Due Stati, vertice a Roma: Italia e Arabia Saudita rilanciano il dialogo
Roma torna al centro della diplomazia sul conflitto israelo-palestinese con la riunione dell'Alleanza globale per l'attuazione della soluzione dei due Stati, in programma tra martedì 28 e mercoledì 29 luglio 2026. L'iniziativa è presieduta dall'Italia e dall'Arabia Saudita e punta a trasformare il sostegno internazionale alla nascita di uno Stato palestinese in un percorso politico più concreto, mentre la situazione resta estremamente fragile nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e lungo il confine tra Israele e Libano.
Il segmento politico di alto livello si terrà mercoledì 29 luglio alla Farnesina, con l'apertura affidata al ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani. Interverranno successivamente il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan e altri rappresentanti regionali. La riunione non costituisce un negoziato diretto tra israeliani e palestinesi, ma un incontro internazionale destinato a coordinare posizioni, strumenti diplomatici e possibili iniziative per mantenere praticabile la soluzione dei due Stati.
L'appuntamento arriva in una fase nella quale la prospettiva di due entità sovrane, Israele e Palestina, continua a essere sostenuta da gran parte della comunità internazionale, ma appare sempre più difficile da realizzare sul terreno. Le distruzioni a Gaza, l'espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, la violenza contro i civili, la debolezza delle istituzioni palestinesi e la persistente contrapposizione politica rendono necessaria una discussione non soltanto sui principi, ma sui passaggi operativi indispensabili per renderli credibili.
La riunione di Roma e il programma delle due giornate
L'incontro si sviluppa tra il 28 e il 29 luglio, con una componente dedicata al confronto politico e al dialogo interreligioso. Il momento istituzionale principale è previsto alla Farnesina nella mattinata di mercoledì, quando i rappresentanti dei Paesi partecipanti saranno chiamati a esaminare le condizioni necessarie per rilanciare il processo diplomatico.
La scelta di dedicare spazio anche al dialogo tra comunità religiose non è soltanto simbolica. Il conflitto israelo-palestinese è essenzialmente politico, territoriale e nazionale, ma coinvolge luoghi sacri e identità religiose che possono essere strumentalizzati per alimentare contrapposizioni. Il confronto interreligioso viene quindi considerato uno strumento per contrastare l'odio settario, difendere i luoghi di culto e costruire un linguaggio compatibile con la convivenza.
Il vertice dovrà però evitare che la dimensione culturale sostituisca quella politica. Il dialogo tra religioni può contribuire a ridurre la polarizzazione, ma non può risolvere da solo questioni come i confini, gli insediamenti, la sicurezza di Israele, la sovranità palestinese, Gerusalemme e il destino dei rifugiati. L'obiettivo della riunione sarà quindi collegare il confronto civile a una strategia diplomatica capace di affrontare i nodi concreti.
Che cos'è l'Alleanza globale per la soluzione dei due Stati
L'Alleanza globale è stata avviata nel settembre 2024 a New York su impulso del comitato ministeriale arabo-islamico guidato dall'Arabia Saudita, in coordinamento con Paesi arabi e islamici e con la collaborazione dell'Unione europea e della Norvegia. Il primo incontro si è svolto successivamente a Riad.
L'iniziativa è nata per superare il carattere puramente dichiarativo del sostegno internazionale alla soluzione dei due Stati. Per decenni, governi e organizzazioni internazionali hanno indicato questa formula come il principale riferimento diplomatico, senza riuscire a impedire il deterioramento delle condizioni necessarie alla sua realizzazione. L'Alleanza tenta quindi di costruire una piattaforma permanente di coordinamento.
Il suo compito non è sostituire le Nazioni Unite né imporre autonomamente un accordo alle parti. L'obiettivo è riunire Paesi interessati a sostenere un processo politico, promuovere impegni coordinati, rafforzare le istituzioni palestinesi e individuare misure che possano rendere possibile la coesistenza di uno Stato israeliano sicuro e di uno Stato palestinese sovrano.
La riunione di Roma rappresenta quindi una tappa di un percorso più ampio. La sua rilevanza dipenderà dalla capacità dei partecipanti di passare dalle dichiarazioni generali a decisioni verificabili su assistenza umanitaria, governance palestinese, ricostruzione, sicurezza regionale e contrasto alle azioni che compromettono la continuità territoriale del futuro Stato palestinese.
