Ucraina colpisce il petrolio russo: droni su Yaroslavl e Bashkortostan
L'Ucraina intensifica la campagna di attacchi a lunga distanza contro le infrastrutture energetiche russe, colpendo nuovamente alcune delle principali raffinerie del Paese mentre Mosca prosegue, parallelamente, con massicci attacchi di missili e droni contro il territorio ucraino. Gli ultimi obiettivi indicati da Kyiv sono la raffineria Slavneft-Yanos di Yaroslavl, a nord-est di Mosca, e l'impianto Bashneft-Novoil nella repubblica russa del Bashkortostan, a oltre mille chilometri dalle zone di combattimento.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato che le forze di Kyiv hanno preso di mira entrambe le strutture. Nel caso di Yaroslavl, le stesse autorità russe hanno riconosciuto che un attacco con droni ha provocato un incendio nei serbatoi di carburante, successivamente domato dai vigili del fuoco. Quattro persone hanno riportato ferite da schegge, mentre non sono stati segnalati decessi.
Rimane invece meno chiara l'entità delle conseguenze dell'attacco contro la raffineria Bashneft-Novoil in Bashkortostan. Kyiv ha indicato l'impianto tra gli obiettivi raggiunti, ma nelle prime ore successive all'operazione non erano disponibili informazioni russe sufficientemente dettagliate per stabilire quali strutture fossero state danneggiate o se la capacità produttiva fosse stata ridotta.
Gli attacchi rappresentano un nuovo capitolo della strategia con cui l'Ucraina cerca di portare la guerra sempre più in profondità nel territorio russo. Kyiv dichiara apertamente di voler ridurre la capacità di Mosca di ottenere entrate dal settore petrolifero, produrre carburante destinato anche alle forze armate e sostenere logisticamente una guerra che prosegue ormai da oltre quattro anni.
L'attacco alla raffineria di Yaroslavl
La raffineria Slavneft-Yanos si trova nella regione di Yaroslavl, circa 250 chilometri a nord-est di Mosca e a quasi 700 chilometri dal confine ucraino. La distanza mostra quanto siano aumentate negli ultimi anni le capacità ucraine di condurre operazioni con droni a lungo raggio contro obiettivi situati lontano dalle tradizionali linee del fronte.
Il governatore regionale Mikhail Yevrayev ha riferito che la regione è stata interessata da quello che ha definito il più grande attacco di droni subito fino a quel momento. Secondo la versione delle autorità russe, 93 velivoli senza pilota sarebbero stati intercettati attraverso sistemi di difesa aerea e guerra elettronica.
Nonostante questa dichiarazione, frammenti dei droni abbattuti avrebbero raggiunto i serbatoi della raffineria, provocando un incendio di dimensioni sufficienti da richiedere un'importante operazione dei servizi di emergenza. Le autorità regionali hanno mobilitato 102 vigili del fuoco e 47 mezzi per controllare le fiamme.
Il governatore ha riferito inoltre che quattro persone sono rimaste ferite dalle schegge. Non sono stati segnalati morti. Alcune abitazioni e strutture residenziali nelle vicinanze hanno riportato danni, un elemento che ricorda come gli attacchi contro grandi impianti industriali possano produrre conseguenze anche al di fuori del perimetro direttamente preso di mira.
Le due versioni disponibili descrivono però in maniera differente il risultato operativo. Kyiv parla di una raffineria colpita dalle proprie forze; Mosca sostiene invece che i droni siano stati intercettati e che l'incendio sia stato causato dai detriti caduti. Senza ulteriori elementi tecnici indipendenti, non è possibile stabilire con certezza quanta parte dei danni sia derivata da un impatto diretto e quanta dalla caduta dei frammenti.
Una delle maggiori raffinerie russe
L'importanza dell'obiettivo deriva soprattutto dalle dimensioni della raffineria di Yaroslavl. L'impianto possiede una capacità di lavorazione di circa 15 milioni di tonnellate di petrolio all'anno, equivalenti a circa 300.000 barili al giorno.
Una raffineria non produce il greggio: lo trasforma in benzina, diesel, carburanti e altri prodotti petroliferi. Questa distinzione è fondamentale per comprendere la strategia ucraina. Colpire una raffineria non significa necessariamente ridurre immediatamente la quantità di petrolio estratta dalla Russia, ma può diminuire la capacità di trasformarlo nei prodotti necessari all'economia civile e alle operazioni militari.
È anche per questo che gli impianti di raffinazione sono diventati uno dei principali bersagli della campagna ucraina. Carburante per camion, mezzi corazzati, trasporto ferroviario e numerose altre attività logistiche deriva dalla filiera della raffinazione, mentre l'interruzione delle lavorazioni può creare carenze regionali anche quando il Paese continua a estrarre grandi quantità di greggio.
Al momento non è tuttavia possibile affermare che l'ultimo attacco abbia provocato la chiusura della raffineria di Yaroslavl. L'incendio è stato spento e le autorità russe non hanno comunicato immediatamente un arresto completo della produzione. Quantificare l'effetto industriale richiederà quindi informazioni più precise sulle unità eventualmente danneggiate.
L'obiettivo ancora più lontano in Bashkortostan
Particolarmente significativa è la seconda operazione annunciata da Zelensky, quella contro la Bashneft-Novoil, situata nella repubblica del Bashkortostan, nella regione degli Urali.
