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Medio Oriente, Houthi e pipeline saudita: petrolio sotto nuova pressione

La crisi energetica internazionale entra in una fase ancora più delicata dopo la chiusura temporanea dell'oleodotto East-West dell'Arabia Saudita e l'avanzata degli Houthi nello Yemen fino all'isola di Perim, nel cuore del Bab el-Mandeb. Due sviluppi avvenuti quasi contemporaneamente hanno messo sotto pressione le principali vie attraverso cui il petrolio del Golfo riesce a raggiungere i mercati internazionali mentre lo Stretto di Hormuz rimane fortemente compromesso dalla guerra.
La novità delle ultime ore non riguarda soltanto l'energia. Donald Trump ha dichiarato di ritenere l'Iran probabilmente responsabile dell'attacco alla pipeline saudita, mentre Baghdad ha confermato che i droni utilizzati sono partiti dal territorio iracheno. Non esiste però, al momento, una prova pubblica definitiva che permetta di trasformare l'attribuzione politica a Teheran in un fatto accertato, e nessun gruppo ha immediatamente rivendicato l'operazione.

L'oleodotto saudita è stato temporaneamente chiuso

L'East-West Pipeline è una delle infrastrutture energetiche più importanti dell'Arabia Saudita. Dopo gli attacchi aerei contro il suo tracciato nelle regioni di Riyadh e Medina, le autorità saudite ne hanno disposto la chiusura temporanea per ragioni di sicurezza mentre tecnici e autorità valutano i danni.
L'attacco ha provocato feriti e danni materiali, ma Riyadh non ha ancora fornito un quadro pubblico completo dell'impatto sull'infrastruttura o un calendario preciso per la piena riapertura. La durata dell'interruzione è uno dei fattori che i mercati energetici stanno osservando con maggiore attenzione.

Una linea lunga circa 1.200 chilometri

L'oleodotto attraversa la penisola araba per circa 1.200 chilometri, collegando le grandi aree petrolifere orientali dell'Arabia Saudita con il terminale di Yanbu sul Mar Rosso. È stato progettato proprio per offrire al Regno una via alternativa alle esportazioni attraverso il Golfo Persico.
In condizioni normali questa ridondanza aumenta la sicurezza energetica saudita: se lo Stretto di Hormuz diventa difficilmente utilizzabile, il greggio può attraversare il Paese via terra e raggiungere il Mar Rosso. La crisi del 2026 ha trasformato questa funzione da alternativa teorica a infrastruttura essenziale.

Tra quattro e cinque milioni di barili al giorno

Negli ultimi mesi l'East-West Pipeline ha trasportato circa 4-5 milioni di barili al giorno. La quantità corrisponde approssimativamente al 4-5% dell'intera offerta petrolifera mondiale, una quota enorme per una singola infrastruttura terrestre.
La chiusura non significa automaticamente che tutti questi barili siano scomparsi dal mercato. L'Arabia Saudita può utilizzare scorte, terminali alternativi e capacità logistiche residue, ma il margine di manovra è nettamente inferiore rispetto a quello disponibile prima dell'attuale conflitto.

Perché l'oleodotto era diventato indispensabile

La centralità della pipeline deriva soprattutto dalla situazione nello Stretto di Hormuz. Prima dell'attuale guerra, circa un quinto delle forniture petrolifere mondiali transitava attraverso quel passaggio tra Iran e penisola arabica, insieme a grandi quantità di gas naturale liquefatto.
Le ostilità tra Stati Uniti, Iran e altri attori regionali hanno però ridotto drasticamente la normale navigazione. Riyadh ha quindi deviato una quota crescente del proprio greggio verso il Mar Rosso, utilizzando l'East-West come una delle principali valvole di sicurezza dell'intero mercato globale.

I droni sono partiti dall'Iraq

Un dato importante appare ormai consolidato: i droni utilizzati nell'attacco sono partiti dal territorio iracheno. Lo hanno riconosciuto sia le autorità saudite sia il governo di Baghdad, che ha avviato un'indagine per stabilire responsabilità operative e catena di comando.
L'Iraq si trova così in una posizione estremamente complessa. Il Paese mantiene legami politici, economici e militari sia con gli Stati Uniti sia con l'Iran, mentre al proprio interno operano formazioni armate sciite che conservano rapporti stretti con Teheran ma non sempre rispondono completamente al governo centrale.

