Khalil al-Hayya nuovo leader di Hamas: cosa cambia per Gaza
Khalil al-Hayya è il nuovo capo dell'ufficio politico di Hamas. La sua elezione, annunciata il 20 luglio 2026, riporta il movimento palestinese a una guida individuale dopo quasi due anni nei quali la morte dei vertici, la guerra nella Striscia di Gaza e il rischio di nuovi attacchi israeliani avevano imposto una direzione collegiale. Il dirigente, residente a Doha e già responsabile dei negoziati indiretti con Israele, succede formalmente a Yahya Sinwar, ucciso nell'ottobre 2024 durante uno scontro con le forze israeliane.
La scelta arriva mentre la tregua nella Striscia di Gaza rimane estremamente fragile. I combattimenti su vasta scala sono diminuiti rispetto alle fasi più distruttive della guerra, ma continuano attacchi, uccisioni, operazioni militari e accuse reciproche di violazione degli accordi. Le trattative sulla futura amministrazione del territorio, sul ritiro israeliano, sulla ricostruzione e soprattutto sul disarmo di Hamas non hanno ancora prodotto un'intesa complessiva.
Al-Hayya è considerato da diversi osservatori più intransigente del principale rivale interno, Khaled Meshaal, ma questa definizione richiede cautela. Il nuovo leader ha costruito una parte importante della propria influenza proprio come negoziatore, mantenendo rapporti con Qatar, Egitto, Turchia e Iran. La sua elezione non significa quindi l'abbandono automatico della diplomazia, bensì l'affidamento dei negoziati a una figura che continua a considerare la lotta armata un elemento centrale della strategia di Hamas.
La nomina annunciata il 20 luglio
Hamas ha comunicato l'elezione di al-Hayya alla guida dell'ufficio politico, organismo che rappresenta il principale centro di direzione politica del movimento. Nel linguaggio giornalistico, l'incarico viene spesso descritto come quello di "leader generale", poiché il presidente dell'ufficio politico costituisce normalmente la figura più autorevole dell'organizzazione.
La formula non deve però far pensare a una struttura identica a quella di uno Stato o di un partito tradizionale. Hamas comprende una direzione politica, strutture territoriali, organismi consultivi, reti sociali e un'ala militare, le Brigate Ezzedin al-Qassam. Il capo dell'ufficio politico esercita una forte influenza sull'orientamento generale, ma non dirige necessariamente ogni operazione militare sul terreno.
Al-Hayya succede a Yahya Sinwar, scelto nell'agosto 2024 dopo l'uccisione a Teheran di Ismail Haniyeh. Sinwar rimase al vertice soltanto per alcuni mesi, fino alla sua morte nella Striscia di Gaza. Da quel momento la carica non era stata assegnata stabilmente a una sola persona.
La nuova nomina conclude quindi una lunga fase di vacanza formale della leadership. Hamas aveva evitato una successione immediata anche per ragioni di sicurezza: indicare rapidamente un nuovo capo avrebbe potuto esporlo a un'operazione israeliana, in un momento nel quale numerosi dirigenti erano già stati uccisi.
Il consiglio di cinque membri dopo la morte di Sinwar
Dopo l'uccisione di Sinwar, Hamas era stato diretto da un consiglio superiore di cinque membri. L'organismo comprendeva al-Hayya, Khaled Meshaal e altri esponenti incaricati di rappresentare le diverse componenti geografiche e politiche del movimento.
La soluzione collegiale consentiva di distribuire le responsabilità e ridurre il rischio che la morte di un singolo dirigente paralizzasse nuovamente la struttura. Permetteva inoltre di proseguire i negoziati sulla tregua mentre le comunicazioni con Gaza erano rese difficili dalle operazioni militari e dalla distruzione delle infrastrutture.
Il consiglio era però una soluzione transitoria. Hamas conserva un sistema interno nel quale il capo dell'ufficio politico dovrebbe essere scelto attraverso i propri organismi consultivi. La nomina di al-Hayya rappresenta quindi il ritorno alla struttura ordinaria di comando politico, almeno per quanto possibile nelle condizioni prodotte dalla guerra.
