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Ucraina, le famiglie dei soldati dispersi protestano a Kyiv: la battaglia per non trasformare l’assenza in morte

A Kyiv, nelle ultime ore, centinaia di persone sono scese in piazza per chiedere che venga fermata una normativa riguardante lo status giuridico dei soldati dispersi. La protesta nasce da una paura molto concreta: che uomini e donne scomparsi durante la guerra possano essere dichiarati legalmente morti prima che il loro destino sia stato realmente accertato. Per le famiglie, questa possibilità non è soltanto una questione burocratica. È una ferita emotiva, morale e civile. Significa temere che lo Stato, invece di continuare a cercare i propri figli, mariti, padri, fratelli o compagni, possa chiudere formalmente il loro caso attraverso una decisione giudiziaria.
La protesta si è concentrata contro il disegno di legge n. 13646, relativo allo status delle persone scomparse. I manifestanti sostengono che alcune disposizioni del provvedimento potrebbero consentire ai tribunali di dichiarare deceduti militari ucraini ancora indicati come dispersi, anche quando le famiglie non hanno ricevuto prove certe della morte. Il punto più sensibile è proprio questo: per chi attende notizie di una persona cara, la parola disperso non equivale alla parola morto. Tra le due condizioni esiste uno spazio doloroso, sospeso, ma essenziale: lo spazio della ricerca, della speranza, della verifica, dell'identificazione e della possibilità che qualcuno sia ancora prigioniero, ferito, detenuto, nascosto o non ancora rintracciato.
La guerra in Ucraina ha prodotto una quantità enorme di casi irrisolti. Nel registro ucraino delle persone scomparse risultano oltre 90 mila nominativi. Questa cifra comprende persone sparite in combattimento, civili scomparsi nei territori occupati, militari di cui non si conosce la sorte e casi che risalgono anche al 2014, anno dell'annessione russa della Crimea e dell'inizio del conflitto nell'Ucraina orientale. Dopo l'invasione su larga scala del 24 febbraio 2022, il numero dei dispersi è aumentato drasticamente, perché la guerra si è estesa, si è intensificata e ha coinvolto fronti, città, villaggi, prigioni, zone occupate e aree devastate dai bombardamenti.
Per capire la protesta di Kyiv bisogna partire dal significato umano della parola disperso. In tempo di guerra, una persona può risultare dispersa per molte ragioni. Può essere morta in combattimento senza che il corpo sia stato recuperato. Può essere stata catturata. Può trovarsi in un territorio occupato, senza possibilità di comunicare. Può essere stata evacuata, deportata, imprigionata o trasferita. Può essere finita in un elenco incompleto, in un ospedale, in una fossa comune non ancora identificata, oppure può essere viva ma non nelle condizioni di contattare la propria famiglia. Per questo, dal punto di vista dei parenti, dichiarare qualcuno morto senza una prova definitiva appare come un atto irreversibile compiuto sopra un'incertezza ancora aperta.
La questione non riguarda soltanto il linguaggio. Riguarda la vita concreta delle famiglie. Quando un militare viene dichiarato morto, possono cambiare lo status legale, le prestazioni economiche, i diritti previdenziali, le procedure amministrative, la posizione dei familiari e il modo in cui lo Stato gestisce il caso. Ma per i parenti la preoccupazione principale è un'altra: temono che la dichiarazione di morte possa ridurre la pressione istituzionale per continuare le ricerche. Temono che, una volta chiuso il fascicolo dal punto di vista giuridico, l'attenzione verso quella persona diminuisca. Temono che il bisogno dello Stato di mettere ordine nelle pratiche prevalga sul dovere morale di accertare la verità.
È una tensione molto difficile da risolvere, perché anche lo Stato ucraino si trova davanti a problemi enormi. Una guerra lunga produce migliaia di situazioni sospese. Le autorità devono gestire liste di dispersi, scambi di prigionieri, identificazioni di resti umani, comunicazioni con le famiglie, verifiche nei territori occupati, procedure giudiziarie e riconoscimenti ufficiali. A livello amministrativo, lasciare per anni migliaia di casi in una condizione indefinita crea difficoltà reali. Ma ciò che per lo Stato può apparire come un'esigenza di ordine giuridico, per le famiglie può trasformarsi in una forma di abbandono.
Il cuore della protesta è quindi una domanda di verità. Le famiglie non chiedono semplicemente di mantenere viva una speranza astratta. Chiedono che la sorte dei propri cari venga accertata con il massimo rigore possibile. Chiedono che un soldato scomparso non venga cancellato da una formula legale. Chiedono che la categoria di disperso continui a indicare una responsabilità dello Stato: cercare, verificare, negoziare, identificare, informare, comunicare. In una guerra in cui la propaganda, la disinformazione e la mancanza di accesso ai territori occupati complicano ogni ricostruzione, la verità diventa essa stessa una forma di giustizia.
