Tassi BCE fermi a luglio, settembre diventa decisivo
La Banca centrale europea si prepara con ogni probabilità a lasciare invariati i tassi d'interesse nella riunione del 23 luglio 2026, dopo l'aumento deciso appena sei settimane prima. Il tasso riconosciuto sui depositi delle banche presso l'istituto centrale dovrebbe quindi rimanere al 2,25%, mentre quello sulle operazioni principali di rifinanziamento resterebbe al 2,40% e il tasso sui prestiti marginali al 2,65%.
La pausa di luglio non significherebbe però la fine della nuova fase di restrizione monetaria. Il brusco rialzo del petrolio e del gas, alimentato dalla nuova escalation militare in Medio Oriente, sta aumentando il rischio che l'inflazione torni a rafforzarsi durante l'estate e rimanga sopra l'obiettivo del 2% più a lungo del previsto.
Una rilevazione condotta tra 74 economisti mostra un consenso completo sulla decisione di luglio: tutti prevedono tassi fermi. Cinquantadue, pari a circa il 70% del campione, ritengono tuttavia probabile almeno un ulteriore aumento entro la fine del 2026, con settembre indicato come il momento più plausibile.
Francoforte si trova così davanti a un equilibrio particolarmente difficile. Da una parte deve impedire che lo shock energetico si trasformi in rincari persistenti di beni, servizi e salari; dall'altra deve evitare di aggravare una crescita dell'Eurozona già debole, con investimenti frenati, consumi prudenti e settori industriali esposti alla crisi geopolitica.
Il tasso sui depositi resta al 2,25%
Il principale riferimento della politica monetaria europea è il tasso sui depositi, attualmente fissato al 2,25%. È il rendimento riconosciuto alle banche quando depositano liquidità presso la banca centrale e influenza direttamente i tassi a breve termine del mercato finanziario.
Quando il tasso sui depositi aumenta, tenere denaro presso l'istituto centrale diventa più remunerativo. Le banche tendono quindi a chiedere condizioni più elevate per concedere prestiti a famiglie e imprese, contribuendo a raffreddare la domanda di credito e, attraverso questo canale, l'inflazione.
Il tasso sulle operazioni principali di rifinanziamento è invece pari al 2,40%. Rappresenta il costo applicato alle normali operazioni con cui le banche possono ottenere liquidità dalla banca centrale fornendo garanzie adeguate.
Il tasso sui prestiti marginali, fissato al 2,65%, riguarda la possibilità di ricevere liquidità a brevissimo termine, generalmente per una notte. La differenza tra i tre livelli contribuisce a delimitare l'intervallo entro il quale si muovono i tassi monetari dell'Eurozona.
Il rialzo di giugno ha interrotto la precedente fase di stabilità
L'istituto centrale aveva aumentato i tre tassi di riferimento di 25 punti base l'11 giugno, con efficacia dal 17 giugno. Il tasso sui depositi era così passato dal 2% al 2,25%, segnando il primo intervento restrittivo del 2026.
La decisione era stata motivata dalla crescita dei prezzi energetici provocata dalla guerra in Medio Oriente e dal rischio che gli aumenti si diffondessero al resto dell'economia europea. L'istituto aveva giudicato necessario un adeguamento misurato, senza indicare l'inizio automatico di una lunga serie di rialzi.
La strategia dichiarata rimane infatti dipendente dai dati e definita riunione per riunione. La banca centrale non ha promesso un percorso prestabilito e continua a valutare inflazione, salari, attività economica, condizioni finanziarie e intensità della trasmissione monetaria.
Un nuovo aumento già a luglio, a poco più di un mese dal precedente, richiederebbe segnali di deterioramento particolarmente evidenti. Le informazioni disponibili indicano invece rischi crescenti, ma non ancora una certezza sufficiente per rendere urgente un secondo intervento immediato.
Tutti i 74 economisti prevedono una pausa
Il consenso sulla riunione del 23 luglio è insolitamente ampio: tutti i 74 economisti coinvolti nella rilevazione prevedono che il tasso sui depositi rimanga al 2,25%.
La previsione riflette anche il fatto che il rialzo di giugno non ha ancora avuto il tempo di produrre tutti i suoi effetti. La politica monetaria agisce attraverso un processo graduale: banche, famiglie e imprese devono rinnovare finanziamenti, modificare investimenti e adattare le proprie decisioni alle nuove condizioni del credito.
