Gaza, disarmo di Hamas e ritiro israeliano bloccano ancora l’accordo
Il negoziato sul futuro della Striscia di Gaza resta bloccato sul problema che da settimane impedisce di trasformare il piano americano in una soluzione politica operativa: stabilire se debba venire prima il disarmo di Hamas oppure il ritiro delle forze israeliane. Israele sostiene che non arretrerà dalle aree ancora controllate finché Hamas non avrà consegnato tutte le armi e smantellato la propria infrastruttura militare. Hamas accetta invece il principio di un processo di disarmo inserito nella roadmap sostenuta dagli Stati Uniti, ma pretende che l'attuazione sia accompagnata da una cessazione degli attacchi israeliani e da un progressivo ritiro militare. È una differenza apparentemente procedurale che, nella realtà, racchiude il problema centrale dell'intero dopoguerra di Gaza.
I colloqui condotti a metà agosto da Jared Kushner con la leadership di Hamas in Egitto e successivamente con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non hanno prodotto la svolta sperata. Sono stati creati gruppi di lavoro dedicati al disarmo e alle emergenze sanitarie e Washington continua a sostenere che esistano margini per avanzare. Tuttavia, al 23 agosto 2026, non risulta raggiunto un compromesso sulla sequenza delle concessioni. La situazione rappresenta quindi soprattutto un dossier di contesto fondamentale per comprendere Gaza, più che una nuova svolta avvenuta nelle ultime ore.
Il nodo che blocca tutto: chi deve muoversi per primo
La disputa può essere sintetizzata in una domanda molto semplice: chi deve compiere il primo passo irreversibile? Per Benjamin Netanyahu, Israele non può ritirare le proprie truppe affidandosi alla promessa che Hamas si disarmerà successivamente. Il governo israeliano chiede che la demilitarizzazione sia verificata prima che le forze armate abbandonino le aree occupate della Striscia.
Hamas sostiene una logica opposta. La formazione palestinese afferma di non poter consegnare le proprie capacità militari mentre Israele continua a controllare gran parte di Gaza e mantiene la possibilità di effettuare operazioni armate. La richiesta è quindi che ritiro e disarmo procedano parallelamente secondo un calendario concordato, con garanzie che impediscano a una delle due parti di ottenere tutto ciò che desidera prima di rispettare i propri impegni.
È questo il vero significato dello stallo negoziale. Le parti non stanno discutendo soltanto se Hamas debba essere disarmato o se Israele debba ritirarsi: entrambi questi elementi appartengono al quadro politico americano. La battaglia riguarda soprattutto il momento in cui ciascun passaggio deve avvenire e le garanzie necessarie affinché nessuno possa fermare il processo una volta ottenuta la concessione della controparte.
La roadmap americana prevede invece un processo graduale
La proposta statunitense cerca di superare questa contrapposizione attraverso un meccanismo per fasi. La roadmap di quindici punti presentata durante l'estate prevede che le milizie palestinesi inizino a deporre e rendere inutilizzabili le proprie armi mentre Israele si ritira progressivamente dalle aree corrispondenti della Striscia.
Il modello immaginato è quindi quello di una demilitarizzazione settore per settore. Quando un'area viene certificata come effettivamente priva delle capacità militari previste dall'accordo, le forze israeliane dovrebbero arretrare da quella zona. Il procedimento continuerebbe progressivamente fino al completamento del disarmo e del ritiro.
L'obiettivo di questa struttura è proprio evitare una scelta binaria tra "prima il disarmo" e "prima il ritiro". Washington vorrebbe trasformare i due processi in operazioni parallele, collegate attraverso verifiche sul terreno. Il problema è che Israele non considera questa gradualità sufficientemente sicura, mentre Hamas teme che il ritiro possa essere interrotto anche dopo aver iniziato a consegnare le armi.
Netanyahu chiede il disarmo completo prima del ritiro
La posizione israeliana si è irrigidita nelle ultime settimane. Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che le forze israeliane non lasceranno Gaza finché Hamas non sarà completamente disarmato. Il concetto di disarmo utilizzato da Israele è inoltre molto ampio e non riguarda soltanto i sistemi più pesanti.
Secondo la posizione illustrata durante i colloqui, la demilitarizzazione dovrebbe comprendere armi leggere e pesanti, tunnel e infrastrutture militari, oltre alla capacità di produrre o accumulare nuovi armamenti. Israele vuole quindi impedire che Hamas possa formalmente consegnare una parte dell'arsenale mantenendo contemporaneamente una struttura clandestina capace di ricostruire le proprie forze.
Il governo israeliano sostiene che l'esperienza precedente al 7 ottobre 2023 impedisca di affidarsi semplicemente agli impegni politici del movimento. Da questa prospettiva, un ritiro effettuato prima della verifica completa potrebbe consentire ad Hamas di recuperare capacità, riorganizzare i tunnel e tornare a rappresentare una minaccia.
Hamas contesta la nuova interpretazione israeliana
Hamas afferma invece di avere aderito alla roadmap nella sua formulazione originaria, che collega il disarmo al ritiro israeliano attraverso una successione di fasi. Il movimento contesta quindi l'interpretazione secondo cui dovrebbe consegnare preventivamente ogni arma prima di vedere un arretramento sostanziale delle forze israeliane.
La controversia riguarda anche il destino delle armi leggere. Nella discussione pubblica emersa dopo l'annuncio del piano, sono apparse interpretazioni differenti su quali armi dovessero essere consegnate e su quali strumenti potessero eventualmente restare consentiti nel futuro sistema palestinese regolato dalla legge.
