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Google Search e Android, l’UE impone nuove regole sulla concorrenza

L'Unione europea interviene sul funzionamento di Google Search e Android con due decisioni vincolanti destinate a modificare l'accesso dei concorrenti ai dati della ricerca online e alle funzioni più avanzate degli smartphone. Le misure, adottate il 16 luglio 2026 nell'ambito del Digital Markets Act, riguardano da una parte gli assistenti di intelligenza artificiale installati sui dispositivi Android e, dall'altra, i motori di ricerca che cercano di competere con Google.
Il primo provvedimento obbliga Google Android a rendere disponibili agli assistenti AI concorrenti undici gruppi di funzioni del sistema operativo oggi utilizzati in modo più profondo dai servizi della stessa Google, a cominciare da Gemini. Il secondo stabilisce come Google dovrà condividere con motori di ricerca terzi una parte dei dati anonimizzati relativi a interrogazioni, visualizzazioni, clic e posizionamento dei risultati.
L'obiettivo dichiarato da Bruxelles è ridurre il vantaggio derivante dal controllo simultaneo del sistema operativo mobile, del principale motore di ricerca europeo e di un ecosistema crescente di servizi basati sull'intelligenza artificiale. La Commissione vuole impedire che la forza accumulata in un mercato venga utilizzata per rendere quasi impossibile la crescita di alternative nei settori emergenti.
Le decisioni non comportano però un'apertura indiscriminata dei dati personali né la consegna dell'algoritmo di Google Search ai concorrenti. Le misure prevedono anonimizzazione, controlli di sicurezza, audit indipendenti, limiti sugli utilizzi e tempistiche graduali, con una parte rilevante degli obblighi destinata a produrre effetti soltanto tra il 2027 e il 2028.

Due provvedimenti distinti sotto il Digital Markets Act

Bruxelles ha adottato due cosiddette decisioni di specificazione. Si tratta di uno strumento attraverso il quale la Commissione chiarisce in modo dettagliato come un grande operatore digitale debba rispettare determinati obblighi già contenuti nel Digital Markets Act.
La prima decisione applica l'articolo dedicato all'interoperabilità dei sistemi operativi. Google deve consentire ai servizi concorrenti di utilizzare le stesse funzioni hardware e software di Android messe a disposizione delle proprie applicazioni, quando tali funzioni sono necessarie per competere efficacemente.
La seconda decisione applica l'obbligo di condividere con i motori di ricerca concorrenti determinati dati generati dagli utenti. L'accesso dovrà avvenire a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie, mantenendo l'anonimato delle persone che hanno effettuato le ricerche.
Le due questioni sono collegate dalla crescente integrazione tra ricerca online e assistenti AI. Un chatbot capace di cercare informazioni aggiornate sul web ha bisogno di sistemi di indicizzazione, comprensione delle richieste e ordinamento dei risultati. Allo stesso tempo, un assistente installato su uno smartphone diventa più utile quando può accedere alle funzioni del dispositivo e interagire con altre applicazioni.

Non è una nuova multa contro Google

Le misure del 16 luglio non costituiscono una sanzione economica e non dichiarano che Google abbia già violato definitivamente il Digital Markets Act nei due procedimenti esaminati. La Commissione ha definito gli interventi che Alphabet dovrà attuare per rispettare gli obblighi previsti dalla normativa.
Una decisione di specificazione si distingue da una decisione di non conformità. Nel primo caso Bruxelles indica concretamente come l'impresa debba organizzare l'accesso e l'interoperabilità; nel secondo accerta una violazione e può ordinare la cessazione del comportamento, accompagnando il provvedimento con una multa.
Google dovrà quindi rispettare le scadenze, presentare documentazione tecnica e consentire il monitoraggio dell'attuazione. Un eventuale mancato adeguamento potrebbe successivamente aprire la strada a un procedimento di inadempienza, ma la decisione appena adottata non contiene automaticamente una penalità.
Questa distinzione è essenziale per descrivere correttamente la portata dell'intervento. Bruxelles non ha smantellato Android né imposto la pubblicazione del codice di Google Search: ha reso vincolanti una serie di condizioni operative che dovrebbero facilitare l'ingresso e la crescita dei concorrenti.

Perché Alphabet è sottoposta agli obblighi europei

Alphabet è classificata come gatekeeper, cioè come una società che controlla servizi digitali utilizzati da un numero molto elevato di persone e imprese e che rappresentano punti di accesso difficilmente sostituibili nel mercato.
Tra i servizi di Alphabet designati nell'ambito del Digital Markets Act figurano Google Search, Android, Google Play, Chrome, Maps, Shopping, YouTube e l'attività pubblicitaria online. La designazione non considera illegale la dimensione dell'impresa, ma le attribuisce obblighi aggiuntivi per evitare che il controllo di una piattaforma essenziale blocchi la concorrenza.
Google Search detiene da molti anni una posizione largamente dominante nella ricerca online europea. Android è invece il sistema operativo utilizzato da circa il 60% degli utenti mobili nell'Unione, anche attraverso smartphone prodotti da Samsung, Xiaomi, Oppo, Motorola e numerosi altri costruttori.
Il controllo di questi due canali attribuisce a Google un vantaggio nella distribuzione dei propri servizi. Un'applicazione integrata nel sistema operativo può raggiungere rapidamente milioni di persone, mentre un motore con una quantità enorme di ricerche dispone di dati che permettono di perfezionare continuamente la qualità dei risultati.

