USA-Iran, Hormuz e Houthi: la crisi che minaccia energia e commercio
La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase particolarmente delicata per l'economia mondiale. A oltre sei mesi dall'inizio del conflitto apertosi il 28 febbraio 2026 con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran, Washington è riuscita a ridurre significativamente la capacità di Teheran di controllare il traffico nello Stretto di Hormuz e a colpire duramente le esportazioni petrolifere iraniane. Ma il risultato non è una normalizzazione del Golfo. Il traffico commerciale attraverso Hormuz rimane una frazione di quello precedente alla guerra e, proprio mentre gli Stati Uniti tentano di rendere nuovamente utilizzabile la principale arteria energetica della regione, gli Houthi sostenuti dall'Iran hanno conquistato il porto yemenita di Mocha, avvicinandosi ulteriormente al Bab el-Mandeb e aprendo un secondo fronte potenzialmente capace di condizionare le rotte fra Asia, Medio Oriente ed Europa.
È questa sovrapposizione a rendere la situazione dell'11 settembre 2026 particolarmente pericolosa. Non esiste oggi una chiusura completa simultanea dei due stretti e il commercio continua, anche attraverso percorsi alternativi. Ma Hormuz opera a livelli eccezionalmente ridotti rispetto al periodo precedente al conflitto, mentre il Bab el-Mandeb torna sotto pressione proprio nel momento in cui Arabia Saudita e altri produttori stanno cercando di utilizzare il Mar Rosso come alternativa alla rotta del Golfo. Petrolio sopra i 100 dollari, rendimenti obbligazionari vicini ai massimi pluriennali e timori di una nuova ondata inflazionistica sono alcune delle prime conseguenze globali.
Hormuz registra appena sette transiti commerciali
I dati preliminari sul traffico marittimo mostrano quanto la situazione resti lontana dalla normalità. Giovedì 10 settembre sono stati registrati appena sette transiti nello Stretto di Hormuz, contro undici del giorno precedente e una media di circa quindici nei dieci giorni precedenti. Cinque navi sono entrate nel Golfo e due ne sono uscite. I movimenti comprendevano navi portarinfuse, unità per prodotti petroliferi e altre imbarcazioni commerciali, ma il volume complessivo resta eccezionalmente basso.
Il confronto con la situazione precedente alla guerra rende evidente la portata del cambiamento. Prima del 28 febbraio, attraverso Hormuz transitavano normalmente circa 125 grandi navi commerciali al giorno, comprendendo petroliere, gasiere, portarinfuse e portacontainer. Lo stretto serviva a movimentare quantità equivalenti a circa un quinto delle forniture quotidiane mondiali di greggio e gas naturale liquefatto. Oggi le navi che attraversano pubblicamente la rotta possono essere contate in singola cifra.
Il dato potrebbe sottostimare alcuni passaggi
La prudenza è però necessaria nell'interpretazione dei numeri. I sistemi di monitoraggio utilizzano in larga misura i segnali AIS, i transponder attraverso i quali le navi comunicano posizione, rotta e identità. In una zona caratterizzata da rischio militare, alcune unità possono disattivare questi sistemi per ridurre la propria visibilità.
Questo significa che i sette transiti registrati non rappresentano necessariamente il numero assoluto di tutte le navi passate attraverso lo Stretto di Hormuz. Il dato rimane comunque indicativo di una drastica riduzione dell'attività commerciale, confermata da molteplici fonti di monitoraggio e dal comportamento prudente degli armatori.
Il Golfo non è isolato, ma funziona attraverso un corridoio fragile
Negli ultimi mesi è stato mantenuto un flusso limitato attraverso un corridoio marittimo che permette a una parte delle navi di attraversare le acque dello stretto sotto condizioni molto differenti rispetto al periodo precedente alla guerra. In alcune settimane circa dieci-quindici carichi petroliferi al giorno sono riusciti a transitare.
Questo flusso ha impedito una completa paralisi delle esportazioni del Golfo, ma dipende da presenza militare, coordinamento diplomatico e disponibilità degli armatori ad affrontare il rischio. Le compagnie devono valutare ogni viaggio sulla base della sicurezza, dei premi assicurativi e della possibilità di un improvviso peggioramento della situazione.
Gli Stati Uniti hanno riaperto soltanto una parte dei flussi
L'amministrazione americana rivendica progressi significativi. Secondo le valutazioni disponibili, i flussi petroliferi non iraniani attraverso Hormuz e attraverso le rotte alternative sarebbero tornati complessivamente a circa due terzi dei livelli precedenti al conflitto. Non significa che due terzi del normale traffico navale attraversino lo stretto: una parte crescente delle esportazioni utilizza oleodotti, porti alternativi e percorsi che evitano direttamente Hormuz.
I dati elaborati sul commercio energetico indicano che le esportazioni non iraniane erano precipitate a circa 300mila barili al giorno durante la fase più critica della guerra. A settembre avrebbero recuperato fino a circa 8,4 milioni di barili al giorno attraverso le rotte interessate e fino a 10,8 milioni considerando le alternative terrestri e marittime. Prima della guerra il riferimento era nell'area dei 14 milioni di barili giornalieri.
L'Iran è invece quasi escluso dal proprio mercato petrolifero
La strategia americana ha avuto un impatto molto più pesante sulle esportazioni iraniane. Secondo le stime del monitoraggio commerciale, l'Iran esportava circa 1,85 milioni di barili al giorno nella primavera del 2026. In agosto il volume sarebbe sceso intorno a 255mila barili giornalieri.