Hamas sostiene soprattutto di essere vincolato alla formulazione originale della roadmap negoziata, che prevedeva un periodo per definire nel dettaglio calendario e modalità del disarmo. Ogni richiesta successiva percepita come più restrittiva viene considerata dal movimento una modifica unilaterale delle condizioni iniziali.
Kushner prova a trasformare gli impegni in atti concreti
È in questo quadro che Jared Kushner ha compiuto la propria missione regionale. In Egitto ha incontrato il nuovo leader politico di Hamas, Khalil al-Hayya, insieme agli altri mediatori coinvolti nel dossier. Il giorno successivo si è spostato in Israele per un lungo confronto con Netanyahu.
L'obiettivo americano era ottenere dai due lati passaggi verificabili invece di nuove dichiarazioni generali. Kushner ha successivamente affermato che Hamas avrebbe espresso disponibilità a compiere azioni concrete sul disarmo e ha indicato come possibile orizzonte l'avvio della rimozione di alcune armi entro poche settimane.
Il diplomatico statunitense ha parlato anche della possibilità di iniziare a chiudere o rendere inutilizzabili tunnel nei mesi successivi. Sono però indicazioni politiche e prospettive, non un calendario definitivamente concordato dalle parti. Nessuna consegna generalizzata dell'arsenale di Hamas risulta oggi avviata sulla scala necessaria per sbloccare il ritiro israeliano.
Quattro ore con Netanyahu, ma nessuna svolta
L'incontro tra Kushner e Netanyahu è durato quasi quattro ore ed è stato descritto pubblicamente in termini positivi. Questo non deve però essere confuso con il raggiungimento di un accordo. Al termine dei colloqui, le principali divergenze sulla sequenza degli impegni erano ancora presenti.
Il premier israeliano ha ribadito che il ritiro dell'esercito non precederà il completo disarmo. Israele mantiene inoltre il diritto, secondo la propria posizione, di intervenire militarmente contro minacce immediate e contro tentativi di riarmo.
Kushner ha riconosciuto la necessità di chiarire precisamente che cosa significhi il diritto all'autodifesa israeliana durante un eventuale processo di attuazione. È un punto tutt'altro che secondario: se Israele può continuare a colpire obiettivi che considera minacce mentre Hamas deve consegnare le armi, il movimento palestinese sostiene di non disporre di garanzie sufficienti.
Il disarmo non significa soltanto consegnare fucili
Uno dei motivi per cui l'accordo è così difficile riguarda la definizione stessa di demilitarizzazione di Gaza. Non si tratta di raccogliere semplicemente alcune migliaia di armi personali. Hamas ha costruito durante decenni un sistema militare comprendente tunnel, depositi, siti di produzione, esplosivi, sistemi di comando e infrastrutture sotterranee.
La roadmap prevede che vengano neutralizzati armi pesanti, siti produttivi, depositi e tunnel. Alcuni armamenti dovrebbero essere immagazzinati o resi inutilizzabili sotto un sistema di verifica. Questo richiederebbe personale, inventari, ispezioni e un'autorità capace di certificare che le operazioni siano state realmente eseguite.
La difficoltà riguarda soprattutto ciò che non è immediatamente visibile. Una parte dell'infrastruttura militare sotterranea può essere difficile da localizzare e verificare. Israele teme quindi un processo incompleto; Hamas teme che richieste sempre nuove permettano a Israele di dichiarare indefinitamente che il disarmo non è ancora terminato e di rinviare il ritiro.
Il problema della verifica è decisivo
Il piano americano tenta di ridurre la sfiducia attraverso il principio della verifica sul terreno. Nessuna delle parti dovrebbe essere costretta, almeno nella logica della proposta, ad affidarsi esclusivamente alla parola dell'altra.
Quando un settore viene certificato come libero dalle capacità militari concordate, Israele dovrebbe ritirarsi da quell'area. Il processo potrebbe quindi essere osservato fisicamente e collegato a coordinate territoriali precise.
Ma resta da stabilire chi possieda l'autorità finale per dichiarare completato il disarmo di un settore. Se la decisione appartenesse esclusivamente a Israele, Hamas temerebbe un sistema sbilanciato. Se fosse affidata a un soggetto internazionale, Gerusalemme vorrebbe garanzie sull'affidabilità delle ispezioni e sulla capacità di individuare eventuali violazioni.
L'International Stabilization Force dovrebbe riempire il vuoto
La soluzione immaginata dagli Stati Uniti comprende una International Stabilization Force, forza temporanea internazionale destinata a entrare nelle aree dalle quali l'esercito israeliano si ritira. Il suo compito sarebbe impedire che il ritiro produca immediatamente un vuoto di sicurezza.
La forza dovrebbe contribuire alla demilitarizzazione, proteggere la distribuzione degli aiuti, sostenere l'ordine pubblico e lavorare con una nuova struttura di polizia palestinese. In prospettiva dovrebbe diventare uno degli strumenti che consentono di sostituire progressivamente la presenza israeliana senza restituire il controllo militare ad Hamas.
Washington ha già destinato oltre 206 milioni di dollari alle prime esigenze della forza, comprese infrastrutture, veicoli ed equipaggiamenti. Il finanziamento dimostra che il progetto non è soltanto teorico, ma non risolve il problema principale: una forza internazionale può entrare stabilmente soltanto se esiste uno spazio politico e operativo nel quale dispiegarsi.
Il contingente internazionale esiste ancora soprattutto sulla carta
Diversi Paesi hanno offerto contributi alla futura forza di stabilizzazione, ma la sua composizione definitiva non è ancora consolidata. Sono state indicate disponibilità di contingenti, personale medico, pianificatori militari e programmi di addestramento della futura polizia palestinese.
