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Si apre ufficialmente oggi, martedì 8 settembre 2026, l'81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite

L'81ª sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite si apre ufficialmente oggi, martedì 8 settembre 2026, al Palazzo di Vetro di New York. La cerimonia inaugurale è prevista alle 15:00 ora locale, corrispondenti alle 21:00 in Italia, dopo la chiusura formale della precedente sessione. Alla presidenza dell'organo più rappresentativo dell'ONU passa Khalilur Rahman del Bangladesh, chiamato a guidare per un anno i lavori dei 193 Stati membri in una fase segnata da guerre, tensioni geopolitiche, difficoltà economiche, crisi climatica e una crescente discussione sull'efficacia stessa del sistema multilaterale.
Il tema scelto per la nuova sessione è "Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations That Delivers for All", traducibile come "Ripristinare la fiducia, gestire la trasformazione: un'ONU capace di produrre risultati per tutti". Non si tratta soltanto di uno slogan istituzionale. Il concetto di fiducia attraversa infatti numerosi dossier che l'organizzazione dovrà affrontare nei prossimi dodici mesi: dalla capacità di intervenire nelle crisi internazionali alla riforma delle proprie strutture, passando per sviluppo sostenibile, diritti umani, tecnologie digitali e cambiamento climatico.
La sessione che comincia oggi terminerà formalmente il 7 settembre 2027. Il momento mediaticamente più visibile arriverà però tra due settimane, quando presidenti, primi ministri e ministri degli Esteri raggiungeranno New York per il dibattito generale. È quindi importante distinguere l'apertura istituzionale dell'8 settembre dalla cosiddetta High-Level Week: oggi comincia il lavoro dell'Assemblea, mentre gli interventi dei principali leader mondiali inizieranno il 22 settembre.
L'81ª sessione avrà inoltre una peculiarità destinata a renderla particolarmente significativa: coinciderà con la fase decisiva della successione ad António Guterres, il cui secondo mandato da Segretario generale scade il 31 dicembre 2026. La scelta della futura guida delle Nazioni Unite si intreccerà quindi con un'agenda già eccezionalmente complessa, trasformando l'anno diplomatico appena iniziato in uno dei più importanti per l'organizzazione.

Il passaggio dalla 80ª alla 81ª sessione

La giornata dell'8 settembre rappresenta formalmente il passaggio di consegne tra due presidenze dell'Assemblea generale. La tedesca Annalena Baerbock, presidente della 80ª sessione, chiuderà i lavori alle 11:00 di New York. Quattro ore più tardi Khalilur Rahman assumerà ufficialmente la guida della nuova sessione.
Il passaggio non è puramente simbolico. Il presidente dell'Assemblea generale organizza e dirige le riunioni plenarie, facilita i negoziati tra gli Stati, rappresenta l'organo nei rapporti istituzionali e può svolgere un ruolo importante nella ricerca di compromessi quando le posizioni diplomatiche risultano molto distanti.
Il presidente non dispone però di un potere esecutivo paragonabile a quello di un capo di governo. La sua influenza deriva soprattutto dalla capacità di creare consenso diplomatico, organizzare processi negoziali credibili e garantire che tutti gli Stati membri possano partecipare ai lavori in condizioni di equilibrio procedurale.
Rahman ha promesso di esercitare il mandato con imparzialità, evitando che le proprie posizioni personali o quelle del governo di provenienza interferiscano con la conduzione dei lavori. È un principio fondamentale per un incarico che deve rappresentare contemporaneamente Paesi con sistemi politici, alleanze e interessi internazionali profondamente differenti.