Android diventa il nuovo campo di battaglia degli assistenti AI

Gli assistenti basati sull'intelligenza artificiale stanno modificando il modo in cui gli utenti interagiscono con lo smartphone. Non si limitano più a rispondere a una domanda, ma possono leggere informazioni presenti sullo schermo, comprendere il contesto, aprire applicazioni e completare operazioni al posto della persona.
Google dispone di un vantaggio diretto perché controlla Android e sviluppa Gemini. Il proprio assistente può essere integrato profondamente nel sistema operativo, accedere a modelli installati sul dispositivo e utilizzare canali riservati per interagire con applicazioni, sensori e impostazioni.
Un assistente concorrente scaricato dall'utente può invece incontrare limitazioni che ne riducono l'utilità. Può rispondere alle domande all'interno della propria applicazione, ma non sempre può essere richiamato con la stessa facilità, lavorare in background o completare azioni in altre app.
Secondo l'impostazione europea, questa differenza rischia di trasformare Android in un mezzo per rafforzare automaticamente la posizione di Gemini nel mercato AI. Per competere, i servizi alternativi devono poter offrire esperienze sufficientemente simili sul piano dell'accesso al dispositivo, pur mantenendo caratteristiche e modelli differenti.

Undici funzioni Android dovranno essere aperte ai concorrenti

La decisione individua undici funzioni di Android considerate fondamentali per lo sviluppo di un assistente AI completo. Le funzioni vengono raggruppate in quattro aree: attivazione del servizio, comprensione del contesto, esecuzione di azioni e accesso alle risorse del dispositivo.
Il provvedimento non obbliga Google a fornire ai concorrenti la tecnologia interna di Gemini. Impone però che un servizio alternativo possa utilizzare le capacità del sistema operativo alle stesse condizioni previste per i servizi appartenenti alla società che controlla Android.
L'accesso dovrà essere gratuito e tecnicamente efficace. Google non potrà soddisfare formalmente l'obbligo attraverso procedure inutilmente complicate, prestazioni inferiori o impostazioni capaci di scoraggiare l'utente.
Ogni nuova funzionalità aggiunta alle aree coperte dalla decisione dovrà essere resa disponibile ai concorrenti quando viene utilizzata dai servizi AI di Google. Il principio serve a evitare che l'impresa modifichi continuamente l'architettura per spostare il vantaggio verso funzioni non ancora aperte.

Gli assistenti alternativi potranno essere richiamati più facilmente

Una prima area riguarda l'attivazione dell'assistente. Gli utenti dovranno poter aprire un servizio AI concorrente attraverso il pulsante centrale, la barra di navigazione o altri punti di accesso utilizzati normalmente per richiamare le funzioni di Google.
Il lungo tocco sul pulsante Home o sulla barra di navigazione non potrà essere riservato esclusivamente a strumenti come Circle to Search o agli assistenti appartenenti a Google. La persona dovrà poter associare quel comando al servizio scelto.
Il provvedimento riguarda anche la rilevazione permanente di una parola di attivazione. Un assistente concorrente potrà essere richiamato con un comando vocale analogo a "Hey Google", anche quando lo schermo è spento, il telefono è in modalità di risparmio energetico o l'utente sta utilizzando le cuffie.
L'apertura dovrebbe rendere possibile l'impiego di assistenti diversi per compiti differenti. Una persona potrebbe scegliere un servizio maggiormente orientato alla privacy per alcune operazioni e utilizzarne un altro per la produttività o la gestione domestica.

L'accesso al contesto presente sul dispositivo

Un assistente realmente utile deve comprendere il contesto dell'utente. La decisione obbliga Android a consentire ai servizi alternativi l'accesso centralizzato ai dati che le applicazioni hanno deciso di conservare sul dispositivo e che l'utente autorizza a condividere.
Il sistema potrà raccogliere informazioni da più applicazioni senza richiedere un'integrazione completamente diversa per ciascuna. Un assistente potrebbe, per esempio, individuare una prenotazione memorizzata in un'app, confrontarla con un appuntamento e proporre un'azione pertinente.
Il trattamento locale offre potenziali vantaggi in termini di rapidità e riservatezza, perché una parte dei dati può essere elaborata senza essere trasferita continuamente verso un server remoto. L'accesso offline può inoltre mantenere alcune funzioni anche quando la connessione è assente.
La condivisione non dovrà avvenire automaticamente. Le applicazioni e l'utente dovranno stabilire quali informazioni rendere disponibili, mentre l'assistente dovrà rispettare le autorizzazioni concesse.

Suggerimenti proattivi e comprensione della situazione

La cosiddetta intelligenza contestuale consente a un sistema di proporre informazioni senza attendere una domanda esplicita. Un assistente può riconoscere che l'utente sta parlando di un viaggio e mostrare il numero del volo trovato in un messaggio o in un'e-mail.
Google utilizza già funzioni di questo tipo attraverso servizi integrati nel proprio ecosistema. La decisione europea stabilisce che anche i concorrenti possano accedere, con il consenso dell'utente, ai dati necessari per offrire suggerimenti proattivi.
Le informazioni potranno provenire dal contenuto dello schermo, dalle applicazioni, dalla posizione o da determinati sensori. Il sistema potrebbe proporre una traduzione, ricordare una prenotazione o suggerire un'attività collegata alla conversazione in corso.
La potenza di queste funzioni rende particolarmente delicato il tema della privacy. Un assistente continuamente presente può risultare utile, ma può anche raccogliere informazioni molto dettagliate sulle abitudini della persona. Per questo l'accesso dovrà dipendere da autorizzazioni chiare e revocabili.