Il problema non è soltanto raccogliere soldati. Gli Stati partecipanti vogliono sapere con precisione quale sarà il mandato della missione, quali regole d'ingaggio verranno applicate e chi dovrà intervenire se Hamas rifiuta di consegnare un deposito di armi o se Israele colpisce un'area già affidata alla forza internazionale.
Senza un accordo politico chiaro, il rischio è che i contingenti internazionali vengano collocati tra Israele e gruppi armati palestinesi senza disporre degli strumenti necessari per impedire una nuova escalation. È una responsabilità che molti governi difficilmente accetterebbero senza garanzie precise.
La ricostruzione è stata collegata direttamente al disarmo
Un altro elemento emerso con chiarezza dai colloqui è che la ricostruzione di Gaza non procederà su larga scala finché la questione della demilitarizzazione non verrà risolta. Netanyahu e Kushner hanno condiviso il principio secondo cui non avrebbe senso investire enormi risorse in infrastrutture destinate a essere nuovamente coinvolte in un conflitto.
La posizione americana è che i grandi investimenti debbano partire dopo l'avvio verificato della demilitarizzazione. È una scelta con conseguenze enormi per la popolazione, perché Gaza presenta distruzioni diffuse dopo anni di guerra e milioni di persone necessitano di abitazioni, acqua, servizi sanitari e infrastrutture.
Il collegamento tra sicurezza e ricostruzione civile produce quindi un ulteriore incentivo al compromesso, ma contemporaneamente aumenta la pressione sulla popolazione. Finché il negoziato resta bloccato, una parte dei grandi programmi di ricostruzione rimane sospesa.
Una nuova amministrazione palestinese dovrebbe sostituire Hamas
Il piano prevede anche un cambiamento radicale della governance di Gaza. Hamas non dovrebbe conservare il proprio ruolo di governo. L'amministrazione civile dovrebbe passare a un organismo palestinese tecnocratico sostenuto dal quadro internazionale.
La struttura indicata è il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza, pensato per occuparsi dei servizi civili e della ricostruzione senza essere controllato militarmente da Hamas. L'obiettivo è separare governo della popolazione e organizzazione armata.
Anche questo passaggio dipende però dal disarmo. Una nuova amministrazione potrebbe possedere formalmente ministeri e uffici ma restare politicamente debole se un'altra organizzazione mantenesse il monopolio effettivo delle armi. Per Washington e Israele, quindi, governance e demilitarizzazione sono inevitabilmente collegate.
Hamas rischia di perdere il proprio principale strumento di potere
Per Hamas, accettare un disarmo completo significa affrontare una trasformazione esistenziale. Il movimento non è soltanto una forza politica: la propria struttura armata è stata per decenni parte integrante della sua identità, della capacità di controllo territoriale e della strategia verso Israele.
Consegnare le armi significherebbe rinunciare alla possibilità di utilizzare la lotta armata come strumento politico. Anche se alcuni dirigenti hanno mostrato disponibilità alla roadmap, resta quindi da capire come la decisione possa essere accettata dalle diverse componenti militari e dalle altre fazioni presenti nella Striscia.
La questione riguarda inoltre gruppi diversi da Hamas. Il piano parla del disarmo di tutte le milizie, includendo quindi altre formazioni armate palestinesi. Un accordo con la sola leadership politica di Hamas potrebbe non essere sufficiente se organizzazioni minori rifiutassero il processo.
Israele controlla ancora gran parte della Striscia
La geografia attuale rende la richiesta palestinese di ritiro particolarmente importante. Dopo il cessate il fuoco dell'ottobre 2025, le forze israeliane avevano mantenuto il controllo di oltre metà della Striscia di Gaza. Nei mesi successivi l'area sotto controllo militare israeliano è ulteriormente aumentata.
In alcune fasi del 2026 Israele è arrivato a controllare circa due terzi del territorio. Nelle zone sotto controllo militare sono stati distrutti ulteriori tunnel, demolite strutture e imposte restrizioni all'accesso della popolazione.
Per Hamas, consegnare completamente l'arsenale mentre questa situazione permane significherebbe farlo prima di conoscere con certezza quando e fino a dove avverrà il ritiro israeliano. È precisamente questo il rischio che il movimento afferma di non voler accettare.
Per Israele ritirarsi prima significa invece perdere la leva principale
La stessa dinamica viene interpretata in maniera opposta da Gerusalemme. Il controllo territoriale rappresenta oggi una delle principali leve negoziali israeliane. Abbandonare le aree prima della demilitarizzazione significherebbe rinunciare a quella pressione senza certezza sul comportamento successivo di Hamas.
Israele teme inoltre che il proprio arretramento consenta ai combattenti di ritornare nei territori evacuati, recuperare materiali e riattivare tunnel non individuati. Un eventuale nuovo intervento richiederebbe poi un'altra operazione militare per riconquistare le stesse zone.
Da questa prospettiva, la posizione israeliana non è semplicemente un rifiuto del ritiro previsto dal piano, ma una richiesta che il disarmo venga completato e verificato prima di perdere il controllo fisico delle aree.
La sfiducia reciproca rende quasi impossibile il primo passo
Il negoziato è quindi vittima di un classico problema di sicurezza reciproca. Ciascuna parte considera estremamente pericoloso compiere per prima l'azione richiesta. Hamas teme di restare disarmata davanti all'esercito israeliano; Israele teme di ritirarsi lasciando Hamas ancora armata.
È proprio per risolvere questo dilemma che servono garanti esterni, verifiche e passaggi simultanei. La roadmap americana cerca di costruire una sequenza nella quale ogni concessione sia compensata immediatamente da quella opposta.