La riduzione è conseguenza della combinazione di blocco navale, sanzioni e pressione sui trasportatori. A metà luglio gli Stati Uniti hanno ripristinato una stretta ancora più severa sulle spedizioni collegate all'Iran, con l'obiettivo di ridurre una delle principali fonti di valuta estera e finanziamento del governo di Teheran.
La strategia americana punta all'economia iraniana
Washington sembra quindi aver progressivamente spostato parte della propria strategia dalla pura azione militare verso una forma di pressione economica prolungata. L'obiettivo è aumentare il costo interno della guerra per Teheran e costringere il governo iraniano ad accettare una maggiore libertà di navigazione attraverso Hormuz.
La logica è relativamente semplice: impedire all'Iran di ottenere i ricavi delle proprie esportazioni mentre si facilita l'uscita del petrolio degli altri produttori del Golfo. In teoria, questo dovrebbe modificare l'equilibrio degli incentivi e rendere economicamente più conveniente per Teheran accettare un accordo.
La pressione economica sull'Iran è molto forte
Gli effetti sono visibili nelle città portuali e nell'intero sistema economico iraniano. Bandar Abbas, uno dei principali centri commerciali del Golfo, ha registrato un forte calo dell'attività dei moli, del commercio e dei servizi collegati al porto. Operatori locali hanno descritto perdite di lavoro e una drastica riduzione delle attività doganali.
Alla contrazione del commercio si aggiungono inflazione, perdita di valore della valuta e scarsità di valuta estera. Prodotti importati diventano più costosi e le famiglie vedono ridursi il proprio potere d'acquisto. L'effetto economico della guerra entra quindi nella vita quotidiana ben oltre il settore petrolifero.
La crisi economica non ha prodotto il cambiamento politico sperato
Il punto problematico per Washington è che la crescente sofferenza economica non ha finora prodotto un cambiamento politico decisivo. Non si è verificata la sollevazione interna che alcuni osservatori ipotizzavano potesse mettere in difficoltà il governo.
L'apparato iraniano continua a controllare le principali istituzioni dello Stato e la leadership appare intenzionata a resistere. Una pressione eccessiva potrebbe inoltre ottenere l'effetto opposto a quello sperato, inducendo Teheran a utilizzare più aggressivamente gli strumenti militari e i propri alleati regionali.
Il rischio è che un Iran più debole diventi più aggressivo
Questo è uno dei principali dilemmi della strategia americana. Un Iran economicamente indebolito può decidere di negoziare, ma può anche considerare l'escalation l'unico modo per aumentare il costo della guerra per gli avversari.
La logica dell'escalation consiste nel dimostrare che Washington non può isolare economicamente Teheran senza pagare conseguenze attraverso petrolio, navigazione e instabilità regionale. Gli sviluppi nello Yemen possono essere letti proprio all'interno di questo quadro.
Mocha cade nelle mani degli Houthi
Giovedì le forze Houthi hanno conquistato la città portuale di Mocha, sulla costa occidentale dello Yemen. L'operazione rappresenta la loro più importante avanzata territoriale degli ultimi anni e modifica gli equilibri lungo il Mar Rosso.
Mocha si trova a circa 80 chilometri dal Bab el-Mandeb, lo stretto che separa Yemen, Gibuti ed Eritrea e collega il Mar Rosso al Golfo di Aden. La sua conquista non equivale automaticamente al controllo dello stretto, ma rafforza notevolmente la presenza Houthi lungo una costa fondamentale per la navigazione mondiale.
Perché Mocha è strategica
Mocha non è importante soltanto come porto. La sua posizione permette di controllare una parte della costa occidentale dello Yemen e di avvicinarsi alle aree che dominano le vie di accesso al Bab el-Mandeb.
Gli Houthi controllano già territori settentrionali e il porto di Hodeidah. Un'espansione ulteriore verso sud potrebbe permettere al movimento di esercitare una pressione molto più ampia sulla navigazione del Mar Rosso.
Il Bab el-Mandeb è largo appena 29 chilometri nel punto più stretto
Il nome Bab el-Mandeb viene tradotto spesso come "Porta delle lacrime", un riferimento alla pericolosità storica della navigazione nella zona. Nel punto più stretto il passaggio è largo circa 29 chilometri.
La rotta collega il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano con il Mar Rosso e il Canale di Suez. Una nave che dall'Asia vuole raggiungere rapidamente il Mediterraneo deve normalmente passare proprio da questo corridoio.
Circa il 12% delle merci mondiali passa attraverso lo stretto
Le stime utilizzate nel commercio marittimo indicano che normalmente circa il 12% del commercio mondiale di merci attraversa il Bab el-Mandeb e il sistema del Mar Rosso-Suez.
Nel settore energetico, attraverso il passaggio transita una quantità equivalente a circa il 7% della produzione petrolifera mondiale. Il valore può cambiare nel tempo in funzione delle rotte utilizzate, ma è sufficiente per rendere qualsiasi interruzione un evento globale.
Il Bab el-Mandeb oggi non è chiuso
È fondamentale evitare una rappresentazione eccessiva della situazione. Giovedì 10 settembre sono passate attraverso il Bab el-Mandeb 26 navi commerciali, sostanzialmente in linea con la media di circa 27 registrata nei dieci giorni precedenti.