Chi è Khalilur Rahman

Khalilur Rahman arriva alla presidenza dell'Assemblea con una lunga esperienza nella diplomazia multilaterale. Ministro degli Esteri del Bangladesh e già titolare di incarichi di alto livello nella politica di sicurezza nazionale, ha partecipato nel corso della propria carriera a numerose sessioni dell'Assemblea generale e a processi negoziali internazionali.
La sua elezione è avvenuta il 2 giugno 2026 attraverso un voto segreto particolarmente combattuto. Rahman ha ottenuto 99 preferenze contro le 91 raccolte da Andreas Kakouris di Cipro. Sono state depositate 190 schede, tutte valide, senza astensioni.
La presidenza dell'Assemblea segue un principio di rotazione geografica tra i gruppi regionali delle Nazioni Unite. Per l'81ª sessione spettava al gruppo Asia-Pacifico indicare il presidente, ma la presenza di due candidature ha portato a una vera competizione elettorale invece della tradizionale elezione per consenso.
Il risultato ristretto, con appena otto voti di differenza, rende ancora più importante l'impegno assunto da Rahman a essere il presidente di tutti i 193 Stati membri, compresi naturalmente quelli che durante l'elezione avevano sostenuto la candidatura alternativa.

L'Assemblea generale è il luogo dove siedono tutti i 193 Stati

L'Assemblea generale ONU è l'unico grande organo delle Nazioni Unite nel quale tutti i 193 Stati membri dispongono formalmente dello stesso diritto di voto. Stati Uniti, Cina, India, Italia, Tuvalu o San Marino possiedono ciascuno un voto.
È una differenza fondamentale rispetto al Consiglio di Sicurezza, composto da quindici membri e caratterizzato dalla presenza dei cinque membri permanenti — Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti — dotati del diritto di veto su numerose decisioni sostanziali.
L'Assemblea affronta una quantità molto ampia di questioni: pace e sicurezza, sviluppo, bilancio ONU, diritti umani, diritto internazionale, disarmo, ambiente e cooperazione. Può inoltre eleggere membri di altri organismi, approvare il bilancio dell'organizzazione e partecipare alla procedura di nomina del Segretario generale.
Le sue risoluzioni non hanno però generalmente la stessa forza vincolante delle decisioni adottate dal Consiglio di Sicurezza nei casi previsti dalla Carta. Il loro peso è soprattutto politico e diplomatico, anche se alcune decisioni interne relative al funzionamento e al bilancio dell'ONU producono effetti concreti per l'organizzazione.

Perché il tema centrale è la fiducia

La parola scelta da Rahman per aprire il proprio mandato è fiducia. Il presidente ritiene che il sistema multilaterale stia attraversando una fase nella quale molti governi e cittadini dubitano della capacità delle istituzioni internazionali di produrre risultati concreti.
La percezione è alimentata soprattutto dalle difficoltà nell'affrontare numerosi conflitti armati. Quando il Consiglio di Sicurezza rimane bloccato dalle divisioni tra potenze con diritto di veto, l'intera organizzazione viene spesso percepita come incapace di intervenire, anche quando agenzie umanitarie e strutture ONU continuano a operare sul terreno.
La crisi di fiducia riguarda anche lo sviluppo economico. Molti Paesi del Sud globale sostengono che l'architettura finanziaria internazionale non rifletta adeguatamente gli attuali rapporti economici e demografici e chiedono maggiore rappresentanza nelle istituzioni globali.
Esiste infine una dimensione finanziaria interna. Le Nazioni Unite affrontano periodicamente problemi di liquidità e finanziamento, mentre le richieste di intervento umanitario aumentano. La distanza tra ciò che viene chiesto all'organizzazione e le risorse effettivamente messe a disposizione costituisce uno dei problemi più difficili della nuova sessione.

Primo pilastro: pace, sicurezza e giustizia

La prima delle sei priorità indicate da Rahman riguarda pace e sicurezza. Il presidente ha intitolato questo pilastro "Silence the guns, amplify the voices", richiamando la necessità di ridurre il ricorso alla forza e aumentare lo spazio della diplomazia.
Il Bangladesh possiede una lunga esperienza nelle missioni di pace ONU e centinaia di migliaia di militari e agenti bengalesi hanno partecipato nel corso dei decenni a operazioni internazionali. Rahman intende utilizzare questa tradizione per sostenere prevenzione dei conflitti, peacebuilding e protezione dei civili.
Il problema principale resta tuttavia politico. L'Assemblea può discutere e approvare risoluzioni su numerose crisi, ma la responsabilità primaria per la pace e la sicurezza internazionale rimane attribuita dalla Carta al Consiglio di Sicurezza.
Quando i membri permanenti sono direttamente coinvolti o sostengono parti contrapposte di un conflitto, il sistema può entrare in una situazione di stallo. Una delle sfide dell'81ª sessione sarà quindi capire quanto spazio diplomatico possa essere recuperato dall'Assemblea senza alterare l'equilibrio istituzionale stabilito dalla Carta.