Ma più la fiducia è bassa, maggiore deve essere la precisione delle regole. È necessario stabilire che cosa costituisca un settore disarmato, quanti soldati israeliani debbano ritirarsi, entro quanto tempo, chi effettui i controlli e che cosa accada se una delle parti denuncia una violazione.
Il cessate il fuoco del 2025 non ha chiuso la guerra
Il quadro attuale nasce dall'accordo raggiunto nell'ottobre 2025, che aveva consentito di ridurre drasticamente l'intensità del conflitto e completare lo scambio degli ultimi ostaggi israeliani ancora vivi con un ampio numero di detenuti palestinesi.
Quella prima fase aveva previsto una cessazione delle ostilità, un parziale ritiro israeliano, maggiore ingresso di aiuti e successivi passaggi verso un accordo più ampio. Il risultato fondamentale fu fermare la guerra su larga scala che aveva devastato Gaza per due anni.
Ma la tregua non è diventata una pace definitiva. Le forze israeliane sono rimaste in ampie parti del territorio, Hamas non ha consegnato le armi e gli attacchi non sono cessati completamente. Per questo il dossier aperto nel 2026 rappresenta in realtà il tentativo di completare ciò che il cessate il fuoco aveva lasciato irrisolto.
Dal cessate il fuoco sono continuate le vittime
Il livello di violenza è inferiore rispetto alla fase più intensa della guerra, ma gli attacchi israeliani a Gaza sono continuati anche dopo la tregua. Le autorità sanitarie della Striscia hanno riportato oltre 1.200 morti palestinesi dall'ottobre 2025, mentre l'esercito israeliano ha registrato quattro soldati uccisi nello stesso periodo.
Israele sostiene di colpire militanti o minacce immediate e rivendica il diritto di intervenire quando ritiene che Hamas stia preparando attacchi o riorganizzando le proprie capacità. I palestinesi e i mediatori accusano invece Gerusalemme di violazioni del cessate il fuoco.
Questa violenza intermittente incide direttamente sul negoziato. Ogni nuovo raid rafforza l'argomento di Hamas secondo cui non può disarmarsi mentre gli attacchi continuano; ogni attività militare palestinese rafforza la posizione israeliana secondo cui non può ritirarsi prima della completa demilitarizzazione.
I raid di agosto hanno nuovamente complicato la mediazione
Negli ultimi giorni gli attacchi israeliani sono aumentati nuovamente in alcune aree della Striscia. Almeno sedici palestinesi sono stati uccisi tra martedì e giovedì secondo le strutture sanitarie locali, mentre Israele ha dichiarato di avere preso di mira membri di Hamas e della Jihad islamica.
Egitto, Qatar e Turchia, impegnati nella mediazione, hanno denunciato questi attacchi sostenendo che rischiano di compromettere gli sforzi diplomatici in una fase particolarmente delicata. Hanno chiesto il rispetto degli obblighi della tregua e una riduzione delle azioni capaci di produrre nuova escalation.
Le critiche dei mediatori mostrano perché la missione di Kushner non possa essere analizzata soltanto attraverso ciò che viene discusso nelle sale negoziali. La situazione sul terreno continua a modificare quotidianamente la disponibilità politica delle parti a fare concessioni.
Trump aveva annunciato un "passo avanti" a fine luglio
Alla fine di luglio il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato con ottimismo che Hamas e le altre organizzazioni armate avevano accettato una nuova roadmap per la demilitarizzazione. L'annuncio aveva fatto pensare che il principale ostacolo del processo potesse finalmente essere superato.
La realtà delle settimane successive ha mostrato quanto fosse ancora distante l'attuazione concreta. Hamas ha accettato il testo secondo una determinata interpretazione, mentre Israele ha contestato proprio il meccanismo che lega disarmo e ritiro.
Il problema non è quindi necessariamente l'assenza di un documento politico, ma la diversa lettura di ciò che quel documento richiede. In diplomazia, un accordo sui principi può restare inutilizzabile se le parti non condividono le modalità con cui devono essere trasformati in azioni.
La roadmap consente tempo per negoziare il calendario
Il testo iniziale prevedeva un periodo di circa 14 giorni per definire il calendario dettagliato della demilitarizzazione, con possibilità di estendere la trattativa. Questa fase avrebbe dovuto stabilire tempi e procedure operative.
È proprio durante questa trasformazione dei principi in un cronoprogramma che le differenze sono diventate più evidenti. Le parole "in fasi" possono infatti significare cose differenti: Hamas immagina passaggi simultanei; Israele vuole che ogni arretramento arrivi soltanto dopo verifiche molto più avanzate.
Il termine iniziale non ha quindi portato alla soluzione del nodo. I colloqui sono proseguiti e il Board of Peace continua a sostenere che il piano rimanga operativo, ma le scadenze originariamente immaginate sono state superate dal negoziato politico.
Il Board of Peace prova a mantenere vivo il processo
La struttura creata dagli Stati Uniti per coordinare il dopoguerra, il Board of Peace, insiste sul fatto che il piano non sia fallito. I suoi rappresentanti descrivono le trattative come un processo ancora in corso e sottolineano i progressi tecnici compiuti.
Il Board sta lavorando contemporaneamente su sicurezza, ricostruzione, governance e aiuti. Sono stati raccolti impegni finanziari, predisposte infrastrutture logistiche e avviata la pianificazione della forza internazionale.
Il problema è che il livello tecnico avanza più rapidamente di quello politico. È possibile progettare basi, acquistare mezzi e definire strutture amministrative, ma senza un'intesa sulla sequenza disarmo-ritiro la maggior parte di questi strumenti non può ancora entrare pienamente in funzione.