Baghdad rimuove responsabili della sicurezza

La risposta irachena è stata immediata. Il governo ha rimosso alti responsabili della sicurezza nella provincia di Maysan, lungo la frontiera iraniana, e ha chiuso il principale valico della zona mentre proseguono le indagini.
La scelta mostra la volontà di Baghdad di dimostrare a Riyadh che l'attacco non è stato autorizzato dallo Stato iracheno. Per l'Iraq, infatti, una rappresaglia saudita sul proprio territorio rischierebbe di aprire un ulteriore fronte all'interno di un Paese che ha già attraversato decenni di conflitti e instabilità.

Le milizie accusate negano il coinvolgimento

Le formazioni filo-iraniane indicate come possibili responsabili hanno negato di aver eseguito l'attacco alla pipeline. Al momento non esiste quindi una rivendicazione diretta e verificata che consenta di attribuire formalmente l'operazione a uno specifico gruppo.
Questa distinzione è essenziale: sapere che un drone è decollato dall'Iraq permette di localizzare l'origine materiale dell'operazione, ma non basta da solo a stabilire chi abbia dato l'ordine, finanziato la missione o scelto l'obiettivo.

Trump indica l'Iran, ma parla di probabilità

Il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che l'Iran è probabilmente responsabile. La formulazione utilizzata dallo stesso presidente è significativa perché non equivale all'annuncio di una conclusione investigativa definitiva.
Teheran dispone di relazioni strette con numerose milizie irachene e con gli Houthi, ma la rete di alleanze regionali non implica automaticamente il controllo operativo diretto su ogni azione intrapresa dai gruppi coinvolti. Attribuire responsabilità statali richiede quindi elementi ulteriori.

L'Arabia Saudita non ha ancora reagito militarmente

Riyadh ha scelto per il momento di non effettuare una rappresaglia militare immediata contro obiettivi in Iraq. La decisione è arrivata anche dopo una richiesta del governo iracheno di evitare un'escalation.
L'Arabia Saudita ha comunque ribadito il proprio diritto a prendere tutte le misure necessarie per proteggere territorio e infrastrutture strategiche. L'assenza di una risposta nelle prime ore non esclude quindi interventi successivi se dovessero emergere responsabilità precise o verificarsi nuovi attacchi.

Nel frattempo gli Houthi avanzano nello Yemen

La seconda grande crisi si sviluppa dall'altra parte della penisola arabica. Le forze Houthi hanno compiuto una rapida avanzata lungo la costa occidentale dello Yemen, conquistando nuove posizioni vicine al Bab el-Mandeb.
L'elemento più importante è la presa di Perim, o Mayun, un'isola situata esattamente al centro dello stretto. La sua posizione attribuisce un forte valore militare e strategico a un territorio di dimensioni ridotte.

Perim nel cuore del Bab el-Mandeb

Il Bab el-Mandeb, letteralmente "Porta delle Lacrime", collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e quindi con l'Oceano Indiano. È uno dei passaggi attraverso cui le navi raggiungono il Canale di Suez e il Mediterraneo.
Prima delle attuali perturbazioni, lo stretto era attraversato da circa il 12% del commercio mondiale e da una quota di prodotti petroliferi stimabile intorno al 7% dell'offerta globale. Una chiusura o un forte deterioramento della sicurezza avrebbe quindi effetti molto oltre lo Yemen.

Gli Houthi non hanno necessariamente chiuso lo stretto

È importante distinguere la conquista dell'isola da una vera chiusura del Bab el-Mandeb. Al momento non esiste un blocco totale e fisico della navigazione internazionale attraverso il passaggio.
Il movimento Houthi sostiene che la navigazione resti consentita alla maggior parte delle navi e che le proprie restrizioni riguardino specifici traffici. Tuttavia, ciò che conta per le compagnie marittime è anche il rischio percepito: una rotta può svuotarsi senza essere formalmente chiusa.

