Nepal, il clima ha favorito il collasso glaciale: cosa dice lo studio
Il cambiamento climatico causato dalle attività umane ha contribuito a creare le condizioni che hanno reso più probabile il catastrofico collasso di roccia e ghiaccio avvenuto il 26 agosto 2026 sul Langtang Lirung, nell'Himalaya. È la conclusione principale di una nuova analisi scientifica internazionale pubblicata il 17 settembre, tre settimane dopo il disastro che ha provocato oltre 1.300 morti accertati in Nepal, migliaia di dispersi e gravissimi danni anche nell'area di confine con il Tibet.
La conclusione deve però essere espressa con precisione. Gli scienziati non sostengono che il riscaldamento globale sia stato l'unica causa del collasso, né affermano di aver dimostrato che l'evento non sarebbe avvenuto in un mondo senza cambiamento climatico. La montagna era interessata da una combinazione di fattori climatici e geologici, compresa la possibile eredità del terremoto del 2015.
Ciò che l'analisi dimostra con maggiore solidità è che il riscaldamento provocato principalmente dall'utilizzo di combustibili fossili ha modificato profondamente il sistema glaciale e il permafrost della regione. Ghiacciai più sottili, roccia precedentemente congelata che si scongela e maggiori quantità di acqua di fusione possono indebolire i versanti e aumentare la probabilità di grandi frane di roccia e ghiaccio.
Il disastro del 26 agosto
Poco dopo le 8:37 del mattino del 26 agosto 2026, una gigantesca massa di roccia e ghiaccio si è staccata dal versante settentrionale del Langtang Lirung, una montagna di 7.227 metri situata nel Nepal centro-settentrionale vicino al confine cinese.
La massa è precipitata per circa 1.200 metri nella valle del Lhende Khola, disgregandosi in roccia frantumata, ghiaccio, acqua e sedimenti.
Il materiale ha successivamente alimentato un enorme flusso di detriti che ha percorso il sistema fluviale verso Rasuwagadhi, il Bhote Koshi e il Trishuli, investendo comunità, infrastrutture e vie di comunicazione.
Non fu una normale alluvione da pioggia
Uno degli aspetti più importanti della ricostruzione è l'assenza di una precipitazione sufficiente a spiegare la dimensione dell'alluvione improvvisa.
I dati meteorologici non mostrano infatti un evento di pioggia estrema capace di generare da solo la piena osservata.
Il flusso è nato dalla montagna: ghiaccio, roccia, acqua di fusione e sedimenti hanno prodotto una cascata di eventi completamente diversa da un'alluvione tradizionale innescata da un temporale.
Non fu neppure un classico GLOF
Il disastro è stato inizialmente descritto in alcuni resoconti come una possibile glacial lake outburst flood, cioè l'improvviso svuotamento di un lago glaciale.
Le analisi successive indicano però che questa definizione non è tecnicamente corretta. Non è stato individuato un lago glaciale come punto di origine dell'evento.
La definizione più appropriata è quella di valanga di roccia e ghiaccio trasformata successivamente in un debris flow, un flusso estremamente rapido composto da acqua, fango, sedimenti, ghiaccio e grandi blocchi.
Perché la distinzione è importante
Un GLOF viene monitorato cercando laghi glaciali instabili, dighe moreniche e variazioni del livello dell'acqua.
Una valanga di roccia e ghiaccio nasce invece dall'instabilità di un versante ad alta quota. I segnali precursori possono essere molto più difficili da rilevare.
Confondere i due fenomeni può quindi portare a utilizzare sistemi di allerta progettati per un rischio differente.
La montagna si è scaldata molto più del passato
L'analisi climatica mostra che le temperature di luglio e agosto nella regione sono state eccezionalmente elevate. Il periodo immediatamente precedente al collasso è stato tra i più caldi mai osservati localmente.
In agosto le temperature medie regionali sono risultate circa 5 gradi Celsius superiori alla norma climatica, anche se questa anomalia comprende sia variabilità naturale sia il contributo del riscaldamento globale.
La componente attribuibile al cambiamento climatico causato dall'uomo è stata stimata in circa 1,5 °C durante luglio e agosto.
Su base annuale il segnale è ancora più forte
Osservando le temperature annuali, il riscaldamento attribuibile alle attività umane nella regione raggiunge circa 2 °C.
In alcuni mesi invernali l'aumento osservato rispetto a un clima preindustriale può arrivare a valori ancora superiori.
Le montagne rispondono al riscaldamento in modo complesso perché neve, ghiaccio, permafrost e roccia sono collegati fra loro attraverso processi che si sviluppano su tempi molto differenti.
