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Il sequestro in mare e il silenzio globale: il caso degli attivisti trattenuti illegalmente

Quale nazione al mondo può permettersi di intercettare navi in acque internazionali, prelevare cittadini stranieri e rinchiuderli in un carcere senza alcuna accusa formale, godendo di una totale impunità? Questo è l'interrogativo cruciale che emerge analizzando ciò che sta accadendo a Thiago Avila e Saif Abukesek, due attivisti la cui drammatica vicenda sta sollevando gravissime preoccupazioni sul rispetto del diritto internazionale.

L'abbordaggio e la divisione della flotta

L'incidente ha avuto inizio quando le navi della Global South Flotilla, una complessa missione umanitaria il cui obiettivo dichiarato è quello di rompere l'assedio umanitario verso Gaza, sono state bloccate da forze militari a centinaia di chilometri dalla costa israeliana, nei pressi della Grecia. Mentre la stragrande maggioranza delle centinaia di attivisti presenti a bordo è stata costretta a sbarcare a Creta e successivamente rimpatriata nei rispettivi Paesi d'origine (con diverse imbarcazioni che sono state materialmente messe fuori uso), per Thiago, cittadino brasiliano, e Saif, le sorti sono state ben diverse. I due sono stati trattenuti a forza a bordo di una nave militare e in seguito trasferiti e rinchiusi nel centro di detenzione della città costiera di Ashkelon.

Un limbo giuridico e lo spettro del terrorismo

Attualmente, i due attivisti si trovano in carcere senza che pendano su di loro delle accuse formali. Le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, impegnate in prima linea nella loro tutela legale, denunciano come lo scopo di questa detenzione illegale sia unicamente quello di sottoporre i due uomini a estenuanti interrogatori. Il timore più grande espresso dai legali è che gli inquirenti stiano cercando a tutti i costi un pretesto per accusarli di appartenenza a un'organizzazione terroristica. I ricorsi presentati per chiederne la liberazione sono stati respinti dai giudici, i quali hanno giustificato il prolungamento della detenzione sostenendo di essere in possesso di non meglio precisate prove segrete a loro carico.

Il rischio estremo per l'attivista palestinese

La situazione assume contorni ancora più allarmanti se si analizza la posizione specifica di Saif. Pur essendo in possesso di doppio passaporto, spagnolo e svedese, Saif è nato in Cisgiordania ed è a tutti gli effetti un cittadino palestinese. All'interno di quello che gli attivisti descrivono come un vero e proprio sistema di apartheid, egli è soggetto a leggi speciali e nettamente diverse da quelle applicate ai cittadini israeliani. Di recente, è stata infatti approvata una controversa normativa che introduce l'applicazione della pena di morte per i palestinesi condannati per reati legati al terrorismo. Di conseguenza, qualora i tribunali decidessero di formalizzare accuse di questo tipo basate sugli interrogatori in corso, la vita di Saif sarebbe in un pericolo imminente ed estremo.

Le condizioni di prigionia e la tortura psicologica

Le notizie che filtrano dall'interno del carcere, confermate dagli avvocati che sono riusciti a incontrare i detenuti, descrivono condizioni di prigionia che configurano una vera e propria tortura psicologica. I due attivisti sono sottoposti a un regime di isolamento prolungato. Per fiaccare la loro resistenza, le celle in cui sono rinchiusi vengono illuminate in modo potentissimo e ininterrotto per ventiquattro ore al giorno, una tecnica militare mirata a causare una grave privazione del sonno. A questa violenza fisica si aggiungono interrogatori massacranti che si protraggono ininterrottamente fino a otto ore consecutive, durante i quali i militari ricorrono a pesanti minacce di morte, prospettando ai due prigionieri un'esecuzione imminente o la permanenza in prigione per il resto della loro vita.

Il precedente pericoloso e il futuro della missione

Di fronte a questa palese violazione delle norme che regolano la navigazione e i diritti umani, la reazione globale è caratterizzata da un silenzio assordante. Sebbene le Nazioni Unite abbiano espresso profonda preoccupazione per le denunce di tortura e abbiano formalmente richiesto l'immediato rilascio dei due prigionieri, manca una presa di posizione incisiva e concreta da parte dei governi mondiali. Questa passività crea un precedente pericolosissimo, poiché legittima di fatto la possibilità di condurre azioni militari al di fuori dei propri confini territoriali, sequestrando civili stranieri in acque internazionali senza temere alcuna ripercussione.
Nonostante i gravi danni subiti e gli arresti, la missione umanitaria non è tuttavia conclusa. Una trentina di imbarcazioni della flottiglia è riuscita a sfuggire all'abbordaggio iniziale rifugiandosi nelle acque territoriali greche. Queste navi si stanno preparando a rimettersi in viaggio in direzione della Turchia. Lì si riuniranno con un altro gruppo di imbarcazioni già cariche di aiuti umanitari, per poi salpare nuovamente, tutte insieme, con il medesimo obiettivo iniziale.

Di Vittoria

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