Gli armatori decidono in base al rischio

Una compagnia di navigazione deve valutare il pericolo di missili, droni, mine e attacchi navali, insieme ai costi delle assicurazioni. Se la probabilità di incidente diventa troppo elevata, può scegliere autonomamente di evitare lo stretto.
Questo fenomeno si è già verificato negli ultimi anni. Molte navi hanno preferito circumnavigare l'Africa attraverso il Capo di Buona Speranza, aumentando tempi di viaggio, consumo di carburante e costi logistici.

Il problema saudita è la pressione sui due lati

La crisi diventa eccezionale perché l'Arabia Saudita rischia contemporaneamente difficoltà nello Stretto di Hormuz a est e nel Bab el-Mandeb a ovest. Sono precisamente i due corridoi sui quali si basa la flessibilità strategica delle esportazioni del Golfo.
L'East-West Pipeline avrebbe dovuto permettere di aggirare Hormuz portando il greggio al Mar Rosso. Se anche il percorso occidentale diventa insicuro, la capacità del Regno di ridistribuire rapidamente le proprie esportazioni petrolifere si restringe.

Mohammed bin Salman chiede aiuto agli Stati Uniti

Il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto a Washington un maggiore sostegno militare contro gli Houthi. Il contatto con Trump segna un cambiamento rispetto alla posizione saudita dei mesi precedenti, quando Riyadh aveva mostrato maggiore prudenza rispetto a un nuovo coinvolgimento armato diretto.
Gli Stati Uniti hanno però evitato, almeno per ora, di impegnarsi in nuovi attacchi diretti contro il movimento yemenita. Washington ha offerto invece collaborazione nell'intelligence e nel targeting, lasciando ai partner regionali il peso principale dell'eventuale risposta.

Perché Washington non vuole un nuovo fronte

Aprire una campagna contro gli Houthi significherebbe aggiungere un nuovo teatro alla già complessa guerra con l'Iran. Le forze statunitensi dovrebbero destinare aerei, missili e sistemi di difesa a un avversario che in passato ha dimostrato una notevole capacità di sopravvivere a campagne aeree molto intense.
Gli Houthi hanno resistito per anni anche agli attacchi della coalizione guidata dall'Arabia Saudita. Questo rende improbabile una soluzione semplice ottenuta esclusivamente attraverso la superiorità militare convenzionale.

Gli Houthi hanno contattato l'amministrazione Trump

Lo stesso presidente statunitense ha riferito che rappresentanti Houthi hanno comunicato con la sua amministrazione per esprimere il desiderio di evitare un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.
La circostanza non equivale a un negoziato formale né a una tregua. Mostra però l'esistenza di canali attraverso i quali le parti cercano contemporaneamente di aumentare la propria leva militare e di evitare una escalation incontrollata.

L'Iran è il grande elemento comune

Teheran intrattiene rapporti con gli Houthi e con diverse milizie sciite irachene. Questo rende naturale che Arabia Saudita e Stati Uniti interpretino gli sviluppi come parte di una più ampia competizione regionale con l'Iran.
L'Iran riconosce il rapporto politico con i propri alleati ma respinge l'idea che si tratti semplicemente di forze telecomandate. Nel caso degli Houthi, il movimento possiede una propria leadership, un'agenda yemenita e una storia politica precedente all'attuale conflitto regionale.

Il sostegno iraniano resta comunque rilevante

Negare un controllo totale non significa negare i forti legami esistenti. Gli Houthi hanno ricevuto negli anni armi, tecnologia, addestramento e assistenza riconducibili all'Iran e hanno progressivamente sviluppato capacità missilistiche e di droni molto più sofisticate.
Le recenti avanzate nello Yemen sono state accompagnate da indicazioni secondo cui Teheran avrebbe rafforzato il proprio supporto operativo. L'Iran continua tuttavia a respingere pubblicamente l'accusa di dirigere militarmente il movimento.

La guerra yemenita rischia di riaccendersi

L'avanzata Houthi minaccia il fragile equilibrio costruito dopo anni di guerra civile nello Yemen. La tregua che aveva ridotto sensibilmente i combattimenti diretti tra movimento e coalizione saudita appare oggi molto più fragile.
Le forze yemenite sostenute da Riyadh hanno indicato l'intenzione di cercare di recuperare alcune delle posizioni perdute. Un'operazione su vasta scala lungo la costa aumenterebbe direttamente il rischio per le navi che attraversano il Bab el-Mandeb.