Il permafrost è una parte invisibile del problema
Il permafrost è terreno o roccia che rimane congelato per almeno due anni consecutivi. Alle quote più elevate dell'Himalaya può interessare anche fessure profonde nelle pareti rocciose.
Il ghiaccio presente nelle fratture può funzionare come una sorta di legame tra blocchi di roccia.
Quando la temperatura aumenta e quel ghiaccio si scioglie, le fratture possono perdere parte della propria coesione e il versante può diventare più instabile.
L'acqua di fusione può aumentare la pressione nelle fratture
Lo scioglimento non agisce soltanto eliminando il ghiaccio cementante.
L'acqua prodotta dalla fusione può penetrare nelle fratture e aumentarne la pressione interna, contribuendo a ridurre ulteriormente la stabilità della parete.
Questo processo dipende dalla geologia locale e non permette di prevedere automaticamente quando avverrà un crollo, ma rappresenta un meccanismo fisico ben conosciuto nelle montagne interessate dal degrado del permafrost.
I ghiacciai della regione si stanno assottigliando
I ghiacciai dell'area hanno perso massa per decenni a un ritmo equivalente a più di mezzo metro di assottigliamento all'anno.
La perdita non modifica soltanto il volume del ghiaccio. Un ghiacciaio esercita anche una pressione sulle pareti e sui versanti confinanti.
Quando la massa diminuisce, cambia la distribuzione degli sforzi meccanici sulla roccia circostante, potenzialmente favorendo l'apertura di fratture già esistenti.
Il Langtang-Lirung arretra più velocemente
Le osservazioni mostrano inoltre un'accelerazione della riduzione dell'estensione del ghiacciaio Langtang-Lirung.
Negli ultimi sedici anni il tasso di arretramento è stato stimato tra circa l'1% e il 2,3% all'anno, molto superiore al ritmo medio ricostruito per i due secoli precedenti.
È un cambiamento rapido su scala glaciologica e modifica progressivamente l'equilibrio tra ghiaccio e pareti rocciose.
La quota dello zero termico sta salendo
Un altro indicatore analizzato è l'altezza dell'isoterma di 0 °C, cioè la quota alla quale la temperatura atmosferica passa mediamente da valori positivi a negativi.
Nelle stagioni monsoniche e post-monsoniche questa soglia si è spostata verso l'alto di circa 100 metri per decennio negli ultimi decenni.
Questo significa che aree montane che in passato rimanevano frequentemente sottozero trascorrono oggi più tempo a temperature che favoriscono fusione del ghiaccio e precipitazioni sotto forma di pioggia.
Più pioggia al posto della neve
Un'atmosfera più calda modifica anche la proporzione tra neve e pioggia.
Alle quote nelle quali una volta le precipitazioni cadevano prevalentemente come neve, temperature più alte possono trasformarle in acqua liquida.
La pioggia penetra più facilmente nel terreno e nelle fratture e può aggiungere acqua a un sistema già interessato dalla fusione glaciale.
L'autunno 2025 aveva portato molta neve
Un ulteriore fattore riguarda le abbondanti nevicate registrate tra ottobre e novembre 2025.
Quella neve ha rappresentato una grande riserva di acqua disponibile per la fusione nei mesi successivi.
Con temperature eccezionalmente elevate nel 2026, la trasformazione di parte di questa neve in acqua può aver contribuito ad aumentare la quantità di liquido presente sul versante.
Il disastro è quindi un evento composto
Gli scienziati parlano di una crisi composta perché nessun singolo fattore spiega interamente ciò che è accaduto.
Assottigliamento del ghiacciaio, fusione del permafrost, acqua di fusione, geologia del versante e possibile eredità sismica possono essersi combinati.
È proprio l'interazione tra questi processi a rendere i grandi disastri di alta montagna particolarmente difficili da attribuire e prevedere.
Il terremoto del 2015 potrebbe avere avuto un ruolo
Nel 2015 il Nepal fu colpito da un terremoto di magnitudo 7,8 che provocò anche una gigantesca valanga di roccia e ghiaccio nell'area del Langtang.
Il sisma può aver lasciato fratture e masse rocciose indebolite che hanno continuato a evolvere negli anni successivi.
Le osservazioni mostrano infatti livelli persistentemente elevati di attività franosa in alcune aree dopo il terremoto.
Ma il ruolo preciso del terremoto non è ancora dimostrato
Gli scienziati sottolineano che l'eventuale contributo del sisma del 2015 al collasso del 2026 resta un'ipotesi plausibile, non una conclusione definitiva.
