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Primo zucchero nello spazio: l’eritrulosio riscrive la chimica interstellare

Per la prima volta è stato identificato un vero zucchero nello spazio interstellare. La molecola si chiama eritrulosio ed è stata rilevata in una vasta nube di gas e polveri situata vicino al centro della Via Lattea. La scoperta dimostra che una chimica organica sorprendentemente complessa può svilupparsi prima ancora della nascita di stelle, pianeti, oceani e ambienti biologici.
Il risultato non costituisce una prova dell'esistenza di vita extraterrestre e non dimostra che la vita sulla Terra sia arrivata dallo spazio. Mostra, però, che alcuni ingredienti potenzialmente utili alla chimica prebiotica possono formarsi in ambienti cosmici estremi e diventare parte del materiale dal quale nascono asteroidi, comete e sistemi planetari.
La ricerca unisce osservazioni radioastronomiche, misurazioni spettroscopiche di laboratorio, calcoli di chimica quantistica e simulazioni dei processi che avvengono sulle particelle di polvere ricoperte di ghiaccio. È proprio l'integrazione di questi strumenti ad avere permesso di riconoscere l'eritrulosio tra le numerosissime molecole presenti nella nube osservata.

La prima rilevazione di un vero zucchero nel mezzo interstellare

La scoperta riguarda l'eritrulosio, un monosaccaride formato da quattro atomi di carbonio, otto di idrogeno e quattro di ossigeno. La sua formula chimica è C4H8O4. Appartiene alla famiglia dei chetosi, cioè zuccheri che contengono un gruppo chetonico, ed è più precisamente un chetotetrosio perché possiede uno scheletro composto da quattro atomi di carbonio.
In passato nello spazio erano già state individuate molecole strettamente collegate agli zuccheri. La più nota è la glicolaldeide, spesso indicata nella divulgazione come lo zucchero più semplice. Dal punto di vista strutturale, tuttavia, la glicolaldeide è un'idrossialdeide e non viene considerata un vero saccaride secondo la definizione chimica più rigorosa.
L'eritrulosio supera questa distinzione: è il primo monosaccaride autentico identificato nel mezzo interstellare. Il risultato rappresenta quindi un passaggio qualitativo rispetto alle precedenti osservazioni di molecole simili agli zuccheri o di composti utilizzabili come loro precursori.
Con quattordici atomi complessivi, l'eritrulosio è anche la più grande molecola non ciclica finora identificata nel mezzo interstellare. È inoltre la prima molecola astronomicamente rilevata in questo ambiente a contenere quattro atomi di ossigeno, un dato che evidenzia il livello di complessità raggiungibile dalla chimica cosmica.

La nube molecolare vicino al centro della Via Lattea

La molecola è stata individuata nella nube denominata G+0.693−0.027, abbreviata in G+0.693. Si trova nella regione del centro galattico, a circa 8,2 kiloparsec dalla Terra, una distanza equivalente a quasi 27.000 anni luce.
G+0.693 è considerata uno dei più ricchi serbatoi molecolari conosciuti nella Via Lattea. Al suo interno sono già state riconosciute numerose specie organiche complesse, comprese molecole interessanti per lo studio della chimica che potrebbe avere preceduto la comparsa dei primi sistemi biologici.
La nube non ospita una popolazione intensa di stelle appena nate paragonabile a quella di altre regioni di formazione stellare. Ciò la rende particolarmente interessante perché la sua complessità chimica non dipende necessariamente dal forte riscaldamento prodotto da una giovane stella centrale.
L'ambiente rimane estremamente diverso da qualsiasi laboratorio terrestre. Le temperature delle polveri sono molto basse, la densità della materia è ridotta rispetto agli standard terrestri e le particelle sono esposte a raggi cosmici, radiazione ultravioletta e collisioni tra nubi. Nonostante queste condizioni, gli atomi e le molecole riescono a incontrarsi e a produrre composti sempre più articolati.