Il Mar Rosso era già una rotta vulnerabile

La navigazione nel Mar Rosso era già diminuita fortemente prima dell'ultima avanzata. Gli attacchi Houthi contro il traffico marittimo avevano spinto numerosi operatori a scegliere percorsi alternativi.
La conquista di Perim modifica però la geometria della minaccia. Non si tratta più soltanto di lanciare missili e droni dalla costa: una presenza stabile sull'isola offre nuove possibilità di osservazione e pressione sullo stretto.

Il negoziato su Hormuz resta estremamente fragile

Parallelamente proseguono tentativi diplomatici per affrontare il problema dello Stretto di Hormuz. In Oman è previsto un incontro dedicato alla sicurezza regionale e al futuro del passaggio marittimo.
Le aspettative sono però basse. Funzionari iraniani hanno chiarito che non è previsto, almeno in questa fase, un accordo firmato immediato capace di ripristinare la piena normalità della navigazione.

Teheran vuole un nuovo ruolo nello stretto

L'Iran chiede che venga riconosciuta una forma più ampia di controllo sullo Stretto di Hormuz, comprendente anche la possibilità di ottenere pagamenti dalle navi in transito. Washington respinge questa impostazione.
L'Oman controlla l'altra sponda dello stretto e svolge storicamente una funzione di mediazione diplomatica. La distanza tra le richieste iraniane e la posizione americana rende però molto difficile immaginare una soluzione immediata.

Nessuna riapertura immediata concordata

Le indicazioni diplomatiche emerse nelle ultime ore suggeriscono che eventuali intese tra Iran e Oman definiscano al massimo una base per trattative future, non una riapertura immediata e incondizionata dello stretto.
Teheran continua a collegare la normalizzazione alle proprie condizioni nei confronti degli Stati Uniti. Per il mercato petrolifero questo significa che la principale strozzatura energetica del Golfo può restare problematica ancora per un periodo non definito.

Bahrain non parteciperà all'incontro

Il Bahrain ha annunciato di non voler partecipare al confronto con l'Iran previsto in Oman. La decisione mostra quanto le divisioni all'interno della regione rimangano profonde.
Un accordo realmente stabile sulla sicurezza di Hormuz richiederebbe il consenso o almeno l'accettazione di numerosi Paesi con interessi spesso divergenti. Il problema non può quindi essere ridotto a una semplice trattativa bilaterale.

Il petrolio reagisce alla paura prima ancora dei danni

I mercati petroliferi non aspettano che una pipeline rimanga chiusa per settimane per incorporarne le conseguenze. Il prezzo riflette immediatamente il rischio di interruzioni future.
Se gli operatori ritengono plausibile che Hormuz, Bab el-Mandeb e l'East-West Pipeline possano essere simultaneamente compromessi, incorporano un premio geopolitico molto più elevato nelle quotazioni del greggio.

Il rapporto energetico di settembre fotografa una crisi eccezionale

La produzione petrolifera mondiale è scesa in agosto di circa 1,6 milioni di barili al giorno rispetto al mese precedente, attestandosi intorno a 100,1 milioni di barili giornalieri.
Per l'intero 2026 viene ora prevista una contrazione dell'offerta di circa 5,7 milioni di barili al giorno. È un deterioramento molto più grave rispetto alle stime formulate prima che la crisi mediorientale assumesse le dimensioni attuali.

Più di dieci milioni di barili del Golfo ancora fermi

Ad agosto oltre 10 milioni di barili al giorno di produzione del Golfo risultavano ancora indisponibili a causa dei rischi di sicurezza e delle difficoltà logistiche.
Questa perdita non riguarda soltanto l'Arabia Saudita. Quando diversi grandi esportatori vengono colpiti contemporaneamente, diventa molto più difficile per il resto del sistema compensare rapidamente l'offerta mancante.

La produzione saudita è crollata in agosto

Le stime collocano la disponibilità saudita di agosto intorno a 5,97 milioni di barili al giorno, contro circa 8,24 milioni in luglio. La riduzione è quindi superiore a due milioni di barili giornalieri in un solo mese.
Il dato aiuta a capire perché la pipeline verso il Mar Rosso fosse diventata tanto importante. In una fase di forte riduzione delle esportazioni, perdere temporaneamente anche un corridoio capace di movimentare milioni di barili aumenta ulteriormente la fragilità del sistema.

