Inflazione luglio 2026: il dato definitivo atteso oggi
Il dato definitivo sull'inflazione italiana di luglio è atteso oggi e rappresenta un passaggio importante per capire quanto il costo della vita stia effettivamente rallentando, e quanto invece alcune voci di spesa continuino a pesare sui bilanci familiari. La stima preliminare aveva indicato un aumento del 2,8% su base annua dell'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, in discesa rispetto al 3,0% registrato a giugno. Il numero finale non è un dettaglio tecnico: conferma o corregge la prima lettura, completa il quadro con gli altri indici e diventa il riferimento per analisi economiche, contratti e rivalutazioni.
Il rallentamento atteso non equivale a una riduzione generalizzata dei prezzi. Un'inflazione al 2,8% significa che, in media, il livello dei prezzi continua a essere più alto rispetto a luglio dell'anno precedente; semplicemente, la velocità della crescita risulta inferiore a quella osservata nel mese precedente. Questa distinzione è fondamentale per leggere il dato senza equivoci: il rallentamento dell'inflazione non coincide con una fase di deflazione, né cancella gli aumenti accumulati negli ultimi anni su alimentari, energia, servizi e abitazione.
La pubblicazione di oggi sarà seguita con attenzione anche perché arriva in una fase in cui le famiglie affrontano spese estive rilevanti: vacanze, trasporti, bollette, acquisti stagionali e preparazione al rientro di settembre. La fotografia di luglio non può raccontare ogni singolo budget domestico, ma consente di misurare la direzione generale dei prezzi al consumo. Per interpretarla in modo corretto, occorre guardare non soltanto al dato complessivo, ma anche ai comparti che hanno frenato la crescita e a quelli che hanno continuato a esercitare pressione.
La stima preliminare: NIC al 2,8%
Secondo la prima lettura diffusa a fine luglio, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, noto come NIC, è aumentato dello 0,2% rispetto a giugno e del 2,8% rispetto a luglio 2025. Il confronto mensile descrive il movimento dei prezzi nell'arco di trenta giorni; il confronto annuo, invece, mette a paragone il livello dei prezzi con quello dello stesso mese dell'anno precedente. È quest'ultimo il valore comunemente indicato quando si parla di tasso d'inflazione.
Il passaggio dal 3,0% di giugno al 2,8% di luglio rappresenta una decelerazione di due decimi di punto. In termini giornalistici può sembrare un movimento contenuto, ma per un indicatore che sintetizza migliaia di prodotti e servizi acquistati dalle famiglie è un segnale da osservare con precisione. Il dato definitivo chiarirà se la stima verrà confermata o se le verifiche successive porteranno a una lieve revisione, senza che sia corretto anticiparne l'esito prima della pubblicazione ufficiale.
Il NIC misura l'andamento dei prezzi per l'intera collettività nazionale, considerando il Paese come una grande famiglia di consumatori. È utile per valutare la dinamica generale dell'economia italiana, ma non coincide perfettamente con l'esperienza di ciascun nucleo familiare. Una pensionata che spende soprattutto per alimentari, casa e farmaci può percepire un'inflazione diversa da quella di uno studente, di una coppia che viaggia spesso o di una famiglia con figli, perché la composizione reale delle spese non è uguale per tutti.
La lettura definitiva di luglio includerà anche informazioni indispensabili per completare il quadro. Accanto al NIC saranno aggiornati l'indice armonizzato europeo, utile per i confronti tra Paesi, e l'indice riferito alle famiglie di operai e impiegati, utilizzato in specifici meccanismi di adeguamento monetario. L'inflazione, dunque, non è un unico numero assoluto: è un insieme di misure costruite per rispondere a funzioni diverse, ciascuna con un uso preciso.
Perché il dato definitivo conta più della prima stima
La stima preliminare viene diffusa per offrire rapidamente una prima indicazione sul movimento dei prezzi del mese appena terminato. Il dato definitivo arriva dopo il completamento delle rilevazioni, dei controlli e delle correzioni necessarie a consolidare l'informazione statistica. È questa seconda pubblicazione a fornire il quadro più completo del mese di luglio, con il dettaglio delle principali divisioni di spesa e gli indici che non vengono diffusi nella fase iniziale.
