Iran e Houthi stringono Hormuz e Mar Rosso: energia globale a rischio
La crisi militare tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto una nuova soglia di pericolosità nella giornata di giovedì 23 luglio 2026. Le forze statunitensi hanno completato la dodicesima notte consecutiva di attacchi contro obiettivi iraniani, mentre Teheran ha ribadito di voler impedire il normale transito delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz. Quasi contemporaneamente, gli Houthi dello Yemen hanno rivendicato operazioni contro navi saudite nel Mar Rosso, tentando di esercitare pressione anche sul passaggio di Bab el-Mandeb.
La sovrapposizione delle due crisi trasforma una guerra già estesa in una minaccia diretta per le principali rotte energetiche mondiali. Hormuz rappresenta lo sbocco naturale delle esportazioni petrolifere e di gas del Golfo Persico; Bab el-Mandeb collega invece il Mar Rosso al Golfo di Aden e permette alle navi dirette tra Asia ed Europa di raggiungere il Canale di Suez. Una grave interruzione simultanea dei due passaggi avrebbe conseguenze ben più ampie dei confini regionali.
La dodicesima notte di bombardamenti statunitensi
Il nuovo ciclo di attacchi è stato annunciato dal Comando centrale statunitense, secondo il quale le operazioni sono state ordinate per ridurre ulteriormente le capacità militari iraniane impiegate contro il traffico commerciale. Washington sostiene di voler colpire strutture di comando, sistemi missilistici e per droni, difese aeree e mezzi navali in grado di minacciare le navi nello Stretto di Hormuz.
La definizione di dodicesima notte consecutiva si riferisce alla nuova fase di bombardamenti avviata dopo il fallimento dell'intesa provvisoria che aveva temporaneamente ridotto le ostilità. Non indica quindi la durata complessiva del conflitto, iniziato diversi mesi prima, ma la continuità dell'ultima campagna militare statunitense contro l'Iran.
Nelle prime ore del 23 luglio, i mezzi d'informazione iraniani hanno segnalato attacchi in diverse aree del Paese, comprese zone occidentali e meridionali. Le informazioni disponibili non permettevano però una valutazione indipendente completa dei danni militari, del numero effettivo degli obiettivi colpiti o dell'eventuale presenza di vittime civili in ciascuna località.
L'obiettivo dichiarato degli Stati Uniti
La strategia americana è concentrata sulla possibilità di ripristinare una navigazione sufficientemente sicura attraverso Hormuz. Gli Stati Uniti accusano l'Iran di utilizzare missili, droni, mine e unità veloci per condizionare il passaggio delle petroliere, colpire le navi che percorrono rotte non approvate da Teheran e imporre un controllo di fatto sullo stretto.
L'operazione non sembra tuttavia avere prodotto, almeno finora, una riapertura stabile del corridoio. Pur avendo subito numerosi attacchi contro installazioni militari e sistemi di lancio, l'Iran continua a mostrare la capacità di minacciare la navigazione attraverso mezzi relativamente mobili, difficili da individuare e neutralizzare in modo definitivo. Il rischio non deriva soltanto dai grandi sistemi d'arma, ma anche da mine navali, piccoli natanti e droni utilizzabili con breve preavviso.
Per le compagnie di navigazione non è necessario che l'intero passaggio sia materialmente sbarrato per parlare di una sostanziale interruzione. È sufficiente che il rischio di attacco, sequestro o danneggiamento diventi troppo elevato rispetto al valore del carico e alla sicurezza dell'equipaggio. In queste condizioni, armatori e assicuratori possono scegliere di sospendere i transiti anche in assenza di una chiusura fisica completa.
L'Iran rivendica il controllo di Hormuz
I Guardiani della Rivoluzione hanno dichiarato che lo Stretto di Hormuz sarebbe sotto il loro controllo e "completamente chiuso" finché continueranno le operazioni militari statunitensi nella regione. Teheran ha inoltre avvertito che nessuna petroliera potrà entrare o uscire senza un coordinamento con le autorità iraniane.
Questa affermazione deve essere letta come una rivendicazione militare iraniana, non come la prova di un controllo internazionalmente riconosciuto sull'intero passaggio. Gli Stati Uniti contestano apertamente la pretesa di Teheran e sostengono che l'Iran non abbia il diritto di subordinare la navigazione in una via d'acqua internazionale alla propria autorizzazione.
