Cuba, svolta economica tra mercato e crisi
Cuba prova ad aprire una nuova fase economica con un pacchetto di misure d'emergenza che introduce elementi di mercato, maggiore autonomia locale e un ruolo più ampio per imprese, municipi e investimenti. La decisione arriva in un momento di forte pressione interna, segnato da carenze, blackout, difficoltà produttive, scarsità di valuta estera e crescente fatica sociale. Per l'isola caraibica, abituata a un modello fortemente centralizzato, si tratta di un passaggio potenzialmente molto significativo.
Il nuovo piano non cancella il carattere socialista del sistema cubano, né equivale automaticamente a una liberalizzazione completa dell'economia. Tuttavia, segnala un cambio di linguaggio e di metodo: meno controllo centrale su ogni scelta produttiva, più margini ai territori, più autonomia alle imprese statali e più spazio agli attori economici non direttamente dipendenti dai ministeri. In altre parole, L'Avana sembra riconoscere che il modello attuale non riesce più a rispondere da solo alla profondità della crisi.
Perché Cuba cambia adesso
La svolta economica nasce da una condizione di emergenza nazionale. Negli ultimi anni, Cuba ha affrontato una combinazione molto pesante di problemi: riduzione delle entrate turistiche, crisi energetica, inflazione, carenza di beni essenziali, difficoltà nell'importare carburante, fuga di giovani e professionisti, debolezza produttiva interna e pressione delle sanzioni statunitensi. La vita quotidiana di molti cubani è diventata sempre più complicata.
Il governo presenta le misure come una risposta necessaria per rilanciare l'economia senza abbandonare i principi del sistema politico. Il punto centrale è che lo Stato cubano non sembra più in grado di sostenere da solo l'intero peso della produzione, della distribuzione, degli investimenti e dei servizi. Da qui nasce la necessità di introdurre strumenti più flessibili, capaci di liberare risorse e responsabilità oggi bloccate da un apparato troppo centralizzato.
Il peso del Partito Comunista
Il fatto che il pacchetto sia stato approvato dal Partito Comunista cubano è politicamente decisivo. A Cuba, il Partito non è un normale attore istituzionale tra gli altri, ma il centro del potere politico e della direzione strategica del Paese. Quando una riforma economica passa da questa sede, significa che viene considerata compatibile con la continuità del sistema, almeno nella lettura ufficiale.
Questa caratteristica distingue la riforma cubana da un processo di apertura liberale classico. L'obiettivo non è dichiarato come passaggio al capitalismo, ma come aggiornamento di un modello socialista sotto pressione. La leadership cubana cerca quindi un equilibrio difficile: introdurre elementi di mercato senza perdere il controllo politico, stimolare l'iniziativa privata senza smantellare il ruolo guida dello Stato, attirare investimenti senza apparire ideologicamente arretrata rispetto alla propria storia.
Una decentralizzazione dell'economia statale
Uno dei punti più importanti riguarda la decentralizzazione dell'economia statale. Per decenni, il sistema cubano ha funzionato attraverso una forte concentrazione delle decisioni nei ministeri, negli organismi centrali e nelle strutture nazionali. Questo modello ha garantito controllo politico, ma ha spesso rallentato innovazione, efficienza, adattamento territoriale e capacità di rispondere rapidamente ai bisogni locali.
Con il nuovo piano, una parte delle decisioni dovrebbe spostarsi verso imprese, municipi e autorità locali. La decentralizzazione economica può permettere risposte più rapide, perché un territorio conosce meglio le proprie risorse, le proprie carenze e le proprie possibilità. Ma può anche generare nuove difficoltà: senza regole chiare, controlli efficaci e capacità amministrativa, il rischio è sostituire il centralismo inefficiente con una frammentazione disordinata.
Più autonomia ai comuni
La riforma attribuisce maggiore autonomia ai municipi cubani, che dovrebbero poter gestire attività economiche, rapporti con imprese locali, importazioni, esportazioni e ricavi in valuta estera. È un cambiamento molto rilevante, perché porta una parte della politica economica più vicino ai territori. Cuba conta numerosi comuni con bisogni molto diversi tra loro: aree turistiche, agricole, urbane, portuali, industriali e periferiche non affrontano gli stessi problemi.