Questa protesta mostra anche una dimensione meno visibile della guerra: quella delle famiglie che vivono nell'attesa. L'immagine più immediata del conflitto è spesso quella del fronte, dei bombardamenti, dei carri armati, dei droni, delle città colpite e delle trincee. Ma dietro la guerra combattuta c'è una guerra domestica, silenziosa, fatta di telefoni che non squillano, messaggi mai arrivati, fotografie strette tra le mani, documenti da compilare, uffici da contattare, risposte parziali, speranze che si riaccendono e poi si spengono. Per migliaia di famiglie ucraine, il dolore non ha una forma definitiva: non è ancora lutto pieno, ma non è nemmeno serenità. È un'attesa che consuma.
In questo senso, il caso dei soldati dispersi tocca una delle questioni psicologiche più dure dei conflitti armati: il cosiddetto lutto ambiguo. Quando una persona cara muore e il corpo viene identificato, il dolore può almeno trovare un rito, un funerale, una tomba, un luogo della memoria. Quando invece una persona scompare, tutto resta sospeso. La famiglia non sa se piangere un morto o attendere un ritorno. Non sa se conservare gli oggetti, se sperare in una telefonata, se accettare l'idea della perdita. La normativa contestata viene percepita da molti parenti proprio come un tentativo di trasformare questa ambiguità in una conclusione formale non ancora sostenuta da prove sufficienti.
Il tema è ancora più delicato perché molti soldati ucraini potrebbero trovarsi in condizioni di prigionia. In una guerra segnata da scambi di prigionieri, detenzioni, accuse reciproche e difficoltà di accesso alle informazioni, non sempre è possibile sapere rapidamente chi sia morto, chi sia catturato e chi sia disperso in senso stretto. Le famiglie temono che una dichiarazione prematura di morte possa indebolire anche gli sforzi per includere i propri cari negli elenchi dei prigionieri da cercare, negoziare o scambiare. In altre parole, la paura non riguarda solo il piano simbolico, ma anche quello operativo: se una persona viene considerata morta, verrà ancora cercata con la stessa intensità?
La protesta di Kyiv va letta anche nel contesto di una società ucraina sottoposta da anni a una pressione estrema. Dal 2022, milioni di cittadini vivono tra guerra, lutti, mobilitazione militare, sfollamenti, crisi economica, separazioni familiari e continui attacchi. In questo scenario, il rapporto tra cittadini e istituzioni diventa decisivo. Le famiglie dei militari accettano sacrifici enormi, ma chiedono in cambio rispetto, trasparenza e attenzione. Quando percepiscono che una legge possa semplificare troppo la sorte dei dispersi, reagiscono perché sentono minacciato un patto fondamentale: quello tra chi combatte per lo Stato e lo Stato che deve rispondere fino in fondo della sorte di chi ha combattuto.
Il provvedimento contestato si inserisce in un problema più ampio: come dare una cornice legale a una tragedia collettiva ancora in corso. Le guerre moderne producono un numero altissimo di informazioni frammentarie. Ci sono video, testimonianze, intercettazioni, elenchi, resti umani, documenti militari, dati incompleti e segnalazioni non sempre verificabili. Stabilire giuridicamente la morte di una persona può essere necessario in alcuni casi, ma diventa estremamente problematico quando mancano prove certe. La domanda delle famiglie è quindi semplice e radicale: prima di dichiarare morto qualcuno, lo Stato deve dimostrare di aver fatto tutto il possibile per accertarne la sorte.
La dimensione morale è fortissima. Un soldato disperso non è un numero in un registro. È una persona con una storia, un volto, una famiglia, una casa, un passato e un nome. Ogni fotografia esposta durante una manifestazione non rappresenta soltanto un caso amministrativo, ma una vita interrotta nel racconto pubblico. Per questo le piazze di Kyiv, quando si riempiono dei volti dei dispersi, diventano un luogo di memoria e di pressione civile. Le famiglie dicono allo Stato: non lasciate che queste persone scompaiano due volte, prima nella guerra e poi nella burocrazia.
La protesta mette inoltre in evidenza un paradosso doloroso. In guerra, gli Stati hanno bisogno di procedure rapide, chiare e applicabili su larga scala. Le famiglie, invece, hanno bisogno di attenzione individuale, ascolto e tempo. Una legge può cercare di ordinare migliaia di casi, ma ogni caso è unico. Ogni scomparsa ha circostanze diverse. Ogni famiglia ha ricevuto informazioni diverse. Ogni soldato può essere caduto, catturato, trasferito o semplicemente non ancora identificato. La sfida giuridica è trovare una soluzione che non sacrifichi la complessità umana alla necessità amministrativa.
