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Corea del Nord, raffica di missili mentre Trump cerca Kim

La Corea del Nord torna a mostrare la propria capacità missilistica proprio mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump tenta di riaprire un canale politico con Kim Jong Un. Giovedì 20 agosto 2026 Pyongyang ha lanciato verso le acque a est della penisola coreana una raffica di circa dieci missili balistici a corto raggio, pochi giorni dopo che Washington aveva ordinato un drastico ridimensionamento delle grandi esercitazioni militari con la Corea del Sud. La coincidenza rende il lancio molto più di un normale test militare: è anche un messaggio politico rivolto contemporaneamente a Washington e Seul.
I vettori sono partiti intorno alle 17:00 ora locale dall'area di Pyongyang e hanno percorso circa 300 chilometri prima di cadere in mare. Le forze armate sudcoreane hanno seguito i lanci fin dalle prime fasi e hanno condiviso le informazioni con Stati Uniti e Giappone. Le autorità di Tokyo hanno riferito che i proiettili non sono caduti all'interno della zona economica esclusiva giapponese, mentre nelle prime comunicazioni non sono emersi danni a navi o infrastrutture.
La risposta diplomatica è stata immediata. La presidenza sudcoreana ha convocato una riunione di sicurezza e ha definito il lancio una grave violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che vietano a Pyongyang attività legate alla tecnologia dei missili balistici. Il comando americano nell'Indo-Pacifico ha invece precisato che, secondo la propria valutazione iniziale, l'episodio non rappresentava una minaccia immediata per il territorio statunitense, per il personale americano o per gli alleati, pur ribadendo l'impegno alla loro difesa.
La tempistica rende particolarmente significativo il nuovo confronto. Donald Trump ha dichiarato di volere incontrare nuovamente Kim Jong Un entro la fine dell'anno e ha ordinato una forte riduzione delle esercitazioni con Seul, arrivando a definire inappropriato e ostile nei confronti della Corea del Nord il messaggio trasmesso dalle manovre nella loro configurazione precedente. Pyongyang, tuttavia, ha risposto che un semplice ridimensionamento non modifica la sostanza della politica americana.

Dieci missili dall'area di Pyongyang

Secondo le rilevazioni militari sudcoreane, dalla regione della capitale nordcoreana sono stati individuati circa dieci o più vettori diretti verso il mare orientale della penisola. Le stime iniziali indicano una distanza percorsa nell'ordine dei 300 chilometri, compatibile con sistemi progettati principalmente per obiettivi regionali e non con i missili intercontinentali destinati teoricamente a raggiungere il territorio continentale degli Stati Uniti.
Il ministero della Difesa sudcoreano ritiene che i sistemi impiegati possano essere i grandi lanciarazzi multipli da 600 millimetri sviluppati dalla Corea del Nord e conosciuti all'estero con la denominazione KN-25. La classificazione deve però essere mantenuta nel suo corretto grado di certezza: Seul ha indicato questa possibilità sulla base delle caratteristiche osservate, mentre l'analisi tecnica dettagliata dei lanci era ancora in corso.
Il KN-25 occupa una zona particolare tra artiglieria a razzo e missile balistico. Le sue munizioni sono guidate e possiedono dimensioni e gittate molto superiori a quelle dei normali sistemi d'artiglieria. Pyongyang ha inoltre affermato in passato che i propri sistemi da 600 millimetri possono essere utilizzati per trasportare testate nucleari tattiche, una capacità dichiarata dalla Corea del Nord che rappresenta uno degli elementi più preoccupanti per la pianificazione militare sudcoreana.
Il volo di circa 300 chilometri osservato giovedì è sufficiente a mostrare perché questi sistemi siano considerati una minaccia prevalentemente rivolta alla Corea del Sud. La distanza tra la linea di demarcazione militare e numerosi centri, basi e infrastrutture sudcoreane è compatibile con il raggio operativo di diverse categorie di armi a corto raggio nordcoreane.

Il dodicesimo episodio missilistico dell'anno

Il lancio non rappresenta un evento isolato nella dinamica del 2026. Secondo il conteggio effettuato dalle autorità sudcoreane, si tratta del dodicesimo episodio di lancio balistico nordcoreano dall'inizio dell'anno. Pyongyang aveva già effettuato nuovi test il 6 e il 12 agosto, prima e durante la fase di preparazione delle esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.
Il 20 agosto la quantità di vettori lanciati contemporaneamente è però sensibilmente superiore. Una raffica di una decina di sistemi può servire non soltanto a verificare la tecnologia individuale, ma anche a mostrare una capacità di lancio simultaneo o concentrato, elemento rilevante perché le difese antimissile devono essere in grado di individuare, seguire e potenzialmente intercettare più minacce nello stesso momento.
Non è possibile stabilire dalle informazioni pubbliche se l'obiettivo principale fosse addestrativo, tecnico o politico. La collocazione temporale, tuttavia, rende plausibile interpretare la dimostrazione di forza anche come una risposta alle esercitazioni Ulchi Freedom Shield e al nuovo tentativo americano di riaprire il dialogo.