Il rilancio della Dichiarazione di New York
Italia e Arabia Saudita intendono imprimere nuovo slancio alla Dichiarazione di New York sulla soluzione pacifica della questione palestinese e sull'attuazione della soluzione dei due Stati. Il documento è stato elaborato nel 2025 nell'ambito della conferenza internazionale promossa da Arabia Saudita e Francia e successivamente sostenuto dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite.
La dichiarazione chiede una soluzione giusta e duratura basata sulla coesistenza di Israele e Palestina, con entrambi gli Stati riconosciuti, sicuri e integrati nella regione. Il testo collega questo obiettivo alla fine della guerra a Gaza, alla liberazione degli ostaggi, alla protezione dei civili e alla costruzione di un sistema di governo palestinese dotato di legittimità istituzionale.
Un punto centrale riguarda il futuro di Gaza. La prospettiva sostenuta a livello internazionale prevede che la Striscia non venga separata politicamente dalla Cisgiordania, ma sia reinserita in un unico quadro territoriale e amministrativo palestinese. Ciò comporterebbe il superamento del controllo di Hamas e il ritorno di un'autorità palestinese riformata, capace di amministrare il territorio attraverso un principio di unità politica e giuridica.
La dichiarazione condanna inoltre gli attacchi compiuti da Hamas contro i civili il 7 ottobre 2023 e chiede la liberazione degli ostaggi. Allo stesso tempo, richiama la necessità di porre fine alla guerra, garantire l'assistenza umanitaria e impedire trasferimenti forzati o modifiche territoriali che possano rendere impossibile la creazione di uno Stato palestinese vitale.
Che cosa significa realmente "due Stati"
La formula dei due Stati indica la creazione di uno Stato palestinese indipendente accanto a Israele. Nella visione sostenuta dalle Nazioni Unite e da gran parte della comunità internazionale, le due entità dovrebbero vivere fianco a fianco entro confini sicuri e riconosciuti, garantendo autodeterminazione ai palestinesi e sicurezza agli israeliani.
La definizione generale, tuttavia, non risolve automaticamente le questioni decisive. Un accordo dovrebbe stabilire i confini tra i due Stati, affrontare la situazione degli insediamenti israeliani, determinare lo status di Gerusalemme, definire le garanzie di sicurezza e trovare una soluzione condivisa per i rifugiati palestinesi.
Un futuro Stato palestinese dovrebbe inoltre essere territorialmente e amministrativamente sostenibile. Ciò significa poter collegare politicamente Gaza e Cisgiordania, disporre di istituzioni funzionanti, amministrare le proprie risorse e sviluppare un'economia che non dipenda interamente da aiuti esterni o da autorizzazioni israeliane.
Dal punto di vista israeliano, un accordo dovrebbe garantire che il territorio palestinese non venga utilizzato per lanciare attacchi, organizzare gruppi armati o minacciare le città israeliane. La discussione coinvolge quindi il controllo delle frontiere, l'eventuale presenza di forze internazionali, la gestione degli armamenti e il ruolo delle forze di sicurezza palestinesi.
Gaza tra tregua fragile e bisogni umanitari
La riunione si svolge mentre la situazione nella Striscia di Gaza resta estremamente grave. La riduzione di alcune operazioni militari e il maggiore ingresso di aiuti hanno attenuato gli scenari più estremi di insicurezza alimentare, ma gran parte della popolazione continua a vivere in condizioni di crisi, con accesso insufficiente a cibo, acqua potabile, cure e abitazioni sicure.
Il miglioramento registrato in alcuni indicatori umanitari rimane fragile. Centinaia di migliaia di persone necessitano ancora di assistenza e qualsiasi nuova interruzione dei corridoi, dei finanziamenti o delle attività delle organizzazioni umanitarie potrebbe provocare un rapido peggioramento. Il problema non riguarda soltanto la quantità degli aiuti, ma la loro continuità e la possibilità di distribuirli in condizioni di sicurezza.
La ricostruzione della Striscia richiederà tempi lunghi e risorse considerevoli. Prima ancora di ricostruire abitazioni, scuole e ospedali, sarà necessario rimuovere macerie e ordigni inesplosi, ripristinare le reti idriche ed elettriche e definire chi avrà la responsabilità amministrativa e politica del territorio.