La rotta continua quindi a funzionare. La preoccupazione nasce dalla posizione militare degli Houthi, dalla loro storia di attacchi contro le navi e dal rischio che una nuova escalation modifichi rapidamente il comportamento degli armatori internazionali.
Il traffico era già crollato dopo gli attacchi del 2023
Il volume commerciale attraverso il Mar Rosso non era comunque tornato completamente ai livelli precedenti. Dalla fine del 2023, quando gli Houthi iniziarono ad attaccare alcune navi dichiarando di agire in sostegno ai palestinesi di Gaza, molti grandi operatori decisero di evitare la rotta.
Le stime indicano che il traffico attraverso Bab el-Mandeb abbia registrato una riduzione fino a circa il 60% rispetto alla situazione precedente. Nel 2026 alcuni flussi erano progressivamente tornati proprio perché l'instabilità di Hormuz rendeva il Mar Rosso una via alternativa sempre più importante.
La strategia saudita dipende sempre più dal Mar Rosso
L'Arabia Saudita dispone di un importante vantaggio geografico: un sistema di oleodotti permette di trasferire il greggio dalle aree produttive orientali verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, evitando direttamente Hormuz.
Questa infrastruttura è diventata particolarmente preziosa dopo l'inizio della guerra. Quando lo stretto del Golfo è diventato insicuro, Riyad ha potuto aumentare le spedizioni dalla propria costa occidentale.
Yanbu torna a caricare milioni di barili al giorno
Le esportazioni di greggio e condensati da Yanbu sono aumentate all'inizio di settembre. Una società di monitoraggio stima circa 3,7 milioni di barili al giorno, contro 3,2 milioni in agosto; un'altra stima circa 2,9 milioni, dopo appena 1,5 milioni nel mese precedente.
Le differenze derivano dalle diverse metodologie utilizzate nel monitoraggio, ma entrambe mostrano una ripresa. Il problema è che il greggio caricato a Yanbu deve poi attraversare il Mar Rosso, proprio l'area sulla quale gli Houthi stanno aumentando la propria pressione.
Il secondo corridoio rischia quindi di diventare vulnerabile
La strategia di diversificazione saudita funziona finché il Bab el-Mandeb rimane utilizzabile. Se le compagnie dovessero considerare troppo rischioso il passaggio, l'alternativa a Hormuz perderebbe una parte del proprio valore.
Il greggio potrebbe ancora essere trasportato attraverso altri percorsi, ma con costi, tempi e complessità superiori. È questo effetto combinato a preoccupare maggiormente il mercato.
Gli Houthi hanno già colpito obiettivi sauditi
Negli ultimi mesi il movimento yemenita ha aumentato gli attacchi contro l'Arabia Saudita, colpendo o minacciando infrastrutture e mezzi collegati al settore energetico.
La tensione nasce anche dal blocco imposto da Riyad agli Houthi durante l'estate. Il gruppo ribelle ha risposto dichiarando a propria volta una forma di blocco contro l'Arabia Saudita e intensificando le operazioni.
L'Iran sostiene gli Houthi, ma il rapporto non è quello di un comando automatico
Gli Houthi sono un movimento yemenita con una propria storia, leadership e agenda politica. Definirli semplicemente un reparto iraniano sarebbe una semplificazione. Allo stesso tempo, il sostegno militare di Teheran è ampiamente documentato.
Fonti regionali e iraniane hanno riferito che la recente offensiva verso Mocha ha ricevuto armi, finanziamenti, consiglieri e indicazioni da esponenti dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Teheran nega di controllare direttamente ogni decisione Houthi.
Teheran avrebbe chiesto una maggiore pressione sui sauditi
Secondo informazioni raccolte da fonti regionali, funzionari iraniani avrebbero incoraggiato nelle ultime settimane il movimento a intensificare gli attacchi contro l'Arabia Saudita, promettendo ulteriori risorse.
La logica sarebbe creare un nuovo fronte contro un importante alleato degli Stati Uniti e aumentare il costo globale dell'isolamento iraniano. L'Iran, pubblicamente, continua invece a presentare la propria posizione come sostegno alla sovranità dello Yemen e alla necessità di una soluzione negoziata.
L'Iran ora chiede la fine del blocco saudita
Venerdì il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto la fine del blocco saudita sullo Yemen e il ritorno immediato ai negoziati, sostenendo che i problemi del Paese non possano essere risolti militarmente.
Teheran si è inoltre dichiarata disponibile a favorire nuovi colloqui. La posizione arriva immediatamente dopo la conquista di Mocha, quando il maggiore potere negoziale degli Houthi potrebbe offrire all'Iran un nuovo strumento di pressione diplomatica.
Il governo yemenita minaccia una risposta
Il governo yemenita riconosciuto internazionalmente e sostenuto dall'Arabia Saudita ha condannato l'avanzata Houthi e lasciato intendere che una nuova operazione militare potrebbe svilupparsi su più fronti.
Questo aumenta il rischio che lo Yemen torni a una fase di guerra civile su vasta scala dopo anni nei quali la tregua del 2022 aveva ridotto significativamente i combattimenti principali.
Lo Yemen rischia di tornare nella guerra totale
Il conflitto yemenita iniziato nel 2014 ha già prodotto conseguenze devastanti. Più di 150mila persone sono morte nel corso degli anni per violenza diretta e la crisi ha spinto milioni di cittadini verso fame e bisogno di assistenza.