Pyongyang non ha celebrato pubblicamente i lanci

Un dettaglio insolito è il silenzio dei mezzi di informazione ufficiali nordcoreani nella mattina successiva. Normalmente Pyongyang utilizza i propri test più importanti per mostrare immagini dei lanci, descrivere le caratteristiche dell'arma e, quando presente, sottolineare il ruolo di Kim Jong Un nell'osservazione dell'esercitazione.
Questa volta né le principali comunicazioni ufficiali né la stampa controllata dallo Stato avevano fornito nelle prime ore una propria ricostruzione. È la terza occasione recente nella quale la Corea del Nord effettua un lancio balistico senza accompagnarlo immediatamente con la tradizionale campagna propagandistica.
Il silenzio non permette da solo di stabilire le intenzioni di Pyongyang. Può riflettere considerazioni operative, la natura delle esercitazioni o una scelta politica. Nel particolare momento diplomatico, tuttavia, evita di trasformare immediatamente il lancio in una dichiarazione pubblica contro Trump, lasciando contemporaneamente evidente il segnale militare.

Le esercitazioni USA-Corea del Sud sono state dimezzate

Il contesto immediato è costituito da Ulchi Freedom Shield, una delle principali esercitazioni annuali condotte dalle forze armate sudcoreane e statunitensi. Il programma iniziale prevedeva undici giorni di attività, dal 17 al 27 agosto.
Dopo l'intervento di Trump, la parte principale dell'esercitazione è stata ridotta a cinque giorni, con conclusione venerdì 21 agosto. Alcune attività sul terreno sono state cancellate, ridimensionate, convertite in simulazioni o destinate a una successiva riprogrammazione.
Le esercitazioni Ulchi Freedom Shield comprendono soprattutto attività di comando e controllo simulate al computer, integrate da manovre sul terreno costruite attorno a diversi scenari di crisi sulla penisola. Stati Uniti e Corea del Sud sostengono che siano essenziali per mantenere la capacità delle rispettive forze di operare insieme in caso di emergenza.
La Corea del Nord le considera invece da decenni una forma di preparazione all'invasione. È una delle divergenze più persistenti della penisola: Washington e Seul descrivono le manovre come difensive, mentre Pyongyang le interpreta come prova dell'esistenza di una strategia ostile finalizzata alla propria distruzione.

Da undici a cinque giorni

Il ridimensionamento deciso nell'agosto 2026 non è puramente simbolico. La fase principale è stata ridotta da undici a cinque giorni e il numero delle principali esercitazioni sul campo associate al programma è stato dimezzato da quattordici a sette.
Le sette attività rimaste nel programma sul terreno possono proseguire fino al 28 agosto sulla base dei rispettivi calendari, mentre altre esercitazioni eliminate dalla configurazione originale dovranno eventualmente essere riprogrammate in seguito. Le attività orientate a una seconda fase di contrattacco, normalmente previste nella parte conclusiva di Ulchi Freedom Shield, sono state cancellate dal programma immediato.
Washington ha sostenuto che la modifica non compromette gli obiettivi fondamentali di prontezza militare. Per Pyongyang, però, il punto non è soltanto il numero di giorni o di manovre: la stessa esistenza di un sistema di addestramento congiunto tra Stati Uniti e Corea del Sud continua a essere presentata come una manifestazione della politica ostile americana.

Trump vuole riaprire il dossier nordcoreano

Donald Trump ha collegato apertamente il ridimensionamento al proprio rapporto con Kim Jong Un. Il presidente americano continua a sottolineare di avere una relazione personale positiva con il leader nordcoreano e negli ultimi giorni ha dichiarato di aspettarsi un nuovo incontro entro la fine del 2026.
Non esiste ancora un vertice programmato. Washington ha espresso disponibilità al dialogo e fonti informate sui contatti diplomatici hanno indicato che un eventuale viaggio di Trump in Asia nel corso dell'anno potrebbe offrire un'occasione per organizzare l'incontro qualora Pyongyang mostrasse interesse.
Tra le possibilità discusse viene indicato il periodo del vertice APEC previsto in Cina, ma non esiste una conferma ufficiale di una sede, una data o un accordo tra le due parti. Presentare oggi un quarto summit Trump-Kim come già organizzato sarebbe quindi prematuro.

Kim Yo Jong: il rapporto personale resta "eccellente"

La risposta più interessante di Pyongyang è arrivata da Kim Yo Jong, sorella del leader nordcoreano e figura di primo piano nella comunicazione politica del regime. Il suo messaggio contiene contemporaneamente apertura personale e durezza strategica.
Kim Yo Jong ha descritto il rapporto personale tra Kim Jong Un e Donald Trump come ancora "eccellente" e ha riconosciuto che il leader nordcoreano conserva ricordi positivi della relazione costruita durante il primo mandato presidenziale americano.
Allo stesso tempo ha chiarito che il rapporto tra due leader non può essere confuso con quello tra due Stati. La sicurezza nazionale nordcoreana, nella posizione espressa da Pyongyang, non verrà subordinata ai sentimenti personali di Kim verso Trump.
È proprio qui che si trova il principale ostacolo diplomatico: Trump propone di riattivare la diplomazia personale che caratterizzò il 2018 e il 2019; la Corea del Nord segnala invece che un nuovo incontro avrebbe senso soltanto se Washington fosse pronta a modificare sostanzialmente le condizioni politiche del negoziato.

