Israele respinge questa interpretazione e contesta anche la definizione giuridica utilizzata da numerosi organismi internazionali. Le autorità israeliane richiamano la storia del territorio, l'assenza di sovranità palestinese precedente al 1967 e il carattere, secondo la loro posizione, negoziabile dello status finale della Cisgiordania.
La controversia giuridica esiste quindi realmente, ma sul piano diplomatico Israele rimane in una posizione minoritaria rispetto all'interpretazione sostenuta dalla maggioranza degli Stati membri dell'ONU.
Il rischio di una Cisgiordania sempre più frammentata
La preoccupazione internazionale non riguarda soltanto E1. Negli ultimi anni il numero di avamposti e insediamenti israeliani è aumentato, insieme alla quantità di territorio sottoposto a differenti forme di controllo amministrativo.
Le organizzazioni internazionali e numerosi governi denunciano anche una crescita della violenza dei coloni contro comunità palestinesi, in particolare nelle aree rurali. Israele afferma di intervenire contro gli episodi criminali e sottolinea che anche cittadini israeliani sono vittime di attacchi palestinesi.
La sicurezza resta infatti una realtà bidirezionale. In Cisgiordania si sono verificati negli anni attentati contro civili e militari israeliani, incursioni delle forze israeliane, scontri armati, demolizioni, arresti e violenze commesse da coloni estremisti.
È questa spirale a rendere sempre più difficile distinguere la gestione quotidiana della sicurezza dalla trasformazione permanente del territorio. I governi occidentali temono che decisioni urbanistiche prese durante una fase di forte tensione possano produrre conseguenze impossibili da invertire in un futuro negoziato di pace.
La pressione americana sui coloni
Anche gli Stati Uniti, pur mantenendo una relazione strategica strettissima con Israele, hanno espresso nelle ultime settimane preoccupazione per alcuni episodi di violenza dei coloni contro palestinesi.
Un caso particolarmente sensibile riguarda il villaggio di Qusra, dove residenti palestinesi, tra cui cittadini con legami statunitensi, hanno denunciato assedi e intimidazioni da parte di coloni. L'ambasciatore americano ha utilizzato toni insolitamente duri contro alcuni responsabili delle violenze.
Washington resta però meno allineata rispetto ai governi europei sulla complessiva politica relativa agli insediamenti. Le differenti amministrazioni americane hanno adottato negli anni approcci non uniformi, alternando forti pressioni per congelare E1 a posizioni più favorevoli alle rivendicazioni israeliane.
Questa differenza è fondamentale perché gli Stati Uniti rimangono il partner internazionale con la maggiore capacità di esercitare influenza politica e militare sul governo israeliano.
Gaza apre un secondo fronte diplomatico
Mentre E1 riaccende il confronto sulla Cisgiordania, un secondo dossier riguarda la Striscia di Gaza e il trattamento del personale sanitario e umanitario durante il conflitto.
Medici Senza Frontiere ha pubblicato il 20 agosto una dura dichiarazione contro la decisione della Procura militare israeliana di chiudere due casi riguardanti attacchi nei quali sono morti suoi collaboratori.
La prima vicenda risale al novembre 2023 e riguarda un convoglio MSF a Gaza City. Due persone furono uccise durante l'episodio. Il secondo caso riguarda un attacco del febbraio 2024 contro un rifugio utilizzato dall'organizzazione a Khan Younis, nel quale morirono altre due persone e sei rimasero ferite.
MSF aveva chiesto alle autorità israeliane di svolgere accertamenti e sostiene di aver atteso quasi due anni prima di ottenere una risposta definitiva. Ora considera insufficiente la chiusura dei fascicoli e domanda una indagine indipendente e imparziale.
La posizione della giustizia militare israeliana
La Procura militare israeliana ha esaminato i due casi e ha deciso di non aprire procedimenti penali. Le conclusioni israeliane distinguono gli aspetti operativi da quelli criminali.
Nel caso del rifugio MSF di Khan Younis, la ricostruzione militare sostiene che le forze non avessero correttamente identificato la struttura come una sede dell'organizzazione umanitaria. Gli accertamenti avrebbero evidenziato possibili problemi operativi e di coordinamento, ma non elementi sufficienti a ipotizzare un reato penale.
Per l'episodio del novembre 2023, la ricostruzione israeliana attribuisce le morti probabilmente a frammenti prodotti da colpi di avvertimento. Anche in questo caso la procura militare ha ritenuto che non emergesse un ragionevole sospetto di condotta criminale.