La differenza tra stima e dato definitivo può essere nulla oppure limitata, ma non va considerata irrilevante. Anche una revisione di pochi decimi può modificare la lettura del ritmo dei prezzi, soprattutto quando il mercato, le istituzioni e i commentatori stanno cercando di capire se la discesa dell'inflazione sia stabile o temporanea. Per questo, fino alla diffusione odierna, il 2,8% resta un valore provvisorio, non un risultato consolidato.
Il comunicato finale permetterà inoltre di distinguere con maggiore precisione gli effetti stagionali dalle dinamiche più strutturali. Luglio è un mese particolare per i consumi: le vacanze incidono su trasporti, servizi ricreativi e strutture ricettive, mentre i saldi estivi influenzano il prezzo di una parte dell'abbigliamento e delle calzature. Leggere il dato senza considerare la stagionalità può portare a conclusioni affrettate, soprattutto quando si confrontano indici costruiti con metodologie differenti.
Il valore definitivo è rilevante anche per la qualità del dibattito pubblico. L'inflazione viene spesso evocata come una formula semplice, ma dietro quel numero si trovano comportamenti di spesa, prezzi rilevati sul territorio, pesi diversi assegnati alle categorie merceologiche e regole statistiche aggiornate. Avere un dato consolidato non elimina le difficoltà economiche delle famiglie, ma consente almeno di discuterne su una base più solida e meno esposta a interpretazioni superficiali.
I comparti che hanno frenato la crescita dei prezzi
La stima preliminare ha attribuito il rallentamento dell'inflazione soprattutto alla dinamica degli alimentari non lavorati, degli energetici non regolamentati e dei servizi vari. Gli alimentari non lavorati sono una componente particolarmente visibile nella vita quotidiana perché comprendono prodotti freschi, spesso acquistati con frequenza: frutta, verdura, carne, pesce e altri beni il cui prezzo può risentire delle condizioni climatiche, delle produzioni stagionali e dell'andamento dei costi lungo la filiera.
Per gli alimentari non lavorati, la crescita annua stimata a luglio è passata dal 4,4% di giugno al 3,8%. Il rallentamento è significativo, ma non equivale a una discesa dei prezzi in valore assoluto: indica che questi beni costavano ancora più di un anno prima, seppure con un ritmo meno intenso rispetto al mese precedente. È una distinzione importante per chi fa la spesa ogni giorno, perché l'esperienza concreta resta quella di prezzi che, in media, non tornano automaticamente ai livelli passati.
Un secondo fattore di frenata è arrivato dagli energetici non regolamentati, la cui dinamica tendenziale preliminare è passata dal 13,3% al 10,6%. Si tratta di una variazione che merita attenzione perché i prezzi dell'energia incidono direttamente su carburanti e altre voci esposte alle quotazioni internazionali e alle tensioni lungo le catene di approvvigionamento. Un rallentamento della crescita non elimina la pressione: un tasso annuo a doppia cifra indica comunque una voce ancora molto dinamica.
La prima lettura di luglio ha segnalato una decelerazione anche per i servizi vari, dal 2,5% all'1,8% su base annua. Questa categoria comprende una pluralità di prestazioni e non può essere ridotta a un singolo servizio. Il suo movimento contribuisce però a spiegare perché il dato generale sia sceso: quando rallentano contemporaneamente alcune componenti dei beni e una parte dei servizi, l'effetto si riflette sull'indice complessivo.
Il fatto che la crescita dei prezzi si sia moderata in alcuni comparti non deve far dimenticare che l'inflazione italiana resta sopra il livello considerato coerente con la stabilità dei prezzi nel medio periodo. La discesa al 2,8%, se confermata, è un segnale di attenuazione rispetto ai mesi precedenti, ma non descrive un quadro di prezzi fermi. La domanda centrale è se il rallentamento possa proseguire nei prossimi mesi oppure se fattori energetici, alimentari o geopolitici possano riportare pressione sull'indice generale.
Le voci che continuano a sostenere l'inflazione
Accanto alle componenti che hanno frenato, la stima preliminare ha individuato alcune categorie in accelerazione. Gli alimentari lavorati sono passati da una variazione annua del -0,2% a un aumento dello 0,2%. Il dato non suggerisce una forte fiammata dei prezzi, ma segnala un cambio di direzione: prodotti trasformati, confezionati o sottoposti a lavorazione industriale tornano a registrare una crescita tendenziale, seppure molto contenuta.