Il ridimensionamento non basta a Pyongyang

Kim Yo Jong ha respinto l'idea che la riduzione delle esercitazioni possa essere presentata come una sufficiente concessione americana. Secondo la posizione nordcoreana, accorciare la durata o ridurre il numero delle manovre non cambia la natura fondamentale dell'alleanza militare USA-Corea del Sud.
Il messaggio rivolto a Washington è quindi più complesso di un semplice rifiuto. Pyongyang dice in sostanza che, se gli Stati Uniti intendono presentare l'attuale ridimensionamento come un gesto di buona volontà decisivo e aspettarsi in cambio un immediato ritorno al tavolo, difficilmente otterranno la risposta desiderata.
Allo stesso tempo il linguaggio adottato non chiude definitivamente ogni possibilità di colloquio. La Corea del Nord continua a separare Trump dall'insieme della politica statunitense, mantenendo un margine attraverso il quale potrebbe giustificare in futuro un nuovo contatto senza apparire incoerente con le critiche attuali.

Il vero nodo è la denuclearizzazione

Il principale ostacolo rimane quello che fece naufragare il processo precedente: il futuro dell'arsenale nucleare nordcoreano. Gli Stati Uniti continuano ufficialmente a dichiararsi impegnati nella completa denuclearizzazione della Corea del Nord.
Pyongyang, al contrario, considera ormai il proprio status nucleare una componente strutturale e irrinunciabile della sicurezza dello Stato. Negli ultimi anni Kim Jong Un ha rafforzato dottrina, produzione di materiale fissile, sistemi di lancio e legislazione interna legata all'utilizzo delle armi nucleari.
Per questo riprendere semplicemente il negoziato del 2018-2019 appare estremamente difficile. Allora l'obiettivo dichiarato americano era convincere la Corea del Nord ad abbandonare le proprie armi atomiche in cambio di una trasformazione dei rapporti politici e, progressivamente, di un alleggerimento delle sanzioni.
Oggi Pyongyang parte da una posizione differente e punta a ottenere, direttamente o indirettamente, un riconoscimento della propria realtà di potenza nucleare di fatto. Washington continua invece a rifiutare formalmente questo risultato come base definitiva della relazione.

Trump definisce spesso la Corea del Nord una potenza nucleare

Trump ha più volte utilizzato negli ultimi anni espressioni che descrivono la Corea del Nord come una "nuclear power". Dal punto di vista diplomatico, però, questo linguaggio personale non equivale al riconoscimento formale della Corea del Nord come Stato dotato legittimamente di armi nucleari.
L'amministrazione americana continua infatti a sostenere la denuclearizzazione completa. Questa differenza tra il linguaggio politico di Trump e la posizione istituzionale americana può diventare uno dei margini attraverso i quali le due parti cercano di testare reciprocamente la disponibilità a un compromesso.
Pyongyang potrebbe cercare un negoziato sul controllo degli armamenti, sulla riduzione delle tensioni o sul congelamento di alcune capacità senza accettare l'obiettivo finale dello smantellamento totale. Per Washington, accettare esplicitamente una simile impostazione significherebbe un cambiamento storico della propria politica.

Singapore 2018: il primo vertice

Trump e Kim si incontrarono per la prima volta a Singapore nel giugno 2018, in un vertice senza precedenti tra un presidente americano in carica e un leader nordcoreano. L'incontro arrivò dopo il pericoloso confronto del 2017, caratterizzato da test nucleari, missili intercontinentali e minacce reciproche.
A Singapore i due firmarono una dichiarazione relativamente generale nella quale Washington e Pyongyang si impegnavano a costruire nuove relazioni e la Corea del Nord riaffermava un impegno verso la denuclearizzazione della penisola coreana.
Il documento non definiva però sequenze, scadenze o modalità concrete per smantellare l'arsenale. Quella ambiguità diventò successivamente una delle cause centrali dello stallo, perché le due parti interpretavano in maniera differente cosa dovesse avvenire per primo tra disarmo e riduzione delle sanzioni.

Hanoi 2019: il vertice che finì senza accordo

Il secondo incontro si svolse ad Hanoi nel febbraio 2019. Doveva trasformare la diplomazia personale in un accordo più concreto, ma terminò senza una dichiarazione comune.
La Corea del Nord propose misure riguardanti parte del complesso nucleare di Yongbyon in cambio di un alleggerimento sostanziale delle sanzioni. Washington giudicò insufficiente il perimetro della proposta rispetto alla dimensione dell'intero programma nucleare nordcoreano.
Il vertice si concluse anticipatamente e mise in evidenza la distanza tra le due impostazioni. Gli Stati Uniti volevano progressi molto più ampi verso la denuclearizzazione; Pyongyang pretendeva che ogni passo concreto venisse accompagnato da vantaggi economici altrettanto tangibili.

