Gaza e il Board of Peace: il piano da 17 miliardi per ricostruire dalle macerie
Mentre i venti di guerra soffiano nel resto del Medio Oriente, a Washington si è tracciato quello che molti sperano sia l'inizio della fine per il conflitto nella Striscia di Gaza. Il debutto del Board of Peace, il nuovo organismo internazionale voluto dal Presidente Donald Trump, segna il passaggio alla fase operativa della ricostruzione, con una dotazione finanziaria imponente e un piano politico che mira a cambiare per sempre il volto dell'enclave palestinese.
Un fondo da 17 miliardi per la rinascita
L'annuncio più eclatante della riunione inaugurale è stato lo stanziamento di una cifra colossale: 17 miliardi di dollari. Di questi, ben 10 miliardi saranno garantiti direttamente dagli Stati Uniti, mentre i restanti 7 miliardi arriveranno da una coalizione di alleati strategici, tra cui spiccano i ricchi Paesi del Golfo come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kuwait.
Questi fondi non serviranno solo a inviare cibo e medicinali, ma a finanziare una ricostruzione strutturale senza precedenti. L'obiettivo è ambizioso: trasformare una terra devastata in una sorta di "Riviera del Medio Oriente", sfruttando il potenziale turistico e commerciale della costa mediterranea. Tra i primi progetti annunciati figura la creazione di "Nuova Rafah", un piano che prevede la costruzione di 100.000 abitazioni per dare un tetto a mezzo milione di persone.
Il nuovo governo: tecnici al posto delle fazioni
Il piano, noto come il "Piano in 20 punti", prevede un cambio radicale nella gestione del potere a Gaza. L'idea centrale è quella di sostituire Hamas con il Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG), un governo di tecnocrati e professionisti indipendenti guidato da figure di alto profilo come Ali Sha'ath.
Questo organismo non risponderà alle logiche dei partiti politici, ma lavorerà sotto la stretta supervisione internazionale del Board of Peace. L'obiettivo è garantire una gestione trasparente dei fondi e il ripristino immediato dei servizi essenziali come acqua, elettricità e sanità, elementi che al momento sono quasi inesistenti nella Striscia.
Sicurezza e disarmo: la sfida della Forza Internazionale
La ricostruzione, però, non può avvenire senza una sicurezza duratura. Il piano prevede la creazione della International Stabilization Force (ISF), una forza di pace composta da circa 20.000 soldati provenienti da Paesi musulmani e alleati come Indonesia, Albania e Marocco.
Il compito della ISF sarà duplice: garantire il mantenimento dell'ordine e procedere al disarmo totale delle fazioni armate all'interno di Gaza. Solo una zona completamente smilitarizzata potrà, secondo i promotori del progetto, attirare gli investimenti privati necessari per rendere Gaza un polo economico autosufficiente.
L'ombra delle violazioni: una tregua fragile
Nonostante l'entusiasmo della diplomazia, la realtà sul campo rimane drammatica. La tregua siglata lo scorso ottobre è costantemente messa alla prova da episodi di violenza. Nelle ultime settimane sono state segnalate oltre 1.600 violazioni del cessate il fuoco, con scontri a fuoco e bombardamenti che continuano a mietere vittime civili.
Proprio questa instabilità rappresenta il rischio maggiore per il Board of Peace. Molti donatori internazionali sono cauti nel rilasciare i fondi promessi finché non ci sarà la certezza che le armi tacciano definitivamente. La sfida per il 2026 sarà dunque trasformare un accordo sulla carta in una pace reale, capace di resistere alle provocazioni e di dare inizio alla più grande opera di ingegneria diplomatica ed economica dell'ultimo secolo.