Particolarmente rilevante è la dinamica degli energetici regolamentati, che nella prima stima sono passati dal 9,2% al 14,9% su base annua. Questa voce può avere un peso importante nelle spese familiari e contribuisce a spiegare perché il rallentamento del NIC non debba essere letto come un allentamento uniforme del costo della vita. Quando alcune componenti energetiche crescono rapidamente, l'effetto può essere avvertito in modo più diretto da chi ha minori margini di bilancio.
I servizi relativi ai trasporti hanno mostrato una crescita annua preliminare dell'1,6%, in accelerazione dall'1,1% di giugno. Il periodo estivo rende questa voce particolarmente osservata, perché la domanda di mobilità aumenta per vacanze, spostamenti e turismo. Tuttavia, non sarebbe corretto attribuire il movimento di un intero comparto a una sola causa: nei servizi di trasporto incidono molte variabili, dai prezzi dei carburanti alla domanda stagionale, fino alla struttura dell'offerta e alle diverse modalità di viaggio.
La lettura delle componenti mostra perché il dato sull'inflazione generale non è mai sufficiente da solo. Due famiglie possono percepire una pressione molto diversa pur vivendo nello stesso Paese e nello stesso mese: chi usa molto l'automobile, acquista spesso prodotti freschi o affronta una bolletta più pesante può risentire maggiormente delle categorie in accelerazione; chi concentra la spesa su servizi differenti può avere un'esperienza meno gravosa. L'indice medio resta indispensabile, ma non annulla questa pluralità di situazioni.
Il carrello della spesa e la percezione delle famiglie
Nella stima preliminare, i beni che compongono il cosiddetto carrello della spesa sono rimasti stabili nella loro crescita annua all'1,3%. Questa misura include beni alimentari, prodotti per la cura della casa e della persona e altri acquisti ad alta frequenza. È un indicatore molto seguito perché raccoglie spese ricorrenti, quelle che incidono sulla percezione quotidiana del rincaro anche quando l'inflazione complessiva appare in rallentamento.
Un carrello stabile all'1,3% non significa che ciascun prodotto sia aumentato di quella stessa percentuale né che le famiglie paghino esattamente l'1,3% in più a ogni acquisto. Il numero è una media ponderata e può contenere prodotti in calo, prodotti quasi fermi e beni più costosi. La percezione del costo della vita dipende infatti dalla frequenza di acquisto, dalle quantità consumate e dalle alternative disponibili, oltre che dal prezzo esposto sullo scaffale.
Per una famiglia con figli, ad esempio, l'incidenza delle spese alimentari, dei prodotti per l'igiene, della scuola e dei trasporti può essere diversa rispetto a quella di una persona sola. Per chi vive in una zona periferica, il prezzo dei carburanti può pesare più della media; per chi abita in città, assumono maggiore rilievo servizi, affitti e mobilità. L'indice nazionale non pretende di sostituire questi bilanci individuali: fornisce una misura sintetica che serve a osservare la tendenza dell'intero sistema.
La distanza tra dato statistico e percezione non è necessariamente una contraddizione. Le famiglie ricordano con particolare intensità gli aumenti dei beni acquistati spesso e le voci difficili da comprimere, come alimentazione, energia, affitto e spostamenti. Un rallentamento dell'inflazione può essere reale e, nello stesso tempo, non essere ancora percepito come un sollievo pieno. Il potere d'acquisto dipende dal rapporto tra redditi, prezzi e spese obbligate, non soltanto dal tasso tendenziale di un singolo mese.
Inflazione di fondo: il dato oltre energia e alimentari freschi
Un altro indicatore centrale è l'inflazione di fondo, calcolata escludendo gli energetici e gli alimentari freschi, cioè le componenti più soggette a oscillazioni rapide. Nella stima preliminare di luglio questo indice è rimasto stabile all'1,6% su base annua. È una misura osservata perché aiuta a individuare la parte più persistente della dinamica dei prezzi, separandola da movimenti temporanei legati, per esempio, alle materie prime o alle condizioni meteorologiche.
La stabilità dell'inflazione di fondo al 1,6% suggerisce che, nella lettura preliminare, le pressioni più strutturali sono rimaste più contenute rispetto all'indice generale. Ciò non permette di affermare che il problema dell'aumento dei prezzi sia risolto, ma offre un'informazione utile: una quota importante della variazione complessiva continua a dipendere da componenti più volatili, in particolare dall'energia e da alcune categorie alimentari.