MSF respinge questa impostazione e sostiene che le informazioni sulla presenza dei propri mezzi e del proprio personale fossero state condivise con le autorità israeliane. Il disaccordo riguarda quindi non soltanto ciò che è avvenuto, ma anche il livello di responsabilità che deve essere attribuito alle forze coinvolte.
MSF chiede un organismo esterno
La posizione di Medici Senza Frontiere è particolarmente netta. L'organizzazione sostiene che un apparato militare non possa garantire sufficiente indipendenza quando indaga sulle proprie operazioni e chiede che i casi vengano affidati a un organismo imparziale.
MSF afferma inoltre che complessivamente 15 propri dipendenti siano stati uccisi dalle forze israeliane nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2023. Questa è una valutazione formulata dall'organizzazione umanitaria e deve essere presentata come tale: non ogni singolo episodio è stato oggetto di una determinazione giudiziaria indipendente sulle responsabilità.
La distinzione è fondamentale. Dire che un dipendente è morto durante un attacco israeliano non equivale automaticamente a stabilire che sia stato commesso un crimine di guerra. Per una qualificazione giuridica servono informazioni su obiettivo, conoscenze disponibili, proporzionalità, precauzioni e circostanze specifiche di ogni episodio.
È proprio per ottenere questa valutazione esterna che MSF insiste su un meccanismo indipendente, sostenendo che le verifiche interne israeliane non offrano sufficiente garanzia di responsabilità.
Israele respinge l'accusa di colpire sistematicamente gli operatori umanitari
Israele contesta l'idea che esista una politica deliberata o sistematica finalizzata a colpire medici, civili o operatori umanitari. Le forze israeliane sostengono che le proprie operazioni siano dirette contro Hamas, la Jihad islamica e altre organizzazioni armate.
Secondo Israele, il combattimento a Gaza è reso particolarmente difficile dall'utilizzo da parte di Hamas di aree densamente abitate e infrastrutture civili per attività militari. Il governo israeliano accusa da anni il movimento palestinese di utilizzare ospedali, scuole, moschee e abitazioni come copertura per combattenti, armi e centri di comando.
Hamas ha respinto molte delle accuse israeliane sul proprio utilizzo delle strutture sanitarie. Esistono però anche episodi nei quali organizzazioni umanitarie hanno segnalato direttamente la presenza di uomini armati all'interno di strutture mediche, dimostrando che la questione non può essere ridotta a una semplice contrapposizione propagandistica.
Nel 2026 la stessa MSF ha sospeso temporaneamente alcune attività non urgenti al Nasser Hospital di Khan Younis dopo segnalazioni riguardanti persone armate e possibili movimenti di armi all'interno della struttura. L'organizzazione ha ribadito che gli ospedali devono rimanere neutrali e non essere utilizzati per finalità militari.
La presenza di combattenti non cancella la protezione dei civili
Il diritto internazionale umanitario distingue però chiaramente tra la possibile presenza di combattenti e la possibilità di attaccare indiscriminatamente una struttura civile. Anche quando esiste un obiettivo militare, le forze devono valutare necessità, distinzione, proporzionalità e precauzioni.
Gli ospedali godono inoltre di una protezione particolarmente forte. Possono perdere specifiche protezioni soltanto in determinate condizioni e dopo un utilizzo effettivo per atti dannosi al nemico, secondo le regole applicabili. Anche in quel caso non scompare l'obbligo di proteggere pazienti e civili.
È esattamente su questi elementi che si concentrano molte delle controversie sul conflitto di Gaza. Israele afferma di adottare misure per limitare le vittime civili; organizzazioni umanitarie e organismi internazionali sostengono invece che, in numerosi episodi, tali misure siano state insufficienti.
Non è possibile risolvere questo confronto attraverso affermazioni generiche. Ogni attacco deve essere valutato sulla base delle informazioni concretamente disponibili al momento della decisione militare.
Due casi sono stati invece rinviati a indagine penale
La decisione israeliana del 19 agosto non consiste in una chiusura generalizzata di ogni accusa. La Procura militare ha stabilito di procedere con indagini criminali su altri due episodi particolarmente noti.
Uno riguarda la morte della bambina palestinese Hind Rajab, rimasta intrappolata nel gennaio 2024 in un'automobile insieme ai corpi dei propri familiari dopo che il veicolo era stato colpito. Morirono anche due soccorritori inviati per raggiungerla.
L'altro riguarda l'uccisione, nel marzo 2025 a Tel al-Sultan, di quindici soccorritori, operatori sanitari e membri delle squadre di emergenza, insieme a un dipendente delle Nazioni Unite secondo le ricostruzioni dell'episodio.
