Guerra USA-Iran: Hormuz e Mar Rosso minacciano energia e commercio globale
La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase più ampia e pericolosa. L'operazione militare statunitense, inizialmente concentrata sulla Marina iraniana, sui radar costieri e sui sistemi utilizzati per colpire le navi nello Stretto di Hormuz, si è progressivamente estesa a ponti, strade, collegamenti ferroviari, torri di comunicazione e altre infrastrutture situate anche lontano dalla costa.
Parallelamente, il confronto si sta spostando dalle basi militari alle principali rotte commerciali mondiali. Il traffico attraverso Hormuz è sceso a livelli minimi, mentre le minacce e gli attacchi degli Houthi contro le navi legate all'Arabia Saudita stanno aumentando i rischi nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb. Due passaggi marittimi essenziali per petrolio, gas e merci rischiano così di essere compromessi nello stesso momento.
L'effetto immediato non riguarda soltanto i Paesi coinvolti nei combattimenti. Il rallentamento delle spedizioni energetiche, l'aumento dei premi assicurativi, le deviazioni delle petroliere e il rincaro del greggio possono tradursi in maggiore inflazione, costi più elevati per imprese e famiglie e nuove difficoltà per un'economia mondiale già sottoposta a forti tensioni commerciali.
Dagli obiettivi costieri alle infrastrutture dell'interno
Nella prima fase della nuova offensiva, gli Stati Uniti avevano concentrato gli attacchi contro le difese costiere iraniane. Tra gli obiettivi indicati figuravano sistemi antiaerei, radar, installazioni missilistiche, impianti per la produzione di droni, mezzi navali e strutture utilizzate per coordinare le operazioni nello Stretto di Hormuz.
La finalità dichiarata da Washington era ridurre la capacità di Teheran di minacciare le navi commerciali e le unità militari in transito. Nel corso di circa due settimane, tuttavia, il raggio delle operazioni si è allargato, comprendendo infrastrutture che svolgono anche funzioni civili o che collegano le regioni costiere con il resto del Paese.
Nell'area di Bandar Abbas, città portuale strategica situata sullo Stretto di Hormuz, i bombardamenti hanno danneggiato almeno sei ponti, un tunnel e un nodo ferroviario. Le conseguenze hanno interessato la circolazione stradale e i collegamenti tra il porto, le basi dei Guardiani della rivoluzione e le regioni interne dell'Iran.
Sono state inoltre colpite strutture legate alle comunicazioni marittime. Una torre utilizzata in un porto di Bandar Abbas è stata attaccata ripetutamente e infine distrutta, mentre un'altra infrastruttura di comunicazione è stata colpita lungo la costa. Per alcuni giorni sono stati segnalati problemi nei collegamenti tra la terraferma e le isole di Kharg e Qeshm.
Gli attacchi hanno riguardato anche impianti idrici ed energetici. In alcune zone della provincia del Khuzestan sono state registrate interruzioni della corrente, mentre una stazione di pompaggio agricola è stata colpita provocando una vittima. Un impianto di desalinizzazione nell'area di Jask ha riportato danni che, secondo le autorità iraniane, hanno interessato la fornitura d'acqua a circa diecimila residenti.
Washington descrive queste strutture come parte della rete logistica utilizzata dalle forze iraniane. L'allargamento degli obiettivi, tuttavia, aumenta inevitabilmente il rischio di conseguenze sulla popolazione, perché strade, ponti, reti idriche, elettricità e comunicazioni non servono esclusivamente alle attività militari.
Gli attacchi si spingono verso il centro dell'Iran
L'operazione statunitense non è più limitata alle province affacciate sul Golfo Persico. Sono stati colpiti anche siti militari situati nell'interno dell'Iran, compresi impianti dei Guardiani della rivoluzione, strutture missilistiche e basi ritenute coinvolte negli attacchi contro le installazioni americane presenti nella regione.