Microfono, fotocamera, schermo e dati ambientali

Le misure comprendono il flusso continuo di dati ambientali generato dai sensori fondamentali dello smartphone. Microfono, fotocamera, schermo e altoparlanti permettono ai servizi AI di interpretare ciò che accade attorno all'utente.
Un assistente potrebbe riconoscere un oggetto inquadrato, fornire una guida in tempo reale sul contenuto dello schermo, individuare un suono o tradurre una conversazione. I concorrenti dovranno avere un accesso equivalente a quello consentito ai servizi Google.
L'equivalenza non elimina gli indicatori di sicurezza già presenti sul telefono. L'utente dovrà essere informato quando microfono e fotocamera vengono utilizzati e potrà negare o revocare il permesso.
La Commissione consente inoltre requisiti aggiuntivi per i servizi che chiedono accesso alle funzioni più sensibili. Tali criteri dovranno però essere oggettivi, proporzionati e applicati senza discriminare i concorrenti.

Gli assistenti potranno agire nelle altre applicazioni

La seconda grande trasformazione riguarda l'esecuzione di azioni dentro le app. Un assistente concorrente potrà inviare un messaggio, creare una nota, programmare una riunione o completare altre operazioni rese disponibili dall'applicazione e autorizzate dall'utente.
L'integrazione strutturata dovrà coinvolgere anche alcune applicazioni di Google, tra cui Gmail, Calendar, Drive, Docs, Maps, YouTube, Messaggi e Telefono. L'azienda non potrà riservare questi canali esclusivamente a Gemini.
Un utente potrebbe chiedere al proprio assistente preferito di scrivere e inviare un'e-mail attraverso l'app scelta, aggiungere un appuntamento al calendario oppure inserire un prodotto in una lista della spesa.
Gli sviluppatori delle singole applicazioni manterranno il controllo sulle azioni che desiderano rendere disponibili. L'interoperabilità non autorizza un assistente a modificare liberamente qualunque contenuto senza il consenso del servizio interessato.

La screen automation per completare operazioni complesse

Una funzione particolarmente avanzata è la screen automation, cioè la possibilità per un assistente di interagire automaticamente con l'interfaccia di un'applicazione per completare più passaggi consecutivi.
Il sistema potrebbe aprire una lista della spesa, leggere i prodotti, avviare l'applicazione di un supermercato, cercare gli articoli e aggiungerli al carrello. L'operazione potrebbe svolgersi in una finestra virtuale separata mentre l'utente continua a utilizzare il telefono.
Questa capacità è rilevante per la nuova generazione di agenti AI, progettati non soltanto per fornire risposte, ma per raggiungere autonomamente un obiettivo attraverso una serie di azioni.
La stessa funzione crea rischi più elevati rispetto a un semplice chatbot. Un errore potrebbe comportare un acquisto sbagliato, l'invio di un messaggio alla persona errata o la modifica di un'impostazione importante. Saranno quindi necessari conferme, registri delle operazioni e possibilità di interrompere l'attività.

Accesso alle impostazioni del sistema operativo

Gli assistenti alternativi potranno interagire con determinate impostazioni di Android. Potranno, per esempio, cambiare la luminosità, controllare la riproduzione multimediale, attivare la modalità "non disturbare" o intervenire sul Bluetooth.
La funzione consente di utilizzare un assistente concorrente come centro di controllo del telefono, evitando che l'utente debba tornare a Gemini o ai servizi Google per completare le operazioni più semplici.
Le autorizzazioni dovranno essere proporzionate. Un'applicazione non dovrebbe ottenere accesso permanente a tutte le impostazioni soltanto perché offre una funzione AI. Il principio europeo richiede consenso specifico e sicurezza, non una consegna generalizzata del dispositivo ai fornitori terzi.
L'effettiva utilità dipenderà anche dalla qualità dell'interfaccia. Se il controllo delle autorizzazioni diventasse troppo complesso, gli utenti potrebbero approvare richieste senza comprenderle oppure rinunciare alle alternative.

Gemini Nano e gli altri modelli installati sul telefono

La decisione interessa anche i modelli AI eseguiti direttamente sul dispositivo. Tra questi rientrano le versioni di Gemini Nano integrate in Android e utilizzate per attività come riassunto, correzione del testo e riconoscimento vocale.
I servizi concorrenti dovranno poter richiamare questi modelli alle stesse condizioni tecniche riconosciute alle applicazioni di Google, quando i modelli fanno parte del sistema operativo designato.
Gli sviluppatori potranno inoltre installare propri modelli on-device e farli funzionare con condizioni equivalenti in termini di risorse hardware, esecuzione in background e condivisione con altre app.
L'elaborazione locale può diminuire i tempi di risposta, mantenere alcune funzioni offline e limitare il trasferimento dei dati verso il cloud. Le prestazioni dipenderanno comunque dalla potenza del dispositivo e dalle dimensioni del modello.