Le autorità militari hanno ritenuto che in questi casi esistessero elementi sufficienti per approfondire possibili responsabilità penali. È un elemento importante perché mostra che il sistema israeliano distingue tra episodi sui quali ritiene sufficiente una verifica operativa e casi nei quali considera necessario un procedimento investigativo più incisivo.
Il nodo dell'indipendenza delle indagini
Il punto di maggiore conflitto rimane però l'indipendenza. Israele sostiene che il proprio sistema giudiziario militare possieda strumenti legali per investigare le violazioni e che le decisioni possano essere sottoposte anche a ulteriori forme di revisione.
Le organizzazioni critiche replicano che un meccanismo nel quale l'esercito investiga principalmente se stesso non offre sufficienti garanzie, soprattutto in un conflitto che ha prodotto un numero elevatissimo di morti civili e operatori sanitari.
Le decisioni della Procura militare possono essere contestate attraverso gli strumenti previsti dall'ordinamento israeliano e, in determinate circostanze, sottoposte alla Corte Suprema. Ciò non elimina però il dibattito internazionale sulla necessità di inchieste esterne.
La stessa domanda è emersa con forza nel caso dei sette operatori di World Central Kitchen uccisi nell'aprile 2024. Israele riconobbe gravi errori operativi e adottò provvedimenti disciplinari, ma la decisione recente di non procedere penalmente ha provocato nuove proteste, in particolare da parte dell'Australia.
Gaza resta una ferita diplomatica aperta
Quasi tre anni dopo l'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e l'inizio della vasta offensiva israeliana, Gaza continua a rappresentare uno dei principali fattori di isolamento diplomatico per Israele.
L'attacco del 7 ottobre provocò circa 1.200 morti in Israele e il rapimento di oltre 250 persone. Israele rispose con una campagna militare di enormi dimensioni, dichiarando come obiettivi la distruzione delle capacità militari e governative di Hamas e il ritorno degli ostaggi.
Il conflitto successivo ha devastato una parte vastissima della Striscia e provocato un numero estremamente elevato di vittime palestinesi. La responsabilità per singoli attacchi, la distinzione tra combattenti e civili e la qualificazione giuridica complessiva delle operazioni restano al centro di procedimenti e controversie internazionali.
Israele respinge le accuse secondo cui la propria campagna avrebbe come obiettivo la popolazione palestinese nel suo complesso e afferma di combattere un'organizzazione armata che opera all'interno di un territorio urbano densamente popolato.
Il cessate il fuoco non ha risolto il conflitto
Il cessate il fuoco entrato in vigore nell'ottobre 2025 ha ridotto l'intensità complessiva della guerra, ma non ha prodotto una soluzione politica definitiva. Nel 2026 sono continuati attacchi israeliani e incidenti armati, mentre le parti restano divise sulle condizioni della fase successiva.
Israele chiede il disarmo di Hamas prima di un ritiro completo e della piena ricostruzione. Hamas lega invece la consegna definitiva delle proprie armi a un processo che includa il ritiro israeliano e una prospettiva politica palestinese.
Queste posizioni opposte mantengono Gaza in una condizione di instabilità permanente. Anche quando la quantità giornaliera di combattimenti diminuisce, la mancanza di un accordo sul futuro della Striscia rende possibile una nuova escalation.
La questione degli operatori umanitari si inserisce esattamente in questo scenario: organizzazioni come MSF continuano a lavorare in un territorio dove il confine tra area civile e area operativa può cambiare rapidamente e dove la sicurezza del personale medico rimane estremamente fragile.
Cisgiordania e Gaza sono dossier diversi
È importante non confondere automaticamente la questione degli insediamenti in Cisgiordania con quella della guerra a Gaza. I territori, le amministrazioni e le dinamiche militari sono differenti.
La Cisgiordania è in parte amministrata dall'Autorità Palestinese secondo la suddivisione nata dagli accordi di Oslo, mentre Israele esercita differenti livelli di controllo militare e civile. Gaza è stata governata da Hamas dal 2007 ed è stata teatro della guerra iniziata nel 2023.
I due dossier sono però politicamente collegati dalla domanda fondamentale sul futuro dei territori palestinesi. Se la prospettiva internazionale rimane quella di un unico Stato palestinese comprendente Cisgiordania e Gaza, ciò che accade in entrambe le aree influenza inevitabilmente la possibilità di raggiungerlo.
È proprio questa connessione che porta i governi occidentali a considerare E1 non come una questione urbanistica locale, ma come una decisione capace di incidere sul futuro politico dell'intero conflitto.