Senza una soluzione sulla governance di Gaza, gli investimenti internazionali rischierebbero di rimanere bloccati. I Paesi donatori chiedono garanzie sulla gestione dei fondi, sulla sicurezza degli operatori e sulla possibilità che le infrastrutture ricostruite non vengano nuovamente distrutte in un'altra fase del conflitto.
Il futuro politico di Gaza
Uno dei dossier più complessi riguarda il soggetto che dovrà amministrare Gaza. La prospettiva promossa dalla Dichiarazione di New York esclude una permanenza del governo di Hamas e sostiene la riunificazione della Striscia con la Cisgiordania sotto un'autorità palestinese riformata.
Questa formula richiede però condizioni che non sono ancora pienamente presenti. L'Autorità nazionale palestinese deve affrontare problemi di credibilità, debolezza finanziaria e limitata capacità di governo. Una sua eventuale assunzione di responsabilità a Gaza richiederebbe il sostegno dei Paesi arabi, garanzie internazionali e una riforma istituzionale percepita come credibile dalla popolazione.
Resta inoltre irrisolta la questione del disarmo delle organizzazioni armate. Per Israele, qualsiasi nuova amministrazione dovrà impedire il riarmo di Hamas e degli altri gruppi. Per i palestinesi, il passaggio a un nuovo sistema di governo dovrà essere accompagnato da una prospettiva politica reale, non limitarsi a una gestione tecnica del territorio sotto controllo esterno.
Una soluzione transitoria potrebbe prevedere il coinvolgimento di tecnici palestinesi, istituzioni arabe e una presenza internazionale. Tuttavia, qualsiasi modello dovrebbe essere collegato a un percorso verso la sovranità palestinese per evitare che l'amministrazione temporanea diventi una struttura permanente priva di legittimazione politica.
La Cisgiordania e l'espansione degli insediamenti
La situazione in Cisgiordania rappresenta uno degli ostacoli più gravi alla soluzione dei due Stati. L'espansione degli insediamenti israeliani, la crescita delle infrastrutture a essi collegate e la frammentazione del territorio palestinese riducono progressivamente la continuità geografica necessaria per creare uno Stato funzionante.
Il governo israeliano considera alcune aree strategiche per la propria sicurezza e rivendica legami storici e religiosi con la Cisgiordania. La maggioranza della comunità internazionale considera invece gli insediamenti costruiti nei territori occupati incompatibili con il diritto internazionale, posizione contestata da Israele.
Negli ultimi mesi sono aumentati anche gli episodi di violenza dei coloni contro comunità palestinesi, terreni agricoli, abitazioni e infrastrutture. Le organizzazioni umanitarie hanno registrato nel 2026 un numero di vittime provocate da questi attacchi già superiore al totale dell'intero anno precedente.
Parallelamente, operazioni militari, arresti, posti di blocco e demolizioni hanno aggravato le limitazioni alla mobilità. Questo quadro non produce soltanto sofferenze immediate, ma modifica le condizioni territoriali e demografiche sulle quali dovrebbe essere costruito un futuro accordo.
Il rischio di un territorio palestinese frammentato
Uno Stato non può essere considerato pienamente vitale quando il suo territorio è diviso in numerose aree isolate, prive di collegamenti sicuri e dipendenti da autorizzazioni esterne. La frammentazione della Cisgiordania è quindi un problema politico, economico e amministrativo.
Le comunità palestinesi devono poter raggiungere ospedali, scuole, mercati e luoghi di lavoro. Le restrizioni alla circolazione indeboliscono l'economia, aumentano i costi delle imprese e rendono più difficile l'attività delle istituzioni pubbliche. Senza una rete territoriale coerente, anche un riconoscimento formale rischierebbe di produrre uno Stato con capacità limitate.
Particolare attenzione viene riservata alle aree che potrebbero separare il nord e il sud della Cisgiordania o interrompere il collegamento con Gerusalemme Est. Progetti insediativi in queste zone vengono considerati dai sostenitori dei due Stati una minaccia diretta alla continuità del futuro territorio palestinese.
La riunione di Roma può quindi servire a coordinare pressioni diplomatiche contro annessioni, trasferimenti forzati e nuove espansioni. La difficoltà consiste nel trasformare le dichiarazioni di opposizione in iniziative capaci di incidere effettivamente sulle decisioni adottate sul terreno.