La prudenza è sostenuta inoltre dal rallentamento dell'inflazione di giugno, scesa più del previsto, e dall'assenza di prove convincenti che gli aumenti energetici abbiano già generato una nuova accelerazione dei salari.
Una pausa consentirebbe quindi di raccogliere ulteriori informazioni durante l'estate e arrivare alla riunione di settembre con nuove proiezioni economiche, dati sui prezzi aggiornati e una maggiore comprensione dell'evoluzione della crisi mediorientale.
Settembre è il vero appuntamento osservato dai mercati
La riunione di settembre viene considerata più importante perché sarà accompagnata da nuove previsioni su inflazione e crescita elaborate dagli esperti dell'Eurosistema.
Le proiezioni permetteranno di stimare quanto il rialzo di petrolio, gas ed elettricità possa durare e con quale intensità possa trasferirsi ai prezzi di beni alimentari, prodotti industriali e servizi.
La banca centrale potrà inoltre osservare l'andamento dell'inflazione di fondo, che esclude le componenti più volatili, e valutare se lo shock stia rimanendo concentrato nell'energia oppure stia diventando più ampio e persistente.
Per questa ragione, cinquantadue economisti su settantaquattro prevedono almeno un altro rialzo entro la fine dell'anno, probabilmente di 25 punti base. Soltanto tre ritengono possibili due ulteriori aumenti, mentre quasi il 30% pensa che il tasso rimarrà fermo fino a dicembre.
Il petrolio riaccende il rischio inflazione
Il principale elemento di incertezza è il nuovo aumento del prezzo del petrolio, salito di circa il 20% dopo il deterioramento della tregua tra Stati Uniti e Iran e la ripresa degli attacchi nella regione mediorientale.
Il greggio più costoso tende a trasferirsi sui prezzi di benzina, gasolio, carburante per l'aviazione, trasporto marittimo, prodotti petrolchimici e numerose lavorazioni industriali.
Il primo effetto viene registrato nei prezzi energetici. Se il rialzo dura abbastanza, imprese di trasporto, aziende manifatturiere e fornitori di servizi possono aumentare i propri listini per recuperare almeno una parte delle spese aggiuntive.
È questo secondo passaggio a preoccupare maggiormente la banca centrale. Un aumento temporaneo del petrolio può ridursi senza richiedere una risposta aggressiva; un rincaro che si diffonde nell'intera economia può invece rendere l'inflazione più persistente.
Anche gas ed elettricità entrano nel calcolo
Il problema non riguarda soltanto il petrolio. Le tensioni sulle rotte energetiche hanno sostenuto anche le quotazioni del gas naturale, con possibili conseguenze sui costi dell'elettricità e della produzione industriale.
Le imprese europee utilizzano gas ed energia elettrica per riscaldare, raffreddare, fondere, essiccare, trasformare e trasportare prodotti. Un aumento prolungato può incidere su chimica, ceramica, vetro, carta, acciaio, alimentare e numerosi altri settori.
Le famiglie possono percepire l'effetto attraverso le bollette energetiche, i carburanti e i prezzi dei beni trasportati o prodotti utilizzando grandi quantità di energia.
La dimensione finale dipenderà da contratti, coperture finanziarie, tariffe, imposte e capacità delle aziende di assorbire temporaneamente i rincari nei propri margini.
L'inflazione di giugno è scesa al 2,8%
Nel mese di giugno, l'inflazione annuale dell'Eurozona è stimata al 2,8%, in calo dal 3,2% di maggio. Il risultato è migliore rispetto alle attese e rafforza la motivazione per una pausa a luglio.
Anche l'inflazione al netto di energia, alimentari, alcol e tabacco è diminuita dal 2,6% al 2,4%. Il rallentamento indica che la moderazione non è derivata esclusivamente da una temporanea flessione dell'energia.
I servizi, spesso considerati una componente più persistente, hanno decelerato dal 3,5% al 3,2%. I beni industriali non energetici sono rimasti invece su una crescita annua dello 0,9%.
Il dato complessivo continua comunque a superare l'obiettivo del 2%. La diminuzione di giugno offre spazio per aspettare, ma non permette di dichiarare definitivamente sconfitte le pressioni inflazionistiche.