La posizione italiana
L'Italia ha aderito alla dichiarazione dei sette Paesi mantenendo la linea già espressa nei mesi precedenti: sostegno alla sicurezza di Israele, condanna del terrorismo di Hamas e opposizione alle iniziative che possono compromettere la soluzione dei due Stati.
Roma considera l'espansione degli insediamenti incompatibile con la costruzione di una prospettiva politica credibile e ha più volte chiesto che le decisioni unilaterali non modifichino la configurazione futura dei territori prima di un accordo negoziato.
La posizione italiana cerca quindi di mantenere insieme due principi: il diritto di Israele alla sicurezza e il diritto dei palestinesi a una prospettiva statuale. La crescente difficoltà sta nel fatto che le condizioni sul terreno rendono sempre meno semplice trasformare questa formula diplomatica in una soluzione concreta.
Il nuovo bando E1 costringe ora Roma e gli altri firmatari a decidere se limitarsi alla condanna politica oppure affiancarle misure capaci di incidere effettivamente sulle scelte israeliane.
La Germania mantiene una linea particolarmente delicata
Per la Germania il dossier israeliano possiede una sensibilità storica e politica particolare. Berlino considera la sicurezza di Israele parte centrale della propria responsabilità storica, ma allo stesso tempo continua a dichiarare illegali gli insediamenti nei territori occupati.
Il governo tedesco ha chiesto il ritiro dei nuovi bandi E1 e ha ribadito che non riconoscerà modifiche ai confini del 1967 che non siano concordate tra le parti.
Questa posizione dimostra quanto la pressione attuale non provenga esclusivamente da governi tradizionalmente critici verso Israele. Anche alcuni dei suoi partner europei più importanti ritengono che l'espansione territoriale possa danneggiare nel lungo periodo la stessa sicurezza israeliana.
Il Canada e la Norvegia rafforzano il fronte internazionale
La partecipazione di Canada e Norvegia amplia la dichiarazione oltre il tradizionale nucleo delle grandi potenze europee. Entrambi i Paesi hanno adottato negli ultimi anni posizioni più critiche nei confronti dell'espansione degli insediamenti e della violenza dei coloni.
La Norvegia ha inoltre un ruolo storico nella diplomazia israelo-palestinese, essendo stata il Paese nel quale vennero negoziati gli accordi di Oslo degli anni Novanta.
Il fatto che proprio Oslo denunci oggi il rischio di scomparsa della continuità territoriale palestinese possiede quindi un forte valore simbolico: il processo politico iniziato oltre trent'anni fa non ha prodotto lo Stato palestinese immaginato dai suoi promotori.
I Paesi Bassi si uniscono alla richiesta di ritiro
Anche i Paesi Bassi hanno aderito alla dichiarazione congiunta. La presenza olandese rafforza il carattere multilaterale dell'iniziativa e mostra un livello crescente di convergenza europea sul dossier E1.
La dichiarazione non riguarda soltanto il progetto edilizio ma richiama anche l'aumento della violenza dei coloni e le restrizioni economiche che incidono sull'Autorità Palestinese.
La capacità della leadership palestinese di amministrare la Cisgiordania dipende infatti anche dalle entrate fiscali e dai trasferimenti finanziari. Una grave crisi dell'economia palestinese può indebolire ulteriormente le istituzioni considerate dall'Occidente interlocutrici necessarie per una futura soluzione politica.
L'Autorità Palestinese è sempre più debole
Uno dei problemi meno visibili ma più importanti riguarda proprio l'Autorità Nazionale Palestinese. L'organizzazione amministrativa creata durante il processo di Oslo affronta una crisi finanziaria, politica e di legittimità.
Israele raccoglie una parte delle entrate doganali e fiscali per conto palestinese, ma negli anni sono state applicate diverse trattenute. I governi europei chiedono da tempo che venga ripristinata una maggiore stabilità finanziaria.
Una Autorità Palestinese incapace di pagare regolarmente stipendi o fornire servizi diventa più debole proprio nel momento in cui l'Occidente vorrebbe affidarle un ruolo maggiore nel futuro dei territori palestinesi.
La crescita degli insediamenti e la debolezza dell'amministrazione palestinese possono quindi alimentarsi reciprocamente, rendendo ancora più difficile immaginare una soluzione negoziata.
La violenza dei coloni diventa una questione internazionale
Il tema della violenza dei coloni ha assunto negli ultimi anni un peso diplomatico crescente. Organizzazioni israeliane, palestinesi e internazionali hanno documentato aggressioni, danneggiamenti di proprietà, intimidazioni e spostamenti di comunità rurali.