La sicurezza di Israele nel progetto diplomatico
La soluzione dei due Stati non può prescindere dalla sicurezza di Israele. Gli attacchi del 7 ottobre, il lancio di razzi, la presenza di gruppi armati e le tensioni con Iran, Hezbollah e altre organizzazioni hanno rafforzato nella società israeliana il timore che la nascita di uno Stato palestinese possa creare nuovi rischi.
Qualsiasi proposta credibile deve quindi includere garanzie contro il terrorismo, il traffico di armi e la trasformazione del territorio palestinese in una base per operazioni militari. Le ipotesi discusse nel tempo comprendono una forza internazionale, controlli alle frontiere, accordi di sicurezza regionali e una graduale assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni palestinesi.
Queste garanzie, tuttavia, non possono tradursi in un controllo israeliano illimitato sul futuro Stato palestinese. Una sovranità priva della possibilità di governare il territorio, le frontiere e le risorse rimarrebbe incompleta. Il negoziato dovrà quindi trovare un equilibrio tra sicurezza e indipendenza.
La partecipazione dei Paesi arabi può risultare decisiva. Arabia Saudita, Giordania, Egitto e altri governi regionali potrebbero contribuire alla formazione delle forze palestinesi, al controllo degli accordi e alla costruzione di un sistema di garanzie accettabile per entrambe le popolazioni.
Il ruolo dell'Autorità palestinese
La strategia internazionale attribuisce un ruolo centrale a un'Autorità palestinese riformata. L'obiettivo è evitare la divisione politica tra Gaza e Cisgiordania e creare un solo sistema di governo, una sola legge e un'unica struttura di sicurezza legittima.
L'Autorità deve però affrontare una profonda crisi di fiducia. Molti palestinesi contestano l'assenza di un ricambio democratico, la corruzione, la debolezza amministrativa e la capacità limitata di proteggere la popolazione. Una semplice estensione delle strutture esistenti a Gaza difficilmente sarebbe sufficiente a generare consenso.
Le riforme dovrebbero comprendere maggiore trasparenza finanziaria, istituzioni più rappresentative, servizi pubblici efficienti e un percorso elettorale. Il rafforzamento dell'Autorità richiede inoltre il trasferimento delle entrate fiscali palestinesi e un sostegno economico stabile, senza il quale l'amministrazione non può pagare dipendenti e garantire i servizi essenziali.
La legittimità politica sarà determinante anche per la sicurezza. Una forza palestinese percepita come imposta dall'esterno difficilmente riuscirebbe a stabilizzare Gaza o la Cisgiordania. Il nuovo assetto dovrà essere collegato a una prospettiva verificabile di autodeterminazione, con tempi e obiettivi comprensibili.
La posizione dell'Italia
L'Italia sostiene la formula dei due popoli e due Stati, accompagnata dal riconoscimento reciproco e dalla necessità che il futuro Stato palestinese non sia controllato da Hamas. Nel settembre 2025 Roma ha votato a favore della risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha recepito la Dichiarazione di New York, contribuendo anche alla sua elaborazione.
La posizione italiana distingue il sostegno alla prospettiva statuale palestinese dall'atto formale del riconoscimento, che rimane una decisione sovrana. Il governo italiano ha indicato come elementi essenziali il riconoscimento di Israele da parte palestinese, la liberazione degli ostaggi, l'esclusione di Hamas dal governo e la costruzione di istituzioni affidabili.
Roma ha inoltre espresso disponibilità a contribuire alla formazione delle forze di sicurezza palestinesi, all'assistenza umanitaria, alla ricostruzione e a un'eventuale missione internazionale sotto un quadro concordato. L'Italia cerca così di presentarsi non soltanto come sostenitrice politica, ma come possibile attore operativo.
La presidenza della riunione insieme all'Arabia Saudita rafforza questo ruolo diplomatico. La scelta consente all'Italia di mantenere il dialogo con Israele, con l'Autorità palestinese, con i Paesi arabi e con i partner europei, assumendo una posizione di collegamento tra interlocutori spesso molto distanti.
Perché l'Arabia Saudita è decisiva
L'Arabia Saudita è uno dei principali promotori internazionali della soluzione dei due Stati e guida il comitato ministeriale arabo-islamico impegnato sulla questione palestinese. Riad sostiene la nascita di uno Stato palestinese indipendente sulla base dei confini precedenti alla guerra del 1967, con Gerusalemme Est come capitale.
Il ruolo saudita è importante anche per il possibile futuro delle relazioni tra Israele e il mondo arabo. La normalizzazione tra Riad e Israele rappresenterebbe un passaggio storico, ma le autorità saudite hanno collegato questa eventualità a progressi credibili sulla questione palestinese.