Gli Stati Uniti stanno comunque spendendo sul piano
Il finanziamento americano di oltre 206 milioni di dollari destinato alla futura forza internazionale costituisce uno dei segnali più concreti della volontà di Washington di non abbandonare il progetto nonostante lo stallo.
La maggior parte delle risorse è destinata a equipaggiamenti, infrastrutture, veicoli e costi operativi. Una quota ulteriore permetterà di riconvertire mezzi blindati americani da utilizzare nell'ambito della futura missione.
La decisione ha soprattutto un significato politico: gli Stati Uniti stanno investendo denaro reale in una struttura che presuppone un futuro ritiro israeliano e una Gaza demilitarizzata. Washington sta quindi cercando di rendere credibile il "giorno dopo" mentre continua a negoziare le condizioni necessarie per arrivarci.
Ma finanziare la forza non significa poterla schierare domani
L'esistenza di finanziamenti non equivale a una missione pronta al dispiegamento. Restano aperte questioni relative ai contingenti, al comando, alla sicurezza, alle regole operative e alla relazione con le forze israeliane.
La forza dovrebbe entrare nelle zone dalle quali Israele si ritira, ma proprio il ritiro non è ancora concordato. È quindi impossibile stabilire oggi un calendario completo di dispiegamento indipendente dall'evoluzione politica.
Il rischio sarebbe preparare una struttura internazionale tecnicamente sofisticata che non disponga del consenso minimo delle parti. La storia delle missioni di pace mostra che un contingente può ridurre il rischio di conflitto, ma difficilmente può sostituire un accordo politico inesistente.
La ricostruzione rischia di diventare una leva negoziale
Il collegamento tra ricostruzione e disarmo solleva inoltre una questione umanitaria e politica delicata. Per Israele e Washington, rinviare i grandi investimenti fino alla demilitarizzazione serve a evitare che nuove infrastrutture vengano utilizzate o distrutte in un'altra guerra.
Per i palestinesi, però, significa che milioni di persone possono continuare a vivere tra rovine, tende e strutture danneggiate mentre i leader negoziano questioni militari. Il rischio è che l'accesso alla ricostruzione diventi parte della pressione esercitata per ottenere concessioni.
Una parte dell'assistenza umanitaria continua naturalmente a essere distinta dai grandi programmi di sviluppo, ma la piena ricostruzione urbana richiede investimenti di dimensioni molto maggiori e condizioni di sicurezza che oggi non esistono.
La popolazione è compressa in una porzione ridotta del territorio
La situazione territoriale aggiunge urgenza al dossier. La quasi totalità dei circa due milioni di abitanti di Gaza si trova concentrata in una fascia limitata, spesso in tende o edifici danneggiati, mentre grandi porzioni del territorio restano sotto controllo israeliano o sono state rese difficilmente accessibili.
La concentrazione della popolazione aggrava i problemi di acqua, servizi sanitari, alloggi e condizioni igieniche. È anche per questo che durante i colloqui tra Kushner e Netanyahu è stato istituito un gruppo di lavoro specifico dedicato alla sanità pubblica.
La questione sanitaria non è separabile dal problema politico. Senza maggiore libertà di movimento e senza ricostruzione delle infrastrutture, la gestione di acqua potabile e sistemi fognari resta precaria anche in presenza di aiuti internazionali.
Il gruppo di lavoro sulla sanità è uno dei pochi risultati concreti
Tra gli esiti dei colloqui di metà agosto figura la creazione di un gruppo dedicato a sanità, acqua e servizi igienici. È un risultato meno spettacolare di un accordo sul ritiro, ma affronta una delle emergenze più immediate della Striscia.
Parallelamente è stato concordato un gruppo sul disarmo, segno che almeno il dialogo tecnico continua nonostante la distanza politica. L'esistenza dei due tavoli mostra il tentativo americano di evitare che lo stallo sulla questione principale paralizzi ogni altro intervento.
Ma anche questi gruppi dipenderanno dal quadro di sicurezza. Riparare reti idriche o ospedali in aree soggette a nuove operazioni militari può diventare difficile o pericoloso. La stabilizzazione politica rimane quindi la condizione di fondo anche per gli interventi umanitari più tecnici.
Le elezioni israeliane complicano ulteriormente il compromesso
Netanyahu affronta inoltre una difficile campagna in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre. La sua coalizione si trova sotto pressione e la questione di Gaza rappresenta uno dei temi più sensibili per l'elettorato.
Accettare un ritiro prima del completo disarmo di Hamas esporrebbe il premier alle critiche di chi considera qualsiasi concessione prematura un rischio per la sicurezza israeliana. Per questo diversi osservatori ritengono politicamente difficile immaginare grandi compromessi nelle settimane immediatamente precedenti al voto.
La dinamica elettorale non dimostra che ogni scelta di Netanyahu sia motivata dalla campagna, ma costituisce un vincolo politico reale. Una trattativa diplomatica non avviene nel vuoto: i leader devono confrontarsi anche con parlamenti, coalizioni ed elettori.
Hamas deve affrontare a sua volta resistenze interne
Anche la leadership di Hamas non può decidere il disarmo completo come se gestisse un'organizzazione perfettamente uniforme. Il movimento ha perso numerosi comandanti durante la guerra e la propria struttura è stata profondamente colpita.
Allo stesso tempo restano combattenti, cellule locali e altre organizzazioni che possiedono armi e infrastrutture autonome. La leadership politica deve quindi essere in grado non soltanto di firmare un impegno, ma di farlo applicare sul terreno.
Una eventuale frammentazione potrebbe creare uno scenario nel quale Hamas consegna una parte significativa dell'arsenale mentre gruppi dissidenti continuano ad agire. Israele potrebbe allora sostenere che la demilitarizzazione non sia completa e fermare il ritiro.