Le autorità israeliane affermano che i responsabili di azioni criminali devono essere perseguiti e sottolineano che esistono anche frequenti attacchi palestinesi contro israeliani. I critici accusano però polizia e forze di sicurezza di non garantire un livello sufficiente di prevenzione e responsabilità nei confronti degli estremisti israeliani.
Proprio questa percezione ha spinto diversi Stati occidentali a introdurre sanzioni mirate contro individui e organizzazioni considerati responsabili di violenza.
Il nuovo progetto E1 arriva quindi in un contesto nel quale l'espansione degli insediamenti non viene più analizzata soltanto attraverso il numero delle abitazioni, ma insieme alla più ampia trasformazione delle condizioni di vita nelle aree palestinesi.
Per Israele gli insediamenti rispondono anche a esigenze di sicurezza
Dal punto di vista israeliano, una parte importante del dibattito riguarda la sicurezza strategica. La Cisgiordania domina geograficamente alcune delle aree più popolate di Israele e si trova a breve distanza da Gerusalemme e dall'area metropolitana di Tel Aviv.
Molti israeliani considerano quindi pericoloso un ritiro completo senza garanzie militari, soprattutto dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, che hanno rafforzato la convinzione che la cessione di territorio possa trasformarsi in una minaccia se un'organizzazione armata ostile ne prende il controllo.
I sostenitori della soluzione dei due Stati rispondono però che mantenere indefinitamente il controllo su milioni di palestinesi senza un accordo politico produce a sua volta insicurezza, radicalizzazione e conflitto.
La contrapposizione tra queste due letture è una delle ragioni per cui il negoziato è bloccato: entrambi i lati interpretano il territorio non soltanto come una questione nazionale, ma come una componente essenziale della propria sopravvivenza.
Il trauma del 7 ottobre continua a condizionare Israele
Qualunque analisi della politica israeliana successiva al 2023 deve tenere conto dell'impatto degli attacchi di Hamas del 7 ottobre. L'uccisione di circa 1.200 persone e il sequestro di oltre 250 ostaggi hanno prodotto un trauma profondo nella società israeliana.
Per una parte dell'opinione pubblica israeliana, l'idea di creare uno Stato palestinese poco dopo il 7 ottobre viene percepita come una potenziale ricompensa al terrorismo. Questo argomento è frequentemente utilizzato dai partiti della destra e della destra religiosa.
I sostenitori di un accordo rispondono invece che proprio il fallimento della strategia precedente dimostra la necessità di una soluzione politica capace di offrire sicurezza a Israele e diritti nazionali ai palestinesi.
E1 diventa così un simbolo del confronto interno israeliano sulla domanda più ampia: se il territorio debba essere utilizzato per consolidare definitivamente il controllo israeliano oppure preservato per un futuro compromesso.
La popolazione palestinese teme una realtà irreversibile
Per i palestinesi la preoccupazione principale è che ogni nuovo insediamento riduca materialmente la quantità e la continuità del territorio disponibile per uno Stato futuro.
Non si tratta soltanto degli edifici. Ogni quartiere richiede strade, reti idriche, infrastrutture, sicurezza e collegamenti. Questi elementi possono estendere l'area funzionalmente controllata molto oltre il perimetro delle singole abitazioni.
Le comunità beduine presenti nell'area E1 temono inoltre possibili spostamenti. Organizzazioni per i diritti umani sostengono che decine di comunità potrebbero subire un impatto diretto o indiretto dall'espansione.
Israele contesta molte delle accuse sulla natura forzata degli spostamenti e richiama questioni relative a permessi edilizi, proprietà dei terreni e applicazione delle norme urbanistiche. Anche qui la disputa legale si sovrappone a una profonda differenza politica.
Il calendario elettorale israeliano aumenta la tensione
Il bando E1 arriva inoltre alla vigilia di un importante appuntamento elettorale israeliano. La scadenza prevista per le offerte dei costruttori cade poco prima delle elezioni parlamentari di ottobre.
Gli oppositori del progetto sostengono che il governo stia cercando di rendere la costruzione più difficile da fermare prima che un eventuale nuovo esecutivo possa modificare la politica degli insediamenti.
I sostenitori rispondono invece che il progetto ha attraversato un lungo percorso amministrativo e non dovrebbe essere sospeso soltanto per ragioni di calendario politico.
La vicinanza alle elezioni rende comunque più complesso il compromesso: qualsiasi concessione alle pressioni esterne può essere utilizzata nella campagna elettorale come segno di debolezza, mentre proseguire con E1 può rafforzare il consenso nei settori favorevoli all'annessione.
La diplomazia occidentale rischia di perdere influenza
Da anni i governi occidentali ripetono che la soluzione dei due Stati rappresenta l'unica strada sostenibile, ma la trasformazione del territorio continua. Questo alimenta una domanda crescente sulla reale efficacia della diplomazia.