L'Arabia Saudita dispone inoltre delle risorse finanziarie necessarie per contribuire alla ricostruzione e al sostegno delle istituzioni palestinesi. Il suo coinvolgimento potrebbe incoraggiare altri Paesi del Golfo a partecipare, ma gli investimenti dipenderanno dall'esistenza di un quadro politico stabile e da garanzie sulla destinazione dei fondi.
Presiedendo l'incontro insieme all'Italia, Riad cerca di collegare la posizione araba con quella europea. Questa funzione di ponte è essenziale per costruire un'iniziativa che non venga percepita come appartenente esclusivamente a uno dei due schieramenti diplomatici.
Il nodo del riconoscimento della Palestina
Il riconoscimento dello Stato palestinese rimane uno dei temi più sensibili. Per alcuni governi, il riconoscimento è uno strumento necessario per riequilibrare il negoziato e difendere una prospettiva statuale minacciata dall'espansione degli insediamenti. Per altri, dovrebbe arrivare soltanto al termine di un accordo negoziato.
Il riconoscimento possiede un forte valore politico e diplomatico, ma non risolve automaticamente le questioni territoriali e di sicurezza. Uno Stato riconosciuto potrebbe continuare a non controllare integralmente il proprio territorio, le frontiere e le risorse, rimanendo esposto alle divisioni interne e alle decisioni israeliane.
Allo stesso tempo, rinviare indefinitamente il riconoscimento può indebolire la credibilità della soluzione dei due Stati. Se il territorio destinato alla Palestina viene progressivamente frammentato, il riconoscimento futuro rischia di arrivare quando la creazione di uno Stato realmente vitale sarà diventata ancora più difficile.
La riunione di Roma potrebbe non produrre una posizione uniforme, poiché ogni Paese mantiene la propria competenza sovrana. Può però favorire un coordinamento sulle condizioni politiche, sulle riforme richieste all'Autorità palestinese e sulle garanzie necessarie per accompagnare le diverse decisioni nazionali.
Gerusalemme, confini e rifugiati
La questione di Gerusalemme rimane uno dei punti più difficili. Israeliani e palestinesi rivendicano la città come propria capitale, mentre i luoghi santi possiedono un'importanza religiosa mondiale. Qualsiasi soluzione dovrà garantire accesso, protezione e amministrazione equilibrata dei siti sacri.
Anche i confini richiedono un negoziato dettagliato. Il riferimento internazionale resta generalmente quello delle linee del 1967, con possibili scambi territoriali concordati. La realtà creata dagli insediamenti e dalle infrastrutture rende però più complesso tracciare un confine continuo senza trasferimenti forzati o ampie evacuazioni.
Il destino dei rifugiati palestinesi coinvolge milioni di persone e discendenti delle famiglie costrette a lasciare le proprie case nel corso del conflitto. Le ipotesi comprendono ritorni limitati, compensazioni, reinsediamento nel futuro Stato palestinese e accordi con i Paesi ospitanti.
Nessuna di queste questioni può essere risolta attraverso una semplice dichiarazione diplomatica. La funzione dell'Alleanza è mantenere aperta la possibilità di un negoziato e costruire condizioni politiche che consentano alle parti di affrontare i dossier senza ricorrere nuovamente alla violenza.
Le divisioni all'interno di Israele
La società e la politica israeliane non presentano una posizione uniforme sulla nascita di uno Stato palestinese. Una parte considera la soluzione dei due Stati necessaria per preservare la sicurezza e il carattere democratico di Israele; un'altra ritiene che il ritiro dai territori possa creare minacce simili o superiori a quelle emerse da Gaza.
Nel governo israeliano sono presenti esponenti apertamente contrari alla sovranità palestinese e favorevoli all'espansione degli insediamenti. Alcune decisioni territoriali vengono presentate esplicitamente come strumenti per impedire la creazione di uno Stato palestinese con la Cisgiordania al centro.
Queste posizioni riducono lo spazio per un compromesso. Anche un'ampia coalizione internazionale non può attuare la soluzione dei due Stati senza un cambiamento delle condizioni politiche interne a Israele e senza garanzie in grado di rispondere ai timori della popolazione.