Una nuova guerra su vasta scala arriverebbe in un Paese con circa 40 milioni di abitanti e infrastrutture estremamente fragili, aggiungendo una nuova emergenza umanitaria alla già instabile situazione regionale.
La battaglia per Mocha non riguarda quindi soltanto il petrolio
Concentrarsi esclusivamente sull'effetto dei combattimenti sui mercati rischia di oscurare il costo umano. Residenti di Mocha hanno descritto negozi chiusi, strade bloccate e popolazione in fuga verso sud dopo l'ingresso delle forze Houthi.
Medici hanno abbandonato strutture sanitarie e famiglie stanno cercando sicurezza nelle aree controllate dalle forze sostenute da Riyad. L'importanza strategica del porto non cancella quindi la dimensione umanitaria della nuova offensiva.
Il Brent ha sfiorato 110 dollari
I mercati hanno reagito rapidamente all'aumento del rischio. Il Brent ha raggiunto venerdì un massimo intraday di 109,97 dollari al barile, il livello più elevato degli ultimi mesi.
Nelle ore successive il prezzo è sceso: una rilevazione più recente lo collocava intorno ai 105 dollari. La correzione mostra l'elevata volatilità del mercato e rende scorretto utilizzare il massimo giornaliero come se fosse il prezzo stabile del petrolio.
Il petrolio rimane comunque molto sopra i livelli estivi
Anche dopo il ritracciamento, il greggio resta molto più costoso rispetto ai livelli osservati soltanto due mesi fa. Il superamento dei 100 dollari è diventato quindi un fatto strutturalmente più importante di un singolo picco vicino a quota 110.
La questione centrale è per quanto tempo il mercato resterà in questa fascia. Un rialzo breve può essere assorbito attraverso scorte e coperture finanziarie; un livello elevato mantenuto per mesi può trasferirsi profondamente nell'economia.
Perché il petrolio non è ancora salito molto di più
Considerando la portata delle interruzioni, alcuni osservatori si sono chiesti perché il petrolio non abbia già raggiunto livelli molto superiori. Una delle risposte è l'adattamento del mercato.
Arabia Saudita, Emirati, Iraq e altri produttori hanno aumentato l'utilizzo di rotte alternative, mentre Stati Uniti, Canada, Guyana e altri Paesi non appartenenti all'OPEC hanno continuato a fornire greggio al mercato.
La domanda globale sta inoltre reagendo ai prezzi
Prezzi elevati incoraggiano consumatori e imprese a ridurre il consumo di energia. Alcune economie rallentano, industrie modificano processi e acquirenti utilizzano scorte accumulate in precedenza.
Questo fenomeno viene chiamato demand destruction: una parte della domanda scompare perché il prodotto diventa troppo costoso. È un meccanismo stabilizzante per il prezzo, ma normalmente implica un costo economico.
La Cina contribuisce a limitare l'aumento
Il rallentamento di alcuni segmenti dell'economia cinese e la presenza di importanti riserve energetiche hanno impedito che ogni barile perso dal Golfo producesse immediatamente una corsa incontrollata ai prezzi.
La Cina rimane però uno dei principali importatori mondiali e una ripresa più forte della propria domanda potrebbe modificare nuovamente l'equilibrio fra offerta e consumo.
OPEC+ per ora non cambia strategia
Il 6 settembre i principali membri di OPEC+ hanno deciso di mantenere invariata la politica produttiva per ottobre. Il gruppo non ha annunciato un aumento straordinario destinato specificamente a compensare lo shock.
Una delle difficoltà è che le quote teoriche non corrispondono sempre alla reale capacità di produrre immediatamente più greggio. Diversi Paesi si trovano già vicino ai propri limiti tecnici oppure devono completare investimenti e manutenzione.
Il carburante marittimo mostra quanto il sistema abbia già imparato ad adattarsi
Nei primi mesi della guerra si era verificata una forte scarsità di fuel oil marino in alcuni dei principali hub commerciali. Oggi la situazione si è parzialmente stabilizzata grazie alla ricerca di fornitori differenti e alla riorganizzazione delle rotte.
A Singapore, tuttavia, alcuni carburanti navali rimangono oltre il 60% più costosi rispetto ai livelli precedenti alla guerra. A Fujairah, importante hub emiratino, parte dell'attività rimane fortemente ridotta.
Le assicurazioni sono diventate una seconda tassa sulla guerra
Per una compagnia di navigazione non conta soltanto il prezzo del combustibile. Attraversare un'area con rischio di missili, droni, mine o sequestro comporta premi assicurativi aggiuntivi.
Queste spese vengono trasferite sui noli marittimi e, progressivamente, sui beni trasportati. Anche una nave che attraversa senza subire alcun attacco produce quindi un costo economico maggiore rispetto alla normalità.
Il rischio delle mine resta difficile da eliminare completamente
Gli Stati Uniti hanno condotto operazioni di sminamento nello Stretto di Hormuz utilizzando mezzi specializzati, robot e personale militare. Washington sostiene di avere ridotto in modo significativo la minaccia.
Gli armatori rimangono però prudenti perché verificare con assoluta certezza la completa eliminazione delle mine navali in un'area vasta e trafficata è estremamente complesso. Alla minaccia fisica si aggiunge quella psicologica: basta il dubbio sulla sicurezza per tenere lontane molte navi commerciali.