Il dibattito sulla riforma del Consiglio di Sicurezza

La questione della riforma del Consiglio di Sicurezza tornerà inevitabilmente al centro dei lavori. L'attuale composizione riflette in larga misura gli equilibri emersi dopo la Seconda guerra mondiale, mentre il sistema internazionale del 2026 è profondamente differente.
L'Africa, in particolare, continua a chiedere una rappresentanza permanente adeguata. Anche grandi potenze economiche e demografiche come India, Brasile, Germania e Giappone aspirano da anni a un maggiore ruolo nella struttura del Consiglio.
Il problema è che una modifica sostanziale richiede un accordo estremamente difficile da raggiungere, anche perché qualsiasi riforma significativa della Carta coinvolgerebbe direttamente gli attuali membri permanenti.
L'Assemblea continuerà comunque i negoziati intergovernativi. L'obiettivo della presidenza sarà mantenere il processo abbastanza concreto da evitare che la discussione sulla rappresentatività si trasformi semplicemente in un appuntamento diplomatico ripetuto ogni anno senza progressi.

Secondo pilastro: nessun Paese lasciato indietro

Il secondo asse della presidenza riguarda lo sviluppo sostenibile e viene sintetizzato con l'espressione "No one left behind, no country left out". Rahman vuole concentrare particolare attenzione sui Paesi meno sviluppati, sugli Stati senza sbocco al mare e sulle piccole isole in via di sviluppo.
L'Agenda 2030 entra infatti nella propria fase finale con un ritardo significativo rispetto a molti dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. Il Segretario generale ha già sottolineato che soltanto una parte limitata degli obiettivi procede al ritmo necessario per essere raggiunta.
Le cause comprendono pandemia, guerre, debito, aumento del costo del denaro, crisi alimentari e insufficiente disponibilità di finanziamenti allo sviluppo. Nei Paesi con minore capacità fiscale, anche programmi relativamente semplici possono diventare difficili da sostenere quando una quota crescente delle entrate viene assorbita dal servizio del debito.
L'81ª sessione cercherà quindi di mantenere pressione politica sulla riforma dell'architettura finanziaria internazionale e sulla necessità di mobilitare investimenti capaci di accelerare il raggiungimento degli SDG.

Il 18 settembre arriva l'SDG Moment

Il primo grande appuntamento collegato alla nuova sessione è previsto il 18 settembre con l'SDG Moment, evento dedicato allo stato di avanzamento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile.
Non va confuso con l'inizio del General Debate. L'SDG Moment precede infatti la settimana dei capi di Stato e ha la funzione di mostrare iniziative concrete e richiamare l'attenzione sui settori nei quali il progresso risulta insufficiente.
La questione è particolarmente urgente perché il 2030 dista ormai poco più di tre anni. Obiettivi relativi a povertà, salute, educazione, acqua, energia e clima richiederebbero accelerazioni molto significative per essere raggiunti integralmente.
La nuova presidenza dovrà evitare che la distanza dagli obiettivi produca una semplice riduzione delle ambizioni. Il problema dell'81ª sessione sarà invece capire quali priorità realistiche possano ancora produrre miglioramenti misurabili entro la scadenza.

