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Guerra USA-Iran, Hormuz paralizzato e minaccia Houthi sul mar Rosso

L'undicesima notte consecutiva di bombardamenti statunitensi contro l'Iran segna un nuovo passaggio nell'escalation militare che sta trasformando la guerra in una crisi estesa alle principali rotte energetiche del Medio Oriente. Le forze americane hanno colpito strutture militari iraniane, mentre Teheran ha proseguito gli attacchi contro installazioni statunitensi e obiettivi nei Paesi della regione. Parallelamente, le minacce degli Houthi contro il traffico legato all'Arabia Saudita hanno aperto un secondo fronte marittimo nel Mar Rosso.
Il centro della crisi non è più rappresentato soltanto dallo scontro diretto tra Stati Uniti e Iran. La drastica riduzione dei transiti attraverso lo Stretto di Hormuz, gli attacchi contro le navi commerciali e il rischio di una contemporanea interruzione del passaggio attraverso Bab el-Mandeb stanno coinvolgendo compagnie di navigazione, produttori di petrolio, assicuratori, importatori e governi molto lontani dal teatro delle operazioni.
La combinazione tra attacchi militari, rotte commerciali compromesse, aumento dei costi energetici e assenza di un accordo diplomatico rende questa fase particolarmente pericolosa. Anche senza una dichiarazione formale di chiusura totale dei due stretti, il timore di missili, droni, mine o abbordaggi può bastare a spingere gli armatori a sospendere i viaggi o a scegliere percorsi più lunghi e costosi.

L'undicesima notte di bombardamenti americani

Il Comando centrale statunitense ha comunicato di avere completato la nuova operazione nella serata del 21 luglio, quando in Iran era già iniziata la giornata di mercoledì 22. La campagna ha rappresentato l'undicesima notte consecutiva di attacchi americani dopo il nuovo collasso dell'intesa provvisoria tra Washington e Teheran.
Secondo la descrizione fornita dagli Stati Uniti, i bersagli comprendevano centri operativi militari, capacità marittime, hangar per aeromobili, depositi di droni e infrastrutture logistiche. L'operazione sarebbe durata circa 75 minuti e sarebbe stata concepita per ridurre ulteriormente la capacità iraniana di minacciare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz.
La formulazione utilizzata da Washington chiarisce che l'obiettivo dichiarato non è soltanto quello di colpire le capacità offensive generali dell'Iran, ma di intervenire direttamente sui sistemi ritenuti collegati al controllo militare dello Stretto di Hormuz. Non sono stati tuttavia diffusi nell'immediato un elenco completo delle strutture danneggiate, una valutazione indipendente degli effetti degli attacchi o un bilancio verificato delle vittime.

Esplosioni segnalate in diverse province iraniane

Durante la notte, i mezzi d'informazione iraniani hanno riferito di esplosioni e attività delle difese aeree in numerose zone del Paese. Segnalazioni sono arrivate dall'area di Teheran e dalle province di Bushehr, Azerbaigian Orientale, Hamadan, Hormozgan, Khuzestan e Sistan e Baluchistan.
Sono state inoltre riportate esplosioni nelle città sudorientali di Chabahar e Konarak, oltre che nell'area di Bushehr, dove si trova l'unica centrale nucleare iraniana operativa. La presenza di esplosioni nella provincia non dimostra però automaticamente che l'impianto nucleare sia stato colpito: al momento non è stata fornita una conferma indipendente di un attacco contro la centrale.
Questa distinzione è essenziale perché, durante un conflitto caratterizzato da comunicazioni incomplete e propaganda contrapposta, la localizzazione di un'esplosione non consente sempre di stabilire con certezza il bersaglio effettivo, l'arma utilizzata o l'entità dei danni. Le informazioni provenienti dalle autorità iraniane e statunitensi devono pertanto essere considerate attribuzioni delle rispettive parti fino alla disponibilità di riscontri autonomi.

La risposta iraniana contro le basi regionali

L'Iran ha continuato a lanciare missili e droni contro installazioni statunitensi o obiettivi situati nei Paesi che ospitano forze americane. Attacchi sono stati segnalati in Bahrain, Kuwait e Giordania, mantenendo sotto pressione una vasta area che comprende basi militari, infrastrutture energetiche e importanti centri logistici.
Il Kuwait ha dichiarato di avere attivato le proprie difese contro una nuova incursione con droni iraniani. Nelle giornate precedenti, attacchi nel Paese avevano già coinvolto impianti collegati alla produzione di elettricità e acqua dolce, un settore particolarmente sensibile negli Stati del Golfo, dove la dissalazione dell'acqua marina rappresenta una componente essenziale dell'approvvigionamento civile.
Teheran ha inoltre rivendicato di avere colpito infrastrutture tecnologiche in Bahrain. Alcune di queste affermazioni non risultavano immediatamente verificabili in modo indipendente. È quindi necessario distinguere tra gli attacchi confermati dalle autorità dei Paesi interessati e le rivendicazioni diffuse unilateralmente dall'apparato militare o dai media iraniani.