Consentire ai comuni di agire con più libertà può favorire soluzioni locali più concrete. Un municipio con potenziale turistico potrebbe cercare investimenti e servizi mirati; uno agricolo potrebbe puntare su produzione alimentare e trasformazione; uno portuale potrebbe sviluppare logistica e commercio. La sfida sarà evitare che i territori più forti avanzino rapidamente mentre quelli più poveri restino indietro.
Import-export senza intermediari centrali
Uno degli aspetti più innovativi riguarda la possibilità per imprese e municipi di gestire direttamente attività di import-export, riducendo la dipendenza dagli intermediari statali centrali. In un'economia isolana e dipendente da molte importazioni, il commercio estero è una leva fondamentale. Se ogni passaggio deve essere filtrato da strutture centrali lente, costose o sovraccariche, le imprese faticano a procurarsi ciò che serve.
L'apertura all'importazione diretta e all'esportazione diretta potrebbe aiutare imprese statali, cooperative e attori privati a muoversi con più rapidità. Significa poter acquistare materiali, macchinari, ricambi o prodotti senza attendere lunghi passaggi burocratici. Significa anche poter vendere beni e servizi all'estero con maggiore autonomia. Per Cuba, che ha urgente bisogno di valuta, questo punto può diventare decisivo.
La gestione della valuta estera
La valuta estera è uno dei nodi più delicati della crisi cubana. L'economia dell'isola ha bisogno di dollari, euro e altre valute forti per importare carburante, alimenti, medicinali, tecnologie e beni industriali. La scarsità di valuta limita la capacità dello Stato di acquistare ciò che serve e alimenta squilibri tra mercato ufficiale e mercato informale.
Il nuovo piano prevede più margini per la gestione locale dei ricavi in moneta straniera. Se municipi e imprese potranno trattenere e utilizzare una parte delle entrate generate, avranno più incentivo a produrre, esportare e attrarre investimenti. Tuttavia, questa misura apre anche domande difficili: chi controllerà i flussi valutari? Come si eviteranno disuguaglianze territoriali? Quale sarà il rapporto tra tasso ufficiale e mercato reale?
Il problema del cambio
Il mercato valutario cubano è da anni uno dei punti più critici. La distanza tra tassi ufficiali e valore reale della moneta ha creato distorsioni profonde, rendendo difficile pianificare costi, prezzi, stipendi e importazioni. Quando il cambio ufficiale non riflette la realtà, imprese e cittadini finiscono spesso per affidarsi a canali paralleli, con effetti negativi su trasparenza e stabilità.
Una riforma del cambio potrebbe rendere l'economia più leggibile, ma comporta rischi sociali. Se il valore della moneta viene corretto bruscamente, molti prezzi possono aumentare. Se invece il sistema resta troppo artificiale, le imprese continuano a non sapere su quali basi operare. Cuba dovrà quindi affrontare il tema valutario con gradualità, perché una riforma mal calibrata potrebbe aggravare l'inflazione e colpire le famiglie più fragili.
Meno ministeri, più snellimento dello Stato
Tra le misure annunciate c'è anche la riduzione dei ministeri, da 27 a 21. Questo passaggio punta a rendere la macchina statale meno pesante, meno duplicata e più coerente con una fase di emergenza economica. In teoria, un apparato più snello può decidere più rapidamente, ridurre costi amministrativi e migliorare il coordinamento tra politiche pubbliche.
La riduzione dei ministeri cubani, però, non garantisce automaticamente efficienza. Dipenderà da come verranno redistribuite competenze, personale, risorse e responsabilità. Se il taglio sarà solo formale, cambierà poco. Se invece sarà accompagnato da una vera revisione dei processi decisionali, potrebbe segnare un passaggio importante nella trasformazione dello Stato cubano.
Le imprese statali al centro della riforma
Le imprese statali restano un pilastro dell'economia cubana, ma il nuovo piano punta a renderle più autonome. In molti casi, queste aziende sono state vincolate da regole rigide su salari, investimenti, profitti, importazioni, partnership e organizzazione interna. Il risultato è stato spesso un sistema poco produttivo, incapace di premiare efficienza e innovazione.
Dare più autonomia alle aziende pubbliche può significare permettere loro di decidere come usare una parte degli utili, come pagare i lavoratori, con chi collaborare e come adattarsi al mercato. Ma l'autonomia funziona solo se accompagnata da responsabilità. Un'impresa statale libera di decidere deve anche rispondere dei risultati, evitare sprechi e operare con criteri economici più realistici.