Il sito si trova a oltre 1.300 chilometri dalla linea del fronte. Attacchi a simili distanze dimostrano che la profondità geografica della Russia, storicamente uno dei suoi principali vantaggi strategici, offre oggi una protezione inferiore rispetto al passato contro determinati tipi di sistemi senza pilota.
L'Ucraina ha sviluppato una serie di droni a lungo raggio capaci di attraversare centinaia o migliaia di chilometri prima di raggiungere il bersaglio. Non è necessario che possiedano la velocità o la potenza distruttiva di un missile balistico: il vantaggio deriva dal costo relativamente contenuto, dalla possibilità di utilizzarne molti contemporaneamente e dalla difficoltà di proteggere in maniera permanente un territorio vastissimo.
Nel caso dell'impianto Bashneft-Novoil, però, la prudenza rimane necessaria. La conferma ucraina dell'operazione non equivale automaticamente alla prova di danni significativi. In assenza di un bilancio dettagliato delle autorità russe o di ulteriori elementi verificabili, non è possibile stabilire quanto l'attacco abbia inciso sulla capacità produttiva.
Una campagna che non riguarda due sole raffinerie
Yaroslavl e Bashkortostan fanno parte di una campagna molto più ampia. Nel corso del 2026 l'Ucraina ha aumentato sensibilmente la frequenza degli attacchi contro raffinerie, depositi petroliferi, stazioni di pompaggio e infrastrutture energetiche russe.
Tra gli impianti colpiti nelle ultime settimane figurano le raffinerie di Saratov, Volgograd, Ryazan, Perm, Tyumen, Syzran, Omsk e Nizhny Novgorod, oltre a strutture energetiche nella regione di Mosca, nel Krasnodar e in altre aree della Federazione Russa.
In alcuni casi gli effetti sono stati limitati a incendi rapidamente domati. In altri, invece, unità di raffinazione hanno dovuto interrompere temporaneamente la lavorazione del greggio, talvolta per giorni o settimane.
La differenza è essenziale. Non tutti gli attacchi producono lo stesso risultato e il numero di raffinerie raggiunte non corrisponde automaticamente alla quantità di capacità produttiva realmente eliminata. Un serbatoio incendiato può essere sostituito o riparato relativamente rapidamente; il danneggiamento di una complessa unità di distillazione può invece richiedere interventi molto più lunghi.
Ryazan, Perm e Tyumen mostrano gli effetti possibili
Alcuni precedenti recenti aiutano a comprendere meglio l'obiettivo della strategia. Alla fine di luglio la raffineria di Ryazan, una delle maggiori della Russia, ha sospeso la lavorazione del greggio dopo un attacco con droni. La struttura aveva lavorato circa 13,1 milioni di tonnellate di petrolio nel 2024.
Nello stesso periodo un attacco alla raffineria Lukoil di Perm ha provocato un incendio e danneggiato una delle unità di distillazione primaria, costringendola alla fermata. Perm si trova negli Urali, molto lontano dal confine ucraino.
Ancora più profondo era stato l'attacco alla raffineria di Tyumen, nella Siberia occidentale, situata a oltre 2.000 chilometri dall'Ucraina. Dopo l'incendio provocato dall'attacco, l'impianto aveva sospeso temporaneamente le attività.
La successione di episodi dimostra che Kyiv non punta soltanto agli impianti geograficamente più vicini. L'obiettivo è costringere Mosca a distribuire sistemi antiaerei e risorse difensive su una superficie enorme, proteggendo contemporaneamente città, basi militari, raffinerie, aeroporti, depositi e infrastrutture strategiche.
La strategia dichiarata da Kyiv
Il governo ucraino definisce queste operazioni parte di una strategia destinata a ridurre il potenziale bellico russo. Il ragionamento si basa principalmente su due elementi: il ruolo delle esportazioni energetiche nel finanziamento delle finanze pubbliche russe e l'importanza dei prodotti raffinati per la logistica militare.
Il settore degli idrocarburi continua infatti ad avere un peso molto importante nell'economia russa. Petrolio, gas e relativi prodotti generano entrate fiscali e valutarie che contribuiscono alle risorse complessivamente disponibili per lo Stato.
Kyiv sostiene quindi che colpire raffinerie e infrastrutture petrolifere permetta di agire contemporaneamente sulla capacità economica e sulla logistica della Russia. L'Ucraina cerca inoltre di aumentare il costo interno della guerra, facendo percepire anche alla popolazione russa le conseguenze di un conflitto combattuto principalmente sul territorio ucraino.
Un altro obiettivo dichiarato è creare maggiore pressione sul Cremlino affinché accetti negoziati più concreti. Questa componente politica viene apertamente richiamata da Kyiv, soprattutto in una fase nella quale gli sforzi diplomatici guidati dagli Stati Uniti non hanno ancora prodotto un cessate il fuoco generale.
Colpire le raffinerie non significa fermare l'estrazione di petrolio
La campagna sta producendo effetti, ma è importante non confondere la raffinazione con la produzione petrolifera. La Russia continua a estrarre enormi quantità di greggio nonostante gli attacchi.
A luglio la produzione russa di petrolio e condensati è aumentata di circa 100.000 barili al giorno, tornando oltre i 9 milioni di barili quotidiani. È un dato che mostra la capacità del settore energetico russo di adattarsi almeno parzialmente alla pressione.