L'Iran conserva quindi un potere basato anche sull'incertezza
Teheran non deve necessariamente affondare ogni petroliera per produrre un impatto globale. È sufficiente mantenere un livello di incertezza abbastanza elevato da convincere alcune compagnie a evitare la rotta.
Questo trasforma il controllo dello stretto in una battaglia tanto di percezione quanto di capacità militare. Washington deve dimostrare che il corridoio è sicuro; Teheran ha interesse a dimostrare che il rischio rimane.
Il ritorno di alcune gasiere del Qatar è un segnale positivo
Negli ultimi giorni alcune navi collegate a QatarEnergy sono tornate a muoversi nell'area. Una gasiera ha completato una consegna verso il Pakistan, il primo viaggio conosciuto di questo tipo da settimane.
Il dato indica che almeno una parte degli operatori considera nuovamente possibile attraversare lo Stretto di Hormuz, ma non equivale ancora a una normale ripresa del commercio del GNL.
Il Qatar è particolarmente dipendente da Hormuz
A differenza dell'Arabia Saudita, il Qatar non dispone dello stesso livello di alternative terrestri per aggirare lo stretto. Le proprie enormi esportazioni di gas naturale liquefatto dipendono quindi in maniera particolarmente forte dalla navigabilità di Hormuz.
Una prolungata interruzione potrebbe esercitare pressione sui mercati del gas asiatico ed europeo, soprattutto quando aumenta la domanda stagionale.
Il rischio riguarda anche l'Europa
L'Europa ha ridotto fortemente la dipendenza dal gas russo e una parte della sostituzione è avvenuta proprio attraverso il GNL proveniente da Qatar, Stati Uniti e altri produttori.
Una crisi duratura del Golfo può quindi aumentare il prezzo del gas anche nei Paesi che importano poco petrolio direttamente dall'Iran. L'interconnessione dei mercati energetici rende l'effetto molto più ampio della sola regione mediorientale.
L'Asia rimane comunque la più direttamente esposta
Cina, India, Giappone, Corea del Sud e altre economie asiatiche assorbono una quota enorme delle esportazioni energetiche del Golfo Persico.
Per questi Paesi una persistente instabilità di Hormuz significa maggiori costi di importazione, pressioni sulle valute e potenziale aumento dell'inflazione interna.
L'India ospita un vertice BRICS proprio mentre la crisi divide il gruppo
Il 12 e 13 settembre Nuova Delhi ospita il vertice BRICS, al quale l'Iran partecipa come membro del blocco. La guerra rappresenta uno dei temi più difficili da gestire perché nel gruppo siedono anche Paesi del Golfo che hanno rapporti tesi con Teheran.
Il summit arriva quindi nel momento in cui economie emergenti con interessi energetici differenti devono decidere se e come esprimere una posizione comune sulla crisi iraniana.
La diplomazia non è completamente ferma
Nonostante la guerra, Oman, Qatar e altri mediatori continuano a mantenere canali indiretti fra Washington, Teheran e gli Stati del Golfo.
Il fatto che l'Iran chieda oggi nuovi negoziati sullo Yemen dimostra che la diplomazia regionale continua a funzionare almeno come strumento per evitare una rottura completa.
L'accordo di giugno è però durato poco
Stati Uniti e Iran avevano raggiunto a giugno una forma di intesa temporanea che avrebbe dovuto ridurre i combattimenti e aprire una fase negoziale.
L'accordo è rapidamente crollato fra accuse reciproche di violazioni, riportando progressivamente entrambe le parti alla pressione militare ed economica.
L'assenza di un accordo nucleare complica ulteriormente il quadro
Dietro la guerra rimane anche la questione del programma nucleare iraniano. Washington vuole impedire a Teheran di sviluppare una capacità militare nucleare, mentre l'Iran insiste sul proprio diritto ad attività nucleari civili.
Le infrastrutture iraniane hanno subito gravi danni durante i combattimenti, ma non esiste ancora un accordo diplomatico stabile capace di sostituire la pressione militare con un regime di controlli condiviso.
La guerra inizialmente prevista come breve è diventata lunga
Quando il conflitto iniziò a febbraio, l'aspettativa politica americana era quella di una campagna relativamente limitata. Sei mesi dopo, il quadro è profondamente diverso.
Le forze statunitensi mantengono una grande presenza nel Golfo e devono contemporaneamente proteggere navi commerciali, installazioni e alleati regionali.
La presenza americana ha un costo crescente
Le operazioni militari nel Golfo hanno già richiesto decine di miliardi di dollari e prodotto perdite fra il personale statunitense. Secondo una stima riportata nel dibattito americano, il costo ha superato 37 miliardi di dollari e 18 militari statunitensi sono morti nel corso del conflitto.
Questi numeri alimentano il confronto interno negli Stati Uniti sulla sostenibilità politica ed economica di una guerra che non presenta ancora una strategia d'uscita chiaramente definita.
Il conflitto assorbe anche risorse destinate ad altre regioni
Una presenza navale prolungata nel Golfo richiede portaerei, cacciatorpediniere, difese antimissile, rifornimenti e personale. Le stesse risorse non possono essere utilizzate simultaneamente nell'Indo-Pacifico o in Europa.
La guerra produce quindi anche un costo di opportunità strategica per Washington, che considera la competizione con la Cina una priorità di lungo periodo.