Terzo pilastro: clima e ambiente

Il terzo pilastro è intitolato "Our planet, our pact" e riguarda resilienza climatica e sostenibilità ambientale. Rahman ha indicato il cambiamento climatico come una questione trasversale capace di influenzare sicurezza, sviluppo, migrazioni e disuguaglianze.
La posizione del Bangladesh rende il tema particolarmente significativo. Una grande parte della popolazione vive in territori bassi e densamente abitati, vulnerabili a inondazioni, cicloni e aumento del livello del mare.
Il 23 settembre è previsto un incontro di alto livello su azione climatica e transizione giusta. La discussione dovrà affrontare uno dei nodi più complessi della transizione energetica: ridurre le emissioni senza scaricare i costi economici soprattutto sui Paesi e sulle fasce sociali con minori risorse.
Il giorno successivo, 24 settembre, l'Assemblea ospiterà un incontro dedicato alle minacce esistenziali derivanti dall'innalzamento del livello del mare, problema particolarmente rilevante per gli Stati insulari e le grandi aree costiere.

Quarto pilastro: diritti e protezione

Il quarto asse riguarda diritti umani, azione umanitaria, rifugiati e migranti. La presidenza utilizza la formula "freedom from fear and want", richiamando l'idea che la dignità richieda contemporaneamente libertà dalla paura e dalla privazione materiale.
Il dossier è particolarmente complesso perché il sistema umanitario internazionale affronta contemporaneamente un aumento dei bisogni e una riduzione o stagnazione delle risorse finanziarie disponibili.
In numerosi conflitti le agenzie internazionali denunciano difficoltà nell'accesso ai civili, rischi per il personale e restrizioni alla consegna di aiuti umanitari. L'Assemblea può contribuire a mantenere questi temi al centro dell'agenda, anche quando manca l'accordo necessario per interventi più incisivi.
La sessione dovrà inoltre affrontare la questione dei rifugiati e dei movimenti migratori, cercando un equilibrio tra diritto degli Stati a gestire i propri confini e rispetto degli obblighi internazionali di protezione.

Il 25 settembre si torna sulla preparazione alle pandemie

Uno degli incontri più importanti della High-Level Week sarà dedicato il 25 settembre alla prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie. L'obiettivo è mantenere alta l'attenzione su un dossier che rischia di perdere priorità politica man mano che ci si allontana dalla fase più grave della pandemia di Covid-19.
Le questioni comprendono sorveglianza sanitaria, accesso a vaccini e medicinali, capacità dei sistemi sanitari e cooperazione internazionale. La pandemia precedente ha mostrato quanto le differenze nelle risorse disponibili possano produrre disuguaglianze enormi nella capacità di risposta.
La nuova sessione dovrà cercare di tradurre le lezioni apprese in meccanismi operativi, evitando che gli impegni assunti rimangano prevalentemente dichiarazioni politiche prive di finanziamenti e strumenti di implementazione.
Il tema si collega direttamente alla fiducia scelta da Rahman: una risposta globale credibile alla prossima emergenza sanitaria richiede che gli Stati credano nella capacità del sistema internazionale di garantire cooperazione e distribuzione equa delle risorse.

Quinto pilastro: intelligenza artificiale e trasformazione digitale

Il quinto pilastro, "Innovation with inclusion", affronta uno dei dossier più nuovi dell'Assemblea: governance digitale, intelligenza artificiale, scienza e tecnologie emergenti.
L'ONU non parte da zero. Negli ultimi anni sono stati creati strumenti di dialogo internazionale sull'IA e il Global Digital Compact ha posto principi relativi a sicurezza, inclusione, diritti e cooperazione tecnologica.
La difficoltà principale deriva dalla velocità del cambiamento. Le capacità dei sistemi di intelligenza artificiale evolvono in mesi, mentre un accordo diplomatico globale può richiedere anni di negoziati.
Rahman ha indicato tra le proprie priorità anche l'impatto dell'IA sul lavoro giovanile. Automazione e agenti digitali possono aumentare la produttività ma anche modificare rapidamente la domanda di competenze, con conseguenze molto differenti tra economie avanzate e Paesi in via di sviluppo.