Una raffineria danneggiata può persino produrre un effetto apparentemente contraddittorio: se una parte del greggio non può essere trasformata internamente in benzina o diesel, Mosca può tentare di esportare una quota maggiore di petrolio non raffinato, compatibilmente con capacità portuali, sanzioni e disponibilità di navi.
Per questo l'efficacia della strategia non deve essere valutata soltanto attraverso la quantità di greggio estratto. È necessario osservare anche produzione di carburanti, disponibilità regionale, prezzi, esportazioni, tempi di riparazione e capacità delle raffinerie.
Le carenze di carburante in alcune regioni russe
Gli attacchi ripetuti hanno contribuito alla comparsa di problemi nella disponibilità di carburante in alcune parti della Russia. Le autorità sono riuscite a stabilizzare la situazione in numerose regioni, ma permangono difficoltà localizzate.
La geografia russa rende particolarmente delicata la distribuzione. Anche se il Paese nel suo complesso dispone di quantità sufficienti di petrolio, un'interruzione in una determinata raffineria può produrre carenze regionali di benzina o diesel se le infrastrutture di trasporto non riescono a sostituire rapidamente la produzione mancante.
Il governo può intervenire attraverso scorte, riallocazione dei prodotti e variazioni delle esportazioni. Queste misure riducono gli effetti sui consumatori ma hanno un costo e richiedono adattamenti logistici.
È precisamente questa pressione cumulativa che Kyiv cerca di creare. L'obiettivo non è necessariamente distruggere con un singolo attacco l'industria petrolifera russa, ma costringerla a dedicare sempre maggiori risorse a riparazioni, difesa, ridistribuzione e protezione delle infrastrutture.
La vastità della Russia diventa un problema per la difesa aerea
Uno dei punti più interessanti della campagna riguarda la difesa aerea russa. La Federazione Russa possiede uno dei più grandi sistemi antiaerei del mondo, ma deve proteggere un territorio enorme.
Le stesse batterie utilizzate per difendere una raffineria negli Urali non possono contemporaneamente proteggere un aeroporto militare, una base, Mosca o un'altra infrastruttura distante centinaia di chilometri. Moltiplicare i possibili bersagli costringe quindi la Russia a scegliere dove concentrare i sistemi più preziosi.
Le autorità russe sostengono regolarmente di abbattere la grande maggioranza dei droni ucraini. Anche quando ciò avviene, tuttavia, frammenti e velivoli danneggiati possono cadere su edifici, impianti industriali e abitazioni.
È esattamente ciò che Mosca sostiene sia avvenuto a Yaroslavl: tutti i droni sarebbero stati neutralizzati, ma i detriti avrebbero comunque provocato l'incendio. Il caso mostra quindi che l'intercettazione non elimina automaticamente ogni conseguenza al suolo.
La Russia riferisce centinaia di droni intercettati
Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato di avere abbattuto o neutralizzato 605 droni ucraini durante una delle recenti ondate notturne. Numeri di questa portata mostrano la trasformazione radicale della guerra rispetto ai primi mesi del 2022.
Le cifre diffuse dai ministeri della Difesa delle parti devono comunque essere considerate dichiarazioni militari e non possono essere sempre verificate indipendentemente. Il numero di intercettazioni, soprattutto durante attacchi su decine di regioni, è particolarmente difficile da ricostruire dall'esterno.
Ciò che non è in discussione è la scala crescente degli attacchi con velivoli senza pilota. Centinaia di droni possono essere utilizzati in una singola notte, trasformando la quantità stessa delle armi impiegate in uno strumento destinato a saturare i sistemi di sorveglianza e difesa.
Il risultato è una vera e propria guerra di logoramento tecnologico: chi attacca cerca di produrre droni più numerosi ed economici; chi difende deve trovare metodi altrettanto economici per intercettarli senza consumare missili molto più costosi del bersaglio.
Anche civili russi vengono colpiti dagli attacchi ucraini
La campagna ucraina produce anche vittime civili in Russia. Il 6 agosto le autorità della regione di Bryansk hanno riferito che due civili sono stati uccisi e altri cinque feriti in attacchi attribuiti a droni ucraini.
Uno degli episodi avrebbe coinvolto un uomo alla guida della propria automobile. Le informazioni provengono dalle autorità regionali russe e non risultavano verificabili in maniera indipendente nelle prime ore successive agli attacchi.
Questi eventi ricordano che l'estensione della guerra oltre il fronte comporta rischi crescenti per le popolazioni civili di entrambe le parti. Anche quando l'obiettivo dichiarato è una struttura militare o energetica, errori, deviazioni, intercettazioni e caduta di detriti possono provocare vittime lontano dal bersaglio.
Il progressivo aumento della gittata dei sistemi utilizzati rende inoltre vulnerabili aree russe che per anni erano rimaste sostanzialmente estranee alle conseguenze fisiche dirette della guerra.
La Russia continua intanto i grandi attacchi sull'Ucraina
Mentre Kyiv aumenta gli attacchi in profondità, Mosca continua una campagna aerea estremamente intensa contro l'Ucraina. Missili balistici, missili da crociera, bombe plananti e droni vengono utilizzati quotidianamente contro obiettivi situati tanto nelle zone del fronte quanto nelle grandi città.
Nelle ultime ore una nuova serie di attacchi con droni e bombe plananti russe ha provocato almeno tre morti e 22 feriti secondo le autorità ucraine, colpendo diverse regioni del Paese.