Sul piano operativo, tuttavia, il traffico attraverso lo stretto risulta fortemente ridotto. Diverse navi hanno interrotto il viaggio, modificato la rotta o atteso indicazioni in aree considerate più sicure. La distinzione tra chiusura dichiarata e blocco effettivo rimane quindi importante dal punto di vista giuridico, ma per il mercato energetico conta soprattutto il numero di petroliere realmente disposte ad attraversare la zona.
L'esplosione segnalata lungo una rotta definita minata
Le forze iraniane hanno riferito che una petroliera sarebbe stata coinvolta in un'esplosione a sud dello Stretto di Hormuz, lungo un percorso descritto come minato. Secondo la versione dei Guardiani della Rivoluzione, la nave avrebbe preso fuoco, mentre altre due unità avrebbero invertito la rotta.
Al momento delle prime verifiche non erano disponibili elementi indipendenti sufficienti per ricostruire con certezza la causa dell'esplosione, la posizione esatta della nave o l'eventuale responsabilità. L'episodio conferma comunque quanto sia difficile distinguere, durante una guerra marittima, tra attacchi confermati, incidenti, mine e rivendicazioni propagandistiche.
La prudenza è indispensabile anche perché le informazioni provenienti dalle parti direttamente coinvolte possono avere uno scopo operativo: dissuadere le compagnie dal transitare, dimostrare capacità militari o attribuire all'avversario la responsabilità dell'insicurezza. Per questo ogni episodio deve essere separato tra ciò che è stato accertato e ciò che rimane una dichiarazione non verificata.
Gli Houthi aprono il fronte del Mar Rosso
Mentre l'Iran aumenta la pressione su Hormuz, gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro l'Arabia Saudita. Il movimento armato yemenita, sostenuto politicamente e militarmente da Teheran, controlla ampie aree dello Yemen settentrionale e dispone di una posizione strategica lungo le coste vicine allo Stretto di Bab el-Mandeb.
Gli Houthi hanno avvertito le compagnie di navigazione che le navi coinvolte nel carico o nello scarico di merci nei porti sauditi potrebbero essere considerate obiettivi. Una dichiarazione di questo tipo non equivale automaticamente a un blocco navale pienamente applicato, ma modifica immediatamente la valutazione del rischio marittimo da parte di armatori, equipaggi e assicuratori.
Le esperienze degli anni precedenti hanno dimostrato che il gruppo yemenita possiede missili antinave, droni e imbarcazioni esplosive capaci di raggiungere il traffico commerciale. Anche operazioni limitate possono quindi costringere molte navi a evitare la zona, senza che gli Houthi debbano controllare materialmente ogni tratto di mare.
L'attacco alla petroliera Encelia
Gli Houthi hanno rivendicato attacchi con missili e droni contro due petroliere saudite, indicate come Encelia e Layla. L'impatto sulla Encelia è stato confermato anche da parte saudita: la nave è stata colpita nel Mar Rosso e un incendio si è sviluppato nella zona di prua.
Una richiesta di soccorso attribuita alla Encelia ha segnalato che la petroliera sarebbe stata raggiunta da un missile nelle vicinanze del porto saudita di Jizan. Le informazioni disponibili non indicavano, nelle prime ore successive all'attacco, un affondamento dell'unità o una grande fuoriuscita di petrolio, ma l'episodio rappresenta comunque una dimostrazione concreta della capacità degli Houthi di colpire il traffico energetico saudita.
La rivendicazione relativa alla Layla, invece, non risultava ancora confermata in modo indipendente. Non erano disponibili riscontri equivalenti da parte delle autorità marittime, dell'equipaggio o dell'Arabia Saudita. È pertanto corretto parlare di un attacco rivendicato dagli Houthi, senza presentarlo come un fatto definitivamente accertato.
Le navi che cambiano rotta
Il primo effetto delle minacce nel Mar Rosso è già visibile nei movimenti delle petroliere. Diverse unità hanno effettuato inversioni di rotta o modificato il proprio percorso per evitare Bab el-Mandeb. Tre petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso l'Asia avevano già rinunciato al passaggio dopo l'annuncio del blocco.
Altre navi hanno cambiato direzione nelle ore successive, segnalando che le compagnie non considerano le dichiarazioni degli Houthi una semplice iniziativa propagandistica. Ogni deviazione comporta costi aggiuntivi, ritardi nelle consegne e una maggiore domanda di navi disponibili. Il rischio di attacco si traduce quindi rapidamente in un aumento dei noli marittimi e dei premi assicurativi.