L'energia rimane la componente più dinamica
Nonostante il rallentamento mensile, i prezzi dell'energia risultano ancora superiori dell'8,7% rispetto a giugno 2025. La crescita è scesa dal 10,8% di maggio, ma rimane molto più elevata rispetto alle altre componenti.
Il nuovo aumento delle quotazioni mediorientali è avvenuto dopo il periodo utilizzato per gran parte del calcolo di giugno. I dati estivi potrebbero quindi mostrare una nuova accelerazione, soprattutto se petrolio e gas resteranno sui livelli attuali.
La banca centrale dovrà comprendere se la discesa al 2,8% rappresenti l'inizio di una moderazione duratura oppure una pausa temporanea prima di una nuova salita dell'indice generale.
Il confronto sarà reso più complesso dagli effetti base, cioè dal rapporto con i prezzi registrati negli stessi mesi dell'anno precedente. Un tasso annuale può aumentare anche quando il prezzo corrente cambia poco, se il livello di partenza era particolarmente basso.
Il vero rischio sono gli effetti di secondo livello
La banca centrale distingue tra l'effetto diretto dell'energia e i cosiddetti effetti indiretti e di secondo livello. I primi riguardano il rincaro immediato di carburanti, gas ed elettricità; i secondi coinvolgono listini aziendali, salari e aspettative.
Un'impresa che paga di più energia e trasporto può aumentare il prezzo del prodotto finale. I lavoratori, vedendo diminuire il proprio potere d'acquisto, possono chiedere aumenti salariali più elevati.
Se le imprese rialzano nuovamente i prezzi per compensare il maggiore costo del lavoro, può svilupparsi una spirale tra salari e prezzi. Non si tratta di un processo automatico, ma è uno dei principali rischi osservati dalle autorità monetarie.
Finora non emergono segnali forti di una nuova accelerazione generalizzata delle retribuzioni collegata all'ultimo shock energetico. La durata della crisi sarà però determinante per stabilire se questa moderazione possa continuare.
Le aspettative di inflazione contano quanto i prezzi attuali
Le decisioni vengono influenzate anche dalle aspettative di inflazione, cioè da ciò che famiglie, imprese e mercati pensano accadrà nei prossimi anni.
Se tutti ritengono che i prezzi continueranno a salire rapidamente, le imprese possono aumentare preventivamente i listini, i lavoratori chiedere salari più alti e i consumatori anticipare gli acquisti.
Questi comportamenti possono rendere l'inflazione più persistente anche quando lo shock iniziale comincia a diminuire. La banca centrale cerca quindi di mantenere le aspettative di lungo periodo vicine al proprio obiettivo del 2%.
Le misure di lungo termine risultano ancora sostanzialmente ancorate. Le aspettative a breve sono invece maggiormente sensibili alla guerra, ai carburanti e alle bollette, rendendo necessaria una comunicazione particolarmente attenta.
La crescita dell'Eurozona rimane debole
L'altro lato del problema è rappresentato dalla debole crescita economica. Il sondaggio tra gli economisti indica una contrazione dello 0,2% nel primo trimestre e una successiva espansione dello 0,2% nel secondo.
Per l'intero 2026 la previsione mediana è stata ridotta allo 0,5%, segnando la quarta revisione al ribasso consecutiva. Le stime risultano più prudenti rispetto allo scenario pubblicato a giugno dalla banca centrale, che indicava una crescita media dello 0,8%.
La differenza non costituisce necessariamente una contraddizione. Le previsioni vengono elaborate in momenti diversi, con ipotesi differenti su energia, guerra, commercio internazionale, fiducia e condizioni finanziarie.
Entrambi i quadri descrivono comunque un'economia che cresce poco e rimane vulnerabile a nuovi shock esterni. Un rialzo dei tassi può ridurre ulteriormente investimenti e consumi proprio mentre l'attività è già fragile.
La banca centrale ha come priorità la stabilità dei prezzi
Il mandato primario dell'istituto centrale è mantenere la stabilità dei prezzi nell'Eurozona. L'obiettivo è un'inflazione del 2% nel medio periodo.
La crescita e l'occupazione vengono considerate perché influenzano l'andamento dei prezzi e la trasmissione della politica monetaria, ma non costituiscono un mandato equivalente e separato come avviene in altri sistemi.
Questo significa che una crescita debole non impedisce automaticamente un rialzo quando esiste un rischio concreto che l'inflazione rimanga sopra l'obiettivo per troppo tempo.