Se le condanne non vengono accompagnate da conseguenze concrete, Israele può concludere che il costo internazionale dell'espansione rimanga gestibile. Se invece le pressioni diventano troppo aggressive, il governo israeliano può accusare gli alleati di ignorare le proprie esigenze di sicurezza.
È il dilemma che Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada devono affrontare: trasformare il proprio dissenso in strumenti sufficientemente credibili da influenzare la politica israeliana senza compromettere completamente il dialogo diplomatico.
Le imprese vengono avvertite sui rischi
Le dichiarazioni occidentali degli ultimi mesi hanno rivolto un messaggio esplicito anche alle aziende interessate ai bandi di costruzione. Partecipare a progetti negli insediamenti può esporre le imprese a controversie giuridiche e danni reputazionali.
Il punto è particolarmente sensibile perché la realizzazione di un grande quartiere richiede non soltanto costruttori, ma banche, assicurazioni, fornitori di materiali e società di infrastrutture.
Una strategia internazionale capace di rendere più difficile il finanziamento o l'assicurazione dei progetti potrebbe avere effetti più concreti rispetto a una semplice protesta governativa.
Non esiste però ancora un regime occidentale uniforme di sanzioni economiche contro tutte le imprese coinvolte negli insediamenti. Le regole cambiano da Stato a Stato e ogni azienda deve valutare il proprio livello di esposizione.
Il rischio di annessione de facto
Gli oppositori della politica israeliana utilizzano sempre più spesso l'espressione "annessione de facto" per descrivere un processo nel quale il territorio viene progressivamente integrato senza una dichiarazione formale di annessione.
Nuovi insediamenti, infrastrutture e trasferimento di poteri amministrativi possono creare una situazione nella quale il controllo israeliano diventa sempre più permanente, anche se lo status giuridico formale della Cisgiordania non viene modificato.
Israele respinge questa lettura generale e sottolinea che lo status finale dei territori non è stato determinato. Esponenti della coalizione, tuttavia, sostengono apertamente forme di sovranità israeliana sulla Cisgiordania, alimentando le preoccupazioni internazionali.
E1 è considerato particolarmente importante proprio perché può trasformare la geografia senza richiedere una grande dichiarazione politica: bastano case, strade e amministrazione per modificare profondamente la realtà sul terreno.
Gli accordi di Oslo sono sempre più lontani
Negli anni Novanta gli accordi di Oslo avrebbero dovuto aprire un percorso graduale verso una soluzione definitiva. La Cisgiordania venne divisa temporaneamente in aree sottoposte a differenti livelli di amministrazione israeliana e palestinese.
Quel sistema transitorio è però rimasto in vigore per oltre trent'anni. L'Area C, sotto pieno controllo israeliano e comprendente circa il 60% della Cisgiordania, contiene la grande maggioranza degli insediamenti.
E1 si colloca proprio all'interno di questo quadro. La costruzione aggiungerebbe un altro elemento permanente a una struttura amministrativa nata come provvisoria.
La distanza tra il progetto originario di Oslo e la realtà del 2026 mostra quanto il processo di pace sia ormai profondamente trasformato.
La richiesta di responsabilità a Gaza completa il quadro
La contemporanea controversia sulle indagini relative a MSF amplia la pressione su Israele da una questione territoriale a una questione di responsabilità durante la guerra.
L'organizzazione medica non chiede in questo caso una posizione politica sul futuro della Cisgiordania. Chiede che specifici attacchi contro il proprio personale siano esaminati da un organismo che non appartenga alle stesse forze armate coinvolte.
Israele sostiene invece che il proprio sistema di giustizia militare sia capace di valutare autonomamente le condotte e ha effettivamente autorizzato approfondimenti penali in alcuni episodi. La controversia riguarda quindi il livello di fiducia che gli attori internazionali attribuiscono al meccanismo interno.
Questa sfiducia può avere conseguenze che vanno oltre i singoli casi, perché incide sulla disponibilità delle organizzazioni umanitarie a operare in aree controllate dalle forze israeliane.
Proteggere gli operatori umanitari è essenziale
In qualsiasi conflitto, la capacità di garantire uno spazio operativo a medici e soccorritori è fondamentale per la sopravvivenza dei civili. Quando un'organizzazione comunica coordinate, percorsi e strutture alle parti in guerra, lo fa proprio per ridurre il rischio di essere colpita.
Gli errori possono comunque avvenire in un ambiente di guerra estremamente complesso. Ma una ripetizione di incidenti riduce la fiducia nei sistemi di deconfliction e aumenta la richiesta di verifiche più rigorose.