Come è stata riconosciuta una molecola così lontana

Gli astronomi non hanno osservato direttamente cristalli o gocce di eritrulosio. La molecola è stata identificata attraverso la sua impronta radio, cioè l'insieme caratteristico delle frequenze emesse o assorbite durante i movimenti di rotazione.
Ogni molecola possiede una distribuzione particolare di massa, legami e geometrie. Quando ruota nello spazio, può passare da uno stato energetico a un altro emettendo radiazione a frequenze molto precise. Queste righe funzionano come un codice identificativo che permette di distinguere una sostanza dalle altre.
Per trovare l'eritrulosio sono stati utilizzati il radiotelescopio da 40 metri di Yebes, in Spagna, e il radiotelescopio IRAM da 30 metri situato nella Sierra Nevada. Le osservazioni hanno coperto un intervallo molto ampio dello spettro radio, comprendendo finestre atmosferiche associate alle lunghezze d'onda di sette, tre e due millimetri.
L'ampiezza della rilevazione è stata essenziale perché una singola riga potrebbe coincidere casualmente con quella di un'altra molecola. L'identificazione diventa molto più robusta quando diverse transizioni spettrali, previste alle giuste frequenze e con intensità coerenti, compaiono contemporaneamente nei dati astronomici.

Diciassette transizioni compatibili con l'eritrulosio

L'analisi ha individuato dodici gruppi di righe attribuibili all'eritrulosio, corrispondenti complessivamente a diciassette transizioni molecolari. Sei gruppi sono stati classificati come prevalentemente liberi dalla sovrapposizione con altre specie, mentre gli altri risultavano parzialmente mescolati con segnali già conosciuti o non ancora identificati.
La presenza contemporanea delle righe più pulite riduce fortemente la possibilità di un allineamento casuale. La probabilità stimata che sei transizioni indipendenti coincidano per caso con le frequenze e con la velocità della nube è risultata di circa lo 0,2%.
Gli astronomi hanno inoltre costruito un modello che comprende più di 180 specie molecolari e i relativi isotopologi presenti nella nube. Il contributo previsto dell'eritrulosio ha riprodotto la forma e l'intensità dei segnali osservati, rafforzando ulteriormente l'identificazione.
La temperatura di eccitazione ricavata dall'analisi è di circa 11 kelvin, con un'incertezza inferiore a due kelvin. Non si tratta necessariamente della temperatura fisica di ogni componente della nube, ma del valore che descrive la distribuzione delle molecole tra i diversi livelli rotazionali osservati.

Il laboratorio ha fornito l'impronta necessaria

La rilevazione astronomica non sarebbe stata possibile senza conoscere in anticipo lo spettro rotazionale dell'eritrulosio. Per cercare una molecola nello spazio bisogna sapere con grande precisione a quali frequenze dovrebbe apparire.
Gli zuccheri sono difficili da studiare con le tecniche spettroscopiche tradizionali perché possono essere termicamente fragili e fortemente igroscopici, cioè capaci di assorbire facilmente l'umidità. Queste caratteristiche complicano la vaporizzazione controllata necessaria per misurare il comportamento della molecola isolata in fase gassosa.
Il problema è stato superato attraverso una tecnica di vaporizzazione laser ultrarapida. La misurazione di laboratorio ha permesso di determinare l'impronta del conformero aperto a minore energia dell'eritrulosio e di calcolare le frequenze alle quali cercarlo nei dati dei radiotelescopi.
Il laboratorio, quindi, non ha rappresentato un'alternativa all'osservazione astronomica, ma ne ha fornito la chiave interpretativa. Il confronto tra il catalogo sperimentale e il segnale ricevuto dalla nube ha consentito di assegnare le righe radio alla molecola corretta.

