Guerra USA-Iran, nuovi raid allargano il conflitto a Iraq e Giordania
La guerra tra Stati Uniti e Iran è entrata in una fase ancora più pericolosa. Nella notte tra mercoledì 29 e giovedì 30 luglio 2026, le forze statunitensi hanno effettuato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi situati in territorio iraniano, interrompendo la breve pausa delle operazioni e rispondendo ai recenti lanci di missili contro installazioni americane nella regione. Parallelamente, Washington e Riad hanno condotto attacchi coordinati contro gruppi armati sostenuti da Teheran in Iraq, mentre nuovi episodi hanno coinvolto la Giordania, il porto egiziano di Damietta e lo Stretto di Hormuz.
Il dato più rilevante non riguarda soltanto l'intensità dei bombardamenti, ma la progressiva estensione geografica delle ostilità. Il conflitto non è più limitato agli attacchi diretti tra Stati Uniti e Iran: basi militari, infrastrutture energetiche, porti commerciali e rotte marittime distribuiti in diversi Paesi del Medio Oriente stanno diventando parte dello stesso confronto. Il rischio è che una successione di rappresaglie, anche quando presentate come circoscritte, trasformi definitivamente la crisi in una guerra regionale.
La nuova ondata di attacchi statunitensi contro l'Iran
Il Comando centrale degli Stati Uniti ha annunciato l'avvio di nuovi attacchi contro l'Iran a partire dalle 20:00 della costa orientale americana, corrispondenti alla mezzanotte GMT tra il 29 e il 30 luglio. Le operazioni sarebbero proseguite per circa due ore e sono state presentate da Washington come una risposta agli attacchi iraniani contro le forze statunitensi dislocate in Medio Oriente.
Non sono stati immediatamente forniti dettagli completi sul numero dei bersagli, sulle aree colpite o sull'eventuale bilancio delle vittime. Questa assenza di informazioni impone cautela: è possibile confermare l'avvio dell'operazione militare, ma non stabilire con certezza l'intera portata dei danni provocati. La ripresa dei raid segna comunque la fine della breve sospensione delle operazioni annunciata nel fine settimana e dimostra quanto fragile fosse il tentativo di riaprire uno spazio per la diplomazia.
La scelta statunitense è arrivata dopo una nuova offensiva iraniana contro obiettivi americani. Teheran ha rivendicato il lancio di missili balistici verso installazioni militari degli Stati Uniti in Giordania, sostenendo che l'azione costituisse una risposta alle precedenti operazioni americane. Washington ha dichiarato che le proprie difese aeree avevano intercettato gli ordigni diretti contro il personale statunitense.
La Giordania intercetta nuovi missili iraniani
La Giordania è diventata uno dei principali territori esposti alle conseguenze della guerra. Nelle prime ore di giovedì, le autorità militari del Paese hanno comunicato che i sistemi di difesa aerea avevano intercettato cinque missili provenienti dall'Iran. L'episodio si aggiunge a una serie di precedenti violazioni dello spazio aereo giordano avvenute durante le ultime settimane.
La posizione di Amman è particolarmente delicata. La Giordania ospita personale e strutture militari statunitensi, ma cerca contemporaneamente di evitare un coinvolgimento diretto nel conflitto. Ogni nuovo lancio espone il Paese non soltanto al rischio di danni alle installazioni militari, ma anche alla possibilità che frammenti di missili intercettati cadano su zone abitate o infrastrutture civili.
Il governo giordano considera la difesa del proprio spazio aereo una questione di sovranità nazionale, indipendentemente dall'origine e dalla destinazione degli ordigni. Tuttavia, la frequenza degli attacchi dimostra come il territorio del Regno sia ormai inserito nella geografia operativa della guerra, pur senza aver scelto formalmente di parteciparvi.
Stati Uniti e Arabia Saudita colpiscono in Iraq
Un ulteriore salto di qualità è rappresentato dagli attacchi coordinati effettuati dalle forze degli Stati Uniti e dell'Arabia Saudita contro siti situati in Iraq. È la prima volta, dall'inizio dell'attuale guerra, che Riad rende pubblica la propria partecipazione a bombardamenti condotti insieme a Washington contro gruppi armati sostenuti dall'Iran.