Alcune petroliere asiatiche hanno comunque continuato ad avvicinarsi al passaggio, mostrando che il blocco non è ancora assoluto. Le decisioni possono dipendere dalla bandiera della nave, dalla proprietà, dalla destinazione del carico e dalle indicazioni ricevute dagli Houthi. Questa selettività, però, rende il mercato ancora più incerto perché non permette di stabilire una regola affidabile per tutti gli operatori.
Perché Hormuz è decisivo per petrolio e gas
Lo Stretto di Hormuz è il più importante passaggio marittimo mondiale per il petrolio. In condizioni normali, attraverso questa stretta via d'acqua transitano volumi equivalenti a circa un quinto del consumo globale di petrolio e prodotti petroliferi. Il corridoio è essenziale per le esportazioni provenienti da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Iran.
Hormuz è fondamentale anche per il gas naturale liquefatto. Gran parte delle esportazioni del Qatar, uno dei principali fornitori mondiali di GNL, deve attraversare obbligatoriamente lo stretto. Una chiusura prolungata può quindi influire non soltanto sui prezzi dei carburanti, ma anche sull'approvvigionamento di gas destinato alla produzione elettrica, all'industria e al riscaldamento.
Le rotte alternative esistono, ma hanno una capacità limitata. Alcuni Paesi del Golfo dispongono di oleodotti che permettono di trasferire una parte del greggio verso il Mar Rosso o il Golfo di Oman. Queste infrastrutture non sono però sufficienti a sostituire completamente i volumi che, in tempi normali, attraversano lo Stretto di Hormuz.
Yanbu era diventata la principale via di fuga
La crescente insicurezza nel Golfo aveva spinto l'Arabia Saudita a trasferire una quota molto maggiore delle proprie esportazioni verso il porto di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso. Il greggio viene trasportato attraverso l'oleodotto Est-Ovest, che attraversa il territorio saudita e consente di evitare Hormuz.
Nelle ultime settimane, il porto di Yanbu aveva movimentato circa quattro milioni di barili al giorno, una quantità nettamente superiore rispetto ai livelli precedenti alla crisi. Per l'Arabia Saudita, questa infrastruttura rappresentava quindi il principale strumento per continuare a esportare petrolio nonostante il blocco quasi totale del passaggio nel Golfo.
La minaccia degli Houthi colpisce esattamente questa strategia. Le petroliere dirette dall'Arabia Saudita verso l'Europa possono risalire il Mar Rosso e attraversare il Canale di Suez; quelle destinate ai mercati asiatici devono invece procedere verso sud e superare Bab el-Mandeb. Se anche questo passaggio diventasse impraticabile, Yanbu perderebbe gran parte della propria funzione alternativa.
Bab el-Mandeb, il secondo collo di bottiglia
Lo Stretto di Bab el-Mandeb si trova tra lo Yemen e il Corno d'Africa e collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden. È uno dei punti più delicati del commercio internazionale perché rappresenta l'accesso meridionale alla rotta che, attraverso Suez, unisce l'Oceano Indiano e il Mediterraneo.
Un'interruzione stabile costringerebbe molte navi a circumnavigare l'Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Il viaggio diventerebbe più lungo di migliaia di chilometri, richiederebbe più carburante e impegnerebbe le petroliere per un numero maggiore di giorni. La capacità effettiva della flotta mondiale diminuirebbe anche senza la perdita materiale di una sola nave.
Il rischio più grave nasce quindi dalla combinazione tra i due passaggi. Con Hormuz quasi paralizzato, il Mar Rosso era diventato la principale alternativa per parte delle esportazioni del Golfo. Se anche Bab el-Mandeb fosse sottoposto a una minaccia credibile e continuativa, il sistema perderebbe contemporaneamente la rotta principale e una delle più importanti vie sostitutive.
Il petrolio reagisce alla nuova escalation
Nelle prime ore di giovedì, il prezzo del Brent è salito fino a circa 96,27 dollari al barile, raggiungendo il livello più alto da oltre sei settimane. Il greggio statunitense WTI si è portato intorno a 88,48 dollari. L'aumento riflette il timore che gli attacchi possano produrre non soltanto ritardi temporanei, ma una perdita prolungata di forniture disponibili sul mercato.
Il prezzo del petrolio incorpora normalmente una componente definita premio geopolitico: gli operatori pagano di più quando aumenta la probabilità che una parte dell'offerta venga bloccata o consegnata in ritardo. Perché i rincari diventino strutturali, tuttavia, sarà necessario verificare se le interruzioni dureranno e se provocheranno una reale riduzione delle esportazioni.