Esecuzione in background senza favoritismi

Un'applicazione AI deve spesso continuare a lavorare mentre l'utente utilizza altri programmi o quando lo schermo è spento. Android limita normalmente l'esecuzione in background per proteggere batteria, memoria e sicurezza.
Google dovrà applicare criteri trasparenti e non discriminatori, evitando che i propri servizi possano rimanere attivi con maggiore libertà rispetto agli assistenti concorrenti.
L'equilibrio è delicato. Un accesso troppo restrittivo rende gli assistenti alternativi meno utili; un'apertura eccessiva può aumentare il consumo energetico o consentire a un'app poco affidabile di operare continuamente.
Le regole dovranno quindi distinguere tra parità competitiva e uso illimitato delle risorse. I concorrenti avranno diritto alle stesse opportunità, ma resteranno soggetti ai criteri necessari per proteggere il funzionamento del telefono.

Il consenso dell'utente resta centrale

L'apertura di Android non significa che ogni assistente potrà accedere automaticamente a dati, sensori e applicazioni. La persona dovrà scegliere quale servizio installare e quali funzioni autorizzare.
Il consenso dovrà essere esplicito per gli accessi più delicati. L'utente potrà consentire a un assistente di leggere informazioni contestuali, senza necessariamente autorizzarlo a usare la fotocamera o completare acquisti.
La qualità delle schermate di autorizzazione sarà determinante. Richieste troppo generiche non permetterebbero una scelta informata, mentre un numero eccessivo di avvisi potrebbe produrre la cosiddetta stanchezza da consenso.
Le misure europee non obbligano gli utenti ad abbandonare Gemini. Il principio è offrire una possibilità effettiva di scelta, mantenendo i servizi Google disponibili per chi desidera continuare a utilizzarli.

Certificazione per le funzioni più sensibili

Google potrà stabilire criteri di idoneità e certificazione per l'accesso alle funzioni che presentano maggiori rischi, come automazione dello schermo, integrazione nelle app, dati contestuali e impostazioni di sistema.
I requisiti dovranno essere basati su privacy, integrità e sicurezza. Non potranno essere utilizzati per imporre condizioni commerciali estranee alla protezione dell'utente o per escludere arbitrariamente un concorrente.
La verifica potrà coinvolgere anche certificatori indipendenti. Google dovrà pubblicare una prima versione delle condizioni entro il 1° febbraio 2027, sottoporla al confronto con sviluppatori e Commissione e rendere definitive le regole entro il 1° maggio.
Le domande di certificazione dovranno essere valutate entro quattro settimane. Un procedimento troppo lento potrebbe impedire a un servizio innovativo di raggiungere il mercato nel momento opportuno, trasformando la sicurezza in una barriera indiretta.

Le scadenze per Android 18 e Android 19

La maggior parte delle misure dovrà essere integrata nella prossima grande generazione del sistema operativo, indicata come Android 18, e comunque non oltre il 1° agosto 2027.
La possibilità di utilizzare contemporaneamente più parole di attivazione richiederà invece più tempo. Google dovrà completarla con Android 19, entro il 1° agosto 2028.
Gli effetti non saranno quindi immediati sugli smartphone già in uso. Alcune funzioni dipenderanno dalla versione del sistema, dagli aggiornamenti garantiti dal produttore e dalle capacità hardware del dispositivo.
Uno smartphone che non riceverà Android 18 potrebbe non beneficiare pienamente delle nuove condizioni. La portata concreta dipenderà perciò anche dalla durata del supporto software offerto dai costruttori.

I produttori potranno continuare a personalizzare Android

Le misure non impediscono a Samsung, Xiaomi e agli altri produttori di personalizzare Android. Le aziende potranno mantenere interfacce, funzioni proprietarie, applicazioni preinstallate e accordi commerciali, purché non ostacolino l'interoperabilità stabilita.
Un costruttore potrà continuare a scegliere le applicazioni mostrate durante la configurazione iniziale e differenziare il dispositivo attraverso fotocamere, batterie, strumenti software e servizi aggiuntivi.
L'obbligo principale ricade su Google, che non potrà trasferire ai produttori il costo o la responsabilità tecnica necessaria per aprire le funzioni del sistema operativo.
La decisione non richiede inoltre l'installazione di nuovi processori. Le funzioni vocali o contestuali si applicheranno ai dispositivi che possiedono già le risorse tecniche necessarie.

Il secondo intervento riguarda Google Search

La seconda decisione obbliga Google a condividere con operatori idonei una parte dei dati della ricerca online. Il principio era già previsto dal Digital Markets Act, ma l'offerta predisposta inizialmente da Alphabet non aveva prodotto un utilizzo significativo.
Bruxelles considera i dati uno degli ostacoli principali alla nascita di un concorrente credibile. Un motore migliora osservando milioni di richieste, comprendendo quali risultati vengono scelti e correggendo progressivamente gli errori.
Google possiede una quantità di informazioni difficilmente replicabile perché gestisce da decenni oltre il 90% delle ricerche europee. Ogni nuova interrogazione contribuisce a perfezionare un sistema che, proprio grazie alla propria qualità e diffusione, attira ulteriori utenti.
L'accesso ai dati vuole ridurre questo circolo cumulativo senza consegnare ai concorrenti l'algoritmo, il codice o l'intera infrastruttura di Google.