Tra gli obiettivi segnalati figurano una caserma nella città sudorientale di Iranshahr, installazioni aerospaziali nel Khuzestan e il complesso militare di Khojir, vicino a Teheran, considerato uno dei principali centri iraniani per la produzione di missili.
La capitale non è stata colpita con la stessa intensità registrata nella fase iniziale della guerra, ma l'estensione delle operazioni verso la zona di Teheran dimostra che la campagna non è più impostata esclusivamente sulla protezione immediata della navigazione. L'obiettivo appare ora anche quello di ridurre la capacità iraniana di sostenere nel tempo attacchi missilistici, navali e con droni.
Il ministero della Salute iraniano riferisce che dall'inizio della guerra sono morte oltre tremila persone, comprese decine di vittime nella nuova fase degli scontri. Questi numeri provengono dalle autorità iraniane e restano difficili da verificare in maniera completamente indipendente a causa delle restrizioni, dei problemi alle comunicazioni e delle condizioni operative sul terreno.
La nave M/T Lavine colpita nel Golfo di Oman
Uno degli episodi più delicati delle ultime ore riguarda la M/T Lavine, una nave mercantile che, secondo il Comando centrale statunitense, avrebbe tentato più volte di superare il blocco imposto da Washington ai porti iraniani.
La versione fornita dalle forze americane sostiene che l'equipaggio abbia ricevuto ripetuti avvertimenti senza adeguarsi agli ordini. Dopo almeno quattro tentativi di proseguire verso l'area sottoposta a blocco, le forze statunitensi hanno aperto il fuoco contro la sala macchine, immobilizzando l'unità nel Golfo di Oman.
Si tratta della seconda nave commerciale resa inutilizzabile dalle forze americane dopo la reintroduzione del blocco navale. Non risultano, nelle informazioni inizialmente diffuse, elementi sufficienti per ricostruire in modo completo il carico, la proprietà effettiva dell'unità, la situazione dell'equipaggio e le circostanze precise delle comunicazioni intercorse prima dell'attacco.
L'episodio rappresenta comunque un salto di qualità. Il blocco non consiste più soltanto nell'intimazione alle navi di cambiare rotta, ma comprende l'impiego diretto delle armi contro unità commerciali giudicate non conformi. Questo aumenta il rischio di errori di identificazione, incidenti, danni ambientali e possibili reazioni militari iraniane.
Washington sostiene che il blocco riguardi i porti iraniani e non il normale transito delle navi dirette verso altri Paesi del Golfo. In condizioni di guerra, tuttavia, la distinzione diventa complessa: armatori ed equipaggi devono valutare non soltanto la destinazione formale, ma anche il rischio di essere attaccati, intercettati o coinvolti accidentalmente nei combattimenti navali.
Il traffico nello Stretto di Hormuz è quasi paralizzato
La conseguenza più evidente della guerra è il crollo dei passaggi attraverso lo Stretto di Hormuz. In una delle giornate più critiche sono state rilevate soltanto tre navi commerciali adibite al trasporto di merci, rispetto alle quattro registrate il giorno precedente.
Tra le unità osservate non comparivano grandi petroliere per il trasporto di greggio né navi metaniere per il gas naturale liquefatto. Il dato non equivale necessariamente al numero assoluto di imbarcazioni presenti, perché alcune navi possono spegnere o limitare il segnale del sistema automatico di identificazione per ragioni di sicurezza.
La riduzione resta comunque eccezionale per una rotta che, in condizioni normali, sostiene una parte essenziale del commercio energetico mondiale. Nel 2025 attraverso Hormuz sono transitati mediamente circa 20 milioni di barili al giorno di petrolio greggio e prodotti raffinati, equivalenti a circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo.
Circa l'80% del greggio che attraversa lo stretto è destinato ai mercati asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud dipendono in misura rilevante dalle forniture provenienti dal Golfo. Una crisi prolungata a Hormuz colpisce quindi in modo particolare l'Asia, ma le conseguenze sui prezzi sono globali.