Dieci anni sono un intervallo nel quale una parete danneggiata può continuare a deformarsi lentamente prima di raggiungere una soglia critica.
Per stabilire il peso reale del terremoto serviranno analisi strutturali del versante e dati sulla posizione delle fratture.
Lo studio non attribuisce direttamente il singolo collasso
È uno dei punti più importanti dell'intera ricerca. Gli autori dichiarano esplicitamente di non aver stabilito se la valanga si sarebbe verificata oppure no in assenza di riscaldamento antropico.
Una simile attribuzione richiederebbe dati sulle temperature interne alla roccia, sulle pressioni dell'acqua nelle fratture e sull'evoluzione meccanica del versante.
Queste informazioni non sono ancora disponibili con una qualità sufficiente per costruire un controfattuale completo.
Che cosa è stato attribuito con maggiore sicurezza
Lo studio attribuisce invece con maggiore robustezza al cambiamento climatico antropico l'aumento delle temperature che ha modificato l'ambiente nel quale il crollo è avvenuto.
In altre parole, gli scienziati non dicono che il clima abbia premuto un interruttore provocando direttamente la frana in un momento preciso.
Dicono che decenni di riscaldamento hanno indebolito alcuni dei sistemi naturali capaci di mantenere stabile il versante, aumentando il rischio di eventi di questo tipo.
È la differenza tra causa e precondizionamento
Il concetto scientifico fondamentale è il precondizionamento.
Una montagna può collassare per una combinazione di fratture geologiche, gravità, acqua e cambiamenti del ghiaccio. Il riscaldamento può modificare lentamente questi fattori senza essere l'unica causa.
Attribuire il precondizionamento significa quindi dimostrare che il sistema è diventato più vulnerabile in un clima più caldo.
Quanto materiale è crollato
La zona interessata dal distacco comprendeva una porzione molto estesa del versante, con circa 2 chilometri quadrati di roccia e ghiaccio coinvolti secondo le prime stime scientifiche.
Un volume così grande possiede un'enorme energia potenziale prima ancora di raggiungere il fondovalle.
La caduta verticale trasforma rapidamente questa energia in velocità, frantumando il materiale e permettendogli di trascinare acqua e sedimenti lungo il percorso.
Il flusso ha raccolto materiale mentre scendeva
Una caratteristica dei debris flow è la capacità di aumentare di volume durante il percorso.
La massa iniziale può raccogliere terra, rocce, acqua di fiume, alberi e infrastrutture, diventando progressivamente più distruttiva.
Questo processo spiega perché un collasso originato in alta montagna possa produrre conseguenze enormi molti chilometri più a valle.
La valle era già vulnerabile
Il sistema Lhende-Bhote Koshi aveva subito nel 2025 un'altra grave alluvione glaciale.
Quell'evento aveva lasciato grandi quantità di sedimenti e materiali instabili lungo il corso d'acqua.
Nel 2026 il nuovo flusso può quindi aver trovato un territorio già predisposto a fornire ulteriore materiale, amplificando la capacità distruttiva.
Il meccanismo del 2025 era però diverso
La catastrofe dell'anno precedente era legata allo svuotamento di un lago glaciale formatosi sul ghiacciaio Purepu in Tibet.
Il 26 agosto 2026, invece, il punto iniziale è stato il collasso di una parete montuosa coperta da ghiaccio.
I due eventi hanno utilizzato in parte lo stesso corridoio fluviale ma sono nati attraverso meccanismi differenti. È un esempio della varietà dei rischi associati alla criosfera himalayana.
Esiste ancora una questione aperta sull'orario del collasso
Gli scienziati stanno discutendo anche una questione tecnica relativa alla sequenza temporale.
La maggior parte delle analisi interpreta un segnale sismico registrato alle 8:37 del 26 agosto come il momento del grande collasso.
Un'altra ricostruzione suggerisce invece che una parte della frana possa essere avvenuta il giorno precedente, formando una diga temporanea e accumulando acqua per molte ore prima della rottura.
Perché questa differenza conta per le allerte
Se la parete fosse collassata istantaneamente alle 8:37, il tempo disponibile per un'allerta preventiva sarebbe stato estremamente ridotto.
Se invece una diga di detriti fosse rimasta presente per 18 o 19 ore, avrebbe potuto teoricamente rappresentare un segnale rilevabile.
Capire quale ricostruzione sia corretta è quindi essenziale per progettare sistemi capaci di individuare eventi simili in futuro.
