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Festival dell’Economia di Trento, l’Europa davanti al nuovo ordine globale

La quarta giornata del Festival dell'Economia di Trento ha posto al centro una domanda cruciale per il futuro dell'Italia e dell'intero continente: quale ruolo può avere l'Europa in un mondo che sta cambiando rapidamente, attraversato da tensioni geopolitiche, crisi commerciali, trasformazioni tecnologiche e nuovi equilibri di potere? Non si tratta di una questione teorica riservata agli economisti. È un tema che riguarda direttamente imprese, lavoratori, famiglie, banche, giovani generazioni e istituzioni, perché dalle scelte europee dei prossimi anni dipenderanno competitività, sicurezza economica, occupazione, sviluppo industriale e capacità di affrontare le grandi transizioni globali.
Il Festival, in programma a Trento dal 20 al 24 maggio 2026, si svolge quest'anno attorno al tema "Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani". È un titolo che descrive bene il passaggio storico in corso. Per molti anni, l'economia mondiale è stata interpretata soprattutto attraverso la lente della globalizzazione, del libero commercio, della crescita dei mercati e dell'interdipendenza tra Paesi. Oggi, invece, il quadro è molto più frammentato. Il mercato non è scomparso, ma non è più l'unico grande principio ordinatore del mondo. Accanto a esso si affermano nuovi poteri: gli Stati, le grandi piattaforme tecnologiche, le potenze energetiche, i blocchi geopolitici, i sistemi finanziari, le catene del valore e le infrastrutture digitali.
In questo scenario, l'Europa si trova davanti a una sfida decisiva. Da un lato, resta una delle aree più ricche, regolate e avanzate del pianeta. Dall'altro, rischia di essere schiacciata tra potenze più aggressive o più rapide nel difendere i propri interessi. Gli Stati Uniti mantengono una forza tecnologica, finanziaria e militare enorme. La Cina continua a esercitare un ruolo centrale nella manifattura, nelle tecnologie verdi, nelle infrastrutture e nelle catene produttive globali. Altri attori, come India, Paesi del Golfo, Turchia, Brasile e diverse economie asiatiche, stanno acquisendo maggiore peso. L'Europa, quindi, deve scegliere se limitarsi a difendere ciò che ha costruito o se provare a ridefinire la propria posizione nel nuovo equilibrio mondiale.
La giornata trentina ha affrontato proprio questo nodo: il ruolo dell'Europa in un mondo segnato da tensioni geopolitiche. Oggi l'economia non può più essere separata dalla politica internazionale. Le guerre, le sanzioni, i dazi, le crisi energetiche, le rotture diplomatiche e le rivalità tra grandi potenze incidono direttamente sui prezzi, sugli investimenti, sulle esportazioni e sulla vita quotidiana. Un'impresa italiana che esporta macchinari, moda, alimentare o componentistica non si muove più in un mondo lineare e prevedibile. Deve fare i conti con mercati instabili, costi logistici variabili, tensioni sulle materie prime, rischi valutari, barriere commerciali e nuove forme di concorrenza.
Per questo il tema dell'export italiano è stato uno dei punti centrali della riflessione. L'Italia è un Paese profondamente legato ai mercati esteri. Molte sue eccellenze, dalla meccanica all'agroalimentare, dal farmaceutico alla moda, dall'arredo alla tecnologia industriale, vivono anche grazie alla capacità di vendere fuori dai confini nazionali. Ma esportare oggi è più difficile rispetto al passato. Non basta avere un buon prodotto. Servono conoscenza dei mercati, solidità finanziaria, certificazioni, standard tecnici, capacità logistica, tutela del marchio, strumenti assicurativi e sostegno istituzionale. In un mondo più instabile, l'impresa esportatrice deve essere più preparata, più flessibile e più protetta.