Il Comando centrale statunitense ha affermato che gli obiettivi colpiti erano utilizzati da formazioni allineate a Teheran, accusate di avere ricevuto indicazioni dai Guardiani della Rivoluzione per attaccare forze americane e infrastrutture energetiche saudite. Gli Stati Uniti hanno precisato che i precedenti tentativi di colpire il proprio personale non avevano raggiunto gli obiettivi previsti.
L'Arabia Saudita aveva denunciato nei giorni precedenti una serie di attacchi con droni partiti dal territorio iracheno e diretti contro impianti petroliferi del Regno. Riad ha presentato la propria partecipazione ai bombardamenti come un'azione di autodifesa, sostenendo di avere il diritto di neutralizzare le strutture dalle quali sarebbero state lanciate le operazioni contro il proprio territorio.
L'Iran ha respinto l'accusa di avere diretto gli attacchi delle milizie irachene. La posizione di Teheran non elimina però il problema rappresentato dai rapporti tra i gruppi armati iracheni e l'apparato militare iraniano. Alcune delle organizzazioni colpite mantengono legami politici, ideologici e operativi con l'Iran, ma sono anche inserite nelle Forze di mobilitazione popolare, una struttura formalmente integrata nell'apparato di sicurezza dell'Iraq.
Il bilancio rivendicato dalle forze paramilitari irachene
Le Forze di mobilitazione popolare hanno dichiarato che almeno 20 propri membri sono stati uccisi e 32 sono rimasti feriti negli attacchi condotti da Stati Uniti e Arabia Saudita contro diverse basi. Il bilancio è stato diffuso dalle stesse formazioni colpite e non risultava ancora verificabile in modo indipendente in tutte le sue componenti.
Un quotidiano iraniano ha inoltre riferito della morte di quattro consiglieri appartenenti ai Guardiani della Rivoluzione. Anche questa informazione deve essere trattata come un dato riportato e non come un elemento definitivamente accertato attraverso riscontri indipendenti.
Il governo iracheno ha chiesto a tutte le parti di evitare ulteriori escalation, ribadendo la volontà di tenere il Paese fuori dalla guerra regionale. La presidenza dell'Iraq ha condannato i bombardamenti come una violazione della sovranità irachena, ma ha contemporaneamente chiesto ai gruppi armati presenti sul territorio nazionale di interrompere gli attacchi contro i Paesi vicini.
Baghdad stretta tra Washington e Teheran
L'Iraq si trova in una posizione estremamente difficile. Baghdad mantiene rapporti militari e diplomatici con gli Stati Uniti, ma conserva anche profondi legami politici, economici e religiosi con l'Iran. La presenza di formazioni armate vicine a Teheran all'interno del sistema di sicurezza iracheno rende ancora più complessa la distinzione tra apparati statali e gruppi dotati di una propria autonomia operativa.
Gli attacchi congiunti statunitensi e sauditi rischiano di aggravare le tensioni interne. Da una parte, il governo iracheno è sottoposto alle pressioni dei Paesi vicini, che chiedono di impedire l'utilizzo del territorio nazionale come base per operazioni militari. Dall'altra, un intervento straniero contro formazioni formalmente collegate allo Stato può alimentare proteste, richieste di ritiro delle truppe americane e nuove iniziative armate contro le basi occidentali.
Il pericolo maggiore è la formazione di un ciclo di rappresaglie. Un attacco partito dall'Iraq può provocare bombardamenti sul territorio iracheno; questi, a loro volta, possono spingere le milizie a colpire nuovamente obiettivi americani o sauditi. In assenza di un controllo effettivo delle armi da parte delle istituzioni centrali, Baghdad rischia di perdere ulteriormente la capacità di decidere se e come partecipare alla crisi.
Il caso della nave colpita nel porto egiziano di Damietta
La crisi ha raggiunto anche l'Egitto. Una società britannica specializzata nella sicurezza marittima ha fornito una valutazione iniziale secondo la quale un drone avrebbe colpito una nave statunitense utilizzata per lo stoccaggio di gas nel porto mediterraneo di Damietta. L'episodio ha provocato un incendio che ha coinvolto strutture navali collegate alle operazioni energetiche del terminale.