Allo stesso tempo, una recessione profonda ridurrebbe la domanda e potrebbe abbassare i prezzi, rendendo controproducente un'eccessiva restrizione monetaria. Francoforte deve quindi valutare l'effetto complessivo, non soltanto un singolo indicatore.
Lo shock energetico riduce anche la crescita
Il petrolio e il gas più costosi producono contemporaneamente inflazione e rallentamento economico. Le famiglie devono destinare più reddito a bollette e carburanti, riducendo la spesa per altri beni e servizi.
Le imprese sostengono costi maggiori, vedono comprimersi i margini e possono rinviare investimenti o assunzioni. I Paesi importatori trasferiscono inoltre una maggiore quantità di reddito verso i produttori esteri di energia.
Questa combinazione viene spesso associata al rischio di stagflazione: prezzi elevati accompagnati da crescita debole. Non significa che l'Eurozona sia necessariamente entrata in una vera fase stagflazionistica, ma descrive il tipo di tensione affrontato.
Un rialzo dei tassi può ridurre la domanda e l'inflazione, ma non può produrre petrolio, riaprire rotte marittime o abbassare direttamente i costi delle forniture energetiche.
Il precedente del 2011 invita alla prudenza
Nel dibattito monetario viene spesso ricordato il 2011, quando la banca centrale aumentò i tassi in risposta anche alle pressioni provenienti dalle materie prime, poco prima che la crisi del debito sovrano aggravasse la debolezza dell'economia europea.
Quelle decisioni vengono considerate da molti osservatori un esempio del rischio di reagire troppo rapidamente a un'inflazione provocata prevalentemente da uno shock esterno.
Il contesto attuale è diverso, ma il precedente spinge a chiedersi se un nuovo aumento possa frenare l'economia senza incidere in modo sufficiente sulle cause del rincaro energetico.
Francoforte deve tuttavia evitare anche l'errore opposto: attendere troppo a lungo e permettere che lo shock si diffonda a salari, servizi e aspettative, rendendo necessaria in seguito una stretta molto più intensa.
La lezione della crisi inflazionistica del 2022
La crisi iniziata dopo l'invasione russa dell'Ucraina ha mostrato come uno shock energetico persistente possa diffondersi rapidamente attraverso l'intera economia.
In quella fase, l'inflazione aumentò ben oltre le prime previsioni e costrinse la banca centrale a una serie di rialzi particolarmente rapidi.
Il ricordo del 2022 rende i responsabili monetari meno disponibili a considerare automaticamente temporaneo ogni aumento del petrolio o del gas.
La strategia attuale cerca quindi una posizione intermedia: evitare una reazione impulsiva a luglio, ma mantenere aperta la possibilità di un intervento a settembre qualora i rischi si consolidino.
Un rialzo a settembre non è ancora deciso
La previsione della maggioranza degli economisti non costituisce una decisione ufficiale. Il Consiglio direttivo non si è impegnato a rialzare il tasso a settembre e continuerà a valutare i dati disponibili.
Il prezzo del petrolio potrebbe diminuire in caso di tregua, riapertura stabile delle rotte o aumento delle forniture alternative. In questo scenario, le pressioni previste potrebbero ridursi prima di raggiungere salari e listini.
L'inflazione potrebbe inoltre continuare a rallentare nelle componenti di fondo, offrendo alla banca centrale la possibilità di mantenere i tassi invariati più a lungo.
Al contrario, petrolio vicino o superiore ai 90 dollari, gas ancora in aumento e nuovi segnali di trasferimento ai prezzi renderebbero più probabile un intervento restrittivo.
Lo scenario più probabile resta un aumento di 25 punti base
Qualora venisse deciso un nuovo rialzo, lo scenario centrale sarebbe un incremento di 25 punti base, che porterebbe il tasso sui depositi dal 2,25% al 2,50%.
Una variazione di questa dimensione permetterebbe di rafforzare la restrizione senza produrre un segnale di emergenza paragonabile a un intervento da mezzo punto percentuale.
Soltanto tre dei settantaquattro economisti consultati prevedono due ulteriori rialzi entro la fine del 2026. La maggior parte di chi attende una stretta considera quindi settembre come un possibile intervento isolato, non necessariamente come l'avvio di una lunga sequenza.
La direzione successiva dipenderebbe dall'andamento dell'inflazione durante l'autunno e dalla capacità dell'economia di assorbire l'aumento del costo del denaro.