L'Iran conosce questo limite
Teheran non ha bisogno di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti in uno scontro convenzionale per ottenere un vantaggio. Può cercare di rendere l'impegno americano costoso e prolungato.
Droni, missili, mine, alleati regionali e minaccia alla navigazione permettono a un Paese con risorse inferiori di imporre costi asimmetrici a una potenza militarmente superiore.
È la logica della guerra asimmetrica
Una guerra asimmetrica si sviluppa quando due avversari con capacità molto differenti utilizzano strategie diverse. La parte più debole evita lo scontro diretto sui terreni nei quali l'altra possiede un vantaggio schiacciante.
L'Iran ha costruito per decenni una rete di missili, droni e gruppi alleati proprio per creare strumenti di deterrenza contro potenze dotate di aviazione e marine molto superiori.
Gli Houthi rappresentano uno degli strumenti più efficaci
Il movimento yemenita possiede una capacità autonoma e una propria agenda, ma dal punto di vista strategico permette all'Iran di esercitare pressione su un'area molto lontana da Hormuz.
La conquista di Mocha dimostra come un conflitto iniziato nel Golfo possa produrre effetti immediati sul Mar Rosso, obbligando Stati Uniti e alleati a distribuire le proprie risorse su più fronti.
L'Arabia Saudita tenta di evitare una nuova guerra totale
Riyad ha sostenuto per anni il governo yemenita contro gli Houthi, ma dopo il 2022 ha cercato di ridurre il proprio coinvolgimento diretto e stabilizzare il confine.
La nuova offensiva mette l'Arabia Saudita davanti a un dilemma: rispondere militarmente rischiando una nuova guerra costosa oppure accettare un ulteriore aumento del potere Houthi sulla costa.
Una controffensiva potrebbe incendiare nuovamente lo Yemen
Le forze yemenite sostenute da Riyad stanno chiedendo maggiore supporto aereo saudita. Fino a oggi l'Arabia Saudita ha cercato di limitare parte del proprio coinvolgimento a logistica e intelligence.
Un ritorno a bombardamenti su vasta scala potrebbe però provocare una nuova fase di guerra civile e aumentare il rischio di ulteriori attacchi contro infrastrutture saudite.
La crisi può propagarsi alle catene logistiche mondiali
Se il Bab el-Mandeb diventasse insicuro, una parte delle navi fra Asia ed Europa dovrebbe tornare a circumnavigare l'Africa.
Il percorso intorno al Capo di Buona Speranza aggiunge giorni di navigazione, consumo di combustibile e disponibilità necessaria di navi e container.
Più giorni di viaggio significano meno capacità globale
Una nave impegnata per più tempo sulla stessa tratta non può completare lo stesso numero di viaggi annuali. Anche senza perdere fisicamente una singola portacontainer, il sistema mondiale dispone quindi di meno capacità effettiva.
Il risultato può essere un aumento dei noli e difficoltà nel mantenere i normali calendari logistici.
Le aziende potrebbero aumentare nuovamente le scorte
Dopo le difficoltà delle catene di approvvigionamento vissute durante la pandemia e le precedenti crisi del Mar Rosso, molte aziende hanno cercato di ridurre la propria dipendenza da sistemi just-in-time troppo fragili.
Una nuova interruzione simultanea di più rotte potrebbe spingerle ad aumentare nuovamente le scorte di sicurezza, immobilizzando capitale e aumentando i costi di magazzino.
L'inflazione può arrivare anche dalle merci non energetiche
Il rischio inflazionistico non deriva quindi soltanto dal costo del barile. Se una nave impiega più tempo e costa di più, anche prodotti completamente indipendenti dal petrolio possono arrivare sul mercato a un prezzo superiore.
Elettronica, abbigliamento, componenti industriali e materie prime possono tutti incorporare una quota di inflazione logistica.
I mercati obbligazionari stanno già reagendo
Il rendimento del Treasury americano decennale si è avvicinato al 5%, mentre i tassi governativi di numerosi Paesi sono saliti ai massimi pluriennali.
Gli investitori temono che petrolio e trasporti più cari costringano le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva per più tempo.
La Federal Reserve potrebbe alzare i tassi
Le probabilità implicite di un nuovo aumento dei tassi della Federal Reserve sono cresciute nettamente dopo i dati sui prezzi alla produzione e la nuova impennata del greggio.
Questo mostra fino a che punto un conflitto nello Stretto di Hormuz possa influenzare indirettamente il costo di un mutuo negli Stati Uniti o il prezzo di un prestito aziendale in Europa.
L'Europa ha già reagito attraverso la BCE
La Banca centrale europea ha aumentato i propri tassi di riferimento, citando il rischio che le nuove pressioni energetiche mantengano l'inflazione sopra l'obiettivo.
Il problema è che una politica monetaria più restrittiva può rallentare ulteriormente un'economia già colpita dai costi energetici.
È il classico rischio di stagflazione
Lo scenario più difficile sarebbe quello di una stagflazione: prezzi elevati accompagnati da crescita debole.
Il petrolio caro riduce il reddito disponibile delle famiglie; i tassi elevati riducono investimenti e credito; la logistica costosa aumenta i prezzi dei beni. Se i tre fenomeni persistono contemporaneamente, le autorità dispongono di strumenti limitati.