Il bilancio americano continua ad aumentare

Il presidente statunitense ha indicato in 18 militari uccisi il bilancio americano dall'inizio della guerra. Le perdite più recenti sono legate agli attacchi iraniani contro installazioni statunitensi in Giordania e Iraq, che hanno provocato anche numerosi feriti.
Il numero dei militari americani feriti avrebbe superato quota 500, sebbene le banche dati ufficiali possano registrare ritardi nell'aggiornamento. Il progressivo aumento delle vittime rende politicamente più difficile per Washington mantenere una campagna militare prolungata senza definire con precisione gli obiettivi finali, la durata prevista e le condizioni necessarie per interrompere le operazioni.
Anche sul fronte iraniano il bilancio rimane grave. Un responsabile sanitario di Teheran ha attribuito alle più recenti operazioni statunitensi almeno 50 morti civili e 500 feriti. Si tratta di cifre fornite dalle autorità iraniane e non ancora accompagnate da una verifica indipendente completa, ma che indicano il crescente costo umano dei bombardamenti.

Hormuz formalmente aperto, ma quasi privo di traffico

Lo Stretto di Hormuz non risulta formalmente chiuso a qualsiasi navigazione, ma il suo funzionamento commerciale è ormai fortemente compromesso. Nella giornata di martedì 21 luglio sono state registrate soltanto tre navi commerciali adibite al trasporto di materie prime, una in meno rispetto al giorno precedente.
Tra le unità osservate figuravano una nave da carico in uscita, una portarinfuse entrata senza carico e una nave che trasportava olio di palma raffinato. Il dato più rilevante riguarda però l'assenza di transiti visibili di grandi petroliere VLCC e di navi metaniere per il trasporto di gas naturale liquefatto.
La differenza tra apertura giuridica e accessibilità concreta è fondamentale. Uno stretto può rimanere tecnicamente navigabile, ma diventare quasi inutilizzabile quando armatori, assicuratori e comandanti ritengono eccessivo il rischio operativo. Attacchi sporadici, premi assicurativi elevati e incertezza sulle regole di transito possono produrre effetti simili a quelli di un blocco dichiarato.

Una petroliera colpita e l'equipaggio costretto all'abbandono

Una petroliera in navigazione nello Stretto di Hormuz ha segnalato di essere stata raggiunta da un proiettile nelle prime ore di martedì. L'equipaggio ha abbandonato la nave e si è trasferito su un mezzo di salvataggio, confermando il rischio diretto per i marittimi civili impegnati nella rotta.
I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno rivendicato la responsabilità dell'attacco, insieme ad altre azioni contro navi avvenute nelle ore precedenti. Le autorità iraniane hanno anche sostenuto che due petroliere sarebbero state coinvolte in esplosioni e incendi durante il tentativo di attraversare la corsia meridionale dello stretto. Questa seconda ricostruzione non disponeva, nell'immediato, di conferme indipendenti complete.
La corsia meridionale, più vicina alle acque dell'Oman, è quella indicata dagli Stati Uniti come percorso preferibile per ridurre l'esposizione al controllo iraniano. Teheran sostiene invece che le navi dovrebbero seguire una rotta settentrionale più vicina alle proprie coste. La disputa sui percorsi trasforma la navigazione commerciale in uno degli strumenti principali del confronto militare e politico.

La posizione del Comando centrale statunitense

Washington sostiene che l'Iran abbia attaccato più di 30 navi commerciali negli ultimi tre mesi, mettendo in pericolo centinaia di marittimi. Il Comando centrale afferma inoltre di avere facilitato, dall'inizio di maggio, il passaggio di circa 900 unità commerciali e di 450 milioni di barili di greggio.
Questi dati fanno parte della ricostruzione ufficiale americana e devono essere letti nel contesto della giustificazione fornita per la campagna militare. Gli Stati Uniti presentano infatti gli attacchi come una risposta necessaria per tutelare la libertà di navigazione e impedire all'Iran di esercitare un controllo coercitivo su una via marittima internazionale.
Teheran considera invece la presenza navale e le operazioni statunitensi una forma di aggressione e sostiene di avere il diritto di rispondere contro le forze americane e i Paesi che le ospitano. Le posizioni contrapposte non modificano però la conseguenza immediata: lo Stretto di Hormuz continua a perdere traffico e affidabilità.