Dal punto di vista politico, le proteste sulle norme relative ai dispersi sono anche un segnale della vitalità della società civile ucraina. Nonostante la guerra, i cittadini continuano a manifestare, contestare, chiedere modifiche, invocare veti e pretendere attenzione dalle istituzioni. Questo è un elemento importante: la guerra non cancella la domanda di controllo democratico. Anzi, spesso la rende ancora più urgente. Le famiglie dei dispersi non si limitano a vivere il dolore in privato, ma lo trasformano in richiesta pubblica di responsabilità.
La questione tocca anche il tema della memoria nazionale. L'Ucraina sta costruendo, nel pieno della guerra, il racconto dei propri caduti, dei propri prigionieri e dei propri dispersi. Ma i dispersi occupano una posizione particolare: non possono essere pienamente commemorati come morti, né pienamente attesi come vivi. Restano in una zona intermedia che mette in crisi le categorie tradizionali della memoria. Le famiglie chiedono che questa zona non venga chiusa in modo affrettato, perché dentro quell'incertezza ci sono ancora possibilità, domande e doveri.
Sul piano pratico, una gestione corretta dei dispersi richiede strumenti complessi: banche dati aggiornate, collaborazione tra ministeri, comunicazione costante con le famiglie, identificazioni tramite DNA, verifiche sui luoghi di combattimento, accesso agli elenchi dei prigionieri, rapporti con organizzazioni umanitarie, scambi di informazioni e procedure trasparenti. Ogni ritardo o errore può avere conseguenze devastanti. Una famiglia che riceve una comunicazione sbagliata o prematura può subire un trauma aggiuntivo. Una persona dichiarata morta in modo erroneo può diventare più difficile da cercare. Un fascicolo chiuso troppo presto può alimentare sfiducia verso le istituzioni.
Il numero di oltre 90 mila persone scomparse dà la misura della tragedia. Non indica solo la dimensione militare del conflitto, ma anche quella civile e sociale. Dentro quel registro ci sono storie di battaglie, occupazioni, evacuazioni, città assediate, persone separate dai propri familiari, soldati scomparsi al fronte e civili inghiottiti dal caos della guerra. È una cifra che racconta un Paese in cui l'assenza è diventata fenomeno collettivo. Ogni numero, però, corrisponde a qualcuno che viene cercato da qualcun altro.
Per le famiglie, opporsi alla dichiarazione prematura di morte non significa negare la possibilità che il proprio caro sia deceduto. Significa chiedere che questa conclusione venga raggiunta solo quando esistono elementi sufficienti. È una differenza fondamentale. Non si tratta di rifiutare la realtà, ma di pretendere che la realtà venga accertata. In guerra, dove il confine tra informazione e incertezza è spesso fragile, questa esigenza diventa ancora più importante.
La protesta di Kyiv, dunque, non è soltanto una manifestazione contro una norma. È una richiesta di rispetto verso i soldati dispersi, verso le loro famiglie e verso la verità. È il tentativo di impedire che la necessità di semplificare le procedure trasformi l'incertezza in una sentenza definitiva. È anche un richiamo al fatto che, mentre la guerra continua, lo Stato non deve perdere la capacità di guardare ai singoli destini umani.
In definitiva, la vicenda delle proteste sui soldati dispersi mostra uno degli aspetti più profondi e meno raccontati della guerra in Ucraina: la battaglia per il diritto di sapere. Sapere se una persona è viva. Sapere se è prigioniera. Sapere se è morta. Sapere dove si trova il suo corpo. Sapere se le ricerche continuano. Sapere che lo Stato non ha dimenticato. Per migliaia di famiglie ucraine, questa conoscenza non è un dettaglio burocratico, ma la condizione minima per poter vivere, elaborare il dolore e mantenere un rapporto di fiducia con le istituzioni.
La guerra produce morti, feriti, distruzioni e sfollamenti. Ma produce anche assenze. E le assenze, quando non vengono chiarite, diventano una forma di sofferenza che non si chiude mai. Per questo le famiglie dei dispersi sono scese in piazza a Kyiv: non per opporsi alla verità, ma per impedire che una verità non dimostrata venga scritta troppo presto in un atto ufficiale. In quella richiesta c'è tutta la fragilità di un Paese in guerra, ma anche la sua forza civile: continuare a chiedere giustizia, persino quando la guerra rende tutto più difficile.

Di Leonardo

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