Quanto eritrulosio è presente nella nube

La densità colonnare stimata è di circa 8,7 × 1013 molecole per centimetro quadrato lungo la linea di osservazione. Questo numero apparentemente enorme deve essere interpretato considerando la vastità della nube e la quantità molto maggiore di idrogeno molecolare presente nello stesso spazio.
L'abbondanza frazionaria dell'eritrulosio rispetto all'idrogeno molecolare è stata calcolata in circa 6,4 × 10−10. In termini semplificati, si tratta di una molecola rara: all'incirca sei molecole di eritrulosio ogni dieci miliardi di molecole di idrogeno.
La rarità non riduce l'importanza della scoperta. In radioastronomia molte molecole complesse vengono identificate in concentrazioni estremamente basse. Ciò che conta è dimostrare che una determinata struttura chimica possa formarsi, sopravvivere e diventare osservabile in un ambiente interstellare.
In modo sorprendente, l'eritrulosio sembra risultare almeno otto volte più abbondante degli analoghi zuccheri a tre atomi di carbonio cercati nella stessa nube. La gliceraldeide e il diidrossiacetone non sono stati rilevati e per entrambi sono stati stabiliti soltanto limiti superiori.

Un risultato inatteso nella scala della complessità

Normalmente, all'interno di una stessa famiglia chimica, l'aggiunta di un atomo di carbonio tende a rendere le molecole meno abbondanti. La formazione richiede infatti più passaggi e aumenta il numero delle possibili reazioni concorrenti. La relativa abbondanza dell'eritrulosio a quattro carboni rispetto agli zuccheri a tre carboni rappresenta quindi un risultato inatteso.
Una possibile spiegazione riguarda la diversa resistenza alla fotodissociazione. Le molecole più grandi possiedono un numero maggiore di modalità attraverso le quali distribuire l'energia assorbita, mentre quelle più piccole potrebbero rompersi con maggiore facilità dopo l'interazione con la radiazione ultravioletta.
Non è però ancora possibile considerare questa spiegazione definitiva. I modelli dipendono da velocità di reazione, probabilità di ramificazione e tassi di distruzione non sempre misurabili direttamente alle condizioni dello spazio interstellare.
Anche le reazioni nella fase gassosa potrebbero modificare le abbondanze osservate. Alcuni zuccheri possono essere distrutti rapidamente dopo essere stati liberati dai ghiacci, mentre altri potrebbero aderire nuovamente alle particelle di polvere e diventare più difficili da rilevare.

La fabbrica chimica sulle particelle di polvere

Le molecole complesse potrebbero formarsi principalmente sulla superficie di minuscoli granelli di polvere interstellare. Nelle regioni fredde, questi granelli vengono rivestiti da strati di ghiaccio composti soprattutto da acqua, monossido di carbonio, anidride carbonica, metanolo e altre sostanze semplici.
Le superfici ghiacciate svolgono una funzione essenziale perché trattengono le molecole e aumentano la probabilità che si incontrino. Nello spazio vuoto, due particelle possono attraversare enormi distanze senza reagire; sulla superficie di un ghiaccio cosmico, invece, possono rimanere vicine abbastanza a lungo da formare nuovi legami.
Raggi cosmici e radiazione ultravioletta possono spezzare alcuni legami, generando radicali chimici molto reattivi. Questi frammenti si spostano sulla superficie e si ricombinano, producendo strutture più grandi rispetto alle molecole originarie.
Il ghiaccio non è quindi soltanto un deposito passivo. Può agire come un vero laboratorio interstellare, nel quale basse temperature, radiazione e lunghissimi intervalli temporali consentono percorsi chimici difficili da riprodurre negli ambienti ordinari della Terra.

