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Elogio dell’Inefficienza: Perché Perdere Tempo ci Salverà dall'Intelligenza Artificiale

Viviamo in un'epoca definita dalla velocità e dall'ottimizzazione, ma forse la chiave per preservare la nostra umanità risiede nell'esatto opposto: la capacità di essere magnificamente inefficienti. Per comprendere il futuro che ci attende con l'avvento dell'Intelligenza Artificiale, dobbiamo prima guardare al nostro passato e capire come abbiamo trasformato il concetto di fatica e potenza.

Dai Muscoli ai Cervelli: L'Evoluzione della Potenza

Per la maggior parte della storia umana, ogni singola cosa costruita o prodotta è stata frutto dello sforzo fisico: i nostri muscoli o quelli degli animali. Poi, con la rivoluzione industriale, abbiamo introdotto la potenza artificiale. In soli due secoli, l'energia a nostra disposizione è aumentata di 3.500 volte.
È come se oggi ogni abitante di un paese ricco come l'Italia avesse a sua completa disposizione un esercito invisibile di oltre 200 uomini adulti che lavorano per lui giorno e notte, senza sosta. Abbiamo smesso di "sentire" la fatica fisica, perdendo il contatto diretto con la sorgente della potenza. Abbiamo guadagnato comfort, salute e la capacità di attraversare il mondo, ma abbiamo disincarnato il lavoro.
James Watt, per vendere la sua macchina a vapore, dovette inventare un'unità di misura comprensibile ai suoi tempi: il cavallo vapore. Se una macchina sostituiva il lavoro di 10 cavalli veri, allora aveva una potenza di 10 cavalli. Era una semplificazione brutale della realtà biologica (un cavallo vero deve mangiare, dormire, riposare), ma serviva a quantificare l'efficienza. Oggi, stiamo facendo lo stesso salto, ma non contiamo più cavalli: stiamo iniziando a contare cervelli.

L'Illusione della Competizione Cognitiva

L'Intelligenza Artificiale, come GPT-4, ha già "letto" l'equivalente di migliaia di vite umane. Ha ingerito decine di miliardi di parole. È come avere a disposizione una vasca piena di migliaia di cervelli che hanno letto tutto lo scibile umano (o almeno, quello occidentale e benestante).
Di fronte a questa potenza di calcolo, sorge una domanda: dobbiamo preoccuparci che le macchine ci rubino il lavoro? La risposta più interessante suggerisce che l'AI si prenderà carico dei lavori definibili in termini di efficienza e produttività. E questa potrebbe essere una buona notizia, perché gli esseri umani, per natura, non sono fatti per essere efficienti.
Le macchine sono migliori di noi nell'efficienza perché sono prive di coscienza. Una calcolatrice non si stanca, un GPS non si distrae guardando un tramonto, un'auto a guida autonoma non pensa ai problemi domestici. Noi, invece, siamo maestri nel perdere tempo. E questa è la nostra forza.

L'Inefficienza come Motore della Scoperta

Se analizziamo le attività più nobili e complesse dell'esperienza umana, scopriamo che sono intrinsecamente inefficienti:
  • La Scienza è inefficiente: le grandi scoperte nascono spesso da errori, da tentativi falliti o mentre si cercava tutt'altro.
  • L'Esplorazione è inefficiente: per scoprire qualcosa di nuovo, bisogna accettare di perdersi.
  • La Cura e le Relazioni Umane sono inefficienti: richiedono tempo, pazienza e dedizione non quantificabile.
  • L'Arte è inefficiente: scrivere un romanzo significa riscrivere cento volte la stessa frase per poi capire che si voleva dire altro.
Se guardiamo ai grandi capolavori della letteratura, da Tolstoj a Proust, da Joyce a Melville, vediamo opere nate da anni di lavoro, riscritture maniacali e ossessioni. Con i criteri di efficienza contemporanea, questi autori sarebbero stati considerati "lenti" e improduttivi, probabilmente scartati dal mercato editoriale moderno.
Il vero pericolo, dunque, non è che le macchine diventino troppo intelligenti. La paura reale è che noi, nel tentativo di competere con la loro efficienza chirurgica, finiamo per diventare più veloci, più superficiali e più banali. Rischiamo di diventare le caricature di noi stessi, sacrificando la profondità sull'altare della velocità.

Produttività vs. Prolificità: Un Nuovo Paradigma

Per sopravvivere e prosperare nell'era dell'AI, dobbiamo distinguere tra due concetti spesso confusi: la produttività e la prolificità.
  • La Produttività è legata al risultato immediato. È una mucca da mungere ogni mattina alla stessa ora; non ammette sprechi.
  • La Prolificità è una pulsione creativa. Ci consente di scrivere dieci pagine e strapparne nove senza sensi di colpa, di leggere per giorni il lavoro altrui, di pensare cento pensieri per formularne uno solo valido.
L'errore sta nel voler usare l'Intelligenza Artificiale per diventare più produttivi, per fare "di più in meno tempo". L'approccio vincente potrebbe essere l'opposto: usare l'AI per essere più prolifici, per complicarsi la vita in modo intelligente.

L'AI come Generatore di Dubbi

Invece di chiedere all'AI di scriverci una mail veloce o di riassumere un testo per risparmiare tempo, possiamo usarla come alleata nella procrastinazione creativa. Possiamo chiederle:
  • "Cosa direbbe Platone o Aristotele di questa mia idea?"
  • "Riscrivi questo concetto in 20 modi diversi."
  • "Quali critiche muoverebbe un editor severo a questo paragrafo?"
Utilizzata in questo modo, la tecnologia non serve ad ottimizzare il percorso verso la risposta, ma a moltiplicare le domande. Diventa uno strumento glorioso per deragliare dai binari del pensiero standardizzato, un prisma che rifrange il nostro pensiero in mille direzioni diverse aiutandoci a capire cosa vogliamo davvero dire.
In conclusione, non dobbiamo asservirci alla logica della macchina. Dobbiamo rivendicare il nostro diritto all'inefficienza, alla disciplina della ricerca lenta e alla complessità. Lasciamo ai robot l'efficienza; teniamoci stretta la capacità di sprecare tempo per creare significato.

Di Aurora

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