Iran, tredicesima notte di attacchi USA: Trump valuta un'offensiva mai vista
Il Comando Centrale statunitense ha portato a termine una nuova operazione, durata oltre due ore, contro centri di comando, depositi di droni, reti di comunicazione, sistemi di sorveglianza costiera e capacità marittime iraniane. Si tratta della tredicesima notte consecutiva di raid statunitensi contro l'Iran. Le difese aeree sono state attivate a Teheran, sono state segnalate esplosioni in diverse città e almeno due persone sarebbero rimaste ferite. Donald Trump ha dichiarato di essere vicino a decidere un attacco "più grande di qualsiasi altro", mentre il segretario generale dell'ONU António Guterres ha avvertito che la crisi sta "sfuggendo al controllo".
Come siamo arrivati fin qui: l'origine del conflitto
Per comprendere la gravità della situazione odierna occorre risalire alle origini di questa guerra, iniziata il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele lanciarono operazioni militari coordinate contro obiettivi nucleari, militari e di vertice del regime iraniano. Il primo, durissimo colpo di quella campagna fu l'uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, al potere da decenni, sostituito nei giorni successivi dal figlio Mojtaba Khamenei. Da allora il conflitto ha attraversato fasi alterne, con un cessate il fuoco raggiunto in aprile poi crollato, e un successivo memorandum d'intesa firmato a metà giugno che avrebbe dovuto aprire una finestra negoziale di sessanta giorni. Nonostante questi tentativi diplomatici, gli scontri non si sono mai realmente fermati.
Il comunicato ufficiale del Pentagono
Nella notte tra giovedì e venerdì, il Comando Centrale (CENTCOM) ha reso noto tramite un comunicato ufficiale di aver "preso di mira centri di comando militare iraniani, depositi di stoccaggio di droni, reti di comunicazione, siti di sorveglianza costiera e capacità marittime, per ridurre ulteriormente la minaccia che l'Iran rappresenta per i naviganti civili e le imbarcazioni commerciali in transito nello Stretto di Hormuz". Le forze americane hanno precisato di aver avviato l'operazione alle 18:45 di Washington, corrispondenti alle 00:45 in Italia, portandola a termine oltre due ore più tardi.
Le esplosioni segnalate in Iran
Secondo le agenzie di stampa iraniane, tra cui Fars e Mehr, e la televisione di stato ripresa da Al Jazeera, esplosioni sono state udite in numerose località del Paese: nella città portuale di Bandar Abbas, sede della flotta meridionale della marina iraniana e principale porto container del Paese, affacciato sulla sponda settentrionale dello Stretto di Hormuz; sull'isola di Qeshm, nei pressi delle isole di Larak e Hengam; nella zona di Ahvaz, nella provincia di Khuzestan, dove secondo le autorità locali sarebbero stati registrati anche dei feriti; e in altre località tra cui Omidiyeh, Andimeshk, Konarak, Jask e diverse zone delle province di Fars, Yazd e Markazi. Un funzionario provinciale ha riferito di lavori in corso per ripristinare l'elettricità in alcune aree di Bandar Abbas danneggiate dagli attacchi.
Le vittime e i feriti
Secondo quanto riportato dai media di stato iraniani, che al momento non è possibile verificare in modo indipendente, negli attacchi della notte sarebbero rimaste ferite due persone, colpite nel quartiere residenziale di Tappeh Allah-o-Akbar, nella provincia di Hormozgan. Alcune fonti internazionali hanno riferito di un bilancio più grave, con almeno quattro morti segnalati nella provincia di Khuzestan a seguito di un attacco sulla città di Ahvaz, ma anche questi dati non sono stati confermati in modo indipendente e vanno considerati con la massima cautela, trattandosi di un contesto di guerra in cui le informazioni sono spesso difficili da verificare.
La minaccia Houthi contro le petroliere saudite
Parallelamente ai raid statunitensi, si è aperto un secondo fronte di tensione nel Mar Rosso. I ribelli Houthi dello Yemen, alleati dell'Iran, hanno rivendicato attacchi contro due petroliere dell'Arabia Saudita nello stretto di Bab al-Mandeb, minacciando di proseguire le proprie operazioni navali contro quello che definiscono il "nemico saudita". Diverse imbarcazioni, secondo le prime ricostruzioni, avrebbero invertito la rotta per ragioni di sicurezza, aggravando ulteriormente i timori per la navigazione commerciale in una delle rotte energetiche più trafficate al mondo.