Da aldeidi e alcoli semplici a uno zucchero complesso

I calcoli indicano che l'eritrulosio potrebbe originarsi a partire da due molecole più semplici già note nello spazio: la glicolaldeide e il glicole etilenico. La prima contiene un gruppo aldeidico e due atomi di carbonio; il secondo è un alcol dotato anch'esso di due atomi di carbonio.
La formazione proposta non consiste nella semplice unione diretta delle due molecole intatte. Atomi di idrogeno e radiazioni possono sottrarre idrogeno dai precursori, creando due radicali. Quando questi frammenti reattivi si incontrano nella geometria corretta, i rispettivi atomi di carbonio possono unirsi e produrre lo scheletro a quattro carboni dell'eritrulosio.
I calcoli di chimica quantistica sono stati eseguiti considerando la reazione sulla superficie di acqua solida amorfa, una rappresentazione realistica dei ghiacci che ricoprono le polveri interstellari. Alcuni passaggi risultano favoriti anche alle basse temperature delle nubi grazie all'effetto tunnel quantistico.
Il tunnelling permette a particelle molto leggere, come gli atomi di idrogeno, di superare barriere energetiche che sarebbero difficili da oltrepassare secondo una descrizione puramente classica. Il fenomeno rende possibili reazioni significative anche quando il ghiaccio si trova a pochi gradi sopra lo zero assoluto.

Il ruolo delle simulazioni astrochimiche

Il percorso teorico è stato inserito in simulazioni cinetiche Monte Carlo che riproducono la crescita degli strati ghiacciati durante l'evoluzione di una nube molecolare. Il modello segue statisticamente l'arrivo, il movimento, la reazione e la distruzione delle particelle sulla superficie dei granelli.
Le simulazioni hanno incluso zuccheri a tre e quattro atomi di carbonio, aldeidi, alcoli e diversi radicali. Sono state considerate reazioni di idrogenazione, sottrazione di idrogeno, ricombinazione e fotodissociazione ultravioletta.
La temperatura della polvere è stata fissata a circa 20 kelvin, coerentemente con le osservazioni della nube G+0.693. Sono stati analizzati diversi livelli di ionizzazione prodotti dai raggi cosmici, compresi valori molto superiori alla media galattica e compatibili con l'ambiente del centro della Via Lattea.
In una parte rilevante delle simulazioni, l'eritrulosio è risultato lo zucchero a quattro carboni prodotto con maggiore efficienza. Il modello è riuscito inoltre a riprodurre le abbondanze osservate entro il margine di un ordine di grandezza comunemente considerato accettabile nell'astrochimica.

Come la molecola passa dal ghiaccio al gas

I radiotelescopi hanno rilevato l'eritrulosio nella fase gassosa, ma i modelli indicano che potrebbe essersi formato sul ghiaccio. È quindi necessario spiegare come la molecola sia stata liberata dalla superficie delle polveri.
G+0.693 è interessata da collisioni e movimenti turbolenti capaci di produrre onde d'urto a velocità relativamente basse su scala astronomica, intorno a venti chilometri al secondo. Questi fenomeni possono colpire i granelli e staccare una parte del materiale congelato attraverso un processo chiamato sputtering.
Soltanto una frazione dei ghiacci potrebbe essere trasferita nel gas. Gli zuccheri risultano relativamente refrattari e possono rimanere legati alle superfici più tenacemente rispetto a composti maggiormente volatili.
Dopo il rilascio, alcune molecole possono essere distrutte da reazioni con ioni oppure tornare rapidamente sui granelli a causa della bassa temperatura. L'abbondanza osservata nel gas rappresenta quindi soltanto una parte dell'inventario chimico complessivo della nube.