Con l'elezione del nuovo responsabile, il consiglio collegiale dovrebbe esaurire progressivamente la propria funzione. Resterà tuttavia da comprendere come verranno redistribuiti gli incarichi e quali dirigenti assumeranno la responsabilità delle strutture esterne, della rappresentanza internazionale e dei rapporti con la leadership presente a Gaza.
Una selezione interna lunga e segreta
La procedura per scegliere il nuovo leader era iniziata nel gennaio 2026, ma è stata rallentata dalla guerra, dalle difficoltà di comunicazione e dalle nuove crisi regionali. La necessità di coinvolgere dirigenti presenti in luoghi differenti ha reso il processo particolarmente complesso.
La decisione spetta al Consiglio generale della Shura, un organismo di circa cinquanta componenti provenienti dalla Striscia di Gaza, dalla Cisgiordania occupata, dalle comunità palestinesi all'estero e, secondo le ricostruzioni disponibili, anche dalla rappresentanza dei membri detenuti nelle carceri israeliane.
Il voto viene svolto con modalità riservate per proteggere l'identità e gli spostamenti dei partecipanti. In un contesto nel quale Israele ha colpito ripetutamente i vertici di Hamas, la segretezza della procedura costituisce anche una misura di sicurezza.
Il processo interno non è assimilabile a un'elezione pubblica. I cittadini palestinesi non partecipano direttamente alla scelta e non vengono resi noti tutti i voti, le candidature o le discussioni. Si tratta di una selezione organizzativa riservata ai componenti delle strutture di Hamas.
Il confronto con Khaled Meshaal
Il principale concorrente di al-Hayya era Khaled Meshaal, storico dirigente che aveva già guidato l'ufficio politico tra il 1996 e il 2017. Meshaal mantiene un'importante rete di rapporti internazionali e una lunga esperienza all'interno del movimento.
I due rappresentavano orientamenti parzialmente differenti. Meshaal viene generalmente considerato più interessato a rafforzare i collegamenti con Turchia, Qatar e Paesi arabi del Golfo, pur senza avere mai rinunciato ai principi fondamentali di Hamas o all'opposizione a Israele.
Al-Hayya è percepito come maggiormente vicino alla componente di Gaza e ai rapporti con l'Iran e l'Asse della Resistenza. La sua vittoria può essere letta come la preferenza per una linea di continuità con la direzione costruita da Sinwar, anziché per un riposizionamento verso una leadership esterna più autonoma dalle strutture militari.
La distinzione non deve però essere trasformata in una contrapposizione assoluta tra un moderato e un radicale. Entrambi appartengono ai massimi livelli di Hamas, condividono l'opposizione al disarmo imposto dall'esterno e considerano la questione palestinese all'interno di un conflitto politico e nazionale più ampio.
Chi è Khalil al-Hayya
Nato a Gaza nel 1960, al-Hayya ha partecipato alla crescita del movimento islamista palestinese fin dai suoi primi anni. Prima della nascita formale di Hamas nel 1987 era vicino agli ambienti dei Fratelli Musulmani palestinesi, dai quali l'organizzazione ha tratto parte delle proprie origini ideologiche e sociali.
Ha studiato discipline islamiche e ha conseguito una formazione avanzata negli studi sugli hadith, le tradizioni relative alle parole e alle azioni attribuite al profeta Maometto. La preparazione religiosa ha accompagnato l'attività politica e organizzativa svolta nella Striscia.
Al-Hayya ha trascorso anche un periodo nelle carceri israeliane. Nel 2006 venne eletto al Consiglio legislativo palestinese, nelle consultazioni vinte da Hamas contro Fatah. Quelle rimangono le ultime elezioni legislative palestinesi svolte su scala nazionale.
Negli anni successivi ha assunto incarichi sempre più rilevanti nell'ufficio politico di Hamas e nella direzione del movimento a Gaza. La sua influenza è cresciuta ulteriormente quando altri esponenti di primo piano sono stati uccisi durante la guerra iniziata nel 2023.
Il principale negoziatore della tregua
Al-Hayya ha guidato per lungo tempo la delegazione negoziale di Hamas nei colloqui indiretti con Israele. Le trattative si sono svolte principalmente attraverso la mediazione di Qatar ed Egitto, con il coinvolgimento degli Stati Uniti e, in alcune fasi, della Turchia.