Più spazio al settore privato
La riforma sembra rafforzare anche il ruolo del settore privato, già cresciuto negli ultimi anni attraverso piccole e medie imprese, attività commerciali, servizi, ristorazione, turismo, artigianato e iniziative familiari. Per Cuba, il privato è sempre stato un terreno politicamente sensibile: necessario per far funzionare l'economia, ma guardato con cautela per il timore di disuguaglianze e perdita di controllo.
L'apertura al mercato non significa automaticamente benessere diffuso. Può aumentare l'offerta di beni e servizi, creare occupazione e attirare investimenti, ma può anche ampliare le distanze tra chi ha accesso a valuta, capitale e reti familiari all'estero e chi dipende ancora da salari statali insufficienti. La sfida cubana sarà evitare che la crescita del privato produca una società a due velocità.
Il ruolo delle cooperative
Accanto alle imprese statali e private, un ruolo importante potrebbe essere svolto dalle cooperative. In un sistema come quello cubano, le cooperative possono rappresentare un punto intermedio tra proprietà statale e iniziativa individuale. Possono favorire produzione agricola, servizi locali, trasformazione alimentare, edilizia, logistica e piccole attività territoriali.
Rafforzare le cooperative cubane potrebbe aiutare a creare un tessuto economico più flessibile senza rinunciare completamente a forme collettive di organizzazione. Tuttavia, anche qui serviranno regole chiare, accesso al credito, libertà gestionale e possibilità di commerciare senza vincoli eccessivi. Senza questi strumenti, le cooperative rischiano di restare intrappolate nella stessa rigidità che ha frenato l'economia statale.
Investimenti dalla diaspora cubana
Uno dei passaggi più interessanti riguarda il possibile coinvolgimento dei cubani all'estero. La diaspora cubana dispone di capitali, competenze, reti commerciali e legami familiari con l'isola. Per decenni, il rapporto tra Cuba e la sua diaspora è stato segnato da tensioni politiche, esilio, diffidenza e conflitti ideologici. Ora, la necessità economica spinge a guardare anche a questa risorsa.
Aprire spazi agli investimenti della diaspora potrebbe portare valuta, conoscenze e iniziative produttive. Ma il tema è politicamente delicato. Molti cubani emigrati mantengono posizioni critiche verso il governo, mentre le autorità cubane hanno storicamente temuto influenze esterne ostili. Se il processo sarà davvero aperto, potrebbe modificare profondamente il rapporto tra l'isola e le comunità cubane nel mondo.
Il turismo come settore strategico
Il turismo resta una delle fonti più importanti di valuta per Cuba. Alberghi, ristorazione, trasporti, servizi locali, attività culturali e affitti privati dipendono in larga misura dall'arrivo di visitatori stranieri. Tuttavia, il settore ha subito colpi duri negli ultimi anni, tra pandemia, crisi energetica, problemi infrastrutturali e concorrenza di altre destinazioni caraibiche.
Le nuove misure potrebbero favorire più iniziativa privata e locale nel settore turistico, consentendo a municipi e imprese di attirare investimenti, migliorare servizi e trattenere una parte delle entrate. Ma il turismo da solo non può salvare l'economia cubana. Serve diversificazione produttiva, perché un Paese troppo dipendente dai visitatori esteri resta vulnerabile a crisi internazionali, tensioni politiche e shock sanitari o energetici.
La crisi energetica come emergenza quotidiana
La crisi energetica è uno dei fattori che hanno reso inevitabile il cambio di passo. Blackout prolungati, difficoltà nell'importare carburante, infrastrutture obsolete e produzione interna insufficiente hanno pesato su famiglie, scuole, ospedali, imprese e servizi. Senza energia stabile, nessuna riforma economica può funzionare pienamente.
L'apertura al mercato può aiutare a mobilitare risorse, ma non risolve automaticamente il problema energetico. Cuba ha bisogno di carburante, investimenti nella rete, manutenzione degli impianti, fonti rinnovabili e maggiore efficienza. Se i blackout continueranno, imprese private, municipi e aziende statali faranno comunque fatica a produrre, esportare e attrarre investimenti.