La trasformazione digitale rischia di ampliare le disuguaglianze

Il tema dell'inclusione tecnologica nasce dal fatto che non tutti i Paesi dispongono delle stesse infrastrutture digitali. Addestrare e utilizzare sistemi avanzati richiede energia, centri dati, chip, competenze e investimenti finanziari molto elevati.
Il rischio è che l'intelligenza artificiale aumenti la produttività soprattutto nelle economie già più forti, ampliando ulteriormente il divario tecnologico tra Nord e Sud globale.
Esiste anche una questione di governance. Una grande parte delle infrastrutture dell'IA è controllata da un numero relativamente ristretto di imprese private, mentre le conseguenze sociali e politiche delle tecnologie riguardano intere popolazioni.
L'Assemblea generale può diventare quindi uno dei luoghi nei quali Paesi con capacità tecnologiche molto differenti cercano di stabilire alcuni principi comuni prima che la distanza tra produttori e utilizzatori della tecnologia diventi ancora maggiore.

Sesto pilastro: riformare le Nazioni Unite

Il sesto pilastro è denominato "We the peoples, reimagined" e riguarda direttamente la riforma dell'ONU. Rahman intende proseguire i processi avviati con il Pact for the Future e con l'iniziativa UN80.
La richiesta di riforma nasce da due esigenze contemporanee: rendere l'organizzazione più efficiente e adattarla a un sistema internazionale profondamente differente da quello del 1945.
Tra i problemi ricorrenti figurano sovrapposizioni tra strutture, procedure molto complesse, frammentazione tra agenzie e difficoltà nel trasformare decisioni politiche in risultati misurabili.
Allo stesso tempo, qualsiasi riforma incontra la resistenza degli Stati quando modifica equilibri di potere consolidati. Il vero banco di prova sarà quindi distinguere gli interventi amministrativi relativamente semplici dalle riforme che richiedono una redistribuzione della rappresentanza internazionale.

Il General Debate comincerà il 22 settembre

Il momento più conosciuto dell'Assemblea generale inizierà martedì 22 settembre, quando prenderà il via il dibattito generale. I lavori proseguiranno fino al 26 settembre e riprenderanno il 28 dopo la pausa domenicale.
È durante queste giornate che capi di Stato, capi di governo e ministri salgono sul podio della grande sala dell'Assemblea per presentare la posizione del proprio Paese sulle principali questioni internazionali.
Come da tradizione diplomatica, il Brasile apre normalmente la serie degli interventi nazionali, seguito dagli Stati Uniti in qualità di Paese ospitante. Successivamente intervengono le altre delegazioni secondo il programma predisposto.
I discorsi attirano molta attenzione, ma la High-Level Week è altrettanto importante per ciò che avviene fuori dall'aula: incontri bilaterali, negoziati riservati, vertici regionali e riunioni informali possono produrre sviluppi diplomatici che emergeranno soltanto successivamente.

Il 23 settembre si parlerà anche di diritto allo sviluppo

La giornata del 23 settembre comprenderà una riunione per commemorare il 40º anniversario della Dichiarazione sul diritto allo sviluppo, adottata nel 1986.
Il concetto rimane particolarmente importante per molti Paesi in via di sviluppo, che sostengono la necessità di considerare crescita economica, accesso alla tecnologia e disponibilità di finanziamenti come componenti essenziali della cooperazione internazionale.
La discussione si intreccia con il problema del debito e con le richieste di riforma del sistema finanziario globale. Per numerose economie, tassi di interesse elevati e vulnerabilità climatica riducono significativamente le risorse disponibili per sanità, istruzione e infrastrutture.
L'81ª sessione dovrà quindi affrontare la tensione tra gli obiettivi di sviluppo condivisi e una realtà economica nella quale la capacità di finanziare tali obiettivi rimane estremamente disomogenea.