Il suo ruolo ha riguardato gli accordi per il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi israeliani, lo scambio con detenuti palestinesi, il ritiro delle forze israeliane e l'ingresso degli aiuti umanitari nella Striscia.
La funzione di negoziatore non significa che al-Hayya abbia sostenuto una linea conciliante su tutti i punti. Ha ripetutamente subordinato gli accordi alla fine delle operazioni israeliane, al ritiro militare e a garanzie considerate sufficienti per impedire la ripresa della guerra.
La sua nomina concentra ora nella stessa persona la massima autorità politica e la principale esperienza negoziale accumulata negli ultimi anni. Ciò potrebbe semplificare le decisioni, ma potrebbe anche rendere più difficile separare i compromessi tattici dalla strategia complessiva del movimento.
La vicinanza politica all'Iran
Al-Hayya viene considerato uno dei dirigenti con i rapporti più solidi con l'Iran. Ha incontrato rappresentanti della Repubblica islamica e ha riconosciuto pubblicamente il sostegno politico, finanziario e militare offerto da Teheran alla cosiddetta resistenza palestinese.
La relazione con l'Iran non implica che ogni decisione di Hamas venga assunta su ordine iraniano. Il movimento possiede interessi, strutture e priorità palestinesi proprie e, nel corso degli anni, ha mantenuto anche divergenze con Teheran su alcune crisi regionali.
La cooperazione rimane tuttavia rilevante. L'Iran ha sostenuto Hamas e altri gruppi armati attraverso finanziamenti, formazione e trasferimento di conoscenze militari, inserendoli nella rete regionale che comprende Hezbollah in Libano e altre organizzazioni alleate.
L'elezione di al-Hayya viene quindi interpretata come un segnale di continuità con questa alleanza. Tale orientamento potrebbe rendere più difficile una strategia internazionale fondata sull'isolamento di Hamas dall'Asse della Resistenza.
Il raid israeliano a Doha del 2025
Al-Hayya è sopravvissuto a un attacco israeliano in Qatar nel settembre 2025. L'operazione aveva preso di mira esponenti di Hamas presenti a Doha, città nella quale risiedono diversi componenti della direzione politica esterna.
Il dirigente era tra i principali obiettivi indicati dalle autorità israeliane, ma non venne ucciso. L'episodio rafforzò la percezione che nessun luogo utilizzato dalla leadership fosse completamente al riparo dalle operazioni di Israele.
L'attacco pose anche un problema diplomatico, poiché il Qatar svolge un ruolo di mediatore e ospita la delegazione coinvolta nei colloqui sulla tregua. Colpire i negoziatori nel territorio di un mediatore rischiava di compromettere la stessa struttura attraverso cui venivano scambiate le proposte.
La sopravvivenza all'operazione ha aumentato il peso simbolico di al-Hayya all'interno del movimento. La nomina lo espone però nuovamente al rischio di diventare un obiettivo prioritario delle operazioni israeliane.
Le perdite personali durante i conflitti
Nel corso delle diverse guerre, al-Hayya ha perso diversi familiari, compresi alcuni figli. Abitazioni legate alla sua famiglia sono state colpite in operazioni israeliane dirette contro il dirigente o contro persone considerate appartenenti alle strutture di Hamas.
Queste perdite vengono utilizzate dal movimento per presentarlo come una figura personalmente coinvolta nel costo della guerra. Dal punto di vista politico, hanno rafforzato la sua immagine all'interno della componente più favorevole alla prosecuzione della resistenza armata.
Non è possibile stabilire automaticamente quale effetto psicologico tali eventi abbiano prodotto sulle sue decisioni. Attribuire una specifica posizione negoziale esclusivamente alle esperienze familiari significherebbe sostituire l'analisi documentata con una interpretazione personale.
Resta il fatto che al-Hayya appartiene a una generazione di dirigenti la cui vita politica e familiare è stata profondamente segnata da arresti, bombardamenti e ripetuti cicli di violenza israelo-palestinese.
Un "falco" che continua a negoziare
Descrivere al-Hayya esclusivamente come un falco rischia di semplificare eccessivamente il suo profilo. Il nuovo leader sostiene la lotta armata, mantiene rapporti con l'Iran e ha assunto posizioni rigide sul disarmo, ma è stato contemporaneamente l'interlocutore principale degli accordi più delicati.