Cibo, salari e vita quotidiana
Per la popolazione, la riforma sarà giudicata soprattutto su un punto: migliorerà la vita quotidiana? I cubani affrontano carenze di alimenti, prezzi elevati, salari insufficienti, difficoltà nei trasporti, scarsità di medicinali e incertezza economica. Le misure macroeconomiche hanno senso solo se riescono a tradursi in più beni disponibili, più lavoro, maggiore potere d'acquisto e servizi più affidabili.
Il rischio è che la riforma economica produca benefici iniziali soprattutto per chi ha accesso a valuta, contatti commerciali o capitali familiari. Per evitare questo scenario, il governo dovrà proteggere le fasce più fragili, riorganizzare i sussidi in modo mirato e garantire che l'apertura non diventi una nuova forma di disuguaglianza.
La fine dei sussidi generalizzati
Tra i temi più delicati c'è la possibile riduzione dei sussidi generalizzati e il passaggio a forme di sostegno più selettive. Per anni, Cuba ha garantito prezzi controllati e servizi sociali come parte centrale del proprio modello. Questo ha avuto un valore importante in termini di protezione sociale, ma ha anche generato costi enormi per lo Stato e distorsioni economiche.
Ridurre i sussidi può rendere il bilancio pubblico più sostenibile, ma rischia di colpire duramente chi vive con redditi bassi. Per questo una riforma seria dovrebbe distinguere tra sprechi da eliminare e protezioni da mantenere. Se i prezzi salgono senza adeguati meccanismi di compensazione, il malcontento sociale può crescere rapidamente.
Il modello Cina e Vietnam
La leadership cubana guarda con interesse alle esperienze di Cina e Vietnam, Paesi governati da partiti comunisti che hanno introdotto ampie aperture economiche senza abbandonare il controllo politico. Questi modelli mostrano che un'economia può incorporare mercato, investimenti esteri e imprese private mantenendo un sistema politico a partito unico.
Tuttavia, Cuba non è né Cina né Vietnam. Ha dimensioni più piccole, risorse più limitate, un rapporto molto particolare con gli Stati Uniti, una diaspora politicamente influente e una struttura produttiva meno diversificata. I riferimenti asiatici possono ispirare alcune scelte, ma l'isola dovrà trovare una propria strada, adatta alla sua geografia, alla sua storia e ai suoi vincoli internazionali.
Il peso delle sanzioni statunitensi
Le sanzioni statunitensi restano uno dei fattori centrali nel racconto cubano della crisi. L'Avana attribuisce al blocco economico e alle restrizioni esterne una parte importante delle difficoltà del Paese, soprattutto per quanto riguarda accesso a finanziamenti, carburante, investimenti e commercio internazionale. Il governo cubano sostiene che le misure esterne limitino pesantemente la capacità di ripresa.
Allo stesso tempo, molti economisti e osservatori sottolineano anche il peso delle inefficienze interne, della burocrazia, della scarsa produttività e delle rigidità del modello statale. Una lettura equilibrata deve tenere insieme entrambi gli elementi: le sanzioni aggravano la crisi, ma la crisi non può essere spiegata solo con le sanzioni. Le riforme mostrano che anche la leadership cubana riconosce la necessità di cambiare meccanismi interni.
La pressione degli Stati Uniti e dell'Europa
Il pacchetto economico arriva in una fase di maggiore pressione da parte di Stati Uniti e Unione Europea. Washington continua a usare sanzioni e restrizioni come strumento politico, mentre in Europa resta vivo il dibattito sul rapporto con Cuba, tra richieste di diritti civili, condanna della repressione e interesse per un'evoluzione economica più aperta.
Questa pressione esterna può aver contribuito ad accelerare le riforme cubane, ma non è l'unica causa. La situazione interna è ormai talmente difficile da rendere necessario un intervento. Il governo cubano deve dimostrare di avere una strategia non solo per resistere alle pressioni, ma per migliorare concretamente le condizioni economiche dell'isola.
Riforma economica senza riforma politica?
Uno dei grandi interrogativi riguarda il rapporto tra apertura economica e sistema politico. Il pacchetto cubano sembra puntare a una maggiore flessibilità del mercato senza introdurre cambiamenti politici sostanziali. In altre parole, più spazio all'iniziativa economica, ma all'interno di un quadro istituzionale ancora guidato dal Partito Comunista.
