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Il cortocircuito della politica internazionale: tra derive grottesche americane e calcoli elettorali italiani

Il panorama politico statunitense sta attraversando una fase caratterizzata da episodi che rasentano il surreale, mettendo in luce le profonde contraddizioni e i lati più oscuri della nuova amministrazione. Un caso emblematico, che ha suscitato scalpore per la sua paradossalità, riguarda colui che è stato designato alla guida del dipartimento della Difesa, un ruolo di tale peso da fargli guadagnare l'appellativo informale di "ministro della guerra". Durante un intervento pubblico, nel tentativo di recitare una preghiera e citare le Sacre Scritture, il politico ha in realtà declamato a memoria un celebre e violento monologo tratto dal film Pulp Fiction, attribuendolo erroneamente al profeta Ezechiele. L'aspetto più inquietante di questa grottesca esibizione non è rintracciabile solamente nell'errore in sé, ma nell'atteggiamento del pubblico presente, rimasto religiosamente assorto ad ascoltare un discorso intriso di vendetta e rabbia furiosa, convinto di assistere a un'autentica e solenne orazione religiosa.
Al di là dell'ironia che simili episodi possono suscitare, gli analisti evidenziano un elemento profondamente tragico nella gestione del potere oltreoceano. La figura del Presidente, già soggetta a ipotesi di destituzione prematura tramite procedure istituzionali come l'impeachment, appare in un certo senso meno allarmante se paragonata ai profili di coloro che compongono la sua cerchia più ristretta. Emerge su tutti la figura del suo vice, descritto come estremamente più lucido e giovane, ma al contempo molto più temibile. A differenza del leader principale, a cui viene talvolta attribuita la labile attenuante dell'età avanzata, questa nuova generazione politica è profondamente e radicalmente convinta delle proprie posizioni estremiste. L'intero entourage governativo viene assimilato a un inquietante ritrovo di figure inverosimili, un mix tossico di arroganza, cinismo, sadismo e incompetenza che, lungi dal far sorridere, genera una profonda sensazione di paura.
Le ripercussioni di questo clima politico esasperato si fanno sentire anche in Europa, influenzando le mosse e le reazioni dei leader del Vecchio Continente. In Italia, la Presidente del Consiglio si è trovata a dover gestire diplomaticamente un grave attacco verbale sferrato dal leader americano contro la figura del Papa. La reazione iniziale del governo italiano è apparsa debole e tardiva, affidata a un semplice e vago messaggio mattutino sui social network, considerato del tutto insufficiente per prendere le dovute distanze. Costretta dalle circostanze e dall'urgenza del momento, la leader ha dovuto in seguito aggiustare il tiro, tornando sull'argomento e pronunciando parole più nette a difesa del Pontefice per respingere le accuse di vivere in una condizione di perenne sudditanza politica verso l'alleato americano.
L'analisi di questo cambio di passo rivela tuttavia motivazioni prettamente strategiche. La presa di posizione a tutela del Papa non appare dettata da una folgorazione sui principi etici o morali nei confronti dell'amministrazione statunitense, ma si configura come una calcolata mossa elettorale. In primo luogo, superare il limite tollerabile attaccando frontalmente la Chiesa avrebbe creato malumori insostenibili persino all'interno del suo stesso schieramento politico. In aggiunta, difendere il Pontefice risulta una manovra essenziale per non disperdere il prezioso voto cattolico. A questo si somma la pressante necessità della premier di ricollocarsi e rimapparsi politicamente dopo recenti e pesanti sconfitte referendarie, unita alla consapevolezza che il leader americano gode oggi di scarsissima stima tra una larga fetta di cittadini italiani. Mostrarsi troppo vicini e compiacenti verso di lui comporterebbe inevitabilmente una pericolosa perdita di consenso interno.
Il tentativo della leader italiana di accreditarsi, un po' risentita, come l'unica governante internazionale ad aver osato sfidare apertamente le dichiarazioni del Presidente americano si scontra inoltre con la realtà fattuale, dal momento che altri capi di Stato europei, in primis quelli di Spagna e Francia, si erano già spesi in simili e decise condanne.
La contraddizione più profonda e grave, tuttavia, risiede nelle omissioni istituzionali. Sebbene la difesa del Pontefice sia stata un atto ritenuto doveroso, spicca il silenzio assoluto mantenuto in precedenza dalla stessa dirigenza di fronte ad altre e drammatiche emergenze internazionali. La totale assenza di prese di posizione di fronte a decine di migliaia di civili ammazzati in complessi scenari di guerra mediorientali, o per le vittime innocenti causate da operazioni scellerate avallate dalla stessa dirigenza americana sul proprio territorio, evidenzia un'indignazione politica fortemente selettiva. L'incapacità di denunciare queste efferatezze e gravi violazioni umane compromette la solidità morale di quella presunta autonomia politica oggi sbandierata dal governo italiano per meri fini di convenienza.

Di Leonardo

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