La combinazione non è necessariamente contraddittoria. Per Hamas, il negoziato viene utilizzato come uno strumento per ottenere risultati concreti senza rinunciare al proprio apparato militare o ai principi politici dichiarati.
Al-Hayya può quindi accettare una tregua, uno scambio di prigionieri o una nuova amministrazione civile senza considerare tali decisioni come la fine definitiva del conflitto. Il valore di ogni accordo viene valutato rispetto alla sopravvivenza del movimento, al ritiro israeliano e alla prospettiva di uno Stato palestinese.
La domanda centrale non è se il nuovo leader sia disposto a negoziare, poiché lo ha già fatto per anni, ma quali compromessi sia autorizzato ad accettare e quali condizioni ritenga incompatibili con la continuità di Hamas.
Il nodo decisivo del disarmo
Il principale punto di scontro riguarda il disarmo di Hamas. Il piano di tregua sostenuto dagli Stati Uniti prevede che il movimento rinunci alle proprie capacità militari e che la Striscia venga amministrata da una struttura palestinese tecnocratica.
Hamas non ha finora accettato un disarmo incondizionato. I suoi dirigenti sostengono che le armi non possano essere consegnate senza il ritiro israeliano, garanzie internazionali e una prospettiva politica credibile per la nascita di uno Stato palestinese indipendente.
All'interno della discussione, il movimento ha talvolta distinto tra armi offensive e strumenti definiti difensivi. Una simile distinzione rimane però difficile da tradurre in un accordo verificabile, poiché Israele e gli Stati Uniti chiedono l'eliminazione delle capacità che possano minacciare il territorio israeliano.
L'elezione di al-Hayya viene interpretata come un segnale che Hamas non intende accettare facilmente una smilitarizzazione completa. Si tratta comunque di un'interpretazione basata sul suo percorso e sulle posizioni precedenti: il nuovo leader non ha ancora presentato un programma dettagliato successivo alla nomina.
Perché il disarmo è tanto difficile
Per Israele, la conservazione delle armi da parte di Hamas manterrebbe il rischio di un nuovo attacco simile a quello del 7 ottobre 2023. Il governo israeliano considera quindi la distruzione delle capacità militari del movimento una condizione essenziale per la sicurezza futura.
Per Hamas, le armi rappresentano invece una delle principali fonti di potere politico e negoziale. Consegnarle senza garanzie significherebbe affidarsi completamente alla protezione di attori internazionali e rinunciare alla possibilità di opporsi militarmente all'occupazione e alle operazioni israeliane.
Esiste anche un problema pratico: non è chiaro chi dovrebbe raccogliere, verificare e distruggere gli armamenti, come controllare i tunnel e quali conseguenze scatterebbero in caso di violazione. Un accordo richiederebbe un sistema di monitoraggio internazionale accettato da entrambe le parti.
La questione non riguarda soltanto Hamas. Nella Striscia operano anche la Jihad Islamica Palestinese e altri gruppi armati, che potrebbero non considerarsi automaticamente vincolati da una decisione assunta dalla nuova leadership di Hamas.
La tregua dell'ottobre 2025
La tregua entrata in vigore nell'ottobre 2025 ha ridotto l'intensità dei combattimenti dopo due anni di guerra, ma non ha prodotto una pace definitiva. L'accordo prevedeva diverse fasi, comprendenti cessazione delle ostilità, liberazione degli ostaggi, scambio di detenuti, ritiro israeliano e riorganizzazione dell'amministrazione di Gaza.
L'attuazione si è fermata su alcuni dei passaggi più difficili. Israele continua a controllare oltre il 60% della Striscia, mentre Hamas conserva strutture armate e una presenza politica nelle aree non occupate direttamente dalle forze israeliane.
I mediatori non sono riusciti a raggiungere un'intesa complessiva sulla sequenza delle misure. Hamas chiede che il ritiro e le garanzie precedano il disarmo; Israele e gli interlocutori statunitensi chiedono invece impegni verificabili sulle armi prima delle principali concessioni.
La tregua rimane quindi una sospensione incompleta della guerra, soggetta a continue violazioni, interpretazioni contrapposte e rischi di ritorno a un'operazione militare su vasta scala.