Una fase di tensione breve potrebbe essere assorbita dalle scorte, dalla produzione di altri Paesi e dalle rotte alternative. Una chiusura prolungata di Hormuz, accompagnata da attacchi sistematici nel Mar Rosso, avrebbe invece un effetto molto più profondo sul mercato energetico globale.
Le conseguenze per famiglie e imprese
L'impatto economico non si limita al prezzo del greggio. Un aumento stabile dei costi energetici può trasferirsi sui prezzi della benzina, del gasolio, dei trasporti aerei e delle merci. Le imprese che utilizzano grandi quantità di energia o dipendono da componenti trasportati via mare possono subire maggiori costi di produzione e consegna.
Le deviazioni navali incidono anche sui prodotti che non hanno alcun rapporto diretto con il petrolio. Navi portacontainer, carichi alimentari, materie prime e componenti industriali condividono le stesse rotte e possono essere costretti a percorsi più lunghi. Il risultato potenziale è un aumento dei tempi logistici e una nuova pressione sui prezzi al consumo.
Per l'Europa il rischio riguarda sia il petrolio sia il gas. Anche quando una fornitura non proviene direttamente dal Golfo, i prezzi vengono determinati su mercati internazionali interconnessi. Una riduzione dell'offerta asiatica o mediorientale può spingere gli acquirenti a competere per gli stessi carichi disponibili, facendo salire il costo dell'energia importata.
Le minacce contro ponti, centrali e infrastrutture
Il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato di colpire un ponte o una centrale elettrica iraniana ogni volta che l'Iran attaccherà una nave nello Stretto di Hormuz. La dichiarazione ha ulteriormente innalzato il livello dello scontro, introducendo esplicitamente la possibilità di operazioni contro infrastrutture utilizzate anche dalla popolazione civile.
La risposta iraniana è stata altrettanto dura. Il comando militare di Teheran ha avvertito che eventuali attacchi alle proprie infrastrutture potrebbero determinare rappresaglie contro impianti petroliferi, elettrici, economici e del gas nei Paesi della regione, oltre a un tentativo di impedire completamente le esportazioni energetiche.
Queste minacce aumentano il rischio che la guerra passi dal confronto sulle capacità militari a una campagna contro i sistemi indispensabili alla vita quotidiana. Centrali elettriche, impianti di desalinizzazione e reti energetiche alimentano ospedali, acquedotti, industrie e abitazioni. La loro distruzione può produrre conseguenze umanitarie molto più estese dell'area direttamente colpita.
Le regole del diritto umanitario
Il diritto internazionale umanitario impone alle parti di distinguere tra obiettivi militari e beni civili. Un'infrastruttura civile non può essere attaccata soltanto per esercitare pressione politica o punire la popolazione. Può perdere la propria protezione esclusivamente quando contribuisce in modo effettivo all'azione militare e la sua distruzione offre un vantaggio militare concreto.
Anche in presenza di un obiettivo militare, devono essere rispettati i principi di proporzionalità e precauzione. Un attacco non è consentito quando il danno prevedibile per i civili risulta eccessivo rispetto al vantaggio militare atteso. La valutazione deve comprendere anche gli effetti indiretti, come l'interruzione dell'acqua, dell'assistenza sanitaria o dell'elettricità.
La protezione è particolarmente importante per gli impianti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione e per le strutture contenenti forze pericolose. Le dichiarazioni pubbliche di entrambe le parti non dimostrano automaticamente che un crimine sia stato commesso, ma accrescono la necessità di verificare con attenzione ogni bersaglio, danno e conseguenza civile.
Una crisi umanitaria oltre le petroliere
Il confronto sulle rotte marittime non deve oscurare il costo umano della guerra. I bombardamenti, gli attacchi con missili e droni e le operazioni contro infrastrutture regionali hanno già provocato vittime, feriti e sfollamenti. Anche i dati comunicati dalle parti devono essere trattati con cautela, perché non sempre risultano verificabili in modo indipendente durante le operazioni.
La sicurezza degli equipaggi civili costituisce un altro elemento centrale. Le petroliere e le navi commerciali sono condotte da marittimi provenienti da numerosi Paesi, spesso estranei alle decisioni politiche e militari che hanno generato il conflitto. Un missile, una mina o un incendio a bordo possono trasformare rapidamente una disputa strategica in un'emergenza umanitaria e ambientale.
Un grave danneggiamento di una petroliera potrebbe inoltre provocare una fuoriuscita di greggio, contaminando coste, zone di pesca e habitat marini. La concentrazione del traffico in passaggi stretti aumenta il pericolo che un singolo incidente produca effetti duraturi sull'ecosistema regionale.