Il 28 settembre torna al centro la lotta al razzismo

Il 28 settembre è previsto un incontro per il 25º anniversario della Dichiarazione e del Programma d'azione di Durban, uno dei principali documenti internazionali contro razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e forme connesse di intolleranza.
Il dossier rimane politicamente sensibile perché negli anni il processo di Durban ha prodotto anche profonde controversie diplomatiche. Alcuni governi ne sostengono con forza il valore, mentre altri hanno contestato parti delle discussioni e delle modalità di attuazione.
La presidenza dovrà quindi cercare di mantenere il confronto centrato sulla lotta alla discriminazione, favorendo un dibattito che possa coinvolgere il maggior numero possibile di Stati.
È uno dei casi nei quali l'obiettivo di "ripristinare la fiducia" richiederà soprattutto capacità di mediazione: riconoscere differenze molto profonde senza rinunciare alla ricerca di un terreno comune.

Il 29 settembre focus sull'eliminazione delle armi nucleari

Il giorno successivo al termine del dibattito generale, il 29 settembre, è prevista una plenaria di alto livello dedicata all'eliminazione totale delle armi nucleari.
Il tema arriva in una fase di forti tensioni tra potenze nucleari e di crescente attenzione sul futuro dei meccanismi internazionali di controllo degli armamenti.
L'Assemblea generale non può unilateralmente imporre il disarmo alle potenze nucleari, ma costituisce un forum nel quale la grande maggioranza degli Stati privi di tali armi può esercitare pressione politica e sostenere nuovi strumenti normativi.
La questione sarà inevitabilmente collegata anche alla più ampia discussione sulla sicurezza internazionale: il ritorno della competizione militare tra grandi potenze rende il disarmo contemporaneamente più difficile e più urgente.

La successione a Guterres sarà uno dei dossier più delicati

L'81ª sessione accompagnerà uno dei passaggi istituzionali più importanti delle Nazioni Unite: la scelta del decimo Segretario generale. António Guterres concluderà il proprio secondo mandato il 31 dicembre 2026.
La procedura prevista dalla Carta attribuisce un ruolo decisivo al Consiglio di Sicurezza, che deve raccomandare un candidato all'Assemblea generale. Quest'ultima procede successivamente alla nomina.
Il presidente dell'Assemblea può però contribuire alla trasparenza del processo, facilitando incontri e dialoghi con i candidati e mantenendo informati gli Stati che non fanno parte del Consiglio di Sicurezza.
Rahman eredita quindi una responsabilità particolarmente delicata: garantire che un processo nel quale le grandi potenze mantengono un'influenza decisiva sia percepito dal resto della membership come sufficientemente inclusivo e credibile.

Una possibile svolta storica per la leadership dell'ONU

La scelta del prossimo Segretario generale viene osservata anche perché, dopo nove uomini alla guida delle Nazioni Unite, esiste una forte attenzione sull'eventualità che venga nominata per la prima volta una donna.
La decisione finale dipenderà tuttavia dal complesso equilibrio del Consiglio di Sicurezza, dove ciascuno dei cinque membri permanenti può bloccare una candidatura attraverso il proprio potere di veto.
Competenza diplomatica, capacità gestionale, provenienza geografica e accettabilità per le principali potenze saranno tutte variabili della selezione.
L'81ª sessione potrebbe quindi essere ricordata non soltanto per le crisi affrontate, ma anche per la scelta della persona destinata a guidare l'ONU in una parte significativa del prossimo decennio.

La crisi finanziaria dell'organizzazione

Uno dei dossier meno visibili al grande pubblico ma più importanti riguarda la situazione finanziaria dell'ONU. Il sistema dipende dai contributi degli Stati membri e dai finanziamenti volontari destinati alle diverse agenzie e operazioni.
Quando i pagamenti obbligatori arrivano in ritardo o i contributi volontari diminuiscono, l'organizzazione può trovarsi costretta a ridurre attività, rinviare progetti o limitare la capacità di risposta a emergenze umanitarie.
Rahman ha collegato direttamente la riforma al principio secondo cui l'ONU deve dimostrare di utilizzare efficacemente ogni risorsa versata dagli Stati. L'obiettivo è rafforzare la fiducia anche attraverso maggiore efficienza amministrativa.
La difficoltà è evidente: ridurre costi evitando contemporaneamente di indebolire missioni di pace, programmi di sviluppo e strutture umanitarie richiede una selezione molto accurata delle priorità.