Gli esperimenti sui ghiacci interstellari analoghi

La nuova ricerca è sostenuta anche da precedenti esperimenti di laboratorio nei quali miscele semplici vengono congelate a temperature estremamente basse e irradiate con luce ultravioletta o particelle energetiche.
Questi test hanno mostrato che ghiacci contenenti acqua, metanolo, monossido di carbonio, anidride carbonica o glicole etilenico possono produrre zuccheri e derivati, tra cui alcoli zuccherini e acidi degli zuccheri.
Gli esperimenti non riproducono integralmente milioni di anni di evoluzione cosmica, ma consentono di verificare se determinate reazioni siano fisicamente e chimicamente possibili. La loro coerenza con le osservazioni e con i modelli teorici rafforza l'ipotesi della formazione sui granelli ghiacciati.
La scoperta dell'eritrulosio rappresenta dunque il punto d'incontro di tre linee di prova: la molecola è stata osservata nello spazio, la sua impronta è stata misurata sulla Terra e possibili meccanismi di sintesi abiotica sono stati riprodotti o simulati in condizioni analoghe.

Perché gli zuccheri sono importanti per la vita

Gli zuccheri non servono soltanto a fornire energia. Nella biologia terrestre svolgono funzioni strutturali e partecipano alla costruzione delle molecole che conservano le informazioni genetiche.
Il ribosio forma lo scheletro dell'RNA, mentre il desossiribosio svolge la stessa funzione nel DNA. Altri carboidrati partecipano al metabolismo, alla formazione delle membrane, all'immagazzinamento dell'energia e alla costruzione di strutture cellulari. La disponibilità di monosaccaridi è quindi uno dei problemi centrali nello studio dell'origine della vita.
Gli esperimenti che tentano di ricostruire la chimica della Terra primitiva possono produrre miscele di zuccheri, ma ottenere quantità sufficienti, selettive e stabili rimane difficile. La possibilità che una parte del materiale fosse già presente in meteoriti e comete offre una fonte aggiuntiva da considerare.
Ciò non significa che l'eritrulosio sia un componente diretto del DNA o dell'RNA. La molecola individuata possiede quattro atomi di carbonio, mentre il ribosio ne contiene cinque. Il suo interesse deriva dalla possibilità di partecipare a reti chimiche capaci di generare strutture utili ai primi sistemi di replicazione.

Dall'eritrulosio al treosio in presenza di acqua

L'eritrulosio è un chetoso e, in un ambiente acquoso, può trasformarsi attraverso processi di isomerizzazione nei corrispondenti aldosi, il treosio e l'eritrosio. Queste molecole condividono la stessa formula generale, ma differiscono nella posizione del gruppo carbonilico e nella disposizione degli atomi.
Il treosio è particolarmente interessante perché può formare lo scheletro di un tipo sperimentale di acido nucleico denominato TNA, dall'inglese threose nucleic acid. Il TNA è più semplice dell'RNA perché utilizza uno zucchero a quattro atomi di carbonio invece del ribosio a cinque.
In laboratorio, il TNA è capace di immagazzinare informazioni e di appaiarsi con filamenti complementari. Per questa ragione è stato proposto come uno dei possibili sistemi precedenti all'RNA nell'evoluzione della chimica prebiotica.
Non esistono prove che il TNA abbia realmente preceduto l'RNA sulla Terra. La scoperta cosmica mostra però che un possibile precursore del suo zucchero può formarsi senza l'intervento di organismi, ampliando il numero degli scenari compatibili con un mondo pre-RNA.

Una molecola chirale nello spazio

L'eritrulosio è una molecola chirale: può esistere in due forme speculari che possiedono la stessa composizione, ma non possono essere sovrapposte, in modo simile alla mano destra e alla mano sinistra.
La chiralità è uno dei grandi temi dell'origine della vita perché i sistemi biologici terrestri utilizzano prevalentemente una sola orientazione per molte classi di molecole. Gli amminoacidi delle proteine sono quasi tutti di tipo sinistro, mentre gli zuccheri biologici mostrano prevalentemente la configurazione opposta. Questa selezione viene definita omochiralità biologica.
L'eritrulosio è soltanto la seconda molecola chirale individuata nel mezzo interstellare. La prima era stata l'ossido di propilene, identificato nel 2016. La nuova rilevazione dimostra che la complessità stereochimica può svilupparsi anche prima della formazione dei pianeti.
Le osservazioni radioastronomiche effettuate non distinguono però le due immagini speculari dell'eritrulosio. Il meccanismo proposto sui ghiacci produrrebbe in assenza di influenze esterne una miscela con quantità uguali dei due enantiomeri. Non è quindi stato misurato un eccesso dell'una o dell'altra forma.