Gli attacchi continuano nella Striscia
Nonostante la tregua, gli attacchi israeliani a Gaza proseguono quasi quotidianamente. Israele afferma di colpire combattenti, strutture militari e persone che rappresentano una minaccia immediata per le proprie truppe.
Le autorità sanitarie della Striscia riferiscono che oltre 1.150 palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi israeliani dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco. La maggior parte sarebbe costituita da civili, anche se i dati disponibili non forniscono sempre una distinzione completa tra civili e combattenti.
Israele sostiene che le proprie operazioni rispondano anche ad attacchi armati, sparatorie e altre violazioni compiute dai gruppi palestinesi. Militari israeliani sono stati uccisi durante il periodo di tregua, dimostrando che il confronto armato non è terminato.
La prosecuzione delle uccisioni indebolisce la fiducia nell'accordo e offre a entrambe le parti argomenti per accusare l'altra di non rispettarlo. Ogni episodio può diventare il punto di partenza per una nuova escalation militare.
Le vittime del 20 luglio
Nello stesso giorno della nomina di al-Hayya, nuovi attacchi israeliani hanno provocato vittime nella Striscia. Tre palestinesi sono stati uccisi mentre viaggiavano su un veicolo a Khan Younis, nel sud del territorio.
L'esercito israeliano ha dichiarato di avere colpito un militante, senza fornire immediatamente ulteriori elementi pubblici sulla sua identità o sulle persone che viaggiavano con lui.
Successivamente, un altro attacco contro un rifugio situato presso un ospedale a Jabalia ha ucciso tre persone. Secondo il personale sanitario, molti dei feriti erano bambini.
Questi episodi mostrano quanto il contesto rimanga instabile. La scelta del nuovo capo di Hamas avviene mentre le decisioni politiche e militari continuano a essere condizionate da morti quotidiane e dalla possibilità che la tregua venga definitivamente superata.
La situazione umanitaria resta gravissima
La popolazione della Striscia continua a vivere una profonda emergenza umanitaria. Gran parte degli abitanti è stata sfollata, numerose abitazioni sono distrutte o inagibili e l'accesso a cibo, acqua, cure mediche e ripari rimane limitato.
Le operazioni militari, le restrizioni agli spostamenti e l'insicurezza ostacolano il lavoro delle organizzazioni umanitarie. In diverse aree, nuove evacuazioni e modifiche delle zone controllate costringono le famiglie a spostarsi ripetutamente.
Gli ospedali operano con strutture danneggiate, personale ridotto e difficoltà nel reperimento di medicinali, carburante e apparecchiature. Le condizioni igieniche e la gestione insufficiente dei rifiuti favoriscono inoltre la diffusione di malattie.
La nomina di un nuovo leader non modifica direttamente queste condizioni. Il suo effetto sarà valutato soprattutto attraverso la capacità di favorire un accordo che consenta maggiore ingresso degli aiuti, ricostruzione e riduzione duratura delle operazioni militari.
Il bilancio complessivo della guerra
La guerra è iniziata dopo l'attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, nel quale furono uccise circa 1.200 persone in Israele e 251 vennero prese in ostaggio. La maggior parte delle vittime israeliane iniziali era composta da civili.
L'offensiva israeliana successiva ha provocato, secondo le autorità sanitarie della Striscia, oltre 73.000 morti palestinesi. La cifra comprende persone uccise durante le principali campagne militari e quelle morte nel periodo successivo alla tregua.
La vasta distruzione ha colpito abitazioni, scuole, strutture sanitarie, reti idriche, strade e attività economiche. Interi quartieri hanno perso una parte significativa dei propri edifici e la ricostruzione di Gaza richiederà anni e risorse internazionali enormi.
Hamas ha ricevuto critiche anche all'interno della popolazione palestinese per la decisione del 2023 e per il costo sopportato dalla Striscia. Il movimento, da parte sua, sostiene che la responsabilità delle distruzioni appartenga a Israele e presenta l'attacco come una risposta a occupazione, blocco e assenza di una soluzione politica.
La pressione interna su Hamas
La nuova leadership eredita un'organizzazione militarmente e politicamente indebolita. Molti comandanti e dirigenti sono stati uccisi, le infrastrutture sono state colpite e le capacità amministrative nella Striscia risultano fortemente ridotte.