Le scorte mondiali stanno assorbendo il deficit

Da febbraio le scorte petrolifere osservate sono diminuite di circa 507 milioni di barili. Nel solo agosto il calo è stato di altri 95 milioni.
Le riserve svolgono una funzione fondamentale perché permettono di compensare per un certo periodo la differenza tra domanda e produzione. Ma utilizzare in media circa 2,8 milioni di barili al giorno dalle scorte non può essere una soluzione permanente.

Il vero problema è anche la raffinazione

Il mercato non soffre soltanto di mancanza di greggio. Le raffinerie stanno lavorando in condizioni estremamente tese a causa delle perdite produttive mediorientali e degli attacchi agli impianti russi.
Ad agosto la lavorazione mondiale di greggio risultava ancora circa 4,2 milioni di barili al giorno inferiore rispetto a un anno prima. Questo limita l'offerta di diesel, benzina, jet fuel e altri prodotti anche quando il petrolio grezzo è disponibile.

Il diesel è diventato il punto più critico

La scarsità è particolarmente evidente nel mercato del diesel e del gasolio, prodotti che rappresentano una componente fondamentale della domanda energetica mondiale.
Le esportazioni nette di diesel dal Golfo e dalla Russia risultavano in agosto circa 1,6 milioni di barili al giorno inferiori rispetto a febbraio. Prima della guerra queste due aree rappresentavano insieme quasi la metà del commercio marittimo mondiale del prodotto.

La crisi arriva direttamente alle famiglie

Diesel più caro significa maggiori costi per autotrasporto, agricoltura, industria e logistica. Le conseguenze possono trasferirsi ai prezzi degli alimenti e dei beni distribuiti attraverso la rete stradale.
Il consumatore può quindi subire due effetti contemporaneamente: il costo diretto del carburante e l'aumento indiretto dei prodotti la cui produzione o distribuzione richiede energia e trasporti.

Anche la domanda mondiale sta diminuendo

Prezzi elevati e difficoltà di approvvigionamento stanno provocando una vera distruzione della domanda. Per il 2026 il consumo mondiale di petrolio è ora previsto in diminuzione di circa 2,5 milioni di barili al giorno.
La riduzione della domanda può contribuire a riequilibrare il mercato, ma non è necessariamente una buona notizia. Spesso avviene perché famiglie e aziende tagliano consumi e attività davanti a prezzi troppo alti, contribuendo al rallentamento economico.

Il rischio di nuova inflazione

Uno shock energetico prolungato può alimentare una nuova fase di inflazione. Petrolio e gas entrano direttamente o indirettamente nei costi di quasi ogni settore produttivo.
Se le imprese trasferiscono questi costi sui prezzi finali, le banche centrali possono essere costrette a mantenere una politica monetaria più restrittiva, con conseguenze anche su mutui, prestiti e investimenti.

L'Europa resta particolarmente esposta

L'Europa importa una parte significativa dell'energia che consuma. Una crisi nelle rotte del Golfo e del Mar Rosso influenza quindi direttamente i costi sostenuti da economie come quella italiana.
Anche quando un Paese non acquista direttamente il petrolio proveniente dalla specifica infrastruttura colpita, il mercato è globale. Meno barili disponibili in una regione significano maggiore competizione per le forniture provenienti dalle altre.

Non siamo ancora davanti al blocco totale dei due stretti

Lo scenario peggiore resta per ora una possibilità, non un fatto compiuto. Il Bab el-Mandeb non è completamente chiuso e continuano a transitare navi; nello stesso tempo esistono ancora flussi attraverso e intorno all'area di Hormuz.
È quindi sbagliato descrivere il mercato come se tutte le esportazioni del Golfo fossero improvvisamente scomparse. La notizia realmente importante è l'aumento della probabilità di ulteriori interruzioni in un sistema che dispone già di scorte e capacità di raffinazione ridotte.