Panmunjom e poi lo stallo

Trump e Kim si incontrarono nuovamente il 30 giugno 2019 a Panmunjom, nella Zona demilitarizzata. Trump attraversò simbolicamente la linea di demarcazione entrando per alcuni minuti in territorio nordcoreano, un gesto di enorme valore mediatico.
La spettacolarità della diplomazia non riuscì però a risolvere il problema sostanziale. I successivi colloqui tecnici non produssero un accordo e il processo entrò progressivamente in stallo.
Da allora la Corea del Nord ha ampliato significativamente il proprio arsenale, sperimentando nuovi missili a corto e lungo raggio, sistemi a combustibile solido e piattaforme che Pyongyang collega alla propria deterrenza nucleare.

Il Kim del 2026 negozierebbe da una posizione diversa

Sette anni dopo Hanoi, Kim Jong Un non si trova nella stessa condizione strategica del 2019. La Corea del Nord ha sviluppato un arsenale più ampio e diversificato e possiede oggi una collaborazione molto più profonda con la Russia.
Pyongyang ha fornito a Mosca grandi quantità di armamenti e ha inviato anche truppe nordcoreane a sostegno dello sforzo militare russo, entrando in una forma di cooperazione strategica molto più intensa rispetto alla relazione esistente durante il primo mandato Trump.
Allo stesso tempo sono migliorati nuovamente i rapporti economici e politici con la Cina. Questa doppia rete di relazioni riduce almeno in parte la dipendenza nordcoreana da un eventuale accordo con Washington per ottenere ossigeno economico e diplomatico.
Kim ha quindi meno incentivo rispetto al 2018 a partecipare rapidamente a un vertice nel quale gli Stati Uniti chiedano concessioni sostanziali sul programma nucleare senza offrire in cambio un mutamento altrettanto significativo della propria politica.

Il rapporto con la Russia cambia i calcoli di Pyongyang

La cooperazione con Mosca ha assunto una dimensione militare molto rilevante. La Corea del Nord ha riconosciuto l'invio di proprie forze in Russia e le relazioni tra Kim Jong Un e Vladimir Putin sono state rafforzate da un trattato strategico firmato negli anni precedenti.
Per Pyongyang il rapporto offre benefici economici, militari e politici. Mosca può fornire carburante, commercio, sostegno diplomatico e potenzialmente conoscenze utili in settori tecnologici, mentre riceve in cambio munizioni e supporto militare.
Questa relazione complica il calcolo americano. Un eventuale accordo con Trump non avrebbe più come unico sfondo l'isolamento internazionale della Corea del Nord, ma dovrebbe confrontarsi con una Pyongyang inserita più profondamente in un asse strategico con la Russia.

Anche la Cina vuole evitare una nuova escalation

La Cina rimane l'unico alleato della Corea del Nord legato a Pyongyang da un formale trattato di mutua assistenza e continua a essere il suo principale partner economico.
Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in visita a Seul proprio nei giorni dei nuovi lanci, ha sostenuto che la radice delle tensioni nella penisola risiede nella politica americana considerata ostile da Pyongyang e ha invitato Washington a modificare il proprio approccio.
Pechino ha interesse a evitare sia un collasso della Corea del Nord sia una nuova crisi militare incontrollata. Allo stesso tempo considera con preoccupazione il rafforzamento della cooperazione militare tra Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone, che può estendersi oltre la sola questione nordcoreana e incidere sull'equilibrio strategico regionale.

Seul cerca dialogo senza rinunciare alla deterrenza

Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha sostenuto pubblicamente il tentativo di ridurre le tensioni e ha accolto positivamente la scelta di Trump di ridimensionare Ulchi Freedom Shield, interpretandola come un possibile passo verso la riapertura del dialogo.
La Corea del Sud continua tuttavia a mantenere la propria alleanza militare con gli Stati Uniti e ha condannato senza ambiguità i nuovi lanci balistici. Seul deve quindi perseguire contemporaneamente due obiettivi difficili da conciliare: mantenere una deterrenza credibile e creare margini per una possibile distensione.
Il lancio di una decina di missili il 20 agosto mostra precisamente la difficoltà di questo equilibrio. Qualunque riduzione delle esercitazioni rischia di essere vista da una parte dell'opinione pubblica sudcoreana come un indebolimento della prontezza militare se Pyongyang continua contemporaneamente a espandere le proprie capacità.

Pyongyang attacca anche Seul

Kim Yo Jong ha criticato direttamente la leadership sudcoreana, accusandola di utilizzare il ridimensionamento delle esercitazioni per presentare artificialmente un cambiamento che, secondo il Nord, non esiste. La retorica intercoreana rimane quindi estremamente dura.
Seul ha risposto invitando Pyongyang a interrompere quelle che ha definito offese inutili e a collaborare per costruire la pace. Il governo sudcoreano continua a sostenere di non avere intenzioni offensive verso il Nord.
Questo scambio mostra che l'eventuale dialogo Trump-Kim potrebbe nuovamente svilupparsi lungo un canale prevalentemente bilaterale tra Washington e Pyongyang, con la Corea del Nord interessata a limitare il ruolo politico della Corea del Sud nel negoziato.