Il ruolo del Global South nella nuova sessione

La presidenza del Bangladesh aumenta simbolicamente la centralità del Sud globale. Rahman ha costruito una parte importante della propria visione sulle difficoltà dei Paesi meno sviluppati e sulla necessità di aumentarne la capacità di influire sui processi internazionali.
La questione non riguarda soltanto gli aiuti. Molti Paesi chiedono maggiore voce nella definizione delle regole su finanza, tecnologia, clima e commercio, sostenendo che le istituzioni nate nel dopoguerra non riflettano più adeguatamente la distribuzione contemporanea della popolazione e dell'economia mondiale.
La sfida sarà evitare che il confronto venga ridotto a un'opposizione rigida tra Nord e Sud. Numerosi problemi richiedono coalizioni trasversali e le stesse economie emergenti possiedono interessi molto differenti tra loro.
Il presidente dovrà quindi trasformare la richiesta di maggiore rappresentanza in un processo di costruzione del consenso, invece che in un'ulteriore fonte di polarizzazione.

Un'Assemblea che apre mentre il mondo è fortemente diviso

L'81ª sessione nasce in un contesto nel quale le principali potenze mostrano divergenze profonde su guerre, sanzioni, commercio, tecnologia e sicurezza. La competizione geopolitica rende sempre più difficile raggiungere accordi su dossier che in passato potevano apparire prevalentemente tecnici.
Anche questioni come clima e intelligenza artificiale sono diventate direttamente collegate alla competizione economica, perché coinvolgono energia, accesso ai minerali, semiconduttori e controllo delle infrastrutture digitali.
In questo quadro l'Assemblea generale rimane uno dei pochi luoghi nei quali rappresentanti di Paesi profondamente contrapposti continuano a sedere nella stessa sala e a partecipare a un processo comune.
Questo non garantisce automaticamente risultati. Ma proprio la presenza universale dei 193 Stati rende l'Assemblea uno spazio diplomatico difficilmente sostituibile quando i rapporti bilaterali tra governi risultano quasi completamente interrotti.

Perché le risoluzioni dell'Assemblea contano anche quando non sono vincolanti

Una domanda frequente riguarda l'utilità delle risoluzioni ONU quando non possono obbligare direttamente gli Stati a modificare il proprio comportamento. Il loro peso deriva soprattutto dalla capacità di misurare il consenso internazionale.
Una votazione può mostrare se una posizione sia sostenuta da una vasta maggioranza oppure soltanto da un gruppo limitato di Paesi. Questo dato può influenzare pressione diplomatica, negoziati e progressiva formazione di norme internazionali.
L'Assemblea può inoltre chiedere pareri, creare processi intergovernativi, istituire organismi e approvare il bilancio, producendo conseguenze che vanno oltre la semplice dichiarazione politica.
Il vero limite emerge quando una risoluzione richiede comportamenti che gli Stati coinvolti non intendono accettare e non esiste un meccanismo capace di garantirne l'attuazione. È proprio questa distanza tra decisione e risultato che la nuova presidenza vuole cercare di ridurre.

Il tema "delivers for all" mette l'accento sui risultati

La parte finale del motto dell'81ª sessione — "delivers for all" — richiama esplicitamente la necessità che le Nazioni Unite vengano giudicate non soltanto per il numero delle riunioni organizzate o delle dichiarazioni approvate, ma per risultati concreti.
È una richiesta condivisa, anche se gli Stati divergono profondamente su quali debbano essere le priorità. Alcuni insistono soprattutto sulla sicurezza internazionale, altri sullo sviluppo, altri ancora sui diritti umani o sulla riforma finanziaria.
La difficoltà consiste quindi nel trasformare l'universalità dell'organizzazione in capacità operativa senza ridurre il processo a una serie di compromessi minimi incapaci di modificare realmente la situazione.
Rahman dovrà dimostrare che la ricerca del consenso può produrre decisioni utili e non soltanto testi sufficientemente generici da essere accettati da quasi tutti.