Perché i dati rendono più forte un motore di ricerca

Quando una persona inserisce una richiesta, il motore deve comprendere l'intenzione, correggere eventuali errori e selezionare le pagine più pertinenti. I clic e le interazioni possono indicare se il risultato presentato ha soddisfatto la necessità dell'utente.
Le ricerche rare sono particolarmente importanti. Un concorrente può ottenere buoni risultati sulle domande più comuni, ma incontrare difficoltà davanti a richieste locali, ambigue o formulate in modo insolito.
I dati aiutano anche a decidere quali siti visitare più frequentemente durante il processo di indicizzazione. Una pagina molto richiesta o aggiornata rapidamente può richiedere un controllo più frequente rispetto a un contenuto statico.
Gli assistenti AI che cercano sul web utilizzano sistemi di recupero per trovare informazioni recenti e collegare le risposte a contenuti esterni. Una ricerca debole può ridurre l'accuratezza del chatbot, anche quando il modello linguistico è molto avanzato.

L'offerta iniziale di Google era considerata poco efficace

Secondo la valutazione europea, il sistema inizialmente proposto da Alphabet eliminava dal dataset tra il 90% e il 100% delle ricerche uniche. La scelta proteggeva la privacy, ma riduceva drasticamente l'utilità dei dati per i concorrenti.
L'offerta escludeva inoltre i chatbot dotati di funzioni di ricerca, restringendo il numero dei potenziali beneficiari proprio mentre la distinzione tra motore tradizionale e assistente AI diventava meno netta.
Dopo circa due anni di confronto non si era verificata un'adozione significativa del programma. Bruxelles ha quindi deciso di definire direttamente anonimizzazione, categorie di operatori ammessi, prezzi e modalità di accesso.
Il nodo regolatorio consiste nel mantenere abbastanza informazioni da migliorare il servizio senza consentire la ricostruzione dell'identità e della cronologia delle persone.

Quali dati Google dovrà condividere

Il dataset comprenderà informazioni anonimizzate relative a query, ranking, clic e visualizzazioni, generate dagli utenti nelle ricerche gratuite e in quelle associate a risultati sponsorizzati.
Potranno essere inclusi i termini inseriti in Google Search, la lingua, il tipo generale di dispositivo, gli indirizzi delle pagine visualizzate, le azioni compiute sui risultati e la posizione in cui un contenuto era mostrato.
Il principio stabilito è che Google debba mettere a disposizione, dopo l'anonimizzazione, dati simili a quelli che raccoglie e utilizza per migliorare i propri servizi di ricerca.
L'obbligo non comprende ogni informazione posseduta dall'azienda. I dati condivisi costituiscono un sottoinsieme sottoposto a modifiche, aggregazioni e soppressioni necessarie per limitare i rischi.

Google non dovrà consegnare il proprio algoritmo

Le misure non prevedono la condivisione dell'algoritmo di Google Search, del codice sorgente o delle tecnologie interne utilizzate per ordinare le pagine.
I concorrenti riceveranno dati con cui sviluppare e perfezionare sistemi propri. Non potranno limitarsi a riprodurre sistematicamente la pagina dei risultati di Google o presentare come proprio un servizio sostanzialmente copiato.
Non saranno condivisi account, indirizzi IP, cronologie individuali complete o orari precisi delle ricerche. Gli indirizzi associati agli annunci pubblicitari saranno rimossi e alcune informazioni temporali verranno sostituite con intervalli più generali.
Google conserverà quindi una parte rilevante del proprio vantaggio tecnologico e continuerà ad avere incentivi a innovare. L'intervento mira a rimuovere la scarsità assoluta dei dati, non a rendere identici tutti i motori.

Anche i chatbot con ricerca potranno accedere

La Commissione ha stabilito che gli assistenti AI con funzioni di ricerca possano rientrare tra gli operatori ammessi. La decisione riconosce che molti utenti stanno sostituendo una parte delle ricerche tradizionali con conversazioni nelle quali il sistema consulta il web.
Un chatbot potrà utilizzare il dataset per migliorare la comprensione delle domande, individuare pagine rilevanti e verificare le risposte attraverso informazioni aggiornate.
L'accesso non autorizza però l'impiego dei dati per addestrare un modello generalista destinato a qualunque attività. Le informazioni dovranno essere utilizzate per sviluppare e ottimizzare il servizio di ricerca.
La distinzione potrebbe risultare complessa quando lo stesso assistente offre scrittura, ricerca, programmazione e altre funzioni. Gli operatori dovranno separare tecnicamente gli usi consentiti da quelli estranei all'obbligo europeo.

I dati non potranno alimentare pubblicità o profilazione

I beneficiari non potranno usare le informazioni ricevute per creare profili pubblicitari, migliorare servizi non collegati alla ricerca o combinare il dataset con altre raccolte allo scopo di identificare gli utenti.
Sarà vietata la trasmissione a terzi e il tentativo di invertire le trasformazioni applicate da Google. I dati dovranno rimanere in un ambiente separato e protetto.
Il periodo di conservazione dovrà essere limitato e ogni operatore sarà tenuto a documentare l'accesso, le elaborazioni e i sistemi di sicurezza utilizzati.
Questi limiti cercano di impedire che una misura destinata ad aumentare la concorrenza produca un nuovo mercato incontrollato di dati sulle ricerche.