Le prossime ore dipenderanno dalla pipeline

Il primo elemento da osservare è il tempo necessario per riaprire l'East-West. Se i danni risultassero limitati e la chiusura durasse poco, l'effetto fisico sulle esportazioni potrebbe essere contenuto.
Se invece l'interruzione diventasse prolungata, Riyadh dovrebbe trovare modalità alternative per gestire milioni di barili quotidiani in un momento nel quale la rotta attraverso Hormuz rimane già fortemente compromessa.

Il secondo elemento sarà la risposta saudita agli Houthi

L'Arabia Saudita deve decidere se tentare di riconquistare militarmente le aree passate sotto controllo Houthi oppure privilegiare la pressione diplomatica. Entrambe le opzioni comportano rischi significativi.
Una nuova campagna militare nello Yemen potrebbe estendere il conflitto e rendere il Bab el-Mandeb ancora meno sicuro. Non intervenire, però, significherebbe accettare una presenza Houthi più forte lungo un corridoio marittimo vitale.

La terza variabile è il ruolo degli Stati Uniti

Washington continua a rifiutare, almeno per ora, un intervento militare diretto contro gli Houthi richiesto da Riyadh. Il sostegno nell'intelligence permette però agli alleati regionali di preparare eventuali operazioni con informazioni più precise.
Un cambio di posizione americano rappresenterebbe uno dei più importanti fattori di escalation possibile. Gli Stati Uniti entrerebbero infatti più direttamente in un conflitto che coinvolge già Iran e suoi alleati regionali.

La diplomazia resta l'unica strada capace di ridurre rapidamente il premio di rischio

Una soluzione militare alle diverse crisi richiederebbe tempi imprevedibili. Un'intesa sulla libertà di navigazione potrebbe invece modificare immediatamente le aspettative del mercato, anche prima della completa normalizzazione dei flussi.
Il problema è che le posizioni negoziali rimangono molto distanti. Teheran vuole ottenere riconoscimenti sul controllo di Hormuz, Washington rifiuta tali condizioni e nello Yemen gli Houthi dispongono oggi di una leva territoriale maggiore rispetto a poche settimane fa.

Una crisi regionale con conseguenze globali

La chiusura temporanea della pipeline saudita e la conquista di Perim mostrano quanto il mercato energetico mondiale dipenda da un numero limitato di infrastrutture e passaggi geografici.
Una pipeline nel deserto saudita e una piccola isola yemenita possono modificare simultaneamente il prezzo del petrolio a New York, il diesel in Europa e le aspettative di inflazione delle banche centrali. È la misura della profonda interconnessione energetica dell'economia contemporanea.

La responsabilità iraniana resta da dimostrare

Nel dibattito politico delle prossime ore sarà essenziale mantenere separati sospetti e fatti accertati. È confermato che i droni sono partiti dall'Iraq; è confermato che in Iraq operano milizie legate all'Iran; è confermato il rapporto strategico tra Teheran e gli Houthi.
Non è però ancora pubblicamente dimostrato che il governo iraniano abbia ordinato direttamente l'attacco all'East-West Pipeline. Una risposta militare basata sull'attribuzione della responsabilità avrebbe conseguenze enormi e rende quindi particolarmente importante la solidità delle prove.

Il mercato entra in una settimana decisiva

I prossimi giorni dovranno chiarire se la pipeline tornerà operativa, quale sarà la risposta saudita, se il Bab el-Mandeb resterà percorribile e quali risultati produrrà il nuovo tentativo diplomatico su Hormuz.
Se più di uno di questi dossier dovesse peggiorare contemporaneamente, il rischio sarebbe una nuova accelerazione dei prezzi energetici. Se invece prevalesse una forma di de-escalation, una parte dell'attuale premio geopolitico potrebbe ridursi rapidamente.

Dal Medio Oriente alla vita quotidiana

La portata della crisi non si misura soltanto nei milioni di barili. Un'energia più costosa può significare pieni più cari, trasporti più costosi, maggiore inflazione e tassi elevati più a lungo.
È per questo che ciò che accade tra Iraq, Arabia Saudita, Yemen, Iran e Oman non resta confinato alla geopolitica regionale. Voi ritenete che la priorità debba essere garantire militarmente le rotte energetiche oppure concentrare tutti gli sforzi su una nuova intesa diplomatica regionale? Potete lasciare nei commenti il vostro punto di vista.

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