Lo stretto è fondamentale anche per il gas. Quasi tutte le esportazioni di GNL del Qatar e la maggior parte di quelle degli Emirati Arabi Uniti devono passare attraverso Hormuz. Insieme, questi flussi rappresentano quasi un quinto del commercio mondiale di gas naturale liquefatto.
Le rotte alternative possono assorbire soltanto una parte dei volumi normalmente trasportati via mare. Gli oleodotti utilizzabili dall'Arabia Saudita e dagli Emirati consentono di deviare complessivamente tra circa 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, una capacità molto inferiore rispetto ai quasi 20 milioni di barili che attraversavano abitualmente lo stretto.
Migliaia di marittimi bloccati nell'area
Il rallentamento della navigazione sta producendo anche una grave emergenza per gli equipaggi. Secondo le informazioni comunicate alle organizzazioni internazionali, almeno seimila marittimi sarebbero bloccati su circa quattrocento navi presenti nell'area di Hormuz.
Alcuni equipaggi rischiano di rimanere per giorni o settimane in mare senza la possibilità di raggiungere un porto sicuro, effettuare il cambio del personale o ricevere regolarmente rifornimenti. In alcuni casi vengono segnalate difficoltà nell'accesso a cibo, acqua, carburante, elettricità e assistenza medica.
I marittimi rappresentano la componente più esposta di una crisi decisa a livello politico e militare. Anche quando una nave non trasporta armi e non è direttamente collegata a uno dei Paesi in guerra, il suo equipaggio può essere sottoposto al rischio di missili, droni, mine, abbordaggi o bombardamenti contro le infrastrutture portuali.
Gli Houthi aprono un secondo fronte nel Mar Rosso
Mentre Hormuz resta sotto pressione, gli Houthi dello Yemen hanno dichiarato un blocco marittimo contro l'Arabia Saudita. Il gruppo, alleato dell'Iran, ha minacciato le compagnie che caricano o scaricano merci nei porti sauditi e ha rivendicato attacchi contro petroliere nel Mar Rosso.
Le azioni degli Houthi spostano parte della crisi verso lo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano. Attraverso questa rotta transitano petrolio, prodotti raffinati, container e merci dirette tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
L'Arabia Saudita aveva aumentato l'impiego dei terminal sul Mar Rosso proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. Il petrolio estratto nelle regioni orientali può essere trasferito attraverso l'oleodotto est-ovest fino al porto di Yanbu, evitando il Golfo Persico.
La minaccia degli Houthi rischia ora di compromettere anche questa alternativa. Se le navi in partenza dai porti sauditi non potessero attraversare Bab el-Mandeb, sarebbero costrette a dirigersi verso nord, superare il Canale di Suez, entrare nel Mediterraneo, oltrepassare Gibilterra e circumnavigare l'Africa prima di raggiungere l'Asia.
Le rotte verso l'Asia si allungano di un mese
La nave per prodotti petroliferi Torm Innovation, battente bandiera danese, ha già scelto una deviazione di questo tipo. L'unità aveva caricato circa cinquecentomila barili di nafta a Yanbu ed era diretta in Giappone.
Per evitare il tratto meridionale del Mar Rosso e Bab el-Mandeb, la nave ha impostato la rotta verso il Canale di Suez, con l'intenzione di proseguire attraverso il Mediterraneo e poi attorno al Capo di Buona Speranza. La compagnia ha spiegato di aver adottato questa scelta per proteggere l'equipaggio.
Una simile deviazione può aggiungere fino a circa trenta giorni di navigazione ai collegamenti con l'Asia. L'allungamento comporta un maggiore consumo di carburante, più giorni di lavoro per l'equipaggio, costi aggiuntivi di noleggio e una riduzione del numero di viaggi che ogni nave può completare nell'arco dell'anno.
Il rischio non riguarda soltanto il greggio. La nafta viene utilizzata nella produzione petrolchimica, mentre altre navi trasportano diesel, benzina, carburante per aerei e materie prime destinate all'industria. Ritardi e costi superiori possono quindi propagarsi lungo numerose catene produttive.