I tradizionali sensori di pioggia non bastavano
Poiché non si trattava di un'alluvione generata da forti precipitazioni, un sistema basato soltanto sulla pioggia non poteva anticipare adeguatamente l'evento.
Il punto di origine si trovava inoltre oltre i 5.500 metri di quota in una zona priva di residenti e con strumentazione limitata.
Quando il flusso è stato chiaramente riconosciuto a valle, alcune delle località più vicine erano già state investite.
Servono occhi anche sulle pareti delle montagne
Il nuovo rischio richiede un monitoraggio più ampio della criosfera.
Satelliti radar possono misurare spostamenti millimetrici o centimetrici delle pareti; sensori sismici possono rilevare movimenti; stazioni meteorologiche ad alta quota possono fornire dati sulle temperature.
Nessuno di questi strumenti può eliminare completamente l'incertezza, ma combinarli può migliorare la capacità di identificare versanti che stanno diventando instabili.
Il problema è transfrontaliero
La valanga è partita sul versante nepalese ma il sistema fluviale attraversa l'area di confine con la Cina.
Il flusso non rispetta confini amministrativi e può raggiungere comunità situate in Paesi differenti nel giro di minuti.
Per questo gli scienziati chiedono una maggiore condivisione in tempo reale di dati meteorologici, glaciologici, sismici e idrologici.
L'Himalaya si scalda più rapidamente di molte altre regioni
L'alta montagna asiatica è particolarmente sensibile all'aumento della temperatura globale.
La perdita di neve e ghiaccio modifica la quantità di radiazione solare riflessa, mentre la complessa topografia produce risposte locali molto differenti.
Il risultato è che alcune aree possono sperimentare un aumento delle temperature superiore alla media planetaria.
La scomparsa del ghiaccio non rende subito la montagna stabile
Un errore intuitivo consiste nel pensare che, una volta sciolto il ghiaccio, il rischio diminuisca immediatamente.
In realtà il degrado del permafrost può continuare per decenni perché il calore deve penetrare progressivamente all'interno della roccia.
Ciò significa che una parte dell'instabilità provocata dal riscaldamento passato è già incorporata nel futuro, anche se la temperatura globale smettesse improvvisamente di aumentare.
Alcuni rischi sono quindi già "bloccati" nel sistema
Gli autori sottolineano che la risposta dei ghiacciai e del permafrost possiede tempi lunghi.
Le emissioni dei decenni precedenti hanno già prodotto cambiamenti che continueranno a manifestarsi.
Ridurre rapidamente le emissioni può limitare la quantità ulteriore di riscaldamento, ma non può riportare immediatamente i versanti alle condizioni di mezzo secolo fa.
Il disastro supera alcuni limiti dell'adattamento
Il Nepal ha sviluppato sistemi di allerta per diverse categorie di rischio idrogeologico.
Ma un collasso di enorme volume originato in una zona strumentata poco o nulla e trasformato in un flusso distruttivo in pochi minuti può superare le capacità delle misure tradizionali.
Gli scienziati parlano quindi anche di limiti dell'adattamento: esistono eventi talmente rapidi e potenti che non possono essere completamente neutralizzati da un sistema di allarme.
Adattarsi resta comunque essenziale
Dire che esistono limiti non significa rinunciare alla prevenzione.
Monitoraggio dei versanti, pianificazione urbanistica, vie di evacuazione, sistemi di comunicazione e restrizioni alla costruzione nelle zone più esposte possono salvare vite.
La sfida consiste nell'integrare rischi che in passato venivano trattati separatamente: ghiacciai, frane, terremoti, dighe naturali e alluvioni.
Le infrastrutture idroelettriche sono particolarmente esposte
La valle colpita ospita numerosi progetti di energia idroelettrica, alcuni operativi e altri ancora in costruzione.
Le centrali di montagna sono progettate per sfruttare grandi dislivelli e quindi vengono necessariamente costruite in prossimità di fiumi e versanti ripidi.
Questa posizione le rende efficienti dal punto di vista energetico ma esposte a frane, GLOF, debris flow e cambiamenti estremi della portata.
Il cambiamento climatico diventa anche un rischio economico
Quando una centrale, una strada o un ponte viene distrutto, il costo del clima che cambia non è più soltanto ambientale.
Interruzioni dell'elettricità, perdita di collegamenti commerciali e ricostruzione delle infrastrutture possono pesare sui bilanci pubblici di Paesi con risorse limitate.
Il Nepal contribuisce solo in misura molto ridotta alle emissioni globali ma affronta alcune delle conseguenze fisiche più gravi del riscaldamento.
Il numero delle vittime rende l'evento eccezionale
Al momento della pubblicazione della nuova analisi, in Nepal risultavano oltre 1.300 morti confermati e più di 5.000 persone ancora disperse.
Considerando anche le conseguenze nell'area tibetana, alcune valutazioni complessive collocano il numero dei morti intorno o sopra 1.400.
I bilanci possono ancora cambiare perché vaste aree sono state sepolte da fango e detriti e l'identificazione delle vittime richiede tempo.
Migliaia di persone sono state soccorse
Più di 13.000 persone sono state soccorse secondo i dati disponibili durante la preparazione dell'analisi scientifica.
Migliaia hanno ricevuto assistenza medica per ferite o altre conseguenze della catastrofe.
Il numero mostra l'enorme scala delle operazioni necessarie e l'impatto prodotto molto lontano dal punto iniziale del collasso.
Gli effetti psicologici dureranno più delle operazioni di soccorso
Molti bambini e adulti hanno assistito alla distruzione delle proprie comunità e alla perdita di familiari.
Oltre agli interventi su strade e abitazioni, sarà quindi necessario un sostegno alla salute mentale e al recupero psicologico.
Le catastrofi improvvise possono lasciare conseguenze durature anche nelle persone che non hanno riportato ferite fisiche.
Ridurre le emissioni resta parte della prevenzione
Lo studio conclude che limitare il rischio futuro richiede anche una più rapida riduzione delle emissioni da combustibili fossili.
L'obiettivo non è impedire qualsiasi frana — risultato impossibile in montagne geologicamente attive — ma evitare di aggiungere ulteriore riscaldamento a un sistema già fortemente destabilizzato.
Ogni ulteriore incremento della temperatura sposta verso quote più elevate la zona di congelamento e accelera altri processi di fusione.
La prudenza scientifica rafforza il risultato
Una delle caratteristiche più importanti dell'analisi è proprio ciò che gli autori dichiarano di non poter ancora dimostrare.
Non attribuiscono al cambiamento climatico il 100% della responsabilità e non assegnano una probabilità precisa al singolo collasso.
Separano invece le conoscenze robuste — aumento delle temperature, perdita glaciale e degradazione del permafrost — dalle questioni ancora aperte sulla meccanica precisa del versante.
Clima e geologia possono agire insieme
Il Langtang Lirung mostra perché la distinzione tra disastri "climatici" e "geologici" possa essere troppo semplice.
La struttura della roccia, il terremoto del 2015 e la gravità appartengono alla geologia; temperatura, fusione e trasformazione neve-pioggia appartengono al sistema climatico.
Quando questi fattori interagiscono, il risultato può essere un rischio nuovo che nessuna delle due discipline può comprendere completamente da sola.
La lezione del Langtang Lirung
Il disastro del 26 agosto non dimostra che ogni futura frana himalayana sarà provocata dal riscaldamento globale.
Dimostra però che il cambiamento climatico sta trasformando le condizioni fisiche delle alte montagne: ghiacciai più sottili, permafrost degradato, quota dello zero termico più alta e maggiore disponibilità di acqua di fusione.
In presenza di versanti già fragili, questi cambiamenti possono aumentare la probabilità e la severità dei fenomeni di instabilità.
Una montagna diversa significa un rischio diverso
La principale eredità scientifica del disastro è forse la necessità di smettere di considerare la criosfera come un paesaggio statico.
Le montagne stanno cambiando mentre infrastrutture e comunità rimangono spesso progettate sulla base delle condizioni osservate nei decenni precedenti.
La sfida sarà aggiornare mappe, sistemi di allarme e decisioni territoriali alla stessa velocità con cui mutano ghiacciai e permafrost.
Non una causa unica, ma un segnale molto chiaro
La nuova analisi scientifica offre quindi una risposta più complessa della semplice domanda "è stato il cambiamento climatico?".
Il collasso ha avuto più fattori e la sua attribuzione diretta resta oggetto di studio. Ma le condizioni che lo hanno preceduto sono state significativamente modificate dal riscaldamento causato dall'uomo.
Il dato più robusto è proprio questo: la montagna sulla quale il disastro è avvenuto non è più sottoposta allo stesso clima del passato. Capire questa trasformazione sarà essenziale per ridurre il numero di vittime nei futuri eventi dell'Himalaya. Se volete approfondire come permafrost, ghiacciai e aumento delle temperature possano destabilizzare le montagne, lasciate un commento indicando quale meccanismo vorreste vedere spiegato nel dettaglio.