Il petrolio sopra 100 dollari non implica automaticamente recessione
È però importante evitare scenari deterministici. L'economia mondiale utilizza oggi meno petrolio per unità di Pil rispetto agli anni Settanta e dispone di fonti energetiche più diversificate.
Un Brent sopra 100 dollari non produce quindi automaticamente una recessione globale. La durata della crisi e la capacità del sistema energetico di adattarsi saranno molto più importanti del livello raggiunto in una singola giornata.
Una soluzione diplomatica potrebbe cambiare rapidamente i prezzi
Una parte significativa del prezzo attuale del greggio riflette il premio geopolitico. Se Stati Uniti e Iran raggiungessero un accordo credibile sulla navigazione, il mercato potrebbe ridurre rapidamente quel premio.
Non sarebbe necessario attendere settimane perché ogni nave torni immediatamente a Hormuz: basterebbe una percezione sufficientemente forte di sicurezza futura per modificare le quotazioni.
Ma gli armatori chiederebbero prove, non soltanto annunci
Dopo mesi di attacchi, mine e minacce, un comunicato politico non sarebbe sufficiente a ripristinare immediatamente la fiducia commerciale.
Le compagnie chiederebbero garanzie, riduzione dei premi assicurativi e un periodo nel quale la navigazione possa dimostrare di essere realmente sicura e prevedibile.
Una tregua dovrebbe inoltre includere lo Yemen
Anche riaprendo completamente Hormuz, la presenza Houthi vicino al Bab el-Mandeb manterrebbe una seconda fonte di instabilità.
Qualsiasi vera normalizzazione regionale richiederebbe quindi almeno una riduzione parallela delle ostilità nello Yemen e nel Mar Rosso.
La crisi ha smesso di essere esclusivamente USA-Iran
È forse questo il cambiamento più importante dell'11 settembre. Quello iniziato come uno scontro fra Washington, Israele e Teheran coinvolge ormai in misura crescente Arabia Saudita, Yemen, Paesi del Golfo, compagnie di navigazione e importatori asiatici.
La guerra assume progressivamente la forma di una crisi regionale delle rotte energetiche.
L'Iran cerca leve differenti dalla vittoria militare
Teheran difficilmente può ottenere una vittoria convenzionale contro la potenza militare americana. Può però cercare di rendere la guerra abbastanza costosa da modificare il calcolo politico di Washington.
Il prezzo del petrolio, il rischio per le navi e la pressione degli Houthi diventano quindi parte della stessa strategia di deterrenza economica e militare.
Gli Stati Uniti puntano sulla resistenza economica opposta
Washington applica il ragionamento inverso: fare in modo che sia l'Iran a sostenere costi superiori, riducendo esportazioni, valuta estera e capacità di finanziare lo Stato.
La guerra diventa così una gara su quale delle due parti possa sopportare più a lungo la pressione economica.
Il problema è che il resto del mondo paga una parte del conto
A differenza di un conflitto completamente isolato, la battaglia per Hormuz influenza direttamente il mercato energetico globale.
Famiglie europee, industrie asiatiche, autotrasportatori americani e importatori africani possono tutti sostenere una parte dei costi attraverso inflazione e carburanti, pur non partecipando alla guerra.
Le economie più povere sono quelle con meno margine
I Paesi a basso reddito importatori di energia sono particolarmente esposti. Un aumento improvviso del costo del diesel può mettere sotto pressione finanze pubbliche già fragili.
Molti governi devono scegliere fra mantenere sussidi costosi oppure permettere che il rincaro arrivi direttamente alla popolazione, con possibili conseguenze sociali.
Anche la sicurezza alimentare può risentirne
Petrolio, gas e trasporti influenzano il prezzo dei fertilizzanti e delle derrate agricole. Gli agricoltori utilizzano carburanti per macchinari e trasporto, mentre il commercio mondiale del grano e di altri prodotti dipende dalle rotte marittime.
Una crisi prolungata può quindi trasformarsi progressivamente anche in una pressione sui prezzi alimentari.
La storia mostra quanto gli stretti possano contare
Hormuz e Bab el-Mandeb sono esempi di choke point: aree geografiche relativamente piccole attraverso le quali deve passare una quantità enorme di commercio mondiale.
La globalizzazione ha costruito catene produttive altamente efficienti, ma questa efficienza dipende dal funzionamento continuo di pochi corridoi critici.
Il Canale di Suez è la terza parte dell'equazione
Una nave che supera Bab el-Mandeb diretta verso l'Europa deve generalmente proseguire attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez.
Il sistema funziona quindi come una catena: insicurezza al Bab el-Mandeb riduce il valore stesso della rotta del Canale di Suez.
La via alternativa è il Capo di Buona Speranza
Il commercio mondiale non rimarrebbe bloccato completamente in caso di crisi del Mar Rosso. Le navi possono circumnavigare il continente africano.
La rotta è però più lunga e costosa. Il risultato sarebbe quindi meno una completa interruzione del commercio che un aumento significativo del costo logistico globale.
Hormuz ha molte meno alternative per alcuni produttori
Il problema del Golfo è differente. Arabia Saudita ed Emirati dispongono di una certa capacità di bypass terrestre, ma altri produttori possiedono alternative molto più limitate.
Qatar, Iraq e Kuwait sono particolarmente dipendenti dalla possibilità di utilizzare il Golfo Persico e il suo unico accesso naturale al mare aperto.