Una sessione lunga un anno, non soltanto una settimana di discorsi

La visibilità mediatica dell'Assemblea si concentra quasi interamente sulla High-Level Week, ma la nuova sessione continuerà fino a settembre 2027. Dopo la partenza dei leader mondiali comincerà una parte meno spettacolare e spesso più concreta del lavoro.
Le sei principali commissioni dell'Assemblea affronteranno disarmo e sicurezza, questioni economiche e finanziarie, temi sociali e umanitari, decolonizzazione, bilancio e questioni giuridiche.
Migliaia di negoziatori lavoreranno su bozze, emendamenti e compromessi destinati a diventare risoluzioni. Molti testi verranno approvati per consenso, altri richiederanno votazioni nelle quali emergeranno le divisioni geopolitiche.
È in questo lavoro quotidiano, spesso lontano dalle telecamere, che gran parte delle priorità indicate dalla presidenza dovrà essere trasformata in decisioni operative.

Alle 21 italiane il passaggio formale alla nuova Assemblea

Per il pubblico italiano il momento formale dell'apertura arriverà questa sera alle 21:00, quando a New York saranno le 15:00. Rahman assumerà la presidenza e inizierà ufficialmente la prima riunione plenaria dell'81ª sessione.
Fino ad allora resta formalmente in carica la 80ª sessione, la cui chiusura è prevista nella mattinata newyorkese. È una distinzione temporale importante per descrivere correttamente la notizia dell'8 settembre: la nuova Assemblea si apre oggi, ma nelle prime ore europee non ha ancora iniziato materialmente i propri lavori.
Il passaggio segnerà l'avvio di dodici mesi nei quali l'ONU dovrà affrontare contemporaneamente crisi immediate e trasformazioni strutturali. La capacità di gestire entrambi i livelli determinerà in larga misura il successo della presidenza.
Le aspettative sono elevate proprio perché il tema scelto non promette semplicemente continuità, ma parla esplicitamente di trasformazione e di risultati per tutti gli Stati membri.

Il vero banco di prova sarà ricostruire fiducia attraverso risultati concreti

L'apertura dell'81ª Assemblea generale arriva dunque in uno dei momenti più complessi per il multilateralismo contemporaneo. Guerre, rivalità tra potenze, crisi climatica, difficoltà economiche, debito e tecnologie emergenti stanno mettendo sotto pressione istituzioni progettate più di ottant'anni fa.
Khalilur Rahman ha organizzato il proprio programma attorno a sei grandi aree: pace, sviluppo, clima, diritti, innovazione e riforma dell'ONU. La loro ampiezza mostra quanto sia ambiziosa la missione, ma anche quanto sia difficile produrre progressi simultaneamente su tutti questi fronti.
Il calendario offre già appuntamenti decisivi: SDG Moment il 18 settembre, General Debate dal 22 al 28, incontri su clima, innalzamento dei mari, pandemie, razzismo e disarmo nucleare, oltre al processo per la scelta del successore di Guterres.
Il vero giudizio sulla sessione non dipenderà però soltanto dai discorsi pronunciati a New York. La domanda sarà se i 193 Stati riusciranno a trasformare dichiarazioni e negoziati in accordi capaci di incidere sulle crisi reali.
Il motto "Restoring Trust" contiene in definitiva una sfida semplice da formulare e molto difficile da realizzare: la fiducia nelle Nazioni Unite non può essere ricostruita soltanto chiedendo agli Stati di credere nel multilateralismo. Deve essere alimentata dimostrando che il multilateralismo riesce ancora a produrre risultati quando gli interessi nazionali sono profondamente divergenti.
Da questa sera inizierà quindi un nuovo anno diplomatico nel quale il ruolo dell'Assemblea generale verrà messo alla prova su alcuni dei dossier più delicati del nostro tempo. E voi pensate che l'ONU abbia ancora gli strumenti necessari per affrontare efficacemente le grandi crisi internazionali oppure ritenete indispensabile una riforma più profonda delle sue strutture? Lasciate nei commenti la vostra opinione su quale dovrebbe essere la priorità dell'81ª sessione.

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