Assicurazioni e trasporti diventano sempre più costosi
La guerra sta facendo aumentare rapidamente i premi per il rischio bellico. Per alcune traversate nel Mar Rosso meridionale, le coperture assicurative hanno superato l'1% del valore della nave, rispetto a circa lo 0,3% richiesto prima delle nuove minacce degli Houthi.
Per le unità legate all'Arabia Saudita o dirette verso porti vicini allo Yemen, alcune quotazioni sono arrivate fino al 3% del valore dell'imbarcazione. Considerando che una grande petroliera può valere centinaia di milioni, ogni singolo viaggio può generare costi assicurativi aggiuntivi di diversi milioni.
Questi aumenti vengono inizialmente sostenuti dagli armatori, dalle società di trasporto e dai commercianti, ma finiscono progressivamente nei prezzi delle merci. Il costo della sicurezza marittima può quindi arrivare alle raffinerie, alle compagnie aeree, alle imprese manifatturiere e infine ai consumatori.
La disponibilità delle navi rappresenta un ulteriore problema. Se molte compagnie decidono di evitare contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb, le unità disponibili devono percorrere tragitti più lunghi e restano occupate più a lungo. Ne deriva una riduzione dell'offerta di trasporto e un aumento dei noli marittimi.
Petrolio e gas tornano a spingere l'inflazione
Il prezzo del petrolio Brent ha nuovamente raggiunto quota 100 dollari al barile dopo gli attacchi nel Mar Rosso, per poi arretrare intorno ai 96 dollari. Prima della guerra il greggio veniva scambiato vicino ai 72 dollari al barile.
La volatilità dimostra quanto i mercati siano sensibili alle notizie provenienti dai due stretti. Non è necessario che Hormuz o Bab el-Mandeb siano completamente chiusi: è sufficiente che una parte consistente degli armatori giudichi il viaggio troppo rischioso perché diminuisca l'offerta effettivamente disponibile e aumentino i prezzi energetici.
Anche il mercato del gas sta risentendo delle tensioni. I prezzi del GNL in Asia hanno raggiunto i livelli più elevati degli ultimi mesi, mentre l'Europa deve competere con gli acquirenti asiatici per assicurarsi i carichi disponibili. Questa concorrenza può diventare particolarmente problematica in vista della stagione invernale e con gli stoccaggi europei ancora da ricostituire.
Il rincaro dell'energia si trasmette ai trasporti, alla produzione industriale, all'agricoltura e alla distribuzione. Benzina, gasolio, fertilizzanti, prodotti chimici, imballaggi e trasporto aereo dipendono direttamente o indirettamente da petrolio e gas. Per questo una crisi nello Stretto di Hormuz può generare un'ondata di inflazione molto lontano dal luogo dei combattimenti.
Il rischio di una nuova stagflazione
Il pericolo economico più temuto è la stagflazione, cioè la presenza contemporanea di prezzi in aumento e crescita debole. Le famiglie spendono di più per carburanti, energia e beni essenziali, riducendo gli acquisti non indispensabili; le imprese affrontano costi superiori e rinviano investimenti o assunzioni.
Le banche centrali si trovano così davanti a una scelta difficile. Un aumento dei tassi può contrastare l'inflazione, ma rischia di rallentare ulteriormente l'economia. Mantenere condizioni monetarie più favorevoli, invece, può permettere agli aumenti dei prezzi energetici di diffondersi nel resto del sistema economico.
L'Europa risulta particolarmente vulnerabile perché importa una parte rilevante dell'energia che consuma. Un rialzo simultaneo di petrolio e gas potrebbe comprimere i margini delle imprese, ridurre il potere d'acquisto delle famiglie e aumentare i costi di produzione. Il rischio è una nuova fase di debolezza industriale accompagnata da prezzi ancora elevati.
Anche l'Asia è direttamente esposta. Gran parte del petrolio che attraversa Hormuz è diretta verso raffinerie asiatiche, mentre numerosi Paesi della regione dispongono di valute più deboli rispetto al dollaro. Per queste economie il rincaro del greggio può essere amplificato dal cambio valutario.