Che cosa cambierebbe per i mutui a tasso variabile
I titolari di mutui a tasso variabile sono tra i soggetti maggiormente esposti alle decisioni monetarie. Le rate dipendono generalmente da parametri di mercato come l'Euribor, ai quali viene aggiunto lo spread previsto dal contratto.
Un rialzo del tasso sui depositi tende a sostenere i tassi monetari, ma il trasferimento non è sempre identico o immediato. L'Euribor incorpora anche le aspettative sulle decisioni future e può muoversi prima della riunione ufficiale.
La pausa di luglio potrebbe limitare nuovi aumenti nel brevissimo periodo. La crescente probabilità di una stretta a settembre può però mantenere elevati i parametri di riferimento.
L'impatto sulla rata dipende da capitale residuo, durata, periodicità di aggiornamento e condizioni del singolo finanziamento. Non esiste quindi un aumento uguale per tutti i mutuatari.
I mutui a tasso fisso seguono soprattutto il mercato obbligazionario
Il costo dei nuovi mutui a tasso fisso non dipende direttamente dal solo tasso sui depositi. È influenzato soprattutto dai rendimenti a medio e lungo termine e dai parametri utilizzati dalle banche per coprire il rischio.
Le aspettative di inflazione, le prospettive sui tassi e l'andamento dei titoli di Stato possono modificare le offerte anche prima della decisione del Consiglio direttivo.
Se i mercati ritengono che l'energia manterrà l'inflazione elevata per diversi anni, i tassi fissi possono salire pur in presenza di una pausa temporanea a luglio.
La scelta tra fisso e variabile deve considerare durata, capacità di sostenere oscillazioni e differenza effettiva tra le offerte, non soltanto la previsione sulla prossima riunione monetaria.
Prestiti e credito al consumo potrebbero rimanere costosi
La politica restrittiva influenza anche prestiti personali, finanziamenti auto e credito al consumo. Le banche devono sostenere costi di raccolta e valutano il rischio di insolvenza prima di definire il tasso finale.
Una pausa non determina necessariamente un'immediata riduzione delle condizioni applicate ai clienti. Gli istituti possono attendere segnali più chiari sulla durata della stretta e mantenere margini prudenti.
Un nuovo aumento a settembre renderebbe più difficile una discesa rapida dei tassi sui finanziamenti, soprattutto per i clienti con profili di rischio più elevati.
Le famiglie potrebbero rinviare acquisti importanti o ridurre il ricorso al credito, contribuendo a indebolire ulteriormente la domanda interna.
Le imprese affrontano investimenti più costosi
Per le imprese, un tasso più elevato aumenta il costo dei prestiti destinati a macchinari, scorte, immobili, innovazione e capitale circolante.
Le aziende più grandi possono finanziarsi anche attraverso obbligazioni o mercati internazionali, mentre piccole e medie imprese dipendono maggiormente dal sistema bancario.
La stretta può indurre le società a rinviare progetti che diventano meno redditizi dopo l'aumento degli interessi. Il rischio è particolarmente elevato per attività energivore, già colpite dal rincaro di gas ed elettricità.
Un credito più costoso può però impedire che l'aumento dei prezzi venga sostenuto da una domanda eccessiva, contribuendo nel tempo al contenimento dell'inflazione.
I risparmiatori possono ottenere rendimenti più elevati
Tassi più alti possono favorire i risparmiatori attraverso maggiori rendimenti su depositi vincolati, conti remunerati e strumenti obbligazionari di nuova emissione.
Il beneficio non viene trasferito automaticamente e nello stesso modo da tutte le banche. La remunerazione dipende dalla concorrenza, dalla necessità di raccolta e dalle caratteristiche del prodotto.
I titoli già emessi a tasso fisso possono invece diminuire di valore quando i rendimenti di mercato aumentano. Il prezzo deve adattarsi per rendere competitivo il vecchio interesse rispetto alle nuove emissioni.
Chi mantiene il titolo fino alla scadenza può ricevere capitale e cedole secondo le condizioni previste, salvo rischio dell'emittente, ma chi vende prima può subire una perdita di mercato.
Le conseguenze sui titoli di Stato
Le aspettative sui tassi influenzano direttamente i rendimenti dei titoli di Stato dell'Eurozona. Una politica più restrittiva tende a sostenere il costo del debito, anche se ogni Paese viene valutato in base alle proprie condizioni fiscali e politiche.