Il futuro della polizia palestinese è un altro tassello
Il piano americano prevede la formazione di una nuova polizia palestinese incaricata dell'ordine pubblico una volta ridimensionato il ruolo di Hamas e iniziato il ritiro israeliano. Egitto e Giordania hanno indicato disponibilità a contribuire all'addestramento.
La distinzione tra polizia e milizia è fondamentale. Una Gaza demilitarizzata non può essere priva di forze capaci di contrastare criminalità, saccheggi e violenze interne. Il sistema futuro deve quindi consentire armi regolamentate alle forze di sicurezza autorizzate senza ricostruire un apparato militare parallelo.
È uno dei motivi per cui la discussione sulle armi leggere è così complessa. Non tutte le armi presenti nella Striscia possono essere trattate allo stesso modo: occorre distinguere quelle appartenenti alle future istituzioni di sicurezza da quelle delle organizzazioni armate.
Il destino dei tunnel è probabilmente il test più difficile
Tra tutte le infrastrutture militari, la rete dei tunnel di Hamas rappresenta forse il problema più difficile da verificare. Israele ne ha distrutto una parte consistente, ma non è pubblico un inventario condiviso della rete ancora esistente.
La roadmap prevede il riempimento, chiusura o neutralizzazione delle strutture sotterranee utilizzate a fini militari. Una simile operazione richiede tempo e verifiche tecniche molto più complesse della consegna di armi visibili.
Se anche una quantità limitata di tunnel rimanesse nascosta, Israele potrebbe considerarla prova di un disarmo incompleto. Hamas potrebbe invece accusare Gerusalemme di utilizzare l'impossibilità di dimostrare l'inesistenza assoluta di tunnel per prolungare indefinitamente il controllo territoriale.
L'accordo ha quindi bisogno di criteri misurabili
Per superare questa trappola serviranno parametri tecnici verificabili. Non basta scrivere che Hamas deve disarmare. Occorre stabilire quanti sistemi debbano essere dichiarati, come trattare i tunnel non localizzati, quali ispezioni siano sufficienti e quali violazioni possano sospendere il processo.
Allo stesso modo non basta promettere un ritiro israeliano. Devono essere indicate mappe, coordinate, tempi e numero di unità che devono lasciare ciascuna area una volta completate le verifiche.
Più queste condizioni saranno precise, minore sarà lo spazio per interpretazioni unilaterali. Il problema è che definire criteri tanto dettagliati richiede proprio quel livello di fiducia politica che oggi manca.
Il ruolo di Egitto, Qatar e Turchia resta indispensabile
Gli Stati Uniti non conducono la mediazione da soli. Egitto, Qatar e Turchia continuano a essere interlocutori fondamentali soprattutto per i rapporti con Hamas e per la capacità di esercitare pressione politica sul movimento.
Il Cairo svolge un ruolo particolarmente importante per la propria posizione geografica e per il valico di Rafah. Doha mantiene relazioni storiche con la leadership politica di Hamas, mentre Ankara dispone di un rapporto politico con il movimento e di un crescente peso regionale.
I tre Paesi hanno però criticato duramente i recenti attacchi israeliani, sostenendo che possano compromettere il negoziato. Questo mostra che anche tra Washington e i mediatori esistono differenze sul modo migliore per esercitare pressione sulle parti.
La pressione araba è diretta soprattutto su Israele
Diversi governi arabi hanno sostenuto il principio del disarmo delle milizie, ma contemporaneamente chiedono a Israele di rispettare il percorso di ritiro previsto dal piano e di fermare le operazioni militari che rischiano di svuotare l'accordo.
La posizione araba è strategicamente importante perché qualsiasi grande piano di ricostruzione di Gaza avrà bisogno di finanziamenti provenienti anche dai Paesi del Golfo. Questi governi difficilmente investiranno somme enormi senza garanzie che le infrastrutture non vengano nuovamente distrutte.
Israele ha quindi bisogno non soltanto della demilitarizzazione di Hamas, ma anche di un quadro capace di rassicurare i futuri finanziatori della ricostruzione. Questo attribuisce ai Paesi arabi una leva politica significativa.
Il disarmo è anche collegato alla prospettiva politica palestinese
Hamas ha collegato in passato il tema delle proprie armi anche alla futura questione palestinese. La rinuncia definitiva alla lotta armata viene vista da una parte del movimento come qualcosa che dovrebbe accompagnarsi a un percorso politico credibile verso l'autodeterminazione.
Questo rende più complesso ridurre il negoziato a una questione tecnica di depositi e fucili. Per molti palestinesi, il problema riguarda quale futuro politico arriverà dopo la consegna delle armi e quale capacità avranno le nuove istituzioni di rappresentare la popolazione.
Israele, al contrario, vuole evitare che il disarmo venga subordinato a condizioni politiche di lungo periodo sulle quali non esiste un accordo interno israeliano. La distanza sul futuro status palestinese rimane quindi sullo sfondo della trattativa sulla sicurezza.
Il piano americano tenta di separare l'urgenza dal negoziato finale
La strategia statunitense consiste in parte nel non aspettare la soluzione di tutte le questioni del conflitto israelo-palestinese prima di stabilizzare Gaza. Disarmo, ritiro, amministrazione civile e ricostruzione dovrebbero procedere anche senza una soluzione definitiva di ogni disputa territoriale e politica.
È un approccio pragmatico: affrontare prima la sicurezza immediata e la ricostruzione, lasciando ad altri negoziati i dossier più ampi. Ma proprio Hamas teme che, una volta consegnate le armi, la questione politica palestinese perda pressione internazionale.