Il ministero egiziano del Petrolio ha confermato lo scoppio di un incendio su un'unità di rigassificazione e su una nave di stoccaggio, precisando che le fiamme erano state affrontate immediatamente attraverso i piani di emergenza previsti. Le autorità egiziane, tuttavia, non hanno confermato che l'origine dell'incendio fosse un attacco con drone.
Al momento non è quindi possibile attribuire con certezza la responsabilità dell'accaduto. La valutazione sull'attacco resta preliminare e non è stato stabilito chi avrebbe lanciato l'eventuale velivolo senza pilota. Il fatto che un incidente di questa natura abbia interessato un importante terminale energetico egiziano è comunque significativo, perché mostra quanto le infrastrutture civili e commerciali siano vulnerabili mentre le ostilità si estendono oltre i fronti principali.
L'Iran rivendica attacchi contro tre petroliere
I Guardiani della Rivoluzione hanno inoltre dichiarato di avere colpito tre petroliere che stavano tentando di attraversare lo Stretto di Hormuz seguendo una rotta non autorizzata da Teheran. Non erano immediatamente disponibili conferme indipendenti complete sull'identità delle navi, sull'entità dei danni o sulle condizioni degli equipaggi.
La rivendicazione si inserisce nella strategia con cui l'Iran sostiene di poter controllare il transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Teheran considera autorizzati soltanto determinati corridoi di navigazione e ha già minacciato o attaccato le imbarcazioni che, a suo giudizio, non rispettano le indicazioni impartite dalle forze iraniane.
Gli Stati Uniti e diversi Paesi della regione contestano questa posizione, sostenendo che Hormuz debba rimanere una via d'acqua internazionale accessibile senza pedaggi obbligatori o autorizzazioni unilaterali. La divergenza non è soltanto giuridica: riguarda il controllo materiale di uno dei passaggi marittimi più importanti per l'approvvigionamento energetico mondiale.
Il piano dell'Oman respinto da Teheran
Nel tentativo di ridurre le tensioni, l'Oman aveva presentato all'Iran una proposta sostenuta da diversi Stati del Golfo. Il piano prevedeva una gestione regionale dello Stretto di Hormuz e la possibilità di raccogliere contributi volontari dalle navi in transito per finanziare sicurezza della navigazione, tutela ambientale e operazioni di soccorso.
La proposta cercava un compromesso tra due posizioni difficilmente conciliabili. L'Iran rivendica un ruolo diretto nella gestione dello stretto e vorrebbe applicare servizi a pagamento, mentre gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi sistema che possa trasformarsi in un pedaggio obbligatorio o riconoscere a Teheran un controllo esclusivo sulla rotta.
Le autorità iraniane hanno respinto il piano nella forma presentata, ribadendo la propria pretesa di controllo sul corridoio marittimo. Il fallimento dell'iniziativa ha contribuito alla nuova impennata delle tensioni, perché ha ridotto lo spazio per una soluzione temporanea capace di separare la questione della libertà di navigazione dal confronto militare più ampio.
Il Brent supera i 90 dollari e poi arretra
La nuova escalation ha prodotto una reazione immediata sui mercati energetici. Nella seduta di mercoledì, il prezzo del Brent è aumentato del 7,91%, chiudendo a 90,74 dollari al barile. Il petrolio statunitense WTI è salito del 6,56%, raggiungendo 84,46 dollari.
Nelle prime ore di giovedì, il Brent ha successivamente perso parte dei guadagni, scendendo intorno a 89,78 dollari al barile. Il movimento non indica però una riduzione strutturale del rischio. Mostra piuttosto la forte volatilità di un mercato che reagisce rapidamente sia alle notizie militari sia ai dati effettivi sui flussi di greggio.
Nonostante la quasi completa paralisi del traffico ordinario attraverso Hormuz, quantità significative di petrolio del Golfo continuano a raggiungere i mercati grazie a oleodotti, terminali alternativi e rotte differenti. La continuità parziale delle esportazioni limita per ora gli aumenti più estremi, ma non elimina la possibilità di nuovi rialzi nel caso in cui venissero colpite infrastrutture produttive, porti o grandi petroliere.
Perché lo Stretto di Hormuz è decisivo
Prima della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava una quota stimata intorno a un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. Il passaggio collega il Golfo Persico con il Golfo dell'Oman e rappresenta l'uscita marittima principale per le esportazioni di diversi grandi produttori regionali.