Il Festival ha richiamato anche la necessità di cercare nuovi mercati. Questo non significa abbandonare i partner tradizionali, ma ridurre la dipendenza da pochi sbocchi commerciali. Per le imprese italiane, diversificare significa guardare con maggiore attenzione ad aree in crescita, economie emergenti e regioni in cui aumenta la domanda di qualità, tecnologia e competenze. Tuttavia, la diversificazione non è semplice. Entrare in un nuovo mercato richiede tempo, investimenti, conoscenza culturale, assistenza legale, reti commerciali e spesso anche supporto diplomatico. È qui che la dimensione europea può diventare decisiva: un singolo Paese può essere vulnerabile, mentre un'Europa coordinata può negoziare meglio, proteggere meglio e aprire opportunità più solide.
Accanto all'export, un altro tema centrale è stato il ruolo delle banche. In una fase di trasformazione economica, il sistema bancario non è soltanto un erogatore di credito. È un'infrastruttura fondamentale per accompagnare imprese, famiglie e territori. Le banche possono sostenere investimenti, innovazione, internazionalizzazione, transizione energetica, digitalizzazione e crescita dimensionale delle aziende. Ma possono anche diventare un freno, se il credito si restringe, se i costi aumentano o se le piccole e medie imprese faticano ad accedere alle risorse necessarie per competere.
Il tema delle banche è particolarmente rilevante per l'Italia, un Paese caratterizzato da moltissime piccole e medie imprese. Queste aziende spesso hanno grandi competenze produttive, forte radicamento territoriale e capacità di adattamento, ma possono avere limiti nella patrimonializzazione, nella gestione finanziaria, nella ricerca di capitali e nell'accesso ai mercati internazionali. In questo contesto, una banca non può essere vista solo come soggetto che concede o nega prestiti. Deve diventare sempre più un partner in grado di comprendere il territorio, valutare i progetti industriali, accompagnare la crescita e aiutare le imprese a leggere i rischi globali.
La discussione sull'economia dei territori è strettamente collegata a questo punto. L'Italia non è un'economia concentrata in pochi grandi poli industriali, ma un mosaico di distretti, filiere locali, competenze artigiane, imprese familiari, università, centri di ricerca, cooperative, servizi e reti produttive. La competitività italiana nasce spesso da questa pluralità. Tuttavia, i territori devono affrontare sfide nuove: invecchiamento demografico, carenza di competenze, difficoltà nel ricambio generazionale, infrastrutture non sempre adeguate, divari tra Nord e Sud, costi energetici e pressione competitiva internazionale. Il Festival ha offerto quindi una chiave di lettura importante: non esiste crescita europea senza una crescita reale dei territori.
Un altro grande tema della giornata è stato quello dell'intelligenza artificiale. Oggi l'IA non è più soltanto un argomento tecnologico. È un fattore economico, industriale, culturale e politico. Può trasformare il lavoro, la produttività, la sanità, la scuola, la finanza, la pubblica amministrazione, la logistica, la manifattura e i servizi. Ma pone anche problemi enormi: concentrazione del potere nelle mani delle grandi piattaforme, tutela dei dati, sicurezza, trasparenza degli algoritmi, impatto sull'occupazione, disuguaglianze tra imprese capaci di adottarla e imprese che restano indietro.
Per l'Europa, l'intelligenza artificiale rappresenta una sfida particolarmente complessa. Il continente ha una forte tradizione regolatoria e una grande attenzione ai diritti, alla privacy, alla sicurezza e alla protezione dei cittadini. Tuttavia, rischia di essere meno competitivo rispetto a Stati Uniti e Cina sul piano degli investimenti, delle infrastrutture digitali, dei grandi modelli linguistici, dei semiconduttori e dei capitali privati. La domanda decisiva è se l'Europa riuscirà a costruire una propria via all'innovazione, capace di unire competitività e tutela dei diritti, oppure se resterà soprattutto un grande mercato regolato da tecnologie sviluppate altrove.
Il tema dell'IA si intreccia anche con quello dell'energia. Le nuove tecnologie digitali, i data center, il cloud, l'addestramento dei modelli e l'elaborazione di enormi quantità di dati richiedono consumi energetici crescenti. Per questo, parlare di intelligenza artificiale significa anche parlare di energia, reti elettriche, sostenibilità, investimenti infrastrutturali e sicurezza degli approvvigionamenti. L'Europa, che ha già vissuto la vulnerabilità energetica in seguito alle crisi geopolitiche degli ultimi anni, deve evitare di sostituire una dipendenza con un'altra: ieri dalle fonti fossili esterne, domani dalle infrastrutture digitali e tecnologiche controllate da altri.