La pressione diplomatica dovrà quindi essere accompagnata dalla costruzione di incentivi: integrazione regionale, cooperazione economica, accordi di sicurezza e riconoscimento da parte dei Paesi arabi possono offrire a Israele benefici concreti in cambio di un percorso credibile verso la fine dell'occupazione.
Le divisioni nel campo palestinese
Anche il fronte palestinese è profondamente diviso. L'Autorità palestinese controlla limitatamente alcune zone della Cisgiordania, mentre Hamas ha esercitato per anni il potere a Gaza. Le organizzazioni mantengono visioni differenti sul rapporto con Israele, sulla resistenza armata e sulla strategia diplomatica.
La riconciliazione palestinese è indispensabile per qualunque accordo. Un futuro Stato non potrebbe funzionare con due governi, strutture di sicurezza concorrenti e sistemi amministrativi separati. La riunificazione deve però avvenire attraverso istituzioni legittime e non mediante l'imposizione di una fazione sull'altra.
Il principio sostenuto a livello internazionale è quello di un solo governo e di una sola autorità legittimata a detenere le armi. Questo implica il disarmo o l'integrazione controllata delle formazioni armate e la ricostruzione di una struttura di sicurezza sottoposta a un potere civile.
Un percorso elettorale potrebbe contribuire a ristabilire la rappresentatività, ma richiederebbe condizioni di sicurezza, libertà politica e la possibilità di votare anche a Gaza e a Gerusalemme Est. Senza queste condizioni, le elezioni rischierebbero di accentuare anziché risolvere le fratture interne.
Il Libano e la stabilità del confine settentrionale
La riunione sulla Palestina si svolge mentre prosegue anche il delicato percorso diplomatico tra Israele e Libano. I due Paesi restano formalmente in guerra e devono affrontare il disarmo di Hezbollah, il ritiro delle forze israeliane e il dispiegamento dell'esercito libanese nelle aree meridionali.
Roma ospiterà il 4 agosto una nuova sessione dei colloqui tra le delegazioni israeliana e libanese. Si tratta di un processo distinto dalla riunione sui due Stati, ma il collegamento politico è evidente: una nuova guerra sul confine settentrionale di Israele renderebbe ancora più difficile qualsiasi iniziativa diplomatica sulla Palestina.
Il piano in discussione prevede un ritiro progressivo delle forze israeliane, l'estensione del controllo dell'esercito libanese e il disarmo di Hezbollah. La sua attuazione resta controversa, perché il Libano chiede il ritiro completo di Israele, mentre il governo israeliano collega la propria presenza alla permanenza delle capacità armate di Hezbollah.
La stabilizzazione del Libano potrebbe ridurre uno dei principali rischi regionali e facilitare la costruzione di un sistema di sicurezza più ampio. Al contrario, una nuova escalation attirerebbe l'attenzione e le risorse internazionali, relegando ancora una volta la prospettiva palestinese in secondo piano.
Il dialogo interreligioso come strumento politico
La componente dedicata al dialogo interreligioso mira a coinvolgere autorità e comunità capaci di contrastare la radicalizzazione. La religione non è la causa unica del conflitto, ma il linguaggio religioso viene spesso utilizzato per giustificare esclusioni, violenze e rivendicazioni territoriali assolute.
Leader e organizzazioni religiose possono contribuire a difendere la dignità dei civili, condannare gli attacchi contro luoghi di culto e impedire che intere comunità vengano identificate con le azioni di governi o gruppi armati. Possono inoltre sostenere il riconoscimento reciproco e il rispetto delle diverse tradizioni presenti a Gerusalemme.
Il rischio è che il confronto rimanga puramente cerimoniale. Per avere efficacia, le dichiarazioni religiose devono essere collegate a iniziative educative, protezione delle minoranze, contrasto ai discorsi d'odio e responsabilità pubblica nei confronti di chi incita alla violenza.
Il dialogo può quindi sostenere la diplomazia, ma non sostituire gli accordi. La pace richiede decisioni politiche su sovranità, territorio e sicurezza; il contributo religioso può aiutare a costruire il consenso sociale necessario per accettarle.
Che cosa può ottenere concretamente il vertice
La riunione di Roma non dovrebbe produrre da sola un accordo definitivo. L'assenza di un negoziato diretto e la distanza tra le posizioni delle parti rendono improbabile una svolta immediata su confini, Gerusalemme o sicurezza. Il risultato più realistico consiste nel rafforzamento del coordinamento internazionale.