Iran, Stati Uniti e la battaglia per il controllo delle rotte
Al centro del conflitto non vi è soltanto il controllo territoriale, ma la possibilità di determinare chi possa utilizzare in sicurezza lo Stretto di Hormuz. Teheran considera il passaggio una leva strategica indispensabile per difendersi dalla pressione militare ed economica statunitense.
Washington sostiene invece di voler garantire la libertà di navigazione e proteggere le navi commerciali dagli attacchi iraniani. La strategia americana combina bombardamenti contro le capacità militari di Teheran, pattugliamenti navali e blocco delle unità dirette verso i porti iraniani.
Il problema è che l'intensificazione degli attacchi non ha finora costretto l'Iran a rinunciare alla propria pressione sullo stretto. Teheran ha continuato a colpire navi e installazioni statunitensi nella regione, mentre gli Houthi hanno aggiunto un secondo punto di pressione nel Mar Rosso.
L'apertura di due fronti marittimi offre all'Iran una maggiore capacità negoziale, ma aumenta anche il rischio di una reazione più ampia da parte degli Stati Uniti, dell'Arabia Saudita o di altri Paesi regionali. Gli attacchi sauditi contro obiettivi Houthi nello Yemen mostrano che la crisi può ormai coinvolgere direttamente nuovi attori.
La diplomazia resta aperta ma senza garanzie
Nonostante la prosecuzione dei bombardamenti, sono ancora attivi alcuni tentativi di mediazione diplomatica. Una delegazione dell'Oman, Paese che ha spesso svolto un ruolo di collegamento tra Washington e Teheran, si è recata in Iran per discutere la gestione del traffico nello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti affermano che il negoziato con l'Iran resta possibile, mentre Teheran dichiara di non voler cedere alle pressioni militari. Le posizioni rimangono distanti soprattutto sul controllo dello stretto, sul blocco dei porti iraniani e sulle condizioni necessarie per una nuova tregua.
Ogni ulteriore attacco contro infrastrutture civili, basi americane, petroliere o porti sauditi può ridurre lo spazio disponibile per un compromesso. Il rischio maggiore è che una delle parti interpreti un episodio come un superamento definitivo delle proprie linee rosse e risponda con un'operazione ancora più vasta.
Due stretti, una sola crisi globale
Lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb non sono semplicemente due passaggi geografici. Insieme sostengono una parte decisiva dei flussi di petrolio, gas e merci tra il Medio Oriente, l'Asia e l'Europa. La loro contemporanea instabilità trasforma la guerra tra Stati Uniti e Iran in una crisi economica globale.
La minaccia non deriva esclusivamente da una possibile chiusura totale. Anche una navigazione ridotta, intermittente e dipendente da scorte militari produce ritardi, rincari assicurativi e deviazioni. Più a lungo questa situazione continuerà, maggiori saranno gli effetti sulle riserve energetiche, sui prezzi e sulla disponibilità delle materie prime.
Le conseguenze umane restano però il primo elemento da considerare: vittime dei bombardamenti, popolazioni esposte ai danni alle infrastrutture, militari colpiti nelle basi regionali e migliaia di marittimi bloccati sulle navi. La sicurezza del commercio non può essere separata dalla tutela delle vite umane coinvolte nella crisi.
La possibilità di evitare un'ulteriore escalation dipenderà dalla capacità di Stati Uniti, Iran e attori regionali di separare il confronto militare dalla navigazione commerciale e di raggiungere almeno un'intesa temporanea sui due stretti. Senza una soluzione, il mondo rischia di affrontare contemporaneamente una crisi energetica, una nuova spinta inflazionistica e un conflitto regionale sempre più difficile da contenere.
Secondo voi, la pressione militare riuscirà a riaprire stabilmente le rotte commerciali oppure renderà ancora più probabile l'allargamento della guerra? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione sull'evoluzione della crisi.