Israele sostiene che Hamas sfrutti l'ambiente civile e che ciò renda estremamente difficile distinguere in tempo reale le minacce. Le organizzazioni umanitarie replicano che questa difficoltà non può trasformarsi in una riduzione permanente delle protezioni previste per civili e personale medico.
Israele rischia un isolamento crescente
La combinazione tra E1, violenze in Cisgiordania e controversie sulla conduzione delle operazioni a Gaza aumenta il rischio di isolamento diplomatico per Israele proprio tra Paesi che tradizionalmente ne riconoscono con forza il diritto alla sicurezza.
Regno Unito, Germania, Francia, Italia e Canada non mettono in discussione l'esistenza o la sicurezza dello Stato israeliano. È proprio questa caratteristica a rendere politicamente significativa la loro condanna comune.
Per il governo Netanyahu esiste però anche un calcolo opposto: se ritiene che la soluzione dei due Stati rappresenti un rischio strategico, può considerare accettabile pagare un costo diplomatico nel breve periodo pur di consolidare una situazione territoriale ritenuta più favorevole a Israele.
La domanda diventa quindi quanto elevato dovrà diventare quel costo prima di modificare concretamente le decisioni del governo.
La sicurezza israeliana e i diritti palestinesi non sono obiettivi incompatibili
Il dibattito pubblico tende spesso a presentare la questione come una scelta tra sicurezza israeliana e diritti palestinesi. La diplomazia dei due Stati parte invece dall'idea che nessuna soluzione possa essere stabile se sacrifica completamente uno dei due elementi.
Israele ha diritto a non subire attacchi terroristici, lanci di razzi e massacri di civili. I palestinesi hanno diritto a non vivere indefinitamente sotto occupazione militare e a vedere riconosciute aspirazioni politiche e diritti fondamentali.
Il problema è che dopo decenni di fallimenti, ciascuna comunità tende sempre più a considerare le concessioni richieste dall'altra come una minaccia alla propria sicurezza o identità.
È precisamente questo clima che rende progetti come E1 così esplosivi: per una parte degli israeliani rappresentano sicurezza e sovranità, per i palestinesi rappresentano la chiusura definitiva della prospettiva statuale.
La pressione internazionale entra in una fase decisiva
Il nuovo bando significa che il confronto non può rimanere indefinitamente teorico. Se le imprese presenteranno offerte e i contratti verranno aggiudicati, il progetto E1 entrerà in una fase molto più concreta di attuazione.
I sette governi hanno quindi poche settimane per capire se e come trasformare la condanna in pressione effettiva. Londra ha già annunciato che presenterà nuove misure; gli altri Paesi dovranno decidere se seguirla.
Israele dovrà contemporaneamente valutare se procedere nonostante l'opposizione oppure utilizzare il bando come elemento di negoziazione nei rapporti con gli alleati occidentali.
La scelta potrà incidere non soltanto sulla Cisgiordania ma anche sul più ampio rapporto tra Israele e una parte crescente dei propri partner tradizionali.
Due crisi che convergono sulla stessa domanda
E1 e le richieste di Medici Senza Frontiere riguardano eventi molto differenti. Il primo è un progetto di insediamento territoriale; le seconde riguardano responsabilità per specifiche operazioni militari a Gaza.
Entrambi i dossier convergono però sulla stessa domanda: quale livello di controllo internazionale può essere esercitato sulle decisioni israeliane nei territori palestinesi e durante le operazioni militari?
Israele rivendica il diritto di assumere decisioni indispensabili alla propria sicurezza e contesta organismi internazionali che considera spesso politicamente ostili. I governi e le organizzazioni critiche sostengono invece che sicurezza e sovranità non possano sottrarre uno Stato alle regole internazionali.
Questa frattura non riguarda soltanto Israele e Palestina. È diventata un test più ampio sulla capacità delle istituzioni internazionali di applicare principi comuni anche nei conflitti politicamente più divisivi.
E1 può diventare il nuovo punto di rottura
Il progetto da 3.401 abitazioni, di cui 1.234 ora concretamente messe a gara, potrebbe trasformarsi nel prossimo grande punto di frizione tra il governo Netanyahu e diverse capitali occidentali.
La sua importanza nasce dal fatto che non modifica soltanto il presente. Un edificio costruito può rimanere sul territorio per decenni e diventare parte di qualsiasi futuro negoziato. Le conseguenze di una decisione urbanistica possono quindi sopravvivere a governi, guerre e cicli elettorali.