Come funzionerà l'anonimizzazione

Prima della condivisione, Google dovrà rimuovere gli identificatori diretti, come nomi degli account e indirizzi IP. Dovrà inoltre eliminare elementi che permetterebbero di collegare facilmente più ricerche alla stessa persona.
Le richieste contenenti termini molto rari, nomi completi, password, indirizzi, coordinate bancarie o sequenze insolitamente lunghe saranno soppresse. Anche orari precisi, filtri avanzati e determinate caratteristiche del formato verranno rimossi o generalizzati.
La procedura trasformerà il dataset in un insieme di query separate, riducendo la possibilità di ricostruire una cronologia personale. L'obiettivo è impedire che la combinazione di più ricerche riveli salute, orientamento, situazione finanziaria o altri aspetti sensibili.
L'anonimizzazione dovrà conservare una qualità sufficiente per permettere ai motori concorrenti di migliorare. Eliminare ogni ricerca poco comune proteggerebbe maggiormente le persone, ma renderebbe il dataset quasi inutile proprio nei casi in cui le alternative hanno bisogno di più dati.

Gruppi minimi di mille utenti

La Commissione ha previsto una forma di k-anonymity. I metadati verranno generalizzati e alcune query eliminate affinché ogni persona non possa essere distinta da un gruppo di almeno mille utenti con caratteristiche simili per area geografica, lingua e dispositivo.
La soglia di mille rappresenta il minimo. Secondo la configurazione prevista, il 95% delle persone dovrebbe rientrare in gruppi composti da almeno 29.000 utenti.
Il metodo non significa che tutte le ricerche di un gruppo saranno uguali. Serve a ridurre la possibilità che una combinazione di metadati permetta di risalire a una sola persona.
Nessuna tecnica di anonimizzazione può essere considerata immutabile. Nuovi strumenti di analisi potrebbero aumentare in futuro il rischio di reidentificazione, rendendo necessari aggiornamenti e controlli periodici.

Audit indipendenti e ambiente separato

Prima di ricevere il dataset, un operatore dovrà superare un audit indipendente per dimostrare di possedere misure tecniche e organizzative adeguate.
Un nuovo controllo dovrà essere effettuato entro sei mesi dall'inizio del trattamento e successivamente almeno una volta all'anno. La Commissione potrà ordinare verifiche straordinarie qualora emergano dubbi.
I dati dovranno essere trattati in un ambiente isolato, con limitazioni agli accessi, protezione contro la divulgazione e divieto di collegamento con raccolte esterne.
La responsabilità sarà condivisa: Google dovrà applicare correttamente le misure tecniche, mentre il beneficiario dovrà rispettare gli obblighi contrattuali e di sicurezza durante tutto il periodo di utilizzo.

Chi potrà ottenere i dati di Google Search

L'accesso non sarà aperto a qualunque sviluppatore. Le imprese dovranno fornire un reale servizio di ricerca online nell'Unione oppure dimostrare di essere nuovi operatori credibili.
Tra i criteri indicati figurano un'attività effettiva nel mercato, una base media di almeno 50.000 utenti mensili europei nell'anno precedente e capacità adeguate per trattare informazioni sensibili.
Per alcune imprese costituite da meno di due anni, la credibilità del progetto potrà essere valutata anche attraverso investimenti di capitale superiori a 50 milioni di euro. Il requisito mira a escludere richieste puramente speculative, ma potrebbe rendere più difficile l'accesso per start-up con minori risorse.
Non saranno ammessi soggetti colpiti da sanzioni europee o controllati da Paesi considerati fonte di rischi gravi e strutturali per cybersicurezza e protezione dei dati. Le informazioni dovranno essere trattate nello Spazio economico europeo oppure con garanzie equivalenti.

Una selezione che protegge i dati ma limita i piccoli operatori

I requisiti di ingresso riflettono un compromesso tra apertura e sicurezza. Un dataset di ricerche, anche anonimizzato, può diventare pericoloso se consegnato a un operatore privo di controlli, esperienza o risorse tecniche.
Allo stesso tempo, soglie elevate di utenti e finanziamenti possono escludere proprio le imprese più piccole che il Digital Markets Act dovrebbe aiutare a crescere.
Una start-up innovativa potrebbe non disporre ancora di 50.000 utenti europei o di investimenti per 50 milioni, pur avendo un progetto valido e misure di sicurezza adeguate.
L'efficacia della decisione dipenderà quindi anche dall'applicazione concreta dei criteri e dalla possibilità di riconoscere nuovi entranti credibili senza trasformare la prudenza in una barriera quasi insuperabile.

Sette giorni di ritardo e accesso fino a cinque anni

I dati non verranno condivisi in tempo reale. È prevista una latenza minima di sette giorni tra la ricerca effettuata dall'utente e la disponibilità dell'informazione per il concorrente.
Il ritardo riduce alcuni rischi legati all'uso immediato delle query e impedisce ai beneficiari di utilizzare il dataset come una copia istantanea del servizio Google.
La condivisione dovrà comunque avvenire con una frequenza tecnicamente vicina a quella utilizzata internamente da Alphabet, per quanto possibile, evitando ritardi artificiali destinati a diminuire l'utilità.
Ogni beneficiario potrà scegliere la durata dell'accesso fino a un massimo di cinque anni. Il limite dovrebbe incentivare le imprese a sviluppare tecnologie proprie invece di dipendere permanentemente dai dati del concorrente dominante.