Per l'Italia, l'attenzione si concentra sul rendimento dei BTP e sulla differenza rispetto ai titoli tedeschi, comunemente indicata come spread.
Un rialzo generalizzato dei rendimenti aumenta gradualmente la spesa pubblica per interessi man mano che il debito viene rinnovato. L'effetto non si trasferisce immediatamente all'intero stock, perché molti titoli hanno scadenze lunghe.
Politiche fiscali credibili e crescita economica possono limitare il premio richiesto dagli investitori, mentre instabilità e debito elevato possono amplificare l'impatto delle decisioni monetarie.
L'euro può reagire alle aspettative sui tassi
La prospettiva di tassi più elevati può sostenere il cambio dell'euro, perché le attività denominate nella moneta comune diventano relativamente più remunerative.
Un euro più forte riduce il costo in valuta europea del petrolio e delle altre materie prime scambiate in dollari, attenuando una parte dell'inflazione importata.
L'effetto dipende però anche dalle decisioni della Federal Reserve e delle altre banche centrali. Se i tassi americani aumentano più di quelli europei, il dollaro può rafforzarsi nonostante una stretta a Francoforte.
Una moneta più forte può inoltre rendere meno competitive alcune esportazioni europee, aggiungendo un ulteriore elemento al difficile equilibrio tra inflazione e crescita.
Per l'Italia il dilemma è particolarmente delicato
L'Italia combina una crescita moderata, un debito pubblico elevato e una forte dipendenza dalle importazioni energetiche. Un aumento del petrolio peggiora i costi per famiglie, trasporti, imprese e bilancia commerciale.
Un nuovo rialzo dei tassi potrebbe contribuire a contenere le pressioni inflazionistiche, ma aumenterebbe il costo dei finanziamenti e dei nuovi titoli pubblici.
Le famiglie italiane con mutui variabili e le piccole imprese dipendenti dal credito bancario potrebbero percepire l'effetto più rapidamente rispetto ad altri soggetti.
Allo stesso tempo, lasciare che l'inflazione rimanga elevata ridurrebbe il potere d'acquisto, penalizzando soprattutto i redditi che si aggiornano lentamente.
La politica monetaria non può sostituire quella energetica
I tassi possono ridurre la domanda, ma non risolvono la dipendenza dai combustibili fossili. La risposta strutturale richiede diversificazione delle forniture, efficienza, rinnovabili, reti e accumuli.
Una minore esposizione a petrolio e gas importati ridurrebbe la frequenza con cui le crisi geopolitiche si trasformano in shock inflazionistici europei.
Le politiche pubbliche possono inoltre sostenere temporaneamente le famiglie più fragili, purché gli interventi siano mirati e non mantengano artificialmente elevati i consumi energetici.
Sussidi generalizzati e prolungati possono aumentare il deficit e ridurre l'incentivo al risparmio, mentre misure selettive proteggono i soggetti vulnerabili limitando l'impatto sui conti pubblici.
Anche il caldo europeo può incidere sui prezzi
Le alte temperature e la siccità possono esercitare pressioni sui prezzi alimentari, riducendo rese agricole, disponibilità d'acqua e produzione di alcune colture.
La crisi mediorientale può inoltre limitare fertilizzanti e materie prime necessarie all'agricoltura europea, aumentando i costi di produzione.
L'effetto alimentare tende a manifestarsi con tempi differenti rispetto ai carburanti. Raccolti, scorte, contratti e distribuzione possono ritardare il trasferimento ai consumatori.
Una contemporanea crescita di energia e alimentari sarebbe particolarmente delicata perché colpirebbe spese essenziali e aumenterebbe l'inflazione percepita dalle famiglie.
Che cosa osserverà Francoforte prima di settembre
La decisione dipenderà innanzitutto dall'andamento di petrolio e gas. Un rialzo persistente avrà un peso molto diverso rispetto a una fiammata riassorbita in poche settimane.
Saranno osservati i dati su inflazione generale, servizi, beni industriali e componente di fondo, insieme alle aspettative di famiglie, imprese e mercati.
Particolare attenzione sarà dedicata ai salari negoziati, ai margini aziendali e alle intenzioni delle imprese di aumentare i propri listini.