Hamas mantiene tuttavia reti armate, personale amministrativo e una capacità di controllo nelle aree dalle quali Israele non esercita una presenza continuativa. La sopravvivenza del movimento dopo due anni di guerra viene utilizzata dai suoi sostenitori come prova del fallimento israeliano nel raggiungere una eliminazione completa.
Tra i palestinesi esistono però critiche sulla gestione della tregua, sulla distribuzione delle risorse e sulla scelta di conservare le armi quando la popolazione continua a subire attacchi e privazioni.
Al-Hayya dovrà quindi rispondere non soltanto alle richieste di Israele e della comunità internazionale, ma anche alla necessità di mantenere consenso e disciplina interna in un territorio devastato.
Il futuro governo della Striscia
Uno dei punti del piano internazionale prevede che Gaza venga amministrata da un comitato palestinese tecnocratico, composto da figure non direttamente rappresentative delle fazioni armate.
Hamas ha dichiarato in più occasioni di essere disposto a cedere la gestione quotidiana a una struttura tecnica, ma il trasferimento effettivo del potere non è stato completato. Restano controversie sulla composizione, sull'ingresso dei membri nella Striscia e sul rapporto con le forze di sicurezza.
Gli Stati Uniti e Israele chiedono che il passaggio amministrativo sia accompagnato dall'eliminazione del controllo militare di Hamas. Il movimento sostiene invece che la gestione civile possa essere separata dalla questione delle armi e dalla resistenza all'occupazione.
La leadership di al-Hayya dovrà decidere quanto potere trasferire, quali garanzie chiedere e come evitare che il nuovo organismo venga percepito come una struttura imposta dall'esterno senza una reale legittimità palestinese.
Il rapporto con l'Autorità Palestinese
La questione del futuro di Gaza riguarda anche l'Autorità Nazionale Palestinese, guidata da Fatah e attiva principalmente in alcune parti della Cisgiordania occupata.
Hamas e Fatah sono divisi dal 2007, quando il movimento islamista assunse con la forza il controllo della Striscia dopo mesi di scontri. Da allora, i tentativi di riconciliazione palestinese non hanno prodotto un governo unitario stabile.
Una soluzione duratura richiederebbe una struttura capace di rappresentare Gaza e Cisgiordania, organizzare nuove elezioni e ricostruire istituzioni condivise. Hamas ha espresso disponibilità a entrare nell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, ma le condizioni non sono state concordate.
Al-Hayya dovrà quindi stabilire se rafforzare il dialogo con Fatah oppure conservare una struttura politica separata. La scelta influirà sulla possibilità di ottenere riconoscimento internazionale e finanziamenti per la ricostruzione.
Il ruolo del Qatar
Il Qatar ospita al-Hayya e altri esponenti della leadership esterna di Hamas. Doha sostiene che tale presenza consenta di mantenere un canale di comunicazione indispensabile nei negoziati indiretti.
Il Paese del Golfo ha partecipato agli accordi sugli ostaggi, al cessate il fuoco e all'ingresso degli aiuti, collaborando soprattutto con Egitto e Stati Uniti. La residenza della leadership ha però esposto il Qatar alle accuse di offrire protezione a un'organizzazione designata terroristica da numerosi Stati.
La nomina di un dirigente con base a Doha conferma il ruolo centrale del canale qatariota. Allo stesso tempo, aumenta la pressione sul governo dell'emirato affinché utilizzi la propria influenza per ottenere concessioni sul disarmo e sull'amministrazione di Gaza.
Il Qatar dovrà conservare un equilibrio difficile: mantenere l'accesso a Hamas senza apparire responsabile delle sue decisioni e continuare a essere considerato un mediatore credibile da Israele e dagli Stati Uniti.
Egitto e Turchia nei negoziati
L'Egitto rimane indispensabile per la propria posizione geografica, per il controllo del confine meridionale della Striscia e per i rapporti storici con le diverse organizzazioni palestinesi.
Il Cairo teme sia un nuovo afflusso di sfollati nel Sinai sia il rafforzamento di gruppi armati vicino al proprio territorio. Per questo sostiene una soluzione che mantenga i palestinesi a Gaza e affidi l'amministrazione a una struttura considerata accettabile sul piano regionale.