Perché Hormuz è decisivo per l'economia mondiale

Prima della guerra, attraverso lo Stretto di Hormuz transitava approssimativamente un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto. La rotta collega i grandi produttori del Golfo Persico con i mercati asiatici, europei e internazionali ed è difficilmente sostituibile nel breve periodo.
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti capaci di trasferire una parte del greggio verso terminal situati al di fuori dello stretto, ma queste infrastrutture non possono rimpiazzare interamente la capacità marittima di Hormuz. Qatar, Kuwait, Iraq e altri esportatori rimangono particolarmente esposti alla riduzione dei transiti.
Il blocco o il forte rallentamento non colpisce soltanto il petrolio. Attraverso la regione viaggiano gas, prodotti raffinati, fertilizzanti, merci industriali e componenti essenziali per numerose filiere. Il rischio è quindi quello di un aumento dei costi di trasporto che si trasferisca gradualmente ai prezzi sostenuti da imprese e consumatori.

Gli Houthi aprono un secondo fronte nel Mar Rosso

Alla crisi di Hormuz si aggiunge ora la minaccia degli Houthi yemeniti contro il traffico collegato all'Arabia Saudita. Il gruppo ha annunciato un blocco navale e ha avvertito le compagnie di non caricare o scaricare merci nei porti sauditi, sostenendo che le navi considerate in violazione potrebbero essere colpite.
L'avvertimento riguarda non soltanto le petroliere, ma potenzialmente qualsiasi nave commerciale che utilizzi i porti sauditi. Gli Houthi affermano di agire in risposta alle operazioni dell'Arabia Saudita contro lo Yemen e a un recente attacco all'aeroporto di Sana'a.
Le autorità saudite hanno contestato la pretesa degli Houthi di controllare il passaggio e hanno assicurato che la navigazione attraverso Bab el-Mandeb sarà protetta. La capacità effettiva del gruppo di imporre un blocco completo resta incerta, ma l'esperienza degli anni precedenti dimostra che anche un numero limitato di attacchi navali può allontanare le compagnie dalla rotta.

Tre petroliere saudite invertono la rotta

L'annuncio degli Houthi ha già prodotto conseguenze visibili. Tre petroliere cariche di greggio saudita e dirette verso Cina e India hanno invertito la rotta nel Mar Rosso, dirigendosi verso il Canale di Suez anziché proseguire a sud attraverso Bab el-Mandeb.
La manovra non prova l'esistenza di un blocco fisico completo, ma dimostra che la minaccia è stata ritenuta sufficientemente credibile da modificare i piani di navigazione. Gli Houthi hanno sostenuto di avere costretto complessivamente sei navi a cambiare percorso, ma tale numero non risultava verificato autonomamente.
L'Arabia Saudita aveva utilizzato sempre più intensamente il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per compensare le difficoltà nell'uscita dal Golfo Persico. Il petrolio veniva trasferito attraverso un oleodotto interno e caricato sulle navi lontano da Hormuz. La pressione su Bab el-Mandeb minaccia quindi proprio la principale rotta alternativa sviluppata per attenuare gli effetti della crisi.

Bab el-Mandeb, la seconda strettoia strategica

Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, rappresenta una delle principali vie commerciali tra Europa e Asia. Circa il 12% del commercio mondiale e una quota rilevante del traffico globale di container attraversano normalmente questo passaggio.
La chiusura simultanea o la forte compromissione di Hormuz e Bab el-Mandeb costringerebbe molte navi a circumnavigare l'Africa passando dal Capo di Buona Speranza. Questa deviazione può aggiungere una o due settimane ai viaggi, aumentare il consumo di carburante, ridurre la disponibilità delle navi e far crescere i costi assicurativi.
Per le petroliere saudite dirette in Asia, la necessità di risalire verso Suez e seguire un percorso alternativo risulta particolarmente onerosa. Non si tratta soltanto di percorrere più miglia, ma di riorganizzare carichi, contratti, disponibilità portuali e tempi di consegna. Una crisi prolungata potrebbe quindi provocare ritardi strutturali nelle forniture.