L'indice al netto dei soli energetici ha invece rallentato dall'1,9% all'1,8%. Anche questo movimento segnala che la dinamica dei prezzi non può essere spiegata esclusivamente con le bollette o con i carburanti. Quando si esclude l'energia, restano infatti alimentari, beni industriali, servizi e molte altre voci che contribuiscono alla spesa delle famiglie. Il confronto tra le diverse misure consente di capire quanto l'energia pesi sul dato complessivo, senza oscurare il resto del paniere.
Per i lettori, la lezione è semplice: non esiste un solo tasso di inflazione capace di rispondere a tutte le domande. Il NIC fotografa l'insieme dei consumi; il carrello della spesa rende più visibili gli acquisti frequenti; l'inflazione di fondo aiuta a osservare le tendenze meno volatili. Usare questi indicatori insieme permette di evitare due errori: dire che "va tutto meglio" soltanto perché il dato generale scende, oppure sostenere che "non cambia nulla" ignorando il rallentamento effettivamente registrato in alcune componenti.
NIC, FOI e IPCA: indici diversi, funzioni diverse
Il NIC è l'indice più citato nel dibattito economico perché misura i prezzi al consumo per l'intera collettività nazionale. È la bussola utilizzata per descrivere l'inflazione italiana nel suo complesso. Tuttavia, quando si parla di adeguamenti monetari concreti, come alcuni canoni di locazione, assegni dovuti al coniuge separato o rivalutazioni previste dalla normativa, il riferimento è normalmente l'indice per le famiglie di operai e impiegati, denominato FOI, al netto dei tabacchi.
Questa distinzione evita un equivoco molto diffuso: il 2,8% del NIC preliminare non va applicato automaticamente a ogni contratto indicizzato. Ogni contratto deve essere letto nelle sue clausole e ogni meccanismo di rivalutazione può richiamare un indice, un periodo e una percentuale specifici. Il dato definitivo di luglio è importante anche perché rende disponibili le misure necessarie a chi deve calcolare o verificare aggiornamenti monetari, ma non sostituisce l'analisi del singolo accordo.
L'IPCA, cioè l'indice armonizzato dei prezzi al consumo, serve invece a confrontare l'Italia con gli altri Paesi dell'Unione europea. Nella stima preliminare di luglio, l'IPCA è risultato in calo dell'1,0% sul mese e in aumento del 2,9% sull'anno, dopo il 3,0% di giugno. La variazione mensile negativa è legata anche all'effetto dei saldi estivi, che vengono trattati in modo diverso rispetto al NIC.
Il confronto tra NIC e IPCA dimostra come una metodologia conti quanto il numero finale. I saldi estivi incidono sul prezzo rilevato di abbigliamento e calzature e possono determinare una diminuzione mensile nell'indice armonizzato, mentre il NIC non li considera allo stesso modo. Non significa che uno degli indici sia "più vero" dell'altro: rispondono a obiettivi diversi. Il primo descrive l'inflazione nazionale, il secondo consente confronti coerenti nell'area europea.
Che cosa indica l'inflazione acquisita per il 2026
La stima preliminare ha portato l'inflazione acquisita per il 2026 al 2,7% per l'indice generale e all'1,8% per la componente di fondo. È un concetto utile ma spesso frainteso. L'inflazione acquisita indica quale sarebbe la variazione media annua se, nei mesi successivi, gli indici rimanessero esattamente al livello registrato nel mese più recente. Non è quindi una previsione certa di fine anno, ma una base di partenza statistica.
Il 2,7% acquisito a luglio non significa che l'inflazione media del 2026 chiuderà inevitabilmente a quel livello. Da agosto in poi potranno intervenire nuovi aumenti, rallentamenti o riduzioni in specifiche categorie. I prezzi dell'energia, l'andamento dei prodotti agricoli, i trasporti, i servizi turistici, le decisioni tariffarie e l'evoluzione del contesto internazionale possono influenzare i dati successivi. L'acquisito va quindi letto come un indicatore della strada già percorsa, non come un verdetto sul futuro.