Occupazione, consumi, produzione industriale, credito e fiducia permetteranno invece di misurare quanto l'economia possa sopportare un'ulteriore restrizione.
La comunicazione del 23 luglio sarà decisiva
Anche con i tassi invariati, la conferenza del 23 luglio potrà modificare le aspettative attraverso il linguaggio utilizzato dalla presidente e dal Consiglio direttivo.
Un forte richiamo ai rischi energetici e alla necessità di vigilanza potrebbe essere interpretato come preparazione a un rialzo di settembre.
Un'enfasi maggiore sulla debolezza dell'economia, sul calo dell'inflazione di fondo e sull'assenza di effetti salariali ridurrebbe invece la probabilità attribuita dai mercati a una nuova stretta.
Gli investitori cercheranno anche di capire se un aumento a luglio sia stato discusso, pur senza ottenere la maggioranza, e quanto sia ampio il fronte favorevole a una politica più restrittiva.
La pausa non sarà necessariamente accomodante
Lasciare il tasso al 2,25% non significa adottare una politica espansiva. Il livello può continuare a frenare credito, consumi e investimenti anche senza nuovi aumenti.
Il grado effettivo di restrizione dipende dal confronto tra tasso nominale e inflazione attesa. Se l'inflazione diminuisce mentre il tasso rimane invariato, il tasso reale può diventare più elevato.
Anche la riduzione del portafoglio obbligazionario dell'istituto centrale sottrae liquidità al sistema e può esercitare una pressione restrittiva sulle condizioni finanziarie.
La politica monetaria deve quindi essere valutata considerando l'intero insieme degli strumenti, non soltanto la variazione annunciata in una singola riunione.
Tre scenari per l'autunno
Nel primo scenario, una de-escalation mediorientale riduce rapidamente petrolio e gas, l'inflazione continua a rallentare e i tassi rimangono fermi per il resto dell'anno.
Nel secondo, considerato oggi il più probabile dalla maggioranza degli economisti, l'energia resta costosa e Francoforte decide un rialzo di 25 punti base a settembre, seguito da una nuova pausa.
Nel terzo scenario, il conflitto si aggrava, le forniture vengono compromesse e l'inflazione si diffonde a salari e servizi. In questo caso potrebbero diventare necessari più interventi, anche se la crescita ne risulterebbe ulteriormente danneggiata.
Nessuno dei tre percorsi può essere considerato certo. La rapidità degli sviluppi geopolitici rende particolarmente ampio il margine di errore delle previsioni.
Un'estate decisiva per famiglie, imprese e mercati
La riunione del 23 luglio dovrebbe confermare una pausa monetaria, offrendo alcune settimane per valutare gli effetti del rialzo di giugno e del nuovo shock energetico.
Il vero confronto si sposta però a settembre, quando nuove proiezioni mostreranno se il petrolio più caro abbia modificato in modo sostanziale il percorso dell'inflazione.
La banca centrale dovrà scegliere tra il rischio di agire troppo e quello di agire troppo poco. Una stretta prematura potrebbe aggravare la debolezza economica; un'attesa eccessiva potrebbe permettere ai rincari di diventare più persistenti.
La decisione avrà conseguenze dirette su mutui, prestiti, risparmi, titoli di Stato e cambio dell'euro, ma dipenderà soprattutto dalla durata della crisi energetica e dalla reazione di salari e imprese.
Francoforte tra prudenza e difesa del 2%
Il quadro attuale suggerisce che il tasso sui depositi rimarrà al 2,25% il 23 luglio. L'unanimità degli economisti sulla pausa rende un intervento immediato poco probabile, pur senza escluderlo in termini assoluti.
Settembre sarà invece il passaggio nel quale la banca centrale dovrà trasformare l'incertezza in una scelta. Cinquantadue economisti su settantaquattro prevedono un nuovo aumento, ma la traiettoria dipenderà da dati che non sono ancora disponibili.
Il rallentamento dell'inflazione al 2,8% sostiene la cautela; il petrolio in rialzo e il rischio di nuove pressioni energetiche sostengono la vigilanza. La crescita debole rende ogni decisione più costosa.
Voi ritenete preferibile un nuovo rialzo dei tassi a settembre per proteggere il potere d'acquisto oppure una pausa più lunga per non penalizzare mutui, imprese e crescita? Lasciate un commento spiegando quale rischio considerate oggi più grave per l'economia europea.