La Corea del Nord preferisce parlare direttamente con Washington

Una delle costanti della diplomazia nordcoreana è il tentativo di presentare il problema della penisola soprattutto come una questione tra Corea del Nord e Stati Uniti. Pyongyang sostiene che sia Washington, attraverso la propria presenza militare e l'ombrello nucleare offerto a Seul, il principale responsabile delle condizioni di sicurezza regionali.
Questa impostazione consente alla Corea del Nord di trattare la Corea del Sud come un interlocutore subordinato all'alleanza americana invece che come parte paritaria nel negoziato. Il governo di Seul respinge naturalmente questa marginalizzazione.
Un nuovo summit personale tra Trump e Kim potrebbe quindi riaprire anche un vecchio problema: come garantire che eventuali decisioni sulla sicurezza della penisola non vengano prese senza un adeguato coinvolgimento della Corea del Sud.

Il Giappone osserva con particolare attenzione

Il Giappone è direttamente interessato a qualunque espansione delle capacità missilistiche nordcoreane. I nuovi proiettili non hanno raggiunto la zona economica esclusiva giapponese, ma Tokyo segue costantemente i test perché una parte dell'arsenale nordcoreano possiede gittate capaci di raggiungere il territorio nipponico.
Negli ultimi anni Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud hanno rafforzato lo scambio in tempo reale di dati sui missili nordcoreani, migliorando la possibilità di confrontare le rilevazioni dei diversi sensori.
Pyongyang considera proprio questa crescente cooperazione trilaterale un'ulteriore prova della costruzione di un sistema militare ostile. Le tensioni con Tokyo riguardano inoltre il potenziamento delle capacità difensive giapponesi e questioni storiche ancora irrisolte.

Le risoluzioni ONU continuano a vietare i test

La Corea del Nord è sottoposta da anni a un vasto regime di sanzioni delle Nazioni Unite legate ai propri programmi nucleari e balistici. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza vietano a Pyongyang di condurre attività basate sulla tecnologia dei missili balistici.
Seul ha quindi definito il lancio del 20 agosto una nuova violazione. La possibilità di ottenere una risposta aggiuntiva e concordata dal Consiglio di Sicurezza è però diventata molto più limitata rispetto al passato a causa delle profonde divergenze tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Mosca e Pechino hanno progressivamente contestato l'efficacia della strategia sanzionatoria occidentale e chiedono maggiore attenzione alla riduzione delle tensioni militari. Washington, Seul e Tokyo sostengono invece che allentare la pressione senza concessioni nordcoreane premierebbe direttamente la violazione delle risoluzioni esistenti.

Perché una raffica a corto raggio conta più di quanto sembri

I test dei grandi missili intercontinentali attirano normalmente molta più attenzione perché riguardano direttamente la possibilità teorica di raggiungere gli Stati Uniti continentali. Per la sicurezza della penisola, però, i sistemi a corto raggio sono altrettanto importanti.
Una guerra nella penisola coreana coinvolgerebbe inizialmente soprattutto basi, aeroporti, porti, centri di comando e concentrazioni militari situati in Corea del Sud. Una grande quantità di vettori mobili a corto raggio rende più difficile neutralizzare preventivamente l'intero arsenale e aumenta la pressione sulle difese antimissile.
La capacità di lanciare contemporaneamente numerosi proiettili può inoltre essere progettata per cercare di saturare le difese. Anche senza testate nucleari, sistemi sufficientemente precisi e numerosi possono provocare gravi danni con esplosivi convenzionali.

Il riferimento al nucleare deve restare prudente

La Corea del Nord sostiene che alcuni dei propri sistemi da 600 millimetri siano capaci di utilizzare testate nucleari tattiche. Questo non significa che i missili lanciati giovedì portassero testate nucleari, né esiste alcuna indicazione in tal senso.
La distinzione è fondamentale. Un sistema definito nuclear-capable possiede teoricamente la possibilità di utilizzare una testata di quel tipo, ma nei test ordinari vengono utilizzate configurazioni differenti e non armamenti nucleari reali.
Il significato strategico nasce dal fatto che, in una crisi, l'avversario potrebbe non conoscere con certezza quale testata sia installata. Questa ambiguità aumenta la complessità della deterrenza e il rischio di errori di valutazione.

Trump tenta nuovamente la diplomazia personale

Il presidente americano sembra convinto che la particolare relazione costruita con Kim possa nuovamente produrre un'apertura. La diplomazia personale è stata uno degli elementi più caratteristici della sua politica nordcoreana.
Il vantaggio di questo metodo è la possibilità di superare rapidamente anni di ostilità burocratica e creare un contatto ai massimi livelli. Il limite è che la relazione personale non sostituisce un accordo tecnico su testate, missili, verifiche, sanzioni e garanzie di sicurezza.
L'esperienza del primo mandato lo ha già dimostrato. Trump e Kim passarono nel giro di pochi mesi dalle minacce reciproche a incontri storici, ma il processo si fermò quando i negoziatori dovettero tradurre il rapporto politico in obblighi verificabili.