Soltanto il giorno precedente un massiccio bombardamento su Kyiv e sulla regione della capitale aveva provocato 17 morti e almeno 44 feriti. Otto persone sono state uccise presso una stazione ferroviaria nel distretto di Brovary.
L'attacco ha interessato anche magazzini, strutture logistiche e attività commerciali. Kyiv ha sostenuto che diversi obiettivi fossero puramente civili; Mosca ha affermato invece che alcune delle strutture colpite fossero collegate alla produzione o distribuzione di materiale utilizzato dalle forze armate ucraine. Le due versioni non sono state completamente conciliabili attraverso verifiche indipendenti.
Ventiquattro missili balistici in una sola ondata
Secondo le autorità ucraine, nell'attacco del 5 agosto la Russia ha utilizzato 24 missili balistici, oltre ad altri missili e 115 droni. La quantità di armi balistiche rappresenta uno dei principali problemi per la difesa ucraina.
I missili balistici viaggiano a velocità molto elevate e seguono traiettorie che rendono la loro intercettazione particolarmente complessa. L'Ucraina dipende soprattutto dai sistemi statunitensi Patriot per contrastare questa minaccia.
Nella recente ondata le difese ucraine non sono riuscite a intercettare i missili diretti verso la regione della capitale. Il risultato ha evidenziato ancora una volta quella che Kyiv considera una grave carenza di intercettori.
Secondo Zelensky, nella prima metà del 2026 le forniture di munizioni per la difesa aerea ricevute dall'Ucraina sono scese a circa un terzo dei livelli del 2025. La guerra in Medio Oriente ha ulteriormente aumentato la competizione internazionale per alcune tipologie di intercettori.
Perché i Patriot sono così importanti
I sistemi Patriot rappresentano uno dei pochi strumenti a disposizione dell'Ucraina capaci di intercettare efficacemente determinati missili balistici russi. Le batterie sono però limitate e ogni intercettazione consuma munizioni costose e difficili da produrre rapidamente.
Il problema non riguarda quindi soltanto quanti sistemi siano presenti sul territorio, ma soprattutto la disponibilità dei missili PAC-2 e PAC-3 necessari a mantenerli operativi.
La Russia può tentare di sfruttare questa vulnerabilità aumentando contemporaneamente il numero di droni-esca e missili, costringendo le difese ucraine a decidere quali bersagli intercettare e quali risorse conservare per eventuali attacchi successivi.
La stessa logica di saturazione viene utilizzata, in modo differente, dall'Ucraina nei suoi attacchi con droni contro la Russia. La guerra sta quindi assumendo sempre più le caratteristiche di una competizione industriale nella quale quantità, costo e capacità produttiva sono importanti quasi quanto le prestazioni del singolo sistema d'arma.
I civili ucraini pagano un prezzo crescente nel 2026
Il dato più drammatico della nuova fase della guerra riguarda l'aumento delle vittime civili in Ucraina. Nei primi sei mesi del 2026 sono stati verificati almeno 1.396 civili uccisi e 7.978 feriti.
Il numero complessivo delle vittime civili è risultato superiore del 37% rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 114% rispetto ai primi sei mesi del 2024. È quindi evidente una forte inversione rispetto alla speranza che il trascorrere del conflitto potesse tradursi in una progressiva riduzione del rischio per la popolazione.
Una parte fondamentale dell'aumento deriva proprio dagli attacchi a lungo raggio con missili e droni. Queste armi permettono di raggiungere città situate centinaia di chilometri dietro il fronte, trasformando aree teoricamente lontane dai combattimenti terrestri in luoghi esposti alla guerra quasi quotidianamente.
Il dato non comprende necessariamente tutte le vittime effettive. Nelle guerre le verifiche richiedono tempo, soprattutto nelle aree occupate o difficilmente accessibili, e il bilancio documentato rappresenta quindi un minimo verificato piuttosto che una stima completa di ogni morte avvenuta.
Giugno è stato il mese peggiore da oltre quattro anni
Nel solo giugno 2026 sono stati verificati almeno 293 civili uccisi e 1.990 feriti in Ucraina. Il totale delle persone colpite ha raggiunto il livello mensile più elevato dall'aprile 2022.
Rispetto a giugno dell'anno precedente, il numero complessivo delle vittime civili è aumentato del 37%. Il dato mostra quanto la fase attuale sia pericolosa nonostante il fronte terrestre non abbia subito trasformazioni paragonabili ai primi mesi dell'invasione.
Gli attacchi con armi a lunga distanza hanno rappresentato il 45% delle vittime di giugno, con 126 morti e 907 feriti. Molte delle persone colpite si trovavano in centri urbani lontani dalle linee principali del combattimento.
Questo cambiamento rende la sicurezza dei civili sempre meno dipendente dalla semplice distanza dal fronte. Kyiv, Dnipro e altre grandi città possono essere raggiunte da missili e droni anche quando le operazioni terrestri sono concentrate a centinaia di chilometri.
I droni a corto raggio trasformano anche le zone del fronte
Se missili e droni a lungo raggio costituiscono una minaccia per le città lontane, i droni FPV a corto raggio stanno modificando radicalmente la vita nelle aree prossime al fronte.
Questi piccoli velivoli vengono controllati direttamente da un operatore attraverso una telecamera e possono essere utilizzati contro veicoli, postazioni, soldati e strutture. Il loro basso costo permette di impiegarli in quantità enormemente superiori rispetto ai tradizionali missili guidati.