Israele teme invece il contrario: che collegare il disarmo a un percorso politico più ampio trasformi una misura considerata necessaria per la propria sicurezza in una trattativa senza fine.
Nessuna delle parti vuole apparire responsabile del fallimento
La comunicazione pubblica è diventata quindi una componente della trattativa. Israele sostiene di essere disponibile a discutere ma accusa Hamas di rifiutare il disarmo reale. Hamas afferma di avere accettato la roadmap e accusa Israele di modificarne la sequenza.
Entrambe le parti hanno interesse a convincere Washington e i mediatori che il fallimento dipenda dall'avversario. Questo è importante perché gli Stati Uniti possiedono leve significative su Israele, mentre Egitto, Qatar e Turchia possono esercitare influenza su Hamas.
Il negoziato si svolge quindi simultaneamente su due livelli: definire una soluzione sostanziale e vincere la battaglia politica su chi sta ostacolando l'accordo.
I colloqui di Kushner hanno chiarito le posizioni più che avvicinarle
In questa prospettiva, la missione di Kushner non è stata completamente inutile. Ha permesso agli Stati Uniti di ascoltare direttamente la nuova leadership di Hamas e di confrontare quelle dichiarazioni con la posizione israeliana.
Il risultato, però, è stato soprattutto una maggiore chiarezza sul punto di rottura. Hamas dice di essere disponibile a procedere dentro una sequenza reciproca; Netanyahu vuole vedere il disarmo completo prima del ritiro.
I gruppi di lavoro creati dopo gli incontri possono preparare soluzioni tecniche, ma non possono sostituire la decisione politica richiesta ai vertici delle due parti. Per questo parlare oggi di svolta sarebbe prematuro.
Lo scenario di un accordo resta possibile
Nonostante lo stallo, esiste ancora una possibile struttura di compromesso. Hamas potrebbe iniziare a consegnare una prima categoria di armi pesanti e neutralizzare tunnel in specifici settori; Israele potrebbe contemporaneamente arretrare da aree certificate e affidarle alla forza internazionale.
Il processo potrebbe quindi proseguire attraverso passaggi reciprocamente condizionati, senza richiedere a nessuna delle due parti una concessione totale iniziale. È precisamente la logica di fondo della roadmap.
Perché funzioni, però, Israele dovrebbe accettare che almeno una parte del ritiro avvenga prima del completamento dell'intero disarmo, mentre Hamas dovrebbe compiere azioni irreversibili sulle proprie capacità militari prima del ritiro totale. Oggi nessuna delle due parti ha ancora accettato chiaramente questo equilibrio.
Lo scenario opposto è un congelamento prolungato
Se il compromesso non arriverà, Gaza potrebbe entrare in una fase di stallo prolungato: niente guerra su vasta scala come nel 2023-2025, ma neppure una vera pace, con presenza militare israeliana, raid periodici e Hamas ancora armata nelle aree palestinesi.
Questo scenario potrebbe durare mesi e rendere sempre più difficile la ricostruzione. La forza internazionale resterebbe in preparazione, il governo tecnocratico avrebbe capacità limitate e la popolazione continuerebbe a vivere in condizioni precarie.
È probabilmente il rischio che Washington vuole evitare con maggiore urgenza: una situazione nella quale il cessate il fuoco sopravvive formalmente ma nessuno dei problemi che potrebbero far ripartire la guerra viene realmente risolto.
Il ritorno alla guerra resta il rischio peggiore
Esiste infine lo scenario di una nuova escalation militare su larga scala. Israele ha ripetutamente sostenuto che non accetterà la permanenza di una Hamas armata e potrebbe aumentare le operazioni se considerasse definitivamente fallito il processo diplomatico.
Hamas potrebbe a sua volta rispondere a un'espansione delle operazioni israeliane utilizzando le capacità militari residue. La fragilità della tregua dimostra che nessuna delle due parti ha completamente escluso il ritorno alla forza.
È proprio la possibilità di questo scenario a rendere il nodo disarmo-ritiro qualcosa di più di una disputa sul calendario. Stabilire una sequenza accettabile significa costruire il meccanismo che dovrebbe impedire una nuova guerra.
Gaza resta sospesa tra tregua e dopoguerra
La situazione del 23 agosto può quindi essere descritta come una fase intermedia. La guerra totale del periodo precedente è terminata, ma il dopoguerra non è ancora realmente cominciato. Le armi non sono state deposte, le forze israeliane non si sono ritirate completamente e il nuovo sistema di governance non è pienamente operativo.
Il progetto americano offre una possibile architettura del dopo-conflitto: Hamas disarmata, Israele fuori dalla Striscia, una forza internazionale di stabilizzazione, una polizia palestinese e un governo civile tecnocratico impegnato nella ricostruzione.
Tutti questi elementi dipendono però dallo stesso passaggio iniziale. Senza accordo sulla reciprocità tra disarmo e ritiro, l'intera struttura resta sospesa.
La vera notizia è che il nodo non si è ancora sciolto
Per questo il dossier non deve essere presentato come se nelle ultime ore fosse intervenuto un nuovo accordo o un improvviso fallimento. Lo stallo di Gaza è il risultato di una divergenza già chiaramente emersa nelle settimane precedenti e che i colloqui di Kushner non sono riusciti a superare.
La missione americana ha prodotto dialogo diretto, gruppi tecnici e alcune dichiarazioni di disponibilità, ma non ha risolto la domanda fondamentale: quando deve iniziare il ritiro israeliano rispetto al disarmo di Hamas?
Finché quella risposta non sarà condivisa, gli altri elementi — ricostruzione, forza internazionale, amministrazione civile e sicurezza — continueranno a dipendere da una decisione politica ancora mancante.