La definizione di "politica ostile" è il punto più ambiguo

Pyongyang chiede agli Stati Uniti di abbandonare quella che definisce "politica ostile". La formula, però, può comprendere una quantità molto ampia di elementi: sanzioni, esercitazioni, presenza di truppe americane in Corea del Sud, cooperazione militare con Giappone e Seul e obiettivo della denuclearizzazione.
Per questo una richiesta generica di cambiamento può essere politicamente utile ma difficile da trasformare in un negoziato concreto. Washington può ridurre un'esercitazione, ma Pyongyang può rispondere che il problema riguarda l'intera architettura militare americana nella regione.
Il rischio è che le due parti utilizzino la stessa parola "dialogo" immaginando risultati finali completamente differenti: Trump può puntare a ridurre o eliminare la minaccia nucleare, mentre Kim può utilizzare il negoziato per ottenere il riconoscimento della propria deterrenza e ridurre la pressione economica.

Un accordo parziale potrebbe essere più realistico

Dopo anni di espansione dell'arsenale, diversi analisti ritengono più realistico un negoziato basato inizialmente su riduzione del rischio e controllo degli armamenti invece che su un immediato smantellamento completo.
In teoria le due parti potrebbero discutere di limiti ai test, congelamento della produzione di determinati materiali, comunicazioni di emergenza o restrizioni su alcune attività militari in cambio di misure economiche o diplomatiche.
Ma una soluzione di questo tipo aprirebbe una domanda estremamente delicata per Washington e gli alleati: accettare un accordo che lasci alla Corea del Nord una parte consistente del proprio arsenale significherebbe riconoscere, almeno nella pratica, che la denuclearizzazione completa non è raggiungibile nel breve periodo.

Kim non ha oggi la stessa urgenza economica del 2018

La Corea del Nord continua ad affrontare pesanti sanzioni e problemi economici, ma i rapporti con Russia e Cina hanno modificato le condizioni rispetto alla fase del primo vertice. Pyongyang dispone oggi di maggiori alternative commerciali e strategiche.
Il sostegno a Mosca nella guerra contro l'Ucraina ha aumentato il valore geopolitico della Corea del Nord per la Russia. La ripresa dei flussi con la Cina offre contemporaneamente un'altra fonte di commercio e approvvigionamento.
Questi elementi riducono la capacità americana di utilizzare la sola promessa della fine delle sanzioni come incentivo sufficiente per ottenere concessioni sul programma nucleare.

Il lancio può essere anche una forma di negoziazione

Nella storia della diplomazia nordcoreana, attività militare e dialogo non sono necessariamente alternative. Pyongyang ha spesso utilizzato test e dimostrazioni di forza per aumentare la propria leva negoziale prima o durante le fasi di contatto.
La raffica del 20 agosto può quindi essere letta senza scegliere obbligatoriamente tra due interpretazioni opposte. Può contemporaneamente manifestare il rifiuto delle esercitazioni e ricordare a Trump che un eventuale nuovo negoziato dovrà confrontarsi con una Corea del Nord dotata di capacità militari più avanzate.
Il lancio non dimostra necessariamente che Pyongyang abbia deciso di respingere ogni dialogo. Allo stesso modo, il linguaggio relativamente misurato sul rapporto personale tra Kim e Trump non significa che un vertice sia imminente.

Una fase di segnali reciproci

La situazione appare quindi come una fase di sondaggio reciproco. Trump riduce le esercitazioni e parla apertamente di un nuovo incontro. Kim Yo Jong riconosce il buon rapporto personale ma respinge l'idea che il gesto americano sia sufficiente. Il giorno successivo Pyongyang lancia una decina di missili senza accompagnarli immediatamente con una grande campagna propagandistica.
Ogni attore sembra cercare di modificare la posizione dell'altro senza assumersi per primo il costo politico di una vera concessione strategica. Washington vuole capire se Kim sia disposto a tornare al tavolo; Pyongyang vuole capire quanto Trump sia disposto a cambiare la politica americana pur di ottenere un nuovo summit.
Se questa lettura è corretta, le prossime settimane potrebbero alternare ulteriori segnali militari e diplomatici senza produrre necessariamente una escalation incontrollata o, all'opposto, un accordo rapido.

Il rischio di errore resta elevato

La presenza contemporanea di esercitazioni, missili, forze americane e un arsenale nucleare rende però la penisola una regione nella quale un errore di valutazione può avere conseguenze enormi.
Un lancio progettato come segnale politico può essere interpretato dall'altra parte come preparazione operativa. Un'esercitazione difensiva può essere letta come copertura per un attacco. È precisamente per limitare questi rischi che i canali di comunicazione e le misure di fiducia assumono tanta importanza.
Il ritorno del dialogo, anche senza un accordo immediato sul nucleare, potrebbe quindi avere utilità semplicemente nel rendere più prevedibili le intenzioni reciproche.