Google potrà chiedere un pagamento

La condivisione non sarà necessariamente gratuita. Alphabet potrà recuperare i costi incrementali sostenuti per preparare, anonimizzare, conservare e trasmettere il dataset.
Il prezzo potrà includere una ragionevole remunerazione del capitale strettamente necessario a fornire l'accesso, senza superare il costo medio ponderato del capitale dell'impresa.
In circostanze eccezionali potrà essere riconosciuto un margine aggiuntivo, ma non dovrà essere applicato alle microimprese e alle piccole e medie imprese.
La tariffa comprenderà una componente fissa, destinata ai costi iniziali e specifici del beneficiario, e una parte variabile collegata alle spese ricorrenti. I costi comuni saranno distribuiti tra gli operatori che utilizzano il servizio.

Campioni per valutare la qualità prima dell'acquisto

Prima di firmare un contratto completo, le imprese potranno esaminare campioni del dataset. Google dovrà fornire una piccola raccolta di dati reali, un insieme sintetico e un campione rappresentativo più ampio.
I primi due potranno essere utilizzati con condizioni meno onerose, mentre l'accesso al campione più grande richiederà una verifica preventiva delle misure di sicurezza.
La possibilità di testare i dati è importante perché un'impresa deve poter stabilire se il contenuto sia realmente utile per migliorare il proprio motore prima di sostenere costi di licenza, infrastruttura e audit.
Un campione eccessivamente ridotto o poco rappresentativo potrebbe rendere impossibile una valutazione corretta. La qualità dei test preliminari sarà quindi uno dei primi elementi con cui misurare l'effettiva attuazione.

Il calendario per la condivisione dei dati

Entro la fine di agosto 2026, Alphabet dovrà presentare alla Commissione il modulo di idoneità e pubblicare una pagina che informi i potenziali beneficiari sui propri diritti di accesso.
Entro settembre dovrà rendere disponibili i modelli di contratto, i campioni di prova e le prime informazioni sui costi.
Entro novembre dovrà completare il dataset anonimizzato e trasmettere i dettagli tecnici relativi alla latenza e agli strumenti utilizzati per individuare i dati personali.
Entro gennaio 2027 dovrà finalizzare l'offerta economica e comunicarla alla Commissione e ai motori di ricerca interessati. L'apertura effettiva dipenderà poi dalle verifiche di idoneità e dagli audit dei singoli operatori.

Che cosa potrebbe cambiare per gli utenti

Nel breve periodo, la maggior parte degli utenti non noterà una trasformazione immediata di Google Search o Android. Le misure richiedono sviluppo tecnico, procedure di certificazione e nuove versioni del sistema operativo.
Nel medio termine, chi utilizza Android potrebbe scegliere un assistente alternativo e richiamarlo con modalità simili a quelle previste per Gemini. Lo stesso servizio potrebbe interagire più profondamente con applicazioni, sensori e impostazioni.
Nella ricerca online potrebbero migliorare motori orientati alla privacy, alla sostenibilità o a specifiche lingue e territori. I dati di Google potrebbero aiutare le alternative a comprendere meglio le richieste rare e a ordinare risultati più pertinenti.
La presenza di nuove possibilità non garantisce che gli utenti cambieranno servizio. Abitudini, qualità, marchio e impostazioni predefinite continueranno a influenzare le scelte.

Opportunità per gli sviluppatori di assistenti AI

Le imprese che sviluppano assistenti artificiali potranno raggiungere gli utenti Android senza dover rinunciare alle funzioni che rendono Gemini profondamente integrato nel telefono.
Un servizio potrebbe differenziarsi attraverso una maggiore protezione dei dati, un modello specializzato, un diverso abbonamento o capacità migliori in determinate lingue.
L'apertura delle funzioni riduce una barriera, ma non elimina gli altri costi. Gli sviluppatori dovranno finanziare modelli, cloud, sicurezza, assistenza e aggiornamenti, competendo con un'impresa che controlla una parte importante dell'intera filiera.
Le opportunità saranno concrete soltanto se la documentazione, l'assistenza tecnica e le prestazioni offerte da Google risulteranno realmente equivalenti a quelle dei propri servizi.

Effetti sulle applicazioni installate

Anche gli sviluppatori di app di posta, messaggistica, trasporto e commercio potranno beneficiare della maggiore interoperabilità. Un assistente alternativo potrebbe portare nuovi utenti e attività all'interno delle loro applicazioni.
Un servizio di taxi potrebbe ricevere una prenotazione avviata da un assistente diverso da Gemini, mentre un'app di note potrebbe essere utilizzata per salvare automaticamente un'informazione richiesta a voce.
Le imprese dovranno però decidere quali azioni rendere disponibili e come verificare che la richiesta provenga realmente dall'utente. Un agente AI potrebbe completare operazioni più velocemente, ma anche moltiplicare gli errori se l'integrazione non è progettata correttamente.
La standardizzazione delle funzioni potrebbe ridurre il costo necessario per collegare ogni app a numerosi assistenti diversi, favorendo un ecosistema più aperto.

Possibili conseguenze per editori e siti web

La maggiore concorrenza nella ricerca potrebbe produrre nuove fonti di traffico per editori, negozi e servizi online oggi fortemente dipendenti da Google.
Un motore alternativo capace di fornire risultati migliori potrebbe attirare utenti e distribuire visite verso siti che ricevono poca visibilità nella pagina di Google.
La crescita degli assistenti AI introduce tuttavia un problema differente. Un sistema può consultare le pagine e sintetizzarne il contenuto senza generare necessariamente un clic verso il sito originale.
Le misure sui dati di ricerca non risolvono direttamente le controversie su licenze, remunerazione dei contenuti e traffico editoriale. Facilitano la concorrenza tra servizi, ma non definiscono come i chatbot debbano compensare le fonti consultate.