Lo Stretto di Hormuz quasi paralizzato
Sul fronte opposto del Golfo, lo Stretto di Hormuz resta di fatto in una condizione di quasi totale paralisi. Le forze iraniane ne rivendicano il controllo dalla fine di febbraio, e i pasdaran hanno più volte ribadito che nessuna petroliera potrà transitare senza un coordinamento diretto con l'Iran. Il Comando Centrale statunitense, dal canto suo, sostiene di mantenere pattugliamenti attivi nella zona, riferendo di aver già dirottato diverse navi commerciali e disabilitato almeno un'imbarcazione nel tentativo di impedire l'ingresso o l'uscita non autorizzata dai porti iraniani.
Le parole di Trump: "Sono vicino a una decisione"
Il presidente statunitense Donald Trump ha rilasciato dichiarazioni di particolare gravità nelle ultime ore. Interpellato sui possibili prossimi passi, ha detto di star valutando "un attacco massiccio, più grande di qualsiasi altro", aggiungendo di essere "vicino a prendere una decisione" e che le forze armate statunitensi sarebbero "pronte". Trump ha comunque precisato di non aver ancora assunto una decisione definitiva, pur riconoscendo di essere consapevole che una scelta di questo tipo comporterebbe conseguenze significative sul piano internazionale.
Le repliche e le minacce di Teheran
Sul fronte iraniano, alti ufficiali militari hanno avvertito che qualsiasi attacco statunitense contro infrastrutture strategiche, come ponti o centrali elettriche, provocherebbe una risposta commisurata, inclusa la possibilità di un blocco totale del passaggio di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz. Il comandante della Marina dei Guardiani della Rivoluzione ha inoltre parlato di un'"ora zero" ormai vicina per possibili operazioni contro le forze del Comando Centrale statunitense nelle acque della regione, mentre le forze armate iraniane hanno minacciato i Paesi che ospitano basi militari americane, definendoli "complici" delle operazioni in corso.
L'allarme del segretario generale dell'ONU
A rendere ancora più drammatico il quadro internazionale sono state le parole pronunciate dal segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, durante una riunione del Consiglio di Sicurezza. "La situazione sta sfuggendo al controllo. È in bilico sull'orlo dell'inimmaginabile. La regione viene trascinata in un circolo sempre più ampio di confronto. Una crisi alimenta l'altra, un'escalation ne innesca un'altra", ha dichiarato Guterres, aggiungendo che "con il diffondersi di questa dinamica, gli obiettivi politici vengono sempre più oscurati dallo scontro stesso". Il segretario generale ha ribadito che "non esiste una soluzione militare al conflitto" e ha chiesto il pieno ripristino dei diritti e delle libertà di navigazione internazionale nello Stretto di Hormuz e in quello di Bab al-Mandeb.
La posizione della diplomazia americana
A margine del vertice ASEAN a Manila, dove ha incontrato anche il ministro degli Esteri russo, il segretario di Stato Marco Rubio ha commentato la situazione affermando che "l'Iran implora un accordo" ma non sembrerebbe "pronto a negoziare", rompendo o modificando ogni volta le intese proposte. Rubio ha aggiunto che "il prezzo da pagare per l'Iran sta aumentando, e aumenterà ogni notte finché non rinsaviranno", segnalando al tempo stesso la speranza che gli Houthi possano ridurre la tensione nel Mar Rosso, definendoli vittime di un raggiro da parte di Teheran più che protagonisti autonomi dell'escalation.
Le conseguenze immediate su scala globale
L'insieme di questi sviluppi, dagli attacchi militari quotidiani alla minaccia di un'ulteriore escalation, dal blocco dei due principali stretti energetici mondiali fino all'impennata dei prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile, sta producendo conseguenze dirette e immediate su scala globale: sui mercati finanziari, con le Borse asiatiche in forte calo; sui prezzi dell'energia, avvertiti direttamente dagli automobilisti di tutto il mondo; sulla stabilità geopolitica dell'intera regione mediorientale; e, soprattutto, sulle vite delle persone che vivono nelle aree colpite dai raid e dalle rappresaglie. Con più di 50.000 militari statunitensi attualmente dispiegati in tutto il Medio Oriente, e con nessuna delle parti coinvolte che sembra al momento disposta a fare passi indietro, la comunità internazionale osserva con crescente apprensione l'evolversi di una crisi che, nelle parole dello stesso segretario generale dell'ONU, rischia ormai di sfuggire a ogni possibilità di controllo.