È precisamente questa permanenza a spiegare il tono della reazione internazionale. I governi firmatari temono che la finestra per una soluzione dei due Stati possa chiudersi non attraverso una singola decisione formale, ma attraverso una successione di fatti compiuti.
La richiesta a Israele: fermare i bandi e riaprire uno spazio politico
Il messaggio diplomatico dei sette Paesi è dunque diretto: ritirare i bandi E1, fermare l'espansione degli insediamenti e preservare la possibilità di una futura soluzione negoziata.
Parallelamente, sul fronte di Gaza, Medici Senza Frontiere chiede che le morti dei propri collaboratori non vengano considerate definitivamente archiviate attraverso sole verifiche militari interne.
Israele respinge la rappresentazione di una politica sistematica contro civili e operatori umanitari e insiste sul fatto che il proprio nemico sia Hamas, non la popolazione palestinese. Il governo sostiene inoltre che l'esercito disponga di procedure investigative e disciplinari per affrontare eventuali violazioni.
La distanza tra le parti rimane quindi profonda: non soltanto sulle decisioni concrete, ma sulla stessa interpretazione della realtà che quelle decisioni producono.
Il futuro del conflitto passa anche dal territorio
Dopo quasi tre anni di guerra e decenni di negoziati falliti, il futuro israelo-palestinese continua a dipendere da questioni estremamente concrete: terra, strade, case, sicurezza e confini.
E1 dimostra che una decisione amministrativa può avere un peso geopolitico paragonabile a una grande dichiarazione diplomatica. Costruire oltre mille abitazioni in un punto strategico può modificare più profondamente la prospettiva di uno Stato palestinese di molte risoluzioni approvate nelle sedi internazionali.
Gaza dimostra contemporaneamente che senza un sistema credibile di responsabilità per la protezione dei civili e degli operatori umanitari, qualsiasi futuro accordo politico rischia di partire da un livello di sfiducia quasi insuperabile.
Il confronto del 21 agosto 2026 fotografa dunque una fase nella quale Israele rimane militarmente forte ma affronta una crescente pressione diplomatica, mentre i palestinesi continuano a subire una profonda frammentazione politica e territoriale.
Una pressione crescente, ma senza una soluzione immediata
La condanna di sette importanti governi non garantisce che Israele fermerà E1. La richiesta di MSF non garantisce che i casi verranno affidati a un organismo esterno. La diplomazia internazionale può esercitare pressione, ma la sua capacità di produrre risultati dipende dagli strumenti che gli Stati saranno disposti realmente a utilizzare.
Per ora il governo israeliano mantiene una politica di forte opposizione alla nascita di uno Stato palestinese nelle condizioni sostenute dalla maggioranza della comunità internazionale. Hamas rimane un attore armato centrale e il futuro di Gaza continua a non essere definito.
È questa combinazione a rendere particolarmente difficile qualsiasi previsione. L'espansione degli insediamenti può restringere ulteriormente il territorio disponibile per un accordo, mentre l'assenza di una soluzione per Gaza continua ad alimentare instabilità e sfiducia.
Tra Cisgiordania e Gaza si misura la credibilità della diplomazia
Il prossimo passaggio sarà verificare se la condanna internazionale riuscirà a rallentare o fermare la costruzione di E1. Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia e Canada hanno scelto una posizione comune e chiesto un'immediata retromarcia.
Allo stesso tempo, la controversia aperta da Medici Senza Frontiere obbliga Israele a confrontarsi nuovamente con la richiesta di maggiore trasparenza sulle operazioni nelle quali vengono uccisi operatori umanitari.
Le risposte israeliane insistono su due principi: il diritto di costruire e garantire sicurezza nei territori che Israele considera strategici e il diritto di combattere Hamas quando utilizza infrastrutture civili o opera tra la popolazione. I critici sostengono invece che queste esigenze non possano prevalere sui limiti imposti dal diritto internazionale.
Il punto di equilibrio resta lontano. Ma le decisioni prese nelle prossime settimane potrebbero avere conseguenze ben oltre l'attuale crisi diplomatica: stabiliranno quanto spazio fisico e politico resterà ancora disponibile per una futura soluzione negoziata.
E voi come giudicate la nuova pressione internazionale su Israele? Ritenete che i governi europei e il Canada debbano limitarsi alla condanna diplomatica oppure adottare misure concrete contro l'espansione degli insediamenti? E pensate che gli attacchi nei quali muoiono operatori umanitari debbano essere esaminati da organismi indipendenti? Lasciate nei commenti la vostra opinione, mantenendo il confronto rispettoso e distinguendo sempre fatti accertati, accuse e posizioni delle parti.