La posizione critica di Google

Google ha contestato entrambe le decisioni, sostenendo che le misure potrebbero indebolire importanti protezioni di privacy e sicurezza per gli utenti europei.
Secondo l'azienda, l'accesso degli assistenti esterni a funzioni sensibili del telefono potrebbe creare nuovi rischi se i servizi non vengono sottoposti a controlli sufficientemente rigorosi. Google ritiene inoltre che la condivisione delle ricerche debba essere valutata con particolare cautela.
L'impresa afferma di avere proposto soluzioni alternative capaci di rispettare gli obiettivi del Digital Markets Act senza ampliare eccessivamente l'accesso a dati e autorizzazioni.
La Commissione risponde attraverso certificazioni, consenso, anonimizzazione e audit. Il confronto proseguirà quindi durante l'attuazione tecnica, quando sarà possibile verificare se le garanzie funzionino nella pratica.

Il difficile equilibrio tra concorrenza e sicurezza

Aprire un sistema operativo aumenta la concorrenza, ma amplia anche il numero dei soggetti capaci di accedere a funzioni delicate. Un assistente che può leggere lo schermo, usare il microfono e agire nelle app possiede un potere considerevole.
Lasciare tali capacità esclusivamente al produttore del sistema riduce il numero degli operatori, ma rafforza una posizione dominante. Consentirle a molti servizi aumenta la scelta, ma richiede controlli efficaci.
La stessa tensione riguarda i dati della ricerca. Una condivisione troppo limitata non aiuta i concorrenti; una raccolta troppo dettagliata può aumentare il rischio di reidentificazione.
Il risultato dipenderà meno dalle formule generali e più dalla qualità di procedure, interfacce, audit e strumenti tecnici. Una regolazione scritta correttamente può fallire se l'implementazione rende l'accesso inutile o la sicurezza insufficiente.

La questione separata del favoritismo nei risultati

Le nuove misure non devono essere confuse con il procedimento europeo sul cosiddetto self-preferencing di Google Search. Quella controversia riguarda il modo in cui i servizi appartenenti ad Alphabet vengono presentati rispetto a piattaforme concorrenti nei risultati.
Bruxelles aveva espresso una valutazione preliminare secondo cui funzioni dedicate a shopping, hotel, trasporti e altri servizi potrebbero attribuire alle offerte di Google una visibilità superiore.
Il procedimento sul favoritismo segue un percorso separato e potrebbe, qualora le contestazioni fossero confermate, portare a una decisione di non conformità e a sanzioni.
Le decisioni del 16 luglio riguardano invece interoperabilità Android e condivisione dei dati. Sono collegate all'obiettivo generale di aumentare la concorrenza, ma non risolvono automaticamente il caso sulla presentazione dei risultati.

Le sanzioni possibili in caso di mancato rispetto

Se un gatekeeper non rispetta gli obblighi del Digital Markets Act, la Commissione può imporre una multa fino al 10% del fatturato mondiale annuo dell'impresa.
In caso di violazioni ripetute, il limite può salire al 20%. Sono inoltre previste penalità periodiche fino al 5% del fatturato medio giornaliero per costringere l'operatore ad attuare un ordine.
Queste percentuali non rappresentano la sanzione già applicata a Google per le decisioni appena adottate. Indicano le conseguenze potenziali qualora Alphabet non implementasse le misure e venisse successivamente riconosciuta una violazione.
La Commissione monitorerà l'attuazione attraverso relazioni periodiche, documentazione tecnica e confronto con gli operatori interessati.

Il rischio di un'apertura soltanto formale

Una delle principali difficoltà sarà impedire che Google rispetti gli obblighi soltanto sul piano formale. Un'interfaccia può essere tecnicamente disponibile ma troppo lenta, complessa o instabile per sostenere un servizio competitivo.
Documentazione incompleta, procedure di certificazione lunghe o prestazioni inferiori potrebbero scoraggiare gli sviluppatori senza violare apertamente il testo dell'obbligo.
La decisione richiede quindi accesso efficace, test preliminari, assistenza tecnica e disponibilità simultanea delle nuove funzioni. I concorrenti potranno segnalare differenze tra ciò che viene promesso e ciò che viene realmente offerto.
Il successo del provvedimento sarà misurato dalla nascita di servizi utilizzabili, non dal semplice numero delle interfacce pubblicate.

Il rischio opposto di nuovi abusi

Un accesso più ampio può attirare anche operatori interessati a raccogliere dati personali o sfruttare le autorizzazioni per scopi diversi da quelli dichiarati.
Un assistente potrebbe chiedere permessi molto estesi, sostenendo che siano necessari per offrire funzioni personalizzate. L'utente potrebbe approvarli senza comprendere la quantità di informazioni raccolte.
I motori che ricevono il dataset di ricerca potrebbero tentare di collegarlo ad altre informazioni, nonostante i divieti contrattuali. Per questo audit e sanzioni dovranno essere effettivi anche nei confronti dei beneficiari.
La concorrenza non produce automaticamente servizi più rispettosi. Può aumentare la scelta, ma richiede una vigