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L'illusione della vittoria: chi sta vincendo davvero nel caos del Medio Oriente?

Il concetto di vittoria in un conflitto moderno è spesso un miraggio, un termine che cambia significato a seconda dell'interlocutore. Se osserviamo la complessa scacchiera del Medio Oriente, dove si intrecciano le sorti degli Stati Uniti, di Israele e dell'Iran, la domanda su chi stia effettivamente trionfando richiede un'analisi che vada ben oltre il semplice conteggio dei danni materiali o delle postazioni conquistate. La guerra non è più soltanto una questione di confini, ma di sopravvivenza politica, controllo delle risorse energetiche e stabilità del consenso interno.

La strategia del "cambio di passo" americano

Per decenni, le amministrazioni americane — da quelle democratiche a quelle repubblicane — hanno evitato uno scontro frontale diretto con Teheran, preferendo la via delle sanzioni o del contenimento. Tuttavia, l'attuale gestione guidata da Donald Trump ha impresso una svolta radicale, passando a un interventismo sfacciato. Questa postura non nasce da un errore o da un inganno subito, ma da una volontà precisa di destabilizzare un attore regionale che minaccia il controllo occidentale sulla zona e, soprattutto, rifornisce di idrocarburi la Cina.
L'accelerazione definitiva è arrivata dopo una serie di consultazioni tra la Casa Bianca e i vertici dei servizi segreti israeliani. L'analisi presentata a Trump descriveva un regime iraniano sull'orlo del baratro, indebolito dall'iperinflazione e dal dissenso popolare. L'idea era semplice: una "spintarella" sotto forma di bombardamenti coordinati contro le installazioni militari e le infrastrutture nucleari per innescare un crollo del sistema teocratico.

Dissensi interni e l'influenza della cerchia ristretta

Nonostante l'entusiasmo presidenziale, l'apparato burocratico e militare americano ha mostrato profonde crepe. Se da un lato figure come Marco Rubio apparivano ambivalenti, il capo dello Stato maggiore congiunto ha sollevato dubbi tecnici non trascurabili, legati soprattutto alla scarsità di missili da intercettazione ormai esauriti per proteggere il territorio israeliano. Anche l'intelligence ha definito come "farsesca" la possibilità di una rivolta popolare immediata capace di rovesciare la teocrazia.
In questo contesto, un ruolo determinante è stato giocato dalla diplomazia personale del presidente. Figure chiave come Jared Kushner e Steve Witkoff, profondamente legati alla visione strategica di Benjamin Netanyahu, hanno spinto per l'opzione militare, convinti che i precedenti negoziati fossero ormai un binario morto. Il risultato è stato l'avvio di una campagna di attacchi che ha scatenato una reazione a catena dai costi economici e umani altissimi.

Il paradosso iraniano: la forza della resistenza

L'Iran non è paragonabile ad altri scenari di crisi passati. Si tratta di un'entità che ha trasformato la resistenza contro quelli che definisce il "piccolo e il grande Satana" nella propria ragion d'essere. Paradossalmente, le minacce di annientamento lanciate da Washington sono diventate un formidabile strumento di propaganda per i Pasdaran, utili a consolidare il potere e a zittire il dissenso interno in nome della difesa nazionale.
Militarmente, Teheran ha dimostrato di non essere inerme. Non solo dispone di vasti arsenali di droni e missili, ma è stata capace di colpire l'economia globale sabotando i traffici marittimi nello Stretto di Hormuz. Questa mossa, ampiamente prevista dai manuali di difesa, ha innescato uno shock energetico che colpisce direttamente il portafoglio dei cittadini americani ed europei. Quando il prezzo della benzina sale, il costo politico per l'amministrazione statunitense diventa insostenibile, trasformando un'operazione che doveva essere rapida in un pantano diplomatico.

Israele e la trappola del conflitto permanente

Dall'altro lato della barricata, Israele si trova in una posizione altrettanto complessa. Nonostante la superiorità tecnologica, il Paese deve gestire costanti violazioni delle tregue e una pressione militare che mette a dura prova i sistemi di difesa. La leadership politica israeliana sembra necessitare di uno stato di emergenza perenne per mantenere il consenso di una popolazione che, secondo i sondaggi, appare profondamente divisa sull'opportunità di fermare i combattimenti.
La scelta di bombardare obiettivi in Libano subito dopo l'annuncio di un cessate il fuoco mediato dagli alleati dimostra una volontà di non mollare la presa, ignorando spesso gli avvertimenti degli stessi partner occidentali. Questo atteggiamento crea una frizione costante tra la necessità di sicurezza e l'isolamento diplomatico, rendendo la vittoria militare un obiettivo sempre più sfuggente e costoso in termini di vite umane e reputazione internazionale.

L'Europa: lo spettatore inerme dello shock energetico

In tutto questo, l'Europa appare come il grande sconfitto silenzioso. Priva di una politica estera comune e di una forza militare integrata, l'Unione Europea subisce passivamente le conseguenze delle decisioni prese altrove. Il blocco dei rifornimenti nello stretto si traduce nel caro carburante, nell'aumento dei costi industriali e nel rischio di una crisi dei consumi che travolgerà le nostre case.
Non si tratta solo di petrolio o gas; l'instabilità colpisce intere filiere, da quella farmaceutica a quella alimentare, rendendo evidente la fragilità di un sistema che dipende da rotte commerciali situate in zone di guerra. L'Europa "buona soltanto a subire" si ritrova a pagare il conto di una partita giocata sopra la sua testa, con l'inflazione che morde i salari e le industrie costrette a rallentare.

Conclusioni: chi vince tra le macerie?

Se torniamo alla domanda iniziale, la risposta è amara. Il cittadino comune, sia esso iraniano, israeliano o europeo, sta perdendo su tutta la linea. Il popolo iraniano subisce repressione e fame, quello israeliano vive nel terrore dei missili, e quello europeo affronta il declino economico.
Chi vince, allora? Forse vincono le élite che ruotano attorno ai centri di potere, coloro che in tempo di guerra vedono aumentare il proprio controllo sulla società e sulla spesa pubblica. Vincono i Pasdaran che rafforzano il regime, vince chi ha bisogno della guerra per non affrontare i propri fallimenti politici interni. La guerra in Medio Oriente, lungi dal risolvere i dossier aperti, ha creato un equilibrio del terrore dove la forza bruta non è riuscita a produrre un ordine nuovo, ma solo un disordine più costoso e pericoloso per tutti.

Di Leonardo

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