Questa scelta può funzionare nel breve periodo se produce crescita, valuta e riduzione delle carenze. Ma nel lungo periodo potrebbe generare nuove domande sociali. Un'economia più aperta crea nuovi interessi, nuovi imprenditori, nuove differenze di reddito e nuove aspettative. Il rapporto tra mercato e controllo politico sarà quindi uno dei nodi più complessi dei prossimi anni.
Il rischio delle disuguaglianze
L'apertura economica può portare opportunità, ma anche disuguaglianze. Chi riceve rimesse dall'estero, possiede immobili, lavora nel turismo o ha competenze richieste dal mercato può beneficiare più rapidamente delle nuove misure. Chi vive di salari statali, pensioni o lavori poco remunerati rischia invece di restare indietro.
Cuba ha costruito parte della propria identità sulla promessa di uguaglianza sociale. Se la riforma genererà differenze troppo visibili tra chi ha accesso alla valuta e chi non ce l'ha, il consenso interno potrebbe indebolirsi. Per questo sarà fondamentale accompagnare l'apertura con politiche sociali mirate, protezione dei più vulnerabili e strumenti per evitare che il mercato diventi sinonimo di esclusione.
Il problema della burocrazia
Uno dei principali ostacoli alla riuscita delle riforme sarà la burocrazia. Anche le misure più innovative possono fallire se restano bloccate da autorizzazioni lente, controlli eccessivi, norme contraddittorie, paura dei funzionari di assumersi responsabilità e mancanza di chiarezza operativa. Cuba ha una lunga tradizione di controllo amministrativo, e modificarla non sarà semplice.
Per dare effetto reale alla decentralizzazione, lo Stato dovrà cambiare il modo in cui lavora. Municipi e imprese non possono ricevere autonomia solo sulla carta: devono avere competenze, personale preparato, strumenti finanziari, regole comprensibili e tempi rapidi. La riforma sarà credibile solo se cittadini e operatori economici vedranno meno ostacoli nella pratica quotidiana.
Il ruolo degli investimenti stranieri
Gli investimenti stranieri potrebbero diventare una leva importante per rilanciare Cuba, soprattutto in settori come energia, turismo, agricoltura, logistica, industria leggera, tecnologia e infrastrutture. L'isola ha bisogno di capitali e know-how, ma deve convincere gli investitori che il contesto sarà stabile, prevedibile e sufficientemente remunerativo.
Il problema è che Cuba porta con sé rischi politici, sanzionatori e valutari. Un investitore straniero valuta non solo le opportunità, ma anche la possibilità di rimpatriare profitti, ottenere valuta, rispettare normative internazionali e operare senza incertezze eccessive. Se la riforma non chiarirà questi punti, l'apertura agli investimenti potrebbe restare inferiore alle aspettative.
Agricoltura e sicurezza alimentare
La sicurezza alimentare è uno dei punti più urgenti. Cuba importa una parte significativa del cibo che consuma, ma la scarsità di valuta e carburante rende questo modello sempre più fragile. Rafforzare la produzione agricola interna è quindi essenziale per ridurre dipendenza dall'estero, abbassare la pressione sui prezzi e garantire approvvigionamenti più stabili.
Le nuove misure potrebbero aiutare se daranno più autonomia a produttori, cooperative, municipi e imprese agricole. Ma l'agricoltura cubana ha bisogno anche di macchinari, fertilizzanti, trasporti, accesso al credito, incentivi e mercati funzionanti. Senza questi elementi, la decentralizzazione rischia di non bastare. Produrre di più richiede libertà gestionale, ma anche risorse concrete.
Mercato e prezzi
Il passaggio verso criteri più legati al mercato può rendere l'economia più efficiente, ma può anche generare aumenti di prezzi. In un Paese dove molti salari sono bassi e l'offerta è limitata, liberalizzare senza aumentare la produzione può tradursi in maggiore inflazione. Per questo la riforma dovrà evitare di liberare i prezzi prima di aver ampliato disponibilità e concorrenza.
Il tema dei prezzi sarà cruciale per la popolazione. Se i cittadini vedranno solo rincari, la riforma verrà percepita come un peggioramento. Se invece l'apertura porterà più prodotti, più scelta, più lavoro e migliori servizi, potrà guadagnare sostegno. La differenza tra successo e fallimento si giocherà nei mercati, nei negozi, nei trasporti e nelle case dei cubani.