Il rischio di un allargamento della guerra
L'entrata in scena degli Houthi rende più difficile contenere il conflitto tra Stati Uniti e Iran. L'Arabia Saudita potrebbe essere spinta a reagire direttamente agli attacchi contro le proprie navi o infrastrutture. Un'eventuale risposta militare contro lo Yemen rischierebbe di riaprire pienamente un fronte rimasto instabile anche dopo anni di guerra civile.
Gli Stati Uniti dovrebbero inoltre distribuire uomini, sistemi antimissile, navi e capacità di sorveglianza tra il Golfo Persico, il Mar Arabico e il Mar Rosso. Proteggere contemporaneamente Hormuz e Bab el-Mandeb richiede risorse considerevoli e non garantisce che ogni nave commerciale possa essere scortata o difesa.
Il coinvolgimento di altri Paesi del Golfo è già un rischio concreto perché molte basi statunitensi si trovano in Stati vicini all'Iran. Attacchi e rappresaglie contro installazioni militari, aeroporti, centrali o impianti di desalinizzazione potrebbero trascinare nella crisi governi che cercano di mantenere una posizione prudente.
La diplomazia resta senza risultati visibili
Nonostante i tentativi di mediazione condotti da Paesi come Pakistan e Turchia, non sono emersi progressi pubblici sufficienti a interrompere la nuova campagna militare. Washington afferma di essere ancora disponibile a negoziare, ma accusa l'Iran di non presentare proposte considerate concrete.
Teheran sostiene invece che una trattativa credibile non possa svolgersi mentre proseguono gli attacchi sul proprio territorio e mentre gli Stati Uniti applicano misure di blocco contro i porti iraniani. Le posizioni rimangono quindi incompatibili sul punto centrale: chi debba esercitare il controllo operativo sullo Stretto di Hormuz e a quali condizioni possa riprendere il traffico.
L'assenza di un canale diplomatico efficace aumenta il pericolo di errori di valutazione. Un attacco interpretato come deliberato, una nave colpita per errore o un'elevata perdita di vite umane potrebbero provocare una risposta più ampia prima che sia possibile verificare responsabilità e circostanze.
Le prossime ore saranno decisive
Il primo elemento da osservare sarà il comportamento delle compagnie di navigazione. Se un numero crescente di petroliere rinuncerà a Hormuz e Bab el-Mandeb, il blocco dichiarato da Iran e Houthi produrrà effetti concreti anche senza un controllo militare totale dei due passaggi.
Sarà poi necessario verificare le condizioni della Encelia, l'eventuale esistenza di riscontri sull'attacco alla Layla e la possibilità di nuove operazioni contro petroliere saudite. Un altro indicatore decisivo sarà la risposta di Riad, che finora deve bilanciare la protezione delle proprie esportazioni con il rischio di essere trascinata direttamente in una nuova guerra nello Yemen.
Infine, occorrerà valutare se gli Stati Uniti proseguiranno con una tredicesima notte di attacchi e se le operazioni si estenderanno ulteriormente alle infrastrutture iraniane. Qualsiasi passaggio dai bersagli militari a centrali, ponti o sistemi energetici potrebbe determinare una nuova fase della guerra regionale.
Due stretti, una minaccia globale
La pressione contemporanea sullo Stretto di Hormuz e su Bab el-Mandeb rappresenta l'aspetto più grave dell'escalation del 23 luglio. Non si tratta soltanto di due punti geografici, ma dei collegamenti attraverso i quali una parte essenziale dell'energia e delle merci mondiali raggiunge i mercati internazionali.
La situazione non consente ancora di affermare che entrambe le rotte siano completamente bloccate. È però accertato che il traffico a Hormuz è drasticamente ridotto, che alcune petroliere hanno evitato il Mar Rosso e che una nave saudita è stata colpita. Questi elementi sono sufficienti a produrre un forte aumento della percezione del rischio.
La durata della crisi determinerà la sua portata economica. Se gli attacchi dovessero cessare rapidamente, i mercati potrebbero recuperare parte della stabilità perduta. Se invece Iran e Houthi riuscissero a mantenere una pressione coordinata sui due passaggi, le conseguenze potrebbero raggiungere carburanti, bollette, trasporti, inflazione e catene di approvvigionamento in ogni continente.
Secondo voi, la comunità internazionale riuscirà a riaprire le rotte attraverso la diplomazia oppure l'escalation militare è destinata ad allargarsi ulteriormente? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione sul rischio che la crisi di Hormuz e del Mar Rosso produca una nuova emergenza energetica mondiale.