Una chiusura prolungata o una riduzione drastica dei transiti può incidere sui prezzi dei carburanti, sui costi del trasporto, sulle bollette energetiche e sull'inflazione internazionale. Gli effetti non dipendono soltanto dalla quantità di greggio effettivamente bloccata: anche il maggiore costo delle assicurazioni, la necessità di utilizzare percorsi alternativi e il rischio per gli equipaggi contribuiscono a rendere più costoso ogni viaggio.
La situazione è aggravata dalle tensioni nel Mar Rosso. Gli Houthi yemeniti, alleati dell'Iran, hanno annunciato un blocco navale contro l'Arabia Saudita e stanno minacciando il traffico attraverso Bab el-Mandeb. La contemporanea instabilità di Hormuz e del collegamento tra Mar Rosso e Oceano Indiano espone quindi due passaggi energetici fondamentali alla stessa crisi.
L'Arabia Saudita cambia posizione nella guerra
La partecipazione saudita agli attacchi in Iraq rappresenta un cambiamento politico e militare significativo. Fino a questo momento, Riad aveva cercato di proteggere il proprio territorio, intercettare droni e missili e sostenere gli sforzi diplomatici, evitando di apparire come parte diretta delle operazioni offensive statunitensi contro le forze legate all'Iran.
Gli attacchi contro gli impianti petroliferi sauditi hanno modificato questo equilibrio. Il governo considera la sicurezza delle proprie infrastrutture energetiche una priorità nazionale e ritiene che l'assenza di una risposta possa incoraggiare ulteriori operazioni. Allo stesso tempo, un coinvolgimento più diretto espone il Regno al rischio di nuovi attacchi iraniani o delle organizzazioni alleate di Teheran.
Riad deve quindi conciliare due obiettivi potenzialmente contraddittori: dimostrare di poter colpire le basi utilizzate contro il proprio territorio e impedire che la rappresaglia generi una guerra ancora più estesa. L'ingresso pubblico dell'Arabia Saudita nelle operazioni con Washington aumenta il peso militare della coalizione, ma amplia anche l'elenco dei possibili bersagli regionali.
Una guerra sempre più difficile da contenere
La sequenza degli ultimi eventi mostra una dinamica precisa: attacchi iraniani contro forze statunitensi e obiettivi sauditi, bombardamenti congiunti in Iraq, nuovi raid americani in Iran, lanci di missili verso la Giordania e incidenti che coinvolgono navi e infrastrutture energetiche. Ogni passaggio viene presentato dalla parte che lo compie come una risposta difensiva, ma il risultato complessivo è un'espansione continua delle ostilità.
Il rischio non è soltanto un confronto diretto più intenso tra Washington e Teheran. La crisi può destabilizzare l'Iraq, coinvolgere maggiormente l'Arabia Saudita, mettere sotto pressione la Giordania, colpire terminali egiziani e rendere insicure le rotte tra Golfo Persico, Mar Rosso e Mediterraneo. In questo scenario, anche un errore di identificazione, un missile non intercettato o un attacco attribuito prematuramente alla parte sbagliata potrebbe provocare una nuova escalation militare.
Il punto critico delle prossime ore
La possibilità di contenere la guerra dipenderà dalle decisioni che saranno prese nelle prossime ore. Un'ulteriore ondata di bombardamenti contro l'Iran, nuovi attacchi delle milizie irachene o altri episodi contro petroliere e impianti energetici potrebbero cancellare definitivamente lo spazio residuo per una mediazione. Al contrario, una sospensione coordinata delle operazioni e il ritorno a un negoziato sullo Stretto di Hormuz potrebbero almeno ridurre il rischio immediato per la navigazione.
Per ora, tuttavia, i segnali indicano una crisi in espansione. Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi, l'Iran continua a colpire obiettivi militari e marittimi, l'Arabia Saudita è entrata direttamente nelle operazioni in Iraq e la diplomazia omanita non ha prodotto un accordo. La guerra regionale, fino a poche settimane fa considerata uno scenario da scongiurare, sta assumendo caratteristiche sempre più concrete.
Secondo voi, esiste ancora uno spazio realistico per una soluzione diplomatica oppure la successione delle rappresaglie ha ormai superato il punto di non ritorno? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione sul possibile sviluppo della crisi.