Il petrolio supera i 92 dollari

Nelle prime ore di mercoledì il prezzo del Brent ha superato i 92 dollari al barile, raggiungendo il livello intraday più alto da oltre un mese. Il greggio statunitense West Texas Intermediate è salito sopra gli 85 dollari, riflettendo il timore di nuove interruzioni dell'offerta.
Il mercato non sta reagendo soltanto alla quantità di petrolio effettivamente sottratta alle esportazioni. I prezzi incorporano anche un premio di rischio geopolitico, legato alla possibilità che gli attacchi si intensifichino, che altri produttori siano coinvolti o che le compagnie sospendano ulteriormente le operazioni.
L'aumento del greggio può trasferirsi ai prezzi di benzina, gasolio, trasporto aereo, prodotti petrolchimici e generazione energetica. Per i Paesi importatori, compresa l'Italia, una crisi prolungata potrebbe alimentare l'inflazione energetica, ridurre il potere d'acquisto e aumentare i costi produttivi delle imprese.

Il costo economico della guerra per Washington

Il segretario alla Difesa statunitense ha stimato in 37,5 miliardi di dollari il costo sostenuto o previsto dagli Stati Uniti fino alla fine di settembre per alcune componenti della guerra. Il calcolo comprende operazioni già effettuate e spese attese, ma non è stato accompagnato da una ripartizione pubblica dettagliata.
Il Pentagono sta chiedendo al Congresso ulteriori finanziamenti, anche per ricostituire le scorte di missili intercettori e altri armamenti impiegati nel conflitto. La richiesta incontra perplessità sia tra esponenti democratici sia tra alcuni repubblicani, che chiedono maggiori informazioni sulla strategia e sui limiti dell'intervento.
La durata della campagna aumenta anche la pressione sulle capacità militari americane, impegnate simultaneamente nella difesa delle basi, nella protezione della navigazione, negli attacchi contro l'Iran e nella sorveglianza di un'area che si estende dal Golfo Persico al Mar Rosso.

La mediazione del Pakistan non produce ancora una tregua

Il Pakistan continua a svolgere un ruolo centrale nel tentativo di riaprire un canale tra Washington e Teheran. Il ministro dell'Interno iraniano Eskandar Momeni ha incontrato il capo delle forze armate pakistane Asim Munir e il primo ministro Shehbaz Sharif, chiedendo a Islamabad di proseguire la mediazione.
Il governo pakistano aveva già contribuito alla definizione dell'intesa provvisoria raggiunta nel mese precedente. Quell'accordo avrebbe dovuto ridurre le ostilità e riaprire stabilmente Hormuz, ma è progressivamente crollato dopo la ripresa degli attacchi alle navi e delle operazioni militari statunitensi.
Ai contendenti sarebbe stata presentata una proposta per un cessate il fuoco di dieci giorni, concepito come periodo di raffreddamento durante il quale discutere un accordo più duraturo sul transito marittimo. Al momento, però, né gli Stati Uniti né l'Iran hanno accettato formalmente il piano.

Washington alterna apertura diplomatica e pressione militare

La posizione americana appare articolata su due livelli. Da un lato, il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che gli Stati Uniti restano disponibili a negoziare; dall'altro, Washington sostiene che l'Iran non stia partecipando con sufficiente serietà ai tentativi di mediazione diplomatica.
Il presidente Donald Trump ha affermato che non vi è interesse per un nuovo incontro fino a quando Teheran non sarà pronta a un confronto ritenuto significativo. Contemporaneamente, ha prospettato ulteriori attacchi nell'area vicina a una struttura sotterranea collegata al programma nucleare iraniano, aumentando il rischio di una nuova soglia di escalation.
Le autorità iraniane hanno avvertito che un attacco contro impianti nucleari o altre strutture sensibili verrebbe considerato un allargamento della guerra e provocherebbe risposte contro gli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati. Questa dinamica riduce lo spazio per il compromesso perché entrambe le parti cercano di migliorare la propria posizione negoziale attraverso la forza.

Il rischio per gli equipaggi civili

I marittimi sono tra i soggetti più esposti a una guerra combattuta lungo rotte percorse da navi mercantili. Gli equipaggi possono trovarsi davanti a missili, droni, proiettili, mine, ordini militari contrastanti o richieste di cambiare rotta senza disporre di informazioni complete.
L'abbandono della petroliera colpita dimostra che il pericolo non è teorico. Anche quando un attacco non provoca vittime, l'evacuazione in mare, l'incendio di un carico o la perdita di controllo della nave possono generare emergenze umanitarie e ambientali. Un incidente grave potrebbe causare una fuoriuscita di petrolio in ecosistemi costieri particolarmente vulnerabili.
Le compagnie devono inoltre decidere se mantenere attivi i sistemi di identificazione automatica, utili per la sicurezza della navigazione ma capaci di rendere più facilmente individuabile una nave. Alcune unità hanno limitato le trasmissioni, accrescendo però il rischio di collisioni e rendendo più difficile il monitoraggio del traffico.