Dalle nubi molecolari ad asteroidi e comete

Le nubi interstellari rappresentano il materiale dal quale possono formarsi nuove stelle e dischi protoplanetari. Una parte delle molecole presenti sui granelli di polvere può sopravvivere al collasso della nube, essere incorporata nei planetesimi e infine entrare nella composizione di asteroidi e comete.
Zuccheri e composti correlati sono stati individuati in diverse meteoriti carbonacee. Ribosio, glucosio e altri monosaccaridi sono stati trovati anche nei campioni incontaminati dell'asteroide Bennu riportati sulla Terra dalla missione OSIRIS-REx.
Questi risultati non dimostrano che tutti gli zuccheri degli asteroidi siano stati prodotti direttamente nello spazio interstellare. Alcuni possono essersi formati o trasformati successivamente attraverso reazioni avvenute in presenza di acqua all'interno dei corpi progenitori.
La scoperta dell'eritrulosio aggiunge però una prova importante: almeno un vero zucchero può esistere già nel mezzo interstellare. Il materiale iniziale dei sistemi planetari può quindi comprendere molecole più complesse di quanto fosse stato dimostrato finora.

Il possibile contributo alla Terra primitiva

Durante le prime fasi del Sistema solare, la Terra venne colpita da numerosi asteroidi e comete. Questi corpi potrebbero avere trasportato acqua, composti organici e molecole utili alle reazioni prebiotiche.
Utilizzando l'abbondanza osservata nella nube e alcune stime sulla quantità di materia extraterrestre arrivata sulla Terra, gli autori hanno calcolato che tra circa mezzo miliardo e cinquanta miliardi di chilogrammi di eritrulosio potrebbero essere stati consegnati al giovane pianeta.
Questa valutazione presenta un'incertezza molto ampia e non deve essere interpretata come una misurazione diretta. Dipende dalla quantità di materia caduta sulla Terra, dal contenuto d'acqua dei meteoriti, dalla composizione della nube originaria e dalla capacità delle molecole di sopravvivere durante il viaggio e l'impatto.
Anche l'esistenza di una fase nettamente delimitata chiamata intenso bombardamento tardivo, tradizionalmente collocata tra 4,1 e 3,9 miliardi di anni fa, rimane discussa. Il calcolo serve soprattutto a mostrare che il contributo extraterrestre potrebbe essere stato chimicamente rilevante, non a stabilire una quantità definitiva.

La sopravvivenza durante gli impatti

Per avere un ruolo sulla Terra primitiva, una molecola prodotta nello spazio deve superare numerosi passaggi: incorporazione in un corpo solido, esposizione alla radiazione cosmica, ingresso nell'atmosfera e collisione con la superficie. Gli impatti possono raggiungere temperature e pressioni capaci di distruggere molte molecole organiche.
Esperimenti precedenti indicano tuttavia che la glicolaldeide, alcuni zuccheri semplici e diversi loro derivati possono sopravvivere almeno parzialmente a condizioni analoghe a quelle di un impatto meteoritico.
La sopravvivenza non deve essere totale per risultare significativa. Anche una piccola percentuale di materiale conservato, moltiplicata per il grande numero di impatti avvenuti nel corso di milioni di anni, potrebbe aumentare l'inventario organico disponibile sulla superficie terrestre.
Una volta raggiunti ambienti contenenti acqua, minerali e fonti di energia, questi composti avrebbero potuto reagire ulteriormente. Lo spazio avrebbe quindi fornito materie prime, mentre la successiva evoluzione prebiotica sarebbe proseguita sulla Terra.