Per la politica economica, questa misura è rilevante perché aiuta a valutare il livello di inflazione che si è già incorporato nella media dell'anno. Per famiglie e imprese, invece, il valore assume senso soprattutto se collegato ai propri costi e ricavi. Un piccolo esercizio commerciale può guardare con attenzione alle spese energetiche e ai prezzi all'ingrosso; una famiglia può concentrarsi sugli alimentari e sui servizi essenziali. Il dato medio è necessario, ma deve essere tradotto nella realtà concreta di chi acquista e di chi produce.
Famiglie, salari e potere d'acquisto
Il rapporto tra inflazione e salari è uno degli aspetti più sensibili. Se i redditi crescono meno dei prezzi, il potere d'acquisto si riduce; se recuperano più rapidamente, le famiglie possono ritrovare una parte della capacità di spesa perduta. Il dato di luglio non permette da solo di stabilire come stia evolvendo il reddito reale di ogni lavoratore, ma è uno degli elementi utilizzati per misurare la distanza tra entrate e costo della vita.
Il rallentamento del NIC può offrire un margine di respiro, ma il suo impatto dipende dalla distribuzione degli aumenti. Un'inflazione più bassa nei beni meno acquistati può essere percepita diversamente rispetto a una decelerazione nei prodotti alimentari, nei trasporti o nelle utenze domestiche. Ecco perché la composizione dell'indice conta almeno quanto il valore generale: i comparti che incidono sulle spese non rinviabili hanno un peso più forte nella vita quotidiana di molte persone.
Per i nuclei con minori disponibilità economiche, una quota maggiore del reddito viene generalmente assorbita da bisogni essenziali. In questi casi, anche variazioni contenute di alimentari, energia e mobilità possono pesare più della media. Per chi ha redditi più alti e una struttura di spesa diversa, l'effetto può essere meno immediato. L'inflazione è per definizione un dato medio, ma le sue conseguenze possono essere distribuite in modo molto diseguale.
Il dato definitivo di luglio sarà quindi utile anche per capire se il rallentamento osservato negli alimentari non lavorati si consoliderà e se l'accelerazione degli energetici regolamentati continuerà a condizionare la spesa. Non è possibile dedurre dal solo indice nazionale quanto cambierà la bolletta di una singola abitazione o il conto della spesa di una specifica famiglia. Si può però individuare il contesto in cui questi bilanci si muovono e valutare con maggiore precisione la direzione dei consumi.
Affitti, assegni e rivalutazioni: attenzione all'indice corretto
Quando esce il dato definitivo, cresce spesso l'interesse per le possibili ricadute su affitti, assegni e altri valori monetari. È importante non semplificare eccessivamente. In molti casi la rivalutazione non usa il NIC, ma il FOI al netto dei tabacchi; inoltre, la percentuale applicabile può essere solo parziale, può dipendere da una clausola contrattuale oppure richiedere condizioni e tempi specifici. Il dato di inflazione generale è quindi informativo, ma non basta a calcolare automaticamente un aggiornamento.
Per i contratti di locazione, ad esempio, occorre verificare se è prevista una clausola di adeguamento, quale indice sia richiamato e in quale misura possa essere applicato. Lo stesso vale per gli assegni dovuti al coniuge separato e per altre prestazioni soggette a rivalutazione. La pubblicazione odierna rende disponibile un tassello essenziale, ma ogni calcolo deve rispettare la disciplina contrattuale o normativa di riferimento.
Il principio generale è semplice: l'inflazione misura il mutamento medio dei prezzi, mentre l'adeguamento di un importo dipende dalle regole che disciplinano quello specifico rapporto. Confondere i due piani può generare aspettative errate o contestazioni inutili. Chi deve applicare una rivalutazione dovrebbe quindi utilizzare il dato definitivo corretto, riferito al periodo previsto, e verificare la formula applicabile. La precisione è particolarmente importante quando pochi decimi di punto incidono su importi ripetuti nel tempo.
Quali segnali cercare nel comunicato di oggi
Il primo elemento da verificare sarà la conferma o l'eventuale revisione del 2,8% annuo del NIC. Subito dopo sarà utile osservare la variazione mensile, stimata in precedenza al +0,2%, perché aiuta a capire se i prezzi abbiano continuato a salire nel corso di luglio. Il confronto fra giugno e luglio non sostituisce quello annuo, ma consente di individuare movimenti recenti che potrebbero riflettersi nei mesi successivi.