Il problema riguarda anche i civili. Nelle comunità vicine al fronte i droni possono rendere pericolosi gli spostamenti sulle strade, le evacuazioni e le operazioni di soccorso.
In alcune aree dell'Ucraina sudorientale sono state installate reti anti-drone sulle strade, mentre autobus e altri mezzi vengono equipaggiati con sistemi destinati a individuare la presenza di velivoli senza pilota. Sono adattamenti che soltanto pochi anni fa sarebbero sembrati straordinari e che oggi fanno parte della vita quotidiana.
Zaporizhzhia e la paura dei droni FPV
Particolarmente difficile è la situazione nella regione di Zaporizhzhia, dove le autorità locali denunciano un aumento degli attacchi con droni FPV e bombe plananti contro la città e le aree circostanti.
Residenti e amministratori descrivono una situazione nella quale anche normali attività come guidare, lavorare o utilizzare i mezzi pubblici possono diventare improvvisamente pericolose.
Le autorità ucraine accusano le forze russe di utilizzare alcuni droni per colpire deliberatamente civili e veicoli non militari. Determinare la responsabilità di ogni singolo episodio richiede verifiche specifiche, ma il forte aumento delle vittime provocate da piccoli droni nelle zone del fronte è documentato.
Il fenomeno rappresenta un'altra conseguenza della democratizzazione tecnologica della guerra: capacità di precisione un tempo disponibili soltanto attraverso sistemi estremamente costosi possono oggi essere ottenute utilizzando componenti relativamente economici e prodotti su larga scala.
La guerra contro le infrastrutture energetiche ucraine
Anche l'energia ucraina continua a essere uno dei principali bersagli russi. Durante l'inverno 2025-2026 sono stati documentati centinaia di attacchi contro impianti di generazione e distribuzione dell'elettricità.
Tra ottobre 2025 e marzo 2026 la Russia ha effettuato almeno 423 attacchi contro strutture di generazione, trasmissione o distribuzione elettrica, oltre ad almeno 74 attacchi contro centrali di cogenerazione e altre infrastrutture collegate al riscaldamento.
Le conseguenze si sono tradotte in interruzioni programmate dell'elettricità e difficoltà per famiglie, ospedali, scuole e attività economiche. In alcuni periodi le ondate di attacco hanno utilizzato contemporaneamente centinaia di droni e numerosi missili contro regioni differenti.
L'obiettivo dichiarato da Mosca è colpire infrastrutture utilizzate anche dalla macchina militare ucraina. Kyiv sostiene invece che la campagna abbia come effetto e in numerosi casi come obiettivo la pressione sulla popolazione civile. La valutazione giuridica dipende dalla natura e dall'uso concreto di ciascun bersaglio.
Energia e diritto internazionale: non ogni impianto è automaticamente un bersaglio
Il tema diventa particolarmente importante perché la legittimità degli attacchi contro infrastrutture energetiche non può essere stabilita semplicemente classificando un impianto come "strategico".
Secondo il diritto internazionale umanitario, un'infrastruttura civile può diventare un obiettivo militare soltanto se, per natura, posizione, finalità o uso, contribuisce effettivamente all'azione militare e se la sua distruzione o neutralizzazione offre, nelle circostanze concrete, un vantaggio militare definito.
Ciò significa che la semplice capacità di un impianto di produrre entrate economiche per uno Stato non rende automaticamente legittimo un attacco. La relazione con l'attività militare deve essere valutata concretamente.
Anche quando un'infrastruttura soddisfa i criteri per essere considerata un obiettivo militare legittimo, restano inoltre applicabili le regole sulla proporzionalità e sulle precauzioni necessarie per ridurre i danni alla popolazione civile.
La questione degli obiettivi "dual use"
Le raffinerie rappresentano un tipico esempio di infrastruttura potenzialmente "dual use", cioè utilizzata contemporaneamente per funzioni civili e militari.
Lo stesso diesel può alimentare un camion civile, una macchina agricola o un mezzo militare. Stabilire quando un impianto energetico diventi un obiettivo militare richiede quindi una valutazione più complessa rispetto a quella necessaria per una base esclusivamente militare.
Una valutazione simile riguarda le reti elettriche ucraine: l'elettricità alimenta simultaneamente abitazioni, ospedali, ferrovie, industrie civili e strutture utilizzate dalle forze armate.
Il diritto umanitario non vieta in assoluto gli attacchi contro strutture a uso misto, ma impone limiti stringenti proprio perché le conseguenze indirette sulla popolazione possono essere enormemente superiori alla distruzione fisica immediata dell'impianto.
La sola pressione economica non basta sul piano giuridico
Un elemento particolarmente importante riguarda la dichiarata volontà ucraina di ridurre le entrate russe derivanti dal petrolio. Sul piano politico e strategico questo obiettivo è esplicito; sul piano del diritto internazionale, però, la semplice volontà di indebolire l'economia dell'avversario non rende automaticamente ogni struttura economica un bersaglio militare.
Per ciascun impianto deve esistere un collegamento effettivo con l'azione militare e la sua neutralizzazione deve offrire un vantaggio militare definito nelle circostanze concrete.
Questo principio vale allo stesso modo per Russia e Ucraina. Non è quindi possibile stabilire la legalità di un'intera campagna attraverso una definizione generale: occorre valutare obiettivo, uso, modalità di attacco, presenza di civili e conseguenze previste caso per caso.