Il nodo della fiducia
Per funzionare, la riforma ha bisogno di fiducia. Le imprese devono credere che le nuove regole dureranno. I cittadini devono credere che i sacrifici produrranno miglioramenti. Gli investitori devono credere che i contratti saranno rispettati. I municipi devono credere di avere davvero potere decisionale. Senza fiducia, anche le misure più ambiziose restano paralizzate.
A Cuba, la fiducia economica è stata indebolita da anni di crisi, cambiamenti monetari difficili, scarsità, controlli e promesse non sempre realizzate. Ricostruirla richiederà coerenza e risultati visibili. Il governo dovrà dimostrare che questa apertura non è temporanea, confusa o revocabile al primo problema, ma parte di una strategia chiara.
Una svolta storica o un adattamento necessario?
La domanda centrale è se siamo davanti a una svolta storica o a un adattamento imposto dall'emergenza. Da un lato, le misure annunciate sono importanti e toccano nodi profondi del modello cubano: centralismo, autonomia territoriale, import-export, valuta estera, imprese statali e settore privato. Dall'altro, resta da capire quanto saranno davvero applicate e quanto spazio reale verrà concesso agli attori economici.
Cuba ha già vissuto in passato fasi di apertura parziale, seguite da frenate, controlli o aggiustamenti. Per questo molti osservatori leggeranno il nuovo piano con prudenza. La riforma economica diventerà storica solo se produrrà cambiamenti duraturi, non se resterà un annuncio di emergenza destinato a essere ridimensionato nella pratica.
Che cosa può cambiare per i cittadini
Per i cittadini cubani, i cambiamenti potrebbero arrivare in modi molto concreti: più attività private, più servizi locali, più possibilità di importare beni, maggiore circolazione di valuta, nuovi lavori, partnership con investitori esteri e forse più disponibilità di prodotti. Ma questi benefici non saranno automatici né uguali per tutti. Dipenderanno da territorio, reddito, accesso alla valuta e capacità delle amministrazioni locali.
La vera misura del successo sarà la qualità della vita. Se la riforma ridurrà blackout, code, carenze alimentari, prezzi e incertezza, potrà essere percepita come un passo avanti. Se invece creerà solo nuove differenze tra chi può partecipare al mercato e chi resta escluso, rischierà di alimentare frustrazione. L'economia, alla fine, viene giudicata dalla vita quotidiana.
Il futuro dell'economia cubana
Il futuro dell'economia cubana dipenderà dalla capacità di trasformare il pacchetto d'emergenza in un percorso coerente. Serviranno norme attuative, tempi chiari, formazione amministrativa, investimenti, infrastrutture, energia, credito e meccanismi di protezione sociale. Senza questi elementi, anche una riforma ambiziosa può restare incompleta.
La sfida più grande sarà conciliare controllo politico e flessibilità economica. Cuba vuole aprire spazi al mercato senza rinunciare alla guida del Partito. Questa combinazione può produrre risultati se gestita con pragmatismo, ma può anche generare contraddizioni: il mercato ha bisogno di libertà, mentre il sistema politico cubano tende al controllo. Il punto di equilibrio sarà difficile da trovare.
L'isola davanti a un bivio economico
Cuba si trova davanti a un bivio economico. Può usare questa riforma per rendere il proprio sistema più dinamico, produttivo e capace di rispondere ai bisogni della popolazione, oppure può limitarsi a introdurre aperture parziali senza superare davvero le rigidità che hanno contribuito alla crisi. La differenza dipenderà dall'attuazione, non dagli annunci.
Il pacchetto d'emergenza mostra che anche a L'Avana cresce la consapevolezza della necessità di cambiare. Decentralizzazione, autonomia dei comuni, import-export diretto, gestione della valuta e riduzione dei ministeri sono segnali importanti. Ma il futuro resta aperto: la riforma potrà diventare una nuova fase per Cuba solo se riuscirà a migliorare concretamente la vita dei cittadini. Se hai un'opinione sulle riforme economiche cubane, sul rapporto tra mercato e socialismo o sul futuro dell'isola, lascia un commento: il confronto informato può aiutare a capire una trasformazione che riguarda non solo Cuba, ma l'intera America Latina.