Il secondo punto riguarda la composizione del rallentamento. Se il dato finale confermerà il contributo degli alimentari non lavorati e degli energetici non regolamentati, il quadro resterà quello di una crescita dei prezzi meno rapida ma ancora influenzata da componenti volatili. Se invece emergeranno modifiche nelle singole voci, sarà necessario capire quali settori abbiano inciso. Il dettaglio è ciò che trasforma un semplice numero in un'analisi utile.
Il terzo elemento sarà l'andamento dell'inflazione di fondo. La stima del 1,6%, invariata rispetto a giugno, segnala una dinamica più moderata al netto di energia e alimentari freschi. Una conferma rafforzerebbe l'idea di pressioni di base contenute; una variazione, anche lieve, potrebbe suggerire una traiettoria diversa. Non sarebbe corretto attribuire a un singolo mese un significato definitivo, ma il trend mensile resta importante per valutare la persistenza dell'inflazione.
Infine, andranno osservati il carrello della spesa, l'indice armonizzato e il FOI. Sono numeri che parlano a pubblici diversi: il carrello interessa soprattutto chi guarda agli acquisti quotidiani, l'IPCA è centrale nel confronto europeo, il FOI entra in numerosi adeguamenti monetari. Il valore della pubblicazione definitiva sta proprio nella possibilità di leggere questi indicatori insieme, evitando di ridurre l'economia domestica a un solo dato percentuale.
Un rallentamento da valutare senza facili ottimismi
Se il 2,8% preliminare verrà confermato, luglio segnerà un rallentamento rispetto a giugno, ma non una svolta tale da azzerare le pressioni sul costo della vita. I prezzi continuano a crescere su base annua e alcuni comparti, in particolare gli energetici regolamentati, mostrano ancora dinamiche sostenute. La lettura più equilibrata è che l'inflazione stia mostrando segnali di moderazione, mentre la composizione degli aumenti resta disomogenea.
Per le famiglie, l'indicazione pratica è non fermarsi al titolo sul tasso generale. Conviene osservare quali voci incidono maggiormente sul proprio bilancio: spesa alimentare, trasporti, energia, affitto, servizi per i figli o spese sanitarie. Solo così il dato nazionale può diventare un riferimento concreto per orientare le scelte di consumo. Non serve trasformarsi in economisti: basta riconoscere che il bilancio familiare ha un paniere personale, spesso diverso da quello medio.
Per le imprese, il dato definitivo contribuisce a definire il contesto nel quale decidere prezzi, investimenti e approvvigionamenti. Un rallentamento dei prezzi al consumo può modificare le aspettative della domanda, ma non elimina i costi che gravano sulla produzione, sulla logistica o sull'energia. Il rapporto tra inflazione e attività economica è quindi bidirezionale: i prezzi influenzano le decisioni di famiglie e aziende, mentre le loro scelte contribuiscono a loro volta a modellare la dinamica dei consumi.
Il dato di luglio nel quotidiano delle famiglie
La pubblicazione odierna non cambierà da sola il prezzo di un prodotto o di una bolletta, ma aiuterà a capire se la traiettoria vista a giugno si è effettivamente consolidata. Un'inflazione al 2,8%, se confermata, descrive una crescita dei prezzi ancora significativa, ma meno veloce rispetto al mese precedente. È un'informazione importante per leggere il presente senza cadere né nel catastrofismo né nell'ottimismo automatico.
Il messaggio più utile è guardare oltre la cifra principale. Il rallentamento degli alimentari non lavorati e degli energetici non regolamentati costituisce un segnale favorevole; l'accelerazione degli energetici regolamentati, degli alimentari lavorati e dei servizi di trasporto ricorda però che la pressione non è scomparsa. L'inflazione di luglio racconta un'economia nella quale le spinte sui prezzi si stanno muovendo in direzioni diverse, non un Paese entrato improvvisamente in una fase di prezzi stabili.
Quando sarà disponibile il dato definitivo, il confronto potrà concentrarsi sui numeri confermati e sulle eventuali revisioni, senza attribuire al comunicato significati che non contiene. Se volete, potete raccontare nei commenti quali spese stanno incidendo di più sul vostro bilancio quotidiano: alimentari, energia, trasporti, affitto o servizi. Le esperienze individuali non sostituiscono la statistica, ma aiutano a capire come l'inflazione si traduca, ogni giorno, nella vita reale delle famiglie italiane.