La presenza al Festival di esponenti del governo, del mondo bancario, dell'industria e delle istituzioni economiche mostra che i temi discussi non sono marginali. Il Festival dell'Economia di Trento, nel corso degli anni, è diventato uno spazio di confronto tra politica, imprese, accademia, finanza, giornalismo e società civile. La sua importanza sta proprio nella capacità di tradurre questioni complesse in discussioni pubbliche, accessibili e collegate alla vita reale. Non è soltanto una vetrina di relatori, ma un luogo in cui si cerca di capire dove sta andando il mondo e quali strumenti servono per affrontarlo.
Il riferimento alle speranze dei giovani, presente nel tema generale dell'edizione, è particolarmente significativo. I giovani sono spesso evocati nei grandi discorsi economici, ma raramente sono messi davvero al centro delle scelte. Eppure saranno loro a vivere più a lungo le conseguenze delle decisioni prese oggi: debito pubblico, transizione climatica, trasformazione del lavoro, precarietà, innovazione tecnologica, formazione, mobilità internazionale e accesso alla casa. Parlare di nuovi poteri senza parlare dei giovani significherebbe ignorare la dimensione generazionale della crisi e del cambiamento.
In questo senso, l'economia non può essere ridotta a numeri, indici e previsioni. L'economia riguarda la possibilità di costruire un futuro. Se i giovani percepiscono che il sistema è chiuso, che il merito non basta, che il lavoro non garantisce autonomia, che l'innovazione arricchisce pochi e destabilizza molti, allora la fiducia si indebolisce. E senza fiducia non c'è crescita duratura. Il Festival, ponendo accanto il tema dei nuovi poteri e quello delle speranze dei giovani, suggerisce che la sfida non è soltanto aumentare il prodotto interno lordo, ma rendere lo sviluppo credibile, inclusivo e capace di generare prospettive.
Il ruolo dell'Europa, da questo punto di vista, è decisivo. L'Unione Europea può essere percepita come un apparato burocratico distante oppure come una protezione in un mondo instabile. Può limitarsi a fissare regole oppure diventare uno spazio di politica industriale, tecnologica, energetica e sociale. Può restare divisa tra interessi nazionali oppure provare a costruire una strategia comune. La differenza tra queste opzioni determinerà il peso dell'Europa nei prossimi decenni.
Uno dei grandi problemi europei è la frammentazione. Le imprese europee spesso operano in mercati ancora troppo divisi, con differenze normative, fiscali, burocratiche e infrastrutturali. Gli Stati membri difendono legittimamente i propri interessi, ma in molti settori la dimensione nazionale non basta più. Dalla difesa alla tecnologia, dall'energia all'intelligenza artificiale, dai semiconduttori alla finanza, la scala necessaria è continentale. Se l'Europa vuole competere con giganti globali, deve imparare a pensarsi come una potenza economica integrata, non solo come un insieme di economie vicine.
Le banche europee possono avere un ruolo importante in questa trasformazione, ma da sole non bastano. Servono mercati dei capitali più profondi, maggiore capacità di finanziare l'innovazione, strumenti comuni per sostenere le imprese strategiche, politiche industriali coordinate e investimenti in ricerca. L'Europa dispone di competenze, università, imprese, risparmio privato e capitale umano, ma spesso fatica a trasformare queste risorse in leadership globale. Il rischio è che le idee nascano in Europa, ma crescano e diventino potere economico altrove.
Il tema dell'export italiano mostra bene questa tensione. L'Italia è forte quando riesce a combinare qualità, specializzazione, design, tecnologia e flessibilità produttiva. Ma in un mondo segnato da instabilità e concorrenza aggressiva, anche le eccellenze hanno bisogno di una cornice più ampia. Servono accordi commerciali, diplomazia economica, standard riconosciuti, tutela del made in Italy, sostegno all'internazionalizzazione, logistica efficiente e protezione dalle pratiche sleali. L'impresa sola, soprattutto se piccola o media, non può affrontare tutto questo senza un ecosistema robusto.