La Turchia conserva rapporti politici con Hamas e ospita incontri con i suoi dirigenti. Ankara sostiene la causa palestinese, critica duramente le operazioni israeliane e cerca di partecipare alla definizione dell'assetto successivo alla guerra.
Al-Hayya conosce entrambi i canali e ha partecipato a colloqui nelle rispettive capitali. La nuova carica gli permetterà di coordinare direttamente i rapporti con i mediatori, ma lo renderà anche responsabile di eventuali fallimenti negoziali.
La probabile reazione di Israele
Il governo israeliano non aveva formulato immediatamente una risposta dettagliata alla nomina. Israele considera comunque Hamas un'organizzazione terroristica e sostiene di voler eliminare la sua capacità di governare e combattere.
Al-Hayya è già stato indicato come obiettivo di operazioni israeliane. La nuova posizione potrebbe accrescere la sorveglianza nei suoi confronti e il rischio di ulteriori tentativi di colpirlo.
Un eventuale assassinio del nuovo leader avrebbe però conseguenze anche sui negoziati. Eliminare la persona che possiede maggiore esperienza nelle trattative potrebbe provocare una nuova frammentazione della direzione e rallentare qualsiasi accordo.
Israele dovrà quindi bilanciare due obiettivi potenzialmente in tensione: indebolire la leadership di Hamas e conservare un interlocutore capace di assumere impegni sul cessate il fuoco, sul disarmo e sulla sicurezza della Striscia.
La designazione terroristica e le sanzioni
Hamas è inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea ed è designato come organizzazione terroristica straniera dagli Stati Uniti. Anche Israele, Regno Unito e altri Paesi applicano divieti e misure restrittive.
Le sanzioni comprendono il congelamento dei beni, il divieto di mettere risorse economiche a disposizione dei soggetti elencati e, per determinate persone, restrizioni ai viaggi.
Nel 2026 l'Unione europea ha ampliato la possibilità di colpire anche membri dell'ufficio politico di Hamas che promuovano, giustifichino o sostengano azioni violente. La nomina di al-Hayya aumenta quindi anche la sua esposizione personale a misure finanziarie e diplomatiche.
Le sanzioni mirano a limitare risorse e capacità operative, ma possono complicare i contatti necessari per raggiungere una tregua. I mediatori devono ricorrere a canali autorizzati e distinguere tra il dialogo negoziale e la fornitura vietata di sostegno materiale.
La ricostruzione dipende da un accordo politico
La ricostruzione della Striscia richiederà decine di miliardi di dollari, materiali, macchinari e la riapertura stabile dei valichi. Nessun grande piano potrà essere realizzato mentre continuano attacchi e incertezza sul futuro governo.
I finanziatori internazionali chiedono garanzie affinché le risorse non vengano utilizzate per ricostruire tunnel o infrastrutture militari. Hamas respinge l'idea che la popolazione debba essere privata degli aiuti per esercitare pressione politica sul movimento.
Israele mantiene forti restrizioni sull'ingresso di materiali che possono avere un duplice uso civile e militare, come cemento, metalli e apparecchiature. Questi controlli rallentano anche la ricostruzione di case, ospedali e reti idriche.
Al-Hayya dovrà decidere se accettare meccanismi di controllo internazionale sufficientemente rigorosi da convincere Israele e i donatori, senza apparire disposto a consegnare all'esterno ogni potere sulla ripresa economica di Gaza.
Che cosa può cambiare nei negoziati
La presenza di un unico leader può ridurre le incertezze sulla catena decisionale di Hamas. I mediatori sapranno con maggiore chiarezza chi possiede l'autorità politica necessaria per approvare o respingere una proposta.
Al-Hayya conosce già tutti i principali dossier e non avrà bisogno di un lungo periodo per comprendere le posizioni delle parti. Questa continuità potrebbe rendere più rapidi gli scambi tecnici su valichi, ritiri e amministrazione.
La sua elezione può però restringere lo spazio per compromessi sul disarmo. Un leader scelto anche per la vicinanza alla componente combattente potrebbe avere maggiori difficoltà ad accettare una soluzione percepita come resa.
L'effetto dipenderà dal mandato ricevuto dal Consiglio della Shura e dal rapporto con i comandanti rimasti nella Striscia. Un accordo firmato all'estero avrebbe bisogno della cooperazione delle strutture presenti sul terreno per essere realmente applicato.