Assicurazioni, noli e merci: gli effetti oltre il petrolio

Quando una rotta viene classificata come zona ad alto rischio, le compagnie assicurative possono aumentare i premi per la copertura contro i rischi di guerra o rifiutare del tutto alcune operazioni. Gli armatori trasferiscono poi questi costi ai clienti attraverso noli più elevati.
La minore disponibilità di navi provoca un effetto a catena: ogni deviazione allunga il viaggio, trattiene più a lungo l'unità e riduce il numero di carichi che può trasportare nello stesso periodo. Ne derivano possibili rincari per energia, componenti industriali, prodotti alimentari e beni destinati al commercio internazionale.
Il rischio maggiore non deriva necessariamente da una completa paralisi delle rotte. Anche una navigazione intermittente, accompagnata da continui cambi di percorso, può produrre una prolungata instabilità logistica, rendendo difficile programmare consegne e prezzi.

Una guerra sempre più regionale

Il coinvolgimento degli Houthi dimostra come il conflitto stia superando i confini iraniani e il confronto diretto con gli Stati Uniti. Bahrain, Kuwait, Giordania, Arabia Saudita, Oman e Yemen sono ormai coinvolti, in misura diversa, nelle conseguenze militari o commerciali dell'escalation regionale.
Un eventuale attacco americano o saudita contro le capacità degli Houthi potrebbe riaprire su vasta scala la guerra in Yemen, dove i combattimenti più intensi si erano ridotti dopo la tregua del 2022. Il rischio è la formazione di una catena di rappresaglie tra attori statali e gruppi armati, ciascuno dotato di propri obiettivi.
Più aumentano i fronti, più diventa difficile raggiungere un accordo capace di fermare contemporaneamente tutti gli attacchi. Una tregua tra Washington e Teheran potrebbe non essere sufficiente se non includesse garanzie sulla navigazione, sul comportamento degli Houthi e sulla sicurezza degli Stati del Golfo Persico.

Le informazioni da verificare nelle prossime ore

Il primo elemento da osservare sarà l'eventuale prosecuzione degli attacchi statunitensi per una dodicesima notte e la natura dei nuovi bersagli. Un ampliamento verso infrastrutture nucleari, energetiche o civili modificherebbe sensibilmente il livello della crisi.
Sarà inoltre necessario verificare se l'Iran continuerà a colpire le basi americane, se altre navi verranno attaccate nello Stretto di Hormuz e se il numero dei transiti commerciali scenderà ulteriormente. Un passaggio rilevante di petroliere o metaniere potrebbe indicare una parziale ripresa; nuove inversioni di rotta confermerebbero invece la crescente paralisi marittima.
Nel Mar Rosso occorrerà distinguere le rivendicazioni degli Houthi dalle operazioni realmente documentate. L'eventuale uso di droni, missili, mine o imbarcazioni esplosive contro navi legate all'Arabia Saudita trasformerebbe la minaccia in un blocco militare effettivo.
Infine, la visita dei rappresentanti iraniani in Pakistan e la proposta di una tregua di dieci giorni dovranno produrre segnali concreti: accettazione formale, sospensione degli attacchi, riapertura delle corsie di Hormuz o avvio di colloqui. In assenza di uno di questi passaggi, la diplomazia resterà subordinata alla ricerca di vantaggi sul terreno.

Il conflitto si decide sempre più sul mare

L'undicesima notte di attacchi mostra che la guerra tra Stati Uniti e Iran non sta avvicinandosi automaticamente a una soluzione. I bombardamenti continuano, le risposte iraniane coinvolgono più Paesi e il controllo delle rotte marittime è diventato il principale strumento di pressione reciproca.
La quasi scomparsa di petroliere e metaniere da Hormuz e le prime deviazioni nel Mar Rosso rappresentano segnali concreti di un rischio che riguarda l'intera economia mondiale. Se entrambe le vie restassero compromesse, gli effetti potrebbero estendersi rapidamente dai mercati energetici ai trasporti, all'inflazione e alle catene di approvvigionamento.
La possibilità di una tregua non è completamente scomparsa, ma richiede che le parti interrompano la logica secondo cui ogni nuovo attacco deve precedere il negoziato. Nel frattempo, il peso maggiore ricade sui civili, sui militari esposti nelle basi regionali e sugli equipaggi commerciali costretti ad attraversare una delle aree più pericolose del mondo.
Secondo voi, la mediazione attraverso il Pakistan può ancora fermare l'escalation oppure il coinvolgimento degli Houthi rende ormai inevitabile un conflitto regionale più ampio? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione mantenendo il confronto rispettoso e fondato sui fatti.

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