In parallelo, la trasformazione digitale impone una revisione profonda dei modelli produttivi. L'intelligenza artificiale può aumentare la produttività delle imprese italiane, aiutare nella progettazione, nella manutenzione predittiva, nell'analisi dei mercati, nella gestione dei clienti, nella traduzione, nella logistica e nell'automazione dei processi. Ma perché ciò avvenga, le imprese devono avere competenze, dati organizzati, investimenti, sicurezza informatica e personale formato. Il problema non è solo acquistare un software, ma cambiare cultura organizzativa.
Il mondo bancario può contribuire anche qui, finanziando l'adozione tecnologica e valutando non solo i bilanci passati, ma la capacità futura delle imprese di innovare. Le banche dei territori, se ben integrate con il tessuto produttivo, possono capire meglio quali aziende hanno potenziale, quali filiere possono crescere, quali investimenti sono necessari e quali rischi devono essere accompagnati. In una fase di transizione, il credito non dovrebbe limitarsi a premiare chi è già forte, ma aiutare chi può diventarlo con gli strumenti giusti.
La discussione di Trento ha dunque un significato più ampio: l'Italia deve decidere come collocarsi dentro la nuova Europa e dentro il nuovo mondo. Non può limitarsi a rimpiangere la globalizzazione stabile del passato, perché quel contesto è cambiato. Non può nemmeno chiudersi in una difesa nostalgica del mercato interno, perché la sua economia vive di apertura, export, filiere internazionali e scambi. Deve invece costruire una strategia capace di proteggere senza isolare, innovare senza perdere coesione sociale, competere senza sacrificare diritti e territori.
Il Festival dell'Economia di Trento diventa così uno specchio delle grandi domande del presente. Che cosa significa essere europei in un mondo dominato da potenze continentali e grandi piattaforme tecnologiche? Come può l'Italia difendere le proprie imprese senza rinunciare all'apertura internazionale? Quale ruolo devono avere le banche nella trasformazione industriale? Come si può usare l'intelligenza artificiale senza subirla? Come si possono dare ai giovani prospettive reali e non solo dichiarazioni di principio?
La risposta non è semplice, ma una cosa appare chiara: l'Europa non può più permettersi un atteggiamento passivo. La fase storica attuale richiede scelte. Richiede investimenti, visione, coordinamento e capacità di agire con tempi più rapidi. Il mondo non aspetta le lentezze europee. Le tecnologie avanzano, i mercati si spostano, le alleanze cambiano, le crisi energetiche e geopolitiche si moltiplicano. In questo quadro, restare fermi equivale ad arretrare.
L'ottava notizia della giornata, dedicata al Festival dell'Economia di Trento, non è quindi una semplice cronaca di incontri e convegni. È il racconto di un passaggio storico. A Trento si discute del futuro economico perché il vecchio ordine globale non basta più a spiegare il presente. Il mercato resta fondamentale, ma non è più separabile dai nuovi poteri. L'Europa resta ricca e influente, ma deve dimostrare di saper essere anche strategica. L'Italia resta forte in molte filiere, ma deve attrezzarsi per un mondo più duro. I giovani restano la promessa del futuro, ma hanno bisogno di politiche capaci di trasformare quella promessa in realtà.
In definitiva, la giornata trentina consegna un messaggio chiaro: l'economia del futuro non sarà decisa solo dai prezzi, dai consumi o dalla crescita. Sarà decisa dalla capacità di governare tecnologia, geopolitica, finanza, energia, formazione e fiducia sociale. Se l'Europa saprà farlo, potrà restare protagonista. Se non saprà farlo, rischierà di diventare un grande spazio regolato, ricco ma dipendente, costretto a inseguire decisioni prese altrove. Il Festival dell'Economia di Trento mette questa scelta davanti al Paese: capire il cambiamento non basta più, bisogna governarlo.

Di Luigi

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