La deterrenza americana non viene smantellata

Il ridimensionamento di Ulchi Freedom Shield non equivale al ritiro delle forze statunitensi dalla Corea del Sud né alla fine dell'alleanza. Decine di migliaia di militari americani continuano a essere presenti nella penisola e Washington mantiene il proprio impegno alla difesa di Seul.
Gli Stati Uniti offrono inoltre alla Corea del Sud la cosiddetta deterrenza estesa, che comprende anche le capacità nucleari americane. Per Pyongyang è proprio questa architettura uno degli elementi centrali della politica ostile denunciata da decenni.
Una riduzione delle esercitazioni può quindi modificare il livello visibile di attività senza alterare l'equilibrio fondamentale della sicurezza regionale. È per questo che la Corea del Nord sostiene che la decisione di Trump sia insufficiente.

Seul teme di pagare il prezzo di un accordo bilaterale

Per la Corea del Sud, un eventuale avvicinamento Trump-Kim produce speranze ma anche interrogativi. Se il presidente americano fosse disposto a ridurre ulteriormente esercitazioni o presenza militare in cambio di concessioni nordcoreane, Seul vorrebbe essere coinvolta in ogni decisione capace di modificare la propria sicurezza.
Il tema era già emerso durante il primo mandato Trump, quando la sospensione di alcune grandi manovre dopo Singapore sorprese settori dell'apparato militare americano e sudcoreano. Oggi il governo Lee sostiene il dialogo, ma contemporaneamente vuole rafforzare la capacità autonoma di difesa della Corea del Sud.
Il trasferimento del controllo operativo in tempo di guerra e l'evoluzione delle capacità militari sudcoreane restano quindi parte di un dibattito molto più ampio rispetto al singolo summit.

Washington continua a offrire dialogo senza precondizioni

Il Dipartimento di Stato americano ha ribadito che gli Stati Uniti rimangono aperti al dialogo senza precondizioni con la Corea del Nord e che Trump e Kim potranno incontrarsi nuovamente quando le condizioni saranno appropriate.
Nello stesso momento Washington mantiene però l'obiettivo della completa denuclearizzazione nordcoreana. È proprio questa combinazione a mostrare la distanza ancora esistente: gli Stati Uniti non chiedono che Pyongyang disarmi prima di parlare, ma vogliono che il disarmo rimanga l'obiettivo finale del processo.
La Corea del Nord sembra invece pretendere che il riconoscimento della nuova realtà nucleare avvenga prima di entrare in un nuovo negoziato sostanziale. Le due posizioni non sono quindi incompatibili sul semplice fatto di incontrarsi, ma divergono profondamente sul punto di arrivo.

Un nuovo summit potrebbe essere più difficile dei precedenti

Paradossalmente, organizzare un nuovo incontro personale potrebbe essere relativamente semplice rispetto alla definizione della sua agenda. Trump e Kim hanno già dimostrato di essere disponibili a utilizzare vertici ad alto impatto mediatico.
Il vero problema sarebbe decidere cosa firmare. Senza un lavoro diplomatico preparatorio, un quarto incontro rischierebbe di ripetere l'esperienza di Hanoi: grandi aspettative e una distanza troppo ampia sui contenuti tecnici.
Per evitare questo scenario sarebbe necessario definire prima almeno un'area di possibile compromesso: riduzione delle tensioni militari, limiti ai test, sanzioni, cooperazione umanitaria o meccanismi di verifica.

Il 2026 è molto diverso dal 2018

Quando Trump e Kim si incontrarono per la prima volta, l'attenzione internazionale era quasi interamente concentrata sulla crisi nucleare coreana. Nel 2026 il quadro mondiale è molto più frammentato.
Gli Stati Uniti sono coinvolti direttamente nella grave crisi con l'Iran, continuano a sostenere alleati in altri teatri e affrontano una competizione strategica sempre più intensa con la Cina. La Corea del Nord, nel frattempo, è diventata un partner militare molto più importante per la Russia.
Un eventuale negoziato Trump-Kim sarebbe quindi inserito in una rete di relazioni che collega la penisola coreana alla guerra in Ucraina, alla sicurezza dell'Indo-Pacifico e al confronto strategico tra grandi potenze.

Per Trump un accordo avrebbe anche un forte valore politico

Riaprire il dialogo con Kim offrirebbe a Trump la possibilità di presentare un risultato di politica estera in una fase internazionale particolarmente difficile. Il presidente americano attribuisce tradizionalmente grande importanza ai rapporti personali con i leader e ai negoziati condotti direttamente ai massimi livelli.
Questo interesse americano è ben conosciuto da Pyongyang e può aumentare la leva negoziale nordcoreana. Se Kim ritiene che Trump desideri fortemente il vertice, può cercare concessioni preliminari maggiori prima di accettare l'incontro.
È per questo che il ridimensionamento delle esercitazioni potrebbe essere interpretato dalla Corea del Nord non come punto di arrivo, ma come primo segnale di ciò che Washington sarebbe eventualmente disposta a concedere.