La scoperta non dimostra che la vita venga dallo spazio

L'individuazione di uno zucchero interstellare non deve essere confusa con la panspermia, l'ipotesi secondo cui organismi o forme di vita sarebbero stati trasportati tra differenti mondi.
La ricerca riguarda molecole prodotte attraverso processi abiotici, cioè senza alcun intervento biologico. L'eritrulosio può formarsi mediante reazioni chimiche tra composti semplici presenti sui ghiacci cosmici.
Uno zucchero è soltanto uno dei numerosi ingredienti necessari. La vita richiede sistemi capaci di mantenere un metabolismo, conservare informazioni, riprodursi, utilizzare energia ed evolvere. La presenza di una molecola prebiotica non dimostra che questi processi siano comparsi nella nube osservata.
Il risultato indica piuttosto che la chimica precedente alla vita potrebbe iniziare molto prima della formazione di un pianeta abitabile. Una parte del lavoro necessario per costruire molecole organiche complesse può avvenire nello spazio profondo.

Non è lo zucchero utilizzato in cucina

La parola "zucchero" richiama comunemente il saccarosio impiegato nell'alimentazione, ma l'eritrulosio è una molecola diversa. Il saccarosio è formato dall'unione di glucosio e fruttosio e possiede dodici atomi di carbonio; l'eritrulosio è invece un monosaccaride a quattro carboni.
Sulla Terra l'eritrulosio è presente in alcuni frutti e viene impiegato anche in formulazioni cosmetiche autoabbronzanti. Queste applicazioni non hanno alcun rapporto diretto con la sua rilevanza astronomica.
Gli astronomi non hanno rilevato una sostanza dolce concentrata o una nube paragonabile a un alimento. Hanno identificato quantità estremamente diluite di singole molecole disperse in una regione composta soprattutto da gas e polvere.
La definizione di zucchero descrive una precisa struttura chimica, non una percezione del gusto. In un ambiente quasi vuoto, freddissimo e distante migliaia di anni luce, la dolcezza non è una caratteristica osservabile né scientificamente rilevante.

Perché la rilevazione è arrivata soltanto adesso

La difficoltà non dipende necessariamente dall'assenza degli zuccheri nello spazio. Queste molecole sono fragili, rare e possiedono spettri complessi, mentre le nubi ricche di composti organici producono una vera foresta di righe radio.
Fino a pochi anni fa mancavano misurazioni sufficientemente precise degli spettri rotazionali di diversi monosaccaridi. Senza una banca dati affidabile, i segnali cosmici non potevano essere attribuiti con sicurezza alla molecola cercata.
I nuovi ricevitori a larga banda consentono inoltre di registrare simultaneamente intervalli di frequenza molto più estesi. L'aumento della sensibilità permette di individuare emissioni di pochi millesimi di kelvin che in precedenza sarebbero rimaste sommerse nel rumore strumentale.
La scoperta deriva quindi tanto dalla chimica cosmica quanto dal progresso delle tecnologie terrestri. Molecole presenti da milioni o miliardi di anni diventano visibili soltanto quando laboratori, telescopi e software raggiungono la precisione necessaria.

I limiti ancora aperti della ricerca

Il meccanismo di formazione proposto è coerente con i dati, ma non è stato osservato direttamente mentre avveniva nella nube. I ricercatori hanno ricostruito la via più plausibile utilizzando calcoli quantistici, esperimenti precedenti e simulazioni cinetiche.
Le velocità di alcune reazioni alle temperature interstellari rimangono incerte. Non tutti i possibili processi di formazione e distruzione sono inclusi nelle attuali reti astrochimiche, che devono necessariamente semplificare una realtà estremamente complessa.
Anche il trasferimento dal ghiaccio al gas è difficile da quantificare. La quantità osservata potrebbe rappresentare una piccola frazione di quella realmente presente sulle polveri oppure essere stata modificata da processi successivi alla desorbizione.
La rilevazione riguarda una singola nube particolarmente ricca di molecole. Non è ancora possibile stabilire quanto l'eritrulosio sia diffuso nel resto della Via Lattea, nei dischi protoplanetari o nei sistemi stellari simili a quello in cui si formò il Sole.