Che cosa la nomina non dimostra
L'elezione di al-Hayya non dimostra che Hamas abbia già deciso di rompere la tregua. Non è stato annunciato un ordine di ripresa generale dei combattimenti né un abbandono formale dei negoziati.
Non prova neppure che l'Iran controllerà direttamente ogni decisione. La vicinanza politica e militare tra le parti è documentata, ma Hamas mantiene una propria struttura decisionale e interessi legati specificamente al contesto palestinese.
La nomina non significa inoltre che il movimento abbia recuperato tutte le capacità perdute. Hamas resta profondamente indebolito dalla guerra e opera in un territorio nel quale Israele controlla vaste aree.
Infine, la scelta non risolve automaticamente le divisioni interne. Le componenti di Gaza, Cisgiordania, prigionieri ed esilio possono continuare a esprimere priorità differenti, anche sotto una guida formalmente unificata.
I primi segnali da osservare
Il primo elemento sarà il discorso programmatico del nuovo leader. Le parole utilizzate sul disarmo, sulla tregua e sul futuro governo di Gaza permetteranno di comprendere se la nomina comporti un cambiamento oppure una continuità quasi completa.
Il secondo riguarderà la composizione del nuovo ufficio politico. Gli incarichi assegnati a Meshaal e agli altri dirigenti mostreranno se al-Hayya intenda integrare le diverse correnti oppure concentrare le decisioni nella componente più vicina a Gaza e all'Iran.
Il terzo segnale sarà il comportamento nei colloqui con Qatar, Egitto, Turchia e rappresentanti statunitensi. Sarà importante verificare se emergeranno proposte concrete su armi, sicurezza e amministrazione.
Infine, occorrerà osservare la situazione sul terreno. Un aumento degli attacchi palestinesi o delle operazioni israeliane potrebbe ridurre rapidamente lo spazio per qualsiasi iniziativa diplomatica.
Una leadership scelta nel momento più difficile
Al-Hayya assume la guida di Hamas durante la fase più grave attraversata dal movimento dalla sua fondazione nel 1987. La guerra ha decimato la leadership, devastato Gaza e reso il futuro politico dell'organizzazione dipendente da negoziati sui quali esercitano pressione numerosi attori esterni.
Il nuovo capo dovrà tentare di preservare la coesione interna, mantenere i rapporti con gli alleati regionali, rispondere alle richieste della popolazione e confrontarsi con un piano internazionale che prevede la fine del governo armato di Hamas.
Ogni opzione comporta rischi. Rifiutare il disarmo può favorire una nuova offensiva israeliana; accettarlo senza garanzie può provocare una frattura con l'ala militare e con i sostenitori della lotta armata.
La capacità negoziale di al-Hayya sarà quindi sottoposta alla prova più complessa: trasformare la sopravvivenza organizzativa in una soluzione politica senza perdere il controllo del movimento e senza esporre ulteriormente la popolazione di Gaza alla guerra.
Tra continuità armata e ricerca di un accordo
L'elezione di Khalil al-Hayya rappresenta soprattutto una scelta di continuità. Hamas affida la propria guida a un dirigente radicato nella componente di Gaza, legato all'Iran e coinvolto direttamente in tutti i principali negoziati del conflitto.
La nomina può irrigidire il confronto sul disarmo, ma non elimina la possibilità di nuove intese. Proprio la lunga esperienza negoziale del nuovo leader potrebbe consentirgli di assumere decisioni che una direzione frammentata non sarebbe riuscita a garantire.
Il risultato dipenderà dalla possibilità di conciliare esigenze finora incompatibili: sicurezza israeliana, diritti palestinesi, ritiro militare, fine degli attacchi, amministrazione civile e controllo delle armi.
Nel frattempo, la tregua rimane incompleta e la popolazione continua a pagare il prezzo dell'assenza di una soluzione. La reale importanza della nuova leadership non sarà misurata dalle dichiarazioni iniziali, ma dalla capacità di ridurre le vittime e aprire un percorso politico duraturo.
Voi ritenete che la nomina di al-Hayya renderà più difficili i negoziati oppure che la presenza di un interlocutore unico possa favorire un accordo? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione mantenendo il confronto rispettoso verso tutte le vittime civili.