I prossimi segnali da osservare
Il primo elemento concreto sarà verificare se Hamas inizierà realmente a consegnare o neutralizzare armi nelle prossime settimane, come auspicato durante la missione americana. Un gesto iniziale potrebbe permettere agli Stati Uniti di chiedere a Israele un arretramento corrispondente.
Il secondo sarà l'eventuale definizione di una mappa del ritiro. Senza coordinate e fasi territoriali precise, il principio del ritiro progressivo rimarrà troppo generico per essere verificato.
Il terzo riguarderà il dispiegamento della International Stabilization Force. La presenza effettiva dei primi contingenti costituirebbe il segnale che il passaggio dalla tregua alla nuova architettura di sicurezza sta realmente cominciando.
La pace dipende da una sequenza che nessuno vuole iniziare da solo
Dopo mesi di negoziati, il paradosso di Gaza è quindi evidente. Israele vuole una Gaza senza Hamas armata; Hamas vuole una Gaza senza esercito israeliano. Il piano americano prevede entrambe le cose, ma le parti non concordano su chi debba esporsi per primo al rischio di fidarsi dell'altra.
La soluzione teorica esiste ed è il processo simultaneo e verificato. La difficoltà è trasformarlo in un meccanismo sufficientemente preciso da convincere Netanyahu che Hamas non potrà riarmarsi e Hamas che Israele non potrà fermare il ritiro dopo aver ottenuto il disarmo.
È qui che si concentra oggi l'intero negoziato. Non sulle dichiarazioni generiche a favore della pace, ma sulle garanzie operative capaci di rendere possibile la prima concessione reciproca.
Il prossimo passo dovrà essere concreto, non diplomatico
La missione di Kushner ha dimostrato che ulteriori colloqui, da soli, rischiano di produrre risultati limitati. Per sbloccare il dossier servirà probabilmente un atto verificabile sul terreno: consegna di armi, neutralizzazione di tunnel, arretramento da un settore o ingresso della forza internazionale.
Un simile passaggio potrebbe creare il precedente necessario per avviare il meccanismo a fasi. Al contrario, se ciascuna parte continuerà ad attendere l'azione completa dell'altra, la roadmap resterà formalmente viva ma sostanzialmente paralizzata.
Gli Stati Uniti stanno investendo denaro e capitale diplomatico nella soluzione, mentre i mediatori regionali continuano a esercitare pressione. Ma nessun attore esterno può eliminare completamente il problema della fiducia tra Hamas e Israele: può soltanto costruire garanzie sufficienti a renderla meno necessaria.
Tra disarmo e ritiro si decide il futuro della Striscia
Il futuro immediato di Gaza dipende dunque da una questione apparentemente tecnica che contiene in realtà tutti i problemi del conflitto. Il disarmo riguarda la sicurezza israeliana, il ritiro riguarda la sovranità e la libertà di movimento palestinese, mentre la loro sequenza determina quale delle due parti dovrà assumersi il rischio maggiore.
La roadmap americana tenta di distribuire quel rischio attraverso fasi, verifiche e una forza internazionale. È probabilmente il tentativo più strutturato oggi sul tavolo per trasformare la tregua in un assetto stabile, ma non ha ancora ottenuto l'adesione necessaria all'attuazione.
Per questo, nonostante gli incontri di alto livello e i finanziamenti già annunciati, la parola più precisa resta stallo. Non perché il negoziato sia morto, ma perché nessuna delle due parti ha ancora accettato il compromesso necessario per farlo avanzare.
Il tempo della diplomazia continua, ma Gaza non può restare sospesa indefinitamente
Ogni settimana senza accordo prolunga una situazione nella quale Hamas resta armata, Israele mantiene una presenza militare estesa e milioni di palestinesi non possono ancora vedere partire una ricostruzione paragonabile alla dimensione delle distruzioni subite.
Le strutture previste per il futuro — governo tecnocratico, polizia palestinese, forza internazionale e grandi programmi di ricostruzione — sono state progettate. Ciò che manca è il passaggio politico che permetta loro di funzionare pienamente.
La questione dei prossimi mesi sarà quindi stabilire se il principio "disarmo mentre Israele si ritira" possa diventare una procedura accettabile per entrambi oppure se una delle due parti continuerà a pretendere il completamento della concessione avversaria prima di iniziare la propria.
La prova decisiva sarà vedere chi farà il primo passo verificabile
Al 23 agosto 2026, dunque, non c'è una nuova svolta da annunciare. C'è invece un negoziato ancora vivo ma bloccato, nel quale gli incontri condotti da Kushner hanno chiarito le distanze senza eliminarle. Israele continua a chiedere il disarmo completo prima del ritiro; Hamas insiste su cessazione degli attacchi e ritiro collegati all'attuazione del proprio disarmo.
Gli Stati Uniti continuano a preparare l'architettura del possibile dopoguerra e hanno già iniziato a finanziare la forza internazionale di stabilizzazione. I mediatori regionali chiedono contemporaneamente di preservare il cessate il fuoco e fermare gli attacchi che possono compromettere il processo.
La vera svolta arriverà soltanto quando una delle dichiarazioni verrà trasformata in un passaggio concreto e reciprocamente verificato. Fino ad allora Gaza resterà sospesa tra una tregua imperfetta e un dopoguerra che non riesce ancora a cominciare. Voi ritenete possibile un disarmo progressivo di Hamas accompagnato dal ritiro israeliano, oppure pensate che la sfiducia tra le parti renda impraticabile questo meccanismo? Se volete, lasciate la vostra opinione nei commenti mantenendo il confronto rispettoso e fondato sui fatti.