La distinzione è importante soprattutto quando l'obiettivo dichiarato include anche la volontà di influenzare l'opinione pubblica o aumentare il costo economico della guerra, finalità che da sole non trasformano automaticamente un'infrastruttura civile in un obiettivo militare.
La "guerra dei droni" è ormai una guerra industriale
Dopo oltre quattro anni di invasione su vasta scala, il conflitto tra Russia e Ucraina è diventato probabilmente il più grande laboratorio contemporaneo dell'impiego militare dei droni.
Entrambi i Paesi producono enormi quantità di sistemi differenti: piccoli FPV tattici, droni da ricognizione, intercettori, velivoli kamikaze e piattaforme a lunghissimo raggio utilizzate contro obiettivi situati centinaia di chilometri oltre il fronte.
Il vantaggio principale è il rapporto tra costo e capacità operativa. Un drone relativamente economico può costringere il difensore a utilizzare un missile molto più costoso oppure obbligarlo a proteggere con sistemi antiaerei infrastrutture che precedentemente potevano essere considerate relativamente sicure.
La competizione riguarda quindi non soltanto la tecnologia, ma la capacità di produrre migliaia di unità ogni mese, reperire componenti elettronici, motori, sistemi di navigazione e sviluppare continuamente contromisure contro le difese avversarie.
La guerra elettronica è diventata fondamentale
Accanto ai tradizionali sistemi antiaerei cresce l'importanza della guerra elettronica. Disturbare il segnale GPS, interrompere il collegamento con l'operatore o ingannare i sistemi di navigazione può permettere di neutralizzare un drone senza utilizzare un missile.
Le autorità russe affermano che una parte dei velivoli diretti verso Yaroslavl sia stata neutralizzata proprio attraverso sistemi elettronici, oltre che mediante la difesa antiaerea.
Anche l'Ucraina utilizza estesamente sistemi di jamming e spoofing contro i droni russi. La conseguenza è una continua corsa tecnologica: quando una parte trova un nuovo metodo per interferire con la navigazione, l'altra modifica software, antenne o sistemi di guida.
Il ciclo di innovazione è estremamente rapido e rende obsolete alcune tecnologie nel giro di pochi mesi. La capacità di adattamento industriale è quindi diventata direttamente collegata alla capacità di combattimento.
Kyiv vuole sviluppare anche propri missili balistici
La strategia ucraina non si limita però ai droni. Zelensky ha confermato che il Paese sta lavorando allo sviluppo di propri missili balistici e ha indicato risultati promettenti nelle fasi di sperimentazione.
L'obiettivo è trasformare questi prototipi in sistemi operativi, riducendo progressivamente la dipendenza dalle autorizzazioni e dalle forniture dei partner occidentali per gli attacchi a lunga distanza.
L'Ucraina sta parallelamente partecipando al progetto europeo Freyja per sviluppare nuove capacità antimissile. Kyiv punta a produrre direttamente missili e lanciatori mentre diversi partner europei contribuirebbero con radar, sensori e altri componenti critici.
Se questi programmi avranno successo, la guerra potrebbe entrare in una fase caratterizzata da una ancora maggiore capacità di entrambe le parti di effettuare attacchi a grande distanza e, contemporaneamente, dalla necessità di costruire difese più sofisticate.
La pressione sulle scorte occidentali di intercettori
La situazione ucraina è complicata dalla crescente competizione internazionale per i missili da difesa aerea. Le crisi contemporanee in Medio Oriente hanno aumentato la domanda di Patriot e altri intercettori, riducendo le quantità immediatamente disponibili per Kyiv.
La produzione di un missile antimissile è molto più complessa rispetto a quella di un semplice drone d'attacco. Aumentare rapidamente la capacità produttiva richiede nuovi impianti, personale specializzato e catene di approvvigionamento che non possono essere create in poche settimane.
L'Ucraina chiede quindi ai partner di individuare scorte già disponibili e trasferirne una parte, mentre parallelamente cerca accordi per la produzione locale.
È uno dei principali squilibri economici della guerra moderna: un attaccante può utilizzare decine o centinaia di armi relativamente economiche per costringere il difensore a consumare intercettori molto più costosi e difficili da sostituire.
Gli attacchi alle raffinerie possono costringere Mosca a spostare le difese
La stessa logica aiuta a comprendere perché Kyiv continui a colpire raffinerie sempre più lontane. Anche un attacco che produce danni industriali limitati può avere un effetto strategico se obbliga Mosca a rafforzare la difesa dell'impianto.
Ogni batteria antiaerea trasferita a protezione di una raffineria in Bashkortostan è una risorsa che non può essere utilizzata contemporaneamente in un altro settore.
Il risultato che Kyiv cerca di ottenere può quindi essere definito come una diluizione della difesa russa: moltiplicare i potenziali bersagli fino a rendere impossibile proteggere tutto con lo stesso livello di efficacia.
Per la Russia la risposta può consistere in una combinazione di difesa antiaerea, guerra elettronica, reti protettive, squadre mobili e decentralizzazione delle scorte. Ognuna di queste soluzioni comporta però costi economici e logistici.
Riparare gli impianti diventa parte della guerra
Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la capacità di riparazione industriale. Colpire una raffineria una volta non significa necessariamente eliminarla definitivamente.
La Russia dispone di una grande industria energetica e di personale specializzato capace di effettuare riparazioni relativamente rapide su numerosi componenti. La difficoltà aumenta quando vengono danneggiate apparecchiature particolarmente complesse o soggette alle sanzioni occidentali.