I partecipanti potrebbero concordare nuove iniziative per sostenere l'Autorità palestinese, garantire l'assistenza a Gaza, finanziare la ricostruzione e opporsi alle misure territoriali incompatibili con i due Stati. Potrebbero inoltre definire gruppi di lavoro e scadenze per trasformare gli impegni politici in programmi operativi.
Un altro possibile risultato riguarda il coinvolgimento dei Paesi arabi nelle garanzie di sicurezza e nella futura governance. Senza un contributo regionale, nessuna amministrazione transitoria di Gaza e nessun sistema di controllo potrebbe ottenere sufficiente credibilità.
Il vertice potrà essere considerato utile soprattutto se produrrà continuità: riunioni successive, incarichi precisi, finanziamenti e verifiche periodiche. Una dichiarazione priva di strumenti di attuazione rischierebbe invece di aggiungersi ai numerosi documenti internazionali rimasti senza effetti sul terreno.
I principali ostacoli al processo
Il primo ostacolo è l'assenza di una sufficiente volontà politica tra le parti direttamente coinvolte. La comunità internazionale può offrire incentivi e garanzie, ma non può imporre facilmente un accordo sostenibile senza la partecipazione dei governi e delle popolazioni interessate.
Il secondo è il progressivo mutamento del territorio. Ogni nuovo insediamento, demolizione o infrastruttura separata modifica le condizioni del futuro negoziato e può rendere più difficile la delimitazione di uno Stato palestinese continuo.
Il terzo riguarda le organizzazioni armate e il rischio di nuovi attentati. Un singolo attacco con numerose vittime potrebbe interrompere il dialogo, rafforzare le posizioni più radicali e giustificare nuove operazioni militari.
Il quarto è la crisi di fiducia. Israeliani e palestinesi dubitano delle intenzioni dell'altra parte e della capacità degli accordi di garantire sicurezza e diritti. Questa sfiducia non può essere superata soltanto con formule diplomatiche, ma richiede risultati progressivi e misure verificabili.
I segnali da osservare dopo la riunione
Il primo elemento da valutare sarà l'eventuale pubblicazione di un documento finale. Il testo potrà indicare se i partecipanti si sono limitati a riaffermare principi già noti o se hanno concordato scadenze, responsabilità e impegni finanziari.
Sarà importante verificare il linguaggio dedicato a Gaza, agli ostaggi, ad Hamas e al ruolo dell'Autorità palestinese. Formulazioni condivise su questi temi mostrerebbero un livello significativo di convergenza tra Paesi europei e arabi.
Un altro segnale riguarderà la Cisgiordania. Eventuali iniziative coordinate contro la violenza dei coloni, l'annessione o l'espansione degli insediamenti indicherebbero la volontà di proteggere concretamente la fattibilità territoriale dei due Stati.
Infine, occorrerà osservare quali Paesi parteciperanno ai passaggi successivi e quali risorse saranno messe a disposizione. La capacità di coinvolgere Stati Uniti, partner europei, governi arabi e organizzazioni internazionali sarà decisiva per trasformare la riunione di Roma in un processo duraturo.
Roma prova a riaprire uno spazio politico
L'incontro presieduto da Italia e Arabia Saudita nasce dalla consapevolezza che la semplice gestione delle emergenze non può sostituire una soluzione politica. Aiuti umanitari, tregue e missioni di sicurezza sono indispensabili, ma restano strumenti temporanei se non vengono collegati a una prospettiva di sovranità palestinese e sicurezza israeliana.
La soluzione dei due Stati continua a essere il riferimento internazionale più condiviso, ma la sua sopravvivenza dipende da scelte immediate. Proteggere la continuità della Cisgiordania, definire il futuro di Gaza, riformare le istituzioni palestinesi e costruire garanzie per Israele sono condizioni che non possono essere rinviate indefinitamente.
Il vertice di Roma non eliminerà le profonde divisioni esistenti, ma può contribuire a impedire che la diplomazia venga completamente sostituita dalla forza. Il suo valore sarà misurato non dalla solennità degli interventi, bensì dalla capacità di generare azioni concrete nei giorni e nei mesi successivi.
Secondo voi, la riunione di Roma potrà rilanciare davvero la soluzione dei due Stati, oppure le condizioni politiche e territoriali sono ormai troppo compromesse? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione sul ruolo che Italia, Arabia Saudita e comunità internazionale dovrebbero assumere.