La ricerca dei prossimi zuccheri cosmici

Il passo successivo sarà cercare l'eritrulosio in altre nubi e individuare monosaccaridi ancora più direttamente collegati alla biologia, come il ribosio. Una rilevazione simile sarebbe particolarmente importante perché il ribosio forma lo scheletro dell'RNA.
Gli astronomi continueranno anche la ricerca di gliceraldeide, diidrossiacetone, treosio ed eritrosio. Confrontare le rispettive abbondanze permetterà di verificare se i modelli descrivono correttamente le reazioni sui ghiacci.
Un'altra questione riguarda la chiralità. Tecniche osservative future potrebbero cercare segnali capaci di stabilire se gli ambienti cosmici producano piccoli eccessi di uno specifico enantiomero, contribuendo a spiegare l'origine dell'orientazione molecolare utilizzata dalla vita terrestre.
Il miglioramento dei cataloghi spettroscopici sarà altrettanto decisivo. Prima di cercare un nuovo zucchero nel cielo sarà necessario misurarne con precisione l'impronta in laboratorio, trasformando ogni possibile molecola in una serie riconoscibile di frequenze radio.

Una nuova tappa nella storia chimica dell'Universo

La scoperta dell'eritrulosio interstellare sposta più indietro il momento nel quale può iniziare la costruzione di molecole biologicamente interessanti. Gli zuccheri non devono necessariamente attendere la presenza di un pianeta caldo, di acqua liquida in superficie o di un'atmosfera stabile.
Una parte della loro chimica può svilupparsi sui granelli ghiacciati di una nube fredda, essere conservata durante la nascita di una stella e passare negli asteroidi e nelle comete di un nuovo sistema planetario.
La ricerca non risolve il mistero dell'origine della vita, ma restringe una delle sue domande fondamentali: da dove provenivano le materie prime necessarie ai primi sistemi metabolici e replicativi? La risposta potrebbe comprendere una combinazione di chimica terrestre e contributi extraterrestri.
Il dato più rilevante non è che lo spazio contenga qualcosa di "dolce", ma che ambienti apparentemente ostili riescano a produrre una molecola con quattro atomi di carbonio, quattro di ossigeno e una struttura chirale. La distanza tra la chimica semplice e gli ingredienti della vita appare così meno netta di quanto si potesse immaginare.

Dai ghiacci cosmici alle domande sull'origine della vita

L'eritrulosio rappresenta il primo vero zucchero osservato tra le stelle e una delle molecole non cicliche più complesse mai riconosciute nel mezzo interstellare. La sua identificazione è stata possibile grazie alla combinazione di osservazioni ultrasensibili, spettroscopia di laboratorio e modelli delle reazioni sui ghiacci.
La molecola potrebbe formarsi dall'unione di radicali derivati da glicolaldeide e glicole etilenico, essere liberata nel gas dalle onde d'urto e successivamente entrare nel materiale destinato a formare asteroidi e comete.
In presenza di acqua può trasformarsi in altri zuccheri a quattro carboni potenzialmente interessanti per la chimica degli acidi nucleici. Il passaggio resta ipotetico sul piano storico, ma offre un nuovo collegamento verificabile tra il mezzo interstellare e gli scenari prebiotici della Terra primitiva.
Voi considerate questa scoperta un indizio convincente del fatto che gli ingredienti della vita possano essere comuni nella Via Lattea? Lasciate un commento e raccontate quale aspetto vi incuriosisce maggiormente: la formazione nei ghiacci, il possibile viaggio attraverso gli asteroidi oppure la ricerca di zuccheri ancora più complessi.

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