La strategia ucraina comprende quindi anche attacchi ripetuti contro gli stessi impianti. Tornare su una struttura durante o dopo le riparazioni può prolungare l'interruzione e aumentare i costi necessari al ripristino.
È una forma di logoramento nella quale non conta soltanto ciò che viene distrutto durante la notte dell'attacco, ma quanti giorni di produzione vengono persi e quante risorse devono essere sottratte ad altre attività per riportare l'impianto in funzione.
La Russia conserva comunque una grande capacità energetica
Nonostante la frequenza degli attacchi, sarebbe inesatto descrivere l'industria petrolifera russa come vicina al collasso. Il Paese rimane uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di petrolio.
L'aumento della produzione registrato a luglio dimostra che Mosca conserva una notevole capacità di adattamento. Le grandi dimensioni del sistema energetico rappresentano in questo senso una forma di ridondanza.
Quando un impianto rallenta, una parte della produzione può essere spostata altrove oppure il greggio può essere destinato maggiormente all'esportazione. Queste soluzioni non eliminano i problemi ma contribuiscono ad assorbirne una parte.
La domanda strategica è quindi se l'Ucraina possa mantenere una frequenza di attacchi sufficiente a far crescere i danni più rapidamente delle capacità russe di ripararli e compensarli. È questo, più del risultato di una singola notte, a determinare il successo della campagna.
Il petrolio resta fondamentale anche per le finanze russe
La seconda dimensione riguarda le entrate petrolifere. Nonostante le sanzioni occidentali e i limiti imposti al prezzo del greggio russo, Mosca continua a vendere grandi quantità di energia sui mercati internazionali.
La Russia ha progressivamente riorientato una parte delle proprie esportazioni verso Asia e altri mercati, utilizzando anche una vasta flotta di petroliere spesso indicata come "flotta ombra" per aggirare o ridurre l'efficacia delle restrizioni occidentali.
Kyiv considera questo sistema parte della capacità russa di finanziare la guerra e per questo cerca di colpire non soltanto le raffinerie, ma anche depositi, stazioni di pompaggio, porti e, in alcuni casi, navi collegate all'esportazione energetica.
Zelensky ha riferito anche di recenti operazioni contro imbarcazioni russe nel Mar Nero, comprese unità associate alla cosiddetta flotta ombra. Le informazioni dettagliate sui danni non erano però immediatamente disponibili e devono quindi essere considerate rivendicazioni ucraine in attesa di ulteriori riscontri.
Il Mar Nero resta un altro fronte strategico
Il confronto energetico si intreccia con quello sulla navigazione nel Mar Nero. Ucraina e Russia dipendono entrambe dalle rotte marittime per esportare importanti quantità di materie prime e prodotti agricoli.
Gli attacchi contro porti, navi e terminali possono quindi avere conseguenze che superano il settore militare e raggiungono il commercio internazionale.
L'Ucraina ha accusato recentemente la Russia di colpire infrastrutture portuali e navi impegnate nel trasporto di grano. Mosca sostiene invece che alcune imbarcazioni e strutture portuali abbiano funzioni legate alla logistica militare.
La crescente sovrapposizione tra obiettivi economici e militari rende il Mar Nero uno degli spazi nei quali il rischio di conseguenze internazionali della guerra rimane particolarmente elevato.
Una guerra combattuta sempre più lontano dalle trincee
Gli attacchi di Yaroslavl e Bashkortostan mostrano soprattutto come la guerra stia cambiando geografia. Le trincee del Donbass rimangono fondamentali, ma una parte crescente dello scontro avviene centinaia o migliaia di chilometri oltre il fronte.
Una raffineria negli Urali, un deposito vicino a Mosca, una sottostazione elettrica ucraina o un edificio logistico a Kyiv possono diventare parte dello stesso sistema di guerra.
Questo allargamento modifica anche il concetto di retrovia. In passato la distanza dal fronte garantiva una relativa sicurezza alle industrie strategiche; con droni a lungo raggio e missili moderni, quella protezione geografica è sempre più fragile.
La conseguenza è che entrambi i Paesi devono distribuire difese, riparazioni e personale su territori enormi, aumentando continuamente il costo complessivo del conflitto.
La capacità produttiva diventa importante quanto il territorio conquistato
La nuova fase della guerra dimostra inoltre che il successo non può essere misurato soltanto attraverso i chilometri quadrati conquistati. La capacità di produrre munizioni, droni, missili, intercettori e carburante può determinare la sostenibilità del conflitto nel lungo periodo.
La Russia punta sulla propria maggiore base industriale e disponibilità di uomini per logorare progressivamente la resistenza ucraina. Kyiv cerca invece di utilizzare innovazione tecnologica, attacchi profondi e sostegno occidentale per compensare l'inferiorità numerica.
Gli attacchi alle raffinerie appartengono quindi a una strategia più ampia di guerra economico-industriale: rendere più costoso produrre, distribuire e sostenere le risorse necessarie alle operazioni russe.
La risposta di Mosca consiste contemporaneamente nel colpire industrie, logistica, infrastrutture energetiche e difese ucraine, cercando di ridurre la capacità di Kyiv di continuare a combattere e aumentare la pressione sulla popolazione e sull'economia.
Nessuno dei due fronti mostra ancora una svolta decisiva
Nonostante l'intensificazione degli attacchi, non esistono al momento elementi per affermare che la campagna ucraina contro il petrolio russo abbia prodotto una svolta decisiva della guerra.