Per questo una chiusura totale sarebbe molto più grave
Lo scenario peggiore rimane una chiusura completa e prolungata di Hormuz. Al momento non è ciò che sta accadendo: alcuni flussi continuano e le rotte alternative funzionano.
Ma il fatto che il traffico sia sceso da circa 125 grandi navi quotidiane prebelliche a numeri in singola cifra dimostra quanto il sistema si trovi già lontano dalla normalità.
La guerra delle rotte è diventata la vera battaglia strategica
Dopo oltre sei mesi, il conflitto non viene deciso soltanto attraverso bombardamenti e missili. Una parte fondamentale della battaglia riguarda la capacità di stabilire chi possa esportare petrolio, attraverso quali porti e sotto quali condizioni.
La questione centrale diventa quindi il controllo delle arterie economiche più che la conquista territoriale tradizionale.
L'11 settembre segna un nuovo punto di svolta
La conquista Houthi di Mocha porta la crisi in una nuova fase perché minaccia proprio la via che stava aiutando Arabia Saudita e mercato globale a compensare la fragilità di Hormuz.
Finché Bab el-Mandeb rimane aperto, la situazione è gestibile. Se gli attacchi dovessero intensificarsi e gli armatori iniziassero nuovamente ad abbandonare la rotta, il margine di adattamento si ridurrebbe rapidamente.
Non siamo ancora nello scenario peggiore
Nonostante la gravità della situazione, è importante sottolineare ciò che non è avvenuto. Hormuz non è totalmente chiuso; Bab el-Mandeb non è bloccato; la produzione mondiale continua; le rotte alternative stanno funzionando e il mercato dispone ancora di strumenti di adattamento.
Questo distingue la situazione attuale dagli scenari più estremi nei quali il petrolio potrebbe salire molto più violentemente e il commercio mondiale subire un arresto simultaneo su più arterie.
Ma ogni margine di sicurezza si sta restringendo
Il problema è la diminuzione delle alternative. Se Hormuz funziona male, si utilizza il Mar Rosso. Se il Mar Rosso diventa insicuro, si utilizza il Capo di Buona Speranza. Ogni deviazione aumenta però costi e tempi.
Quando più percorsi diventano contemporaneamente fragili, il sistema perde progressivamente la propria ridondanza.
La diplomazia ha quindi una finestra sempre più stretta
Stati Uniti, Iran, Arabia Saudita, Oman e gli altri attori regionali possiedono un forte incentivo economico a impedire che la crisi superi un'altra soglia.
Il problema è che ciascuno vuole ottenere concessioni prima di ridurre la pressione, creando un classico dilemma nel quale tutti avrebbero interesse alla stabilità ma nessuno vuole arretrare per primo.
La domanda decisiva è quale costo sarà considerato sufficiente
Washington punta a far diventare insostenibile per Teheran la perdita delle esportazioni petrolifere. Teheran punta a rendere sufficientemente elevato per Washington il costo economico e militare della guerra.
Fino a quando nessuna delle due parti riterrà di avere raggiunto quel punto, la probabilità di un compromesso resterà limitata.
Una crisi locale con conseguenze realmente globali
La ragione per cui la crisi di Hormuz e Bab el-Mandeb rappresenta oggi la notizia geopolitica più importante non è soltanto la quantità di combattimenti. È la capacità di questi eventi di influenzare contemporaneamente energia, inflazione, tassi di interesse, commercio e sicurezza alimentare in continenti lontanissimi dal Medio Oriente.
Pochi chilometri di mare possono determinare il prezzo di milioni di barili, modificare le rotte di migliaia di navi e influenzare le decisioni delle principali banche centrali del pianeta.
Il mondo aspetta di capire se la pressione produrrà un accordo o un'altra escalation
Venerdì 11 settembre 2026 la situazione rimane quindi sospesa fra due possibilità. La prima è che il progressivo deterioramento economico convinca le parti a utilizzare mediazione e negoziato per riaprire stabilmente le rotte. La seconda è che ogni nuovo colpo venga utilizzato per giustificare quello successivo, ampliando la guerra dal Golfo al Mar Rosso.
La conquista di Mocha rende la seconda possibilità più concreta, ma non inevitabile. Il Bab el-Mandeb continua a funzionare, alcune navi stanno tornando a Hormuz e i canali diplomatici non sono completamente chiusi. Ciò che manca è ancora un accordo politico abbastanza solido da trasformare questi segnali in stabilità duratura.
La partita delle due porte del petrolio
Hormuz e Bab el-Mandeb sono diventati le due porte strategiche attraverso cui passa una parte essenziale dell'economia contemporanea. La prima è già fortemente compromessa; la seconda è ora esposta a un rischio militare crescente. È questa combinazione, più di qualsiasi singolo attacco, a spiegare la preoccupazione dei mercati.
Finché almeno una parte delle rotte continuerà a funzionare e produttori e armatori riusciranno ad adattarsi, l'economia mondiale potrà assorbire una parte dello shock. Ma una nuova escalation simultanea restringerebbe rapidamente lo spazio disponibile. Il prossimo passaggio decisivo sarà capire se Washington, Teheran, Riyad e gli attori yemeniti sceglieranno di utilizzare la pressione accumulata come leva negoziale oppure come premessa per un conflitto ancora più ampio. E voi quale scenario considerate più probabile: una nuova intesa sulle rotte marittime o un'ulteriore escalation regionale? Lasciate la vostra opinione nei commenti.