Pyongyang non vuole ripartire da Hanoi

Il messaggio nordcoreano sembra soprattutto escludere un semplice ritorno al vecchio schema negoziale. Kim non appare interessato a sedersi nuovamente davanti a Trump soltanto per discutere della completa eliminazione del proprio arsenale in cambio di una promessa futura di normalizzazione.
Per Pyongyang le armi nucleari sono ormai descritte come garanzia fondamentale della sopravvivenza del regime. Gli eventi internazionali degli ultimi anni hanno probabilmente rafforzato questa convinzione anziché indebolirla.
Un nuovo processo dovrà quindi partire da condizioni molto differenti oppure rischierà di bloccarsi ancora prima dell'avvio.

Missili e diplomazia possono continuare insieme

Il nuovo lancio mostra soprattutto che l'eventuale riapertura diplomatica non determinerà automaticamente una pausa delle attività militari nordcoreane. Pyongyang può utilizzare i test anche durante le fasi di apertura per migliorare la propria posizione negoziale.
Washington e Seul dovranno decidere fino a che punto tollerare queste attività senza interrompere i contatti. La Corea del Nord, a sua volta, dovrà valutare quale livello di dimostrazione militare possa mantenere la pressione senza provocare una risposta capace di chiudere nuovamente il canale diplomatico.
Il prossimo periodo potrebbe quindi essere caratterizzato da una combinazione apparentemente contraddittoria: più dichiarazioni sulla possibilità di dialogo accompagnate da ulteriori test e dimostrazioni di deterrenza.

La penisola entra in una nuova fase di attesa

La raffica del 20 agosto non rappresenta al momento l'inizio di una nuova guerra né la fine definitiva del possibile dialogo USA-Corea del Nord. È soprattutto un segnale della distanza tra le posizioni.
Trump ha effettuato un gesto concreto riducendo durata e portata di Ulchi Freedom Shield e ha dichiarato di voler incontrare Kim. Pyongyang ha risposto che il gesto non è sufficiente e ha contemporaneamente mostrato la propria capacità missilistica.
Le due parti stanno quindi comunicando su due livelli: quello personale, nel quale il rapporto Trump-Kim continua a essere descritto in termini positivi, e quello strategico, nel quale rimangono profondamente divise su nucleare, sanzioni, presenza militare americana e alleanze regionali.

Il prossimo passo dirà se il segnale militare lascia spazio alla diplomazia

Molto dipenderà da ciò che accadrà dopo la conclusione anticipata della fase principale delle esercitazioni congiunte. Pyongyang potrebbe ridurre temporaneamente i test e attendere una nuova proposta americana oppure continuare le dimostrazioni militari per chiedere ulteriori concessioni.
Washington dovrà a sua volta decidere se il ridimensionamento delle manovre sia sufficiente come apertura o se offrire altre misure per facilitare un contatto. Qualunque scelta verrà osservata con estrema attenzione da Corea del Sud e Giappone, che non vogliono vedere indebolita la deterrenza regionale.
Non esiste quindi ancora un percorso lineare verso un summit. Esistono segnali, contatti indiretti, gesti militari e dichiarazioni che mantengono aperta più di una possibilità.

Una raffica di missili e una porta che resta socchiusa

Il quadro del 21 agosto 2026 può essere sintetizzato in una apparente contraddizione: la Corea del Nord lancia una decina di missili balistici proprio mentre il presidente americano dichiara di voler incontrare nuovamente Kim Jong Un. Ma nella logica della penisola le due dinamiche non si escludono necessariamente.
Pyongyang vuole dimostrare che non tornerà al tavolo da una posizione di debolezza e che un buon rapporto personale con Trump non modificherà automaticamente la propria dottrina di sicurezza. Washington tenta invece di verificare se la riduzione delle esercitazioni possa creare un margine per una trattativa che sembrava congelata da anni.
Il vero problema resta invariato: gli Stati Uniti continuano a considerare la denuclearizzazione l'obiettivo finale, mentre la Corea del Nord considera il proprio arsenale nucleare una conquista irreversibile e pretende un cambiamento molto più profondo della politica americana prima di immaginare un nuovo accordo.
La raffica del 20 agosto mostra quindi quanto il percorso sia difficile. Ma il linguaggio utilizzato da Kim Yo Jong, soprattutto sul rapporto personale tra i due leader, indica anche che Pyongyang non ha scelto di chiudere completamente la porta. Tra il rifiuto di una concessione giudicata insufficiente e la disponibilità a un nuovo summit esiste uno spazio diplomatico ancora tutto da definire.
Per ora il solo dato concreto è che i missili continuano a volare e le esercitazioni sono state ridotte, mentre nessuna data per un incontro Trump-Kim è stata concordata. La penisola coreana entra così in una nuova fase nella quale deterrenza e diplomazia procedono contemporaneamente, ciascuna utilizzata per influenzare l'altra.
E voi come giudicate il nuovo tentativo di riaprire il dialogo con la Corea del Nord? Ritenete che ridurre le esercitazioni militari possa creare spazio per un accordo oppure pensate che Pyongyang utilizzerà queste concessioni per rafforzare ulteriormente la propria posizione senza rinunciare all'arsenale nucleare? Lasciate nei commenti la vostra opinione sul possibile ritorno della diplomazia tra Trump e Kim Jong Un.

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