Le raffinerie subiscono interruzioni, alcune regioni russe affrontano difficoltà nella disponibilità di carburante e Mosca deve dedicare maggiori risorse alla difesa delle infrastrutture. Allo stesso tempo la produzione petrolifera complessiva rimane elevata e numerosi impianti vengono riparati.
Sul versante opposto, la Russia continua a infliggere pesanti perdite civili e danni infrastrutturali all'Ucraina, ma non è riuscita a costringere Kyiv alla resa né a ottenere una vittoria militare definitiva.
Il risultato è un conflitto che diventa progressivamente più costoso e tecnologicamente intenso senza che nessuna delle due parti disponga, almeno per ora, di un mezzo evidente per ottenere rapidamente gli obiettivi politici dichiarati.
I numeri da osservare nei prossimi mesi
Per comprendere l'effettiva efficacia della campagna ucraina sarà necessario seguire soprattutto la quantità di capacità di raffinazione russa effettivamente fuori servizio, non semplicemente il numero di impianti colpiti.
Un secondo indicatore sarà l'andamento dei prezzi e della disponibilità dei carburanti nelle regioni russe. Carenze persistenti e diffuse rappresenterebbero un segnale molto più importante rispetto a episodi temporanei circoscritti.
Il terzo elemento riguarda le esportazioni petrolifere. Se Mosca riuscirà a compensare la riduzione della raffinazione aumentando la vendita di greggio, una parte dell'impatto economico potrà essere assorbita.
Un quarto fattore sarà la capacità russa di proteggere gli impianti con difese antiaeree e sistemi elettronici. Se il tasso di intercettazione aumenterà, Kyiv dovrà utilizzare quantità maggiori di droni o modificare nuovamente le proprie tecnologie.
Infine sarà determinante il ritmo dei bombardamenti russi sull'Ucraina. L'aumento delle vittime civili e la scarsità degli intercettori potrebbero costringere Kyiv e i partner occidentali a destinare sempre maggiori risorse alla difesa anziché alle capacità offensive.
Yaroslavl riassume la nuova fase della guerra
L'incendio alla raffineria di Yaroslavl sintetizza molti degli elementi che stanno definendo il conflitto nel 2026: attacchi condotti a centinaia di chilometri dal fronte, sciami di droni, difese elettroniche, infrastrutture energetiche e conseguenze che coinvolgono contemporaneamente economia, popolazione civile e capacità militare.
Kyiv considera questi raid uno strumento per colpire il potenziale bellico russo senza dover conquistare fisicamente il territorio nel quale si trovano gli impianti. Mosca cerca invece di intercettare i velivoli, riparare rapidamente le infrastrutture e mantenere abbastanza capacità produttiva da ridurre l'impatto della campagna.
Lo stesso principio opera in direzione opposta quando la Russia utilizza missili e droni contro le città e le infrastrutture ucraine. Il risultato è che la linea di separazione tra fronte e retrovia diventa sempre meno definita.
Per le popolazioni civili la conseguenza è particolarmente grave: nel 2026 il numero delle vittime in Ucraina è tornato a crescere rapidamente, mentre anche regioni russe distanti centinaia di chilometri dal confine sperimentano con maggiore frequenza allarmi, esplosioni, incendi e vittime.
La guerra dell'energia entra in una fase sempre più profonda
Gli attacchi contro Slavneft-Yanos e Bashneft-Novoil non rappresentano quindi semplicemente due nuovi episodi isolati. Fanno parte di una strategia sistematica con cui l'Ucraina sta cercando di trasformare l'enorme rete energetica russa in una vulnerabilità distribuita su migliaia di chilometri.
Per ora Mosca mantiene una considerevole capacità di estrazione, raffinazione ed esportazione, e sarebbe prematuro parlare di un settore petrolifero paralizzato. L'effetto reale è piuttosto quello di una crescente pressione fatta di interruzioni, riparazioni, carenze locali, maggiore necessità di difese e progressivo aumento dei costi.
Parallelamente, la Russia continua a utilizzare la propria superiore capacità di lancio di missili e droni contro l'Ucraina, sfruttando la carenza di intercettori che rende alcune città sempre più vulnerabili agli attacchi balistici.
I dati sulle vittime civili mostrano quale sia il prezzo umano di questa escalation: nei primi sei mesi del 2026 sono stati verificati 1.396 morti e quasi ottomila feriti tra i civili ucraini, con un forte aumento rispetto agli anni precedenti.
La guerra sta quindi entrando sempre più in una fase nella quale energia, industria e tecnologia diventano direttamente parte del campo di battaglia. Una raffineria a oltre mille chilometri dal fronte può avere un significato militare paragonabile a un nodo logistico situato nelle retrovie, mentre una città lontana dalle trincee può essere raggiunta in pochi minuti da un missile balistico.
Il vero interrogativo è se questa crescente capacità di colpire in profondità possa produrre abbastanza pressione economica e militare da modificare le decisioni politiche delle parti oppure se conduca soprattutto a una guerra ancora più lunga, nella quale entrambi gli Stati continuano ad adattarsi ai danni inflitti dall'avversario.
Secondo voi, gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe possono realmente incidere sulla capacità di Mosca di sostenere la guerra nel lungo periodo oppure la vastità del settore energetico russo permetterà al Paese di assorbire anche una campagna prolungata? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista mantenendo il confronto rispettoso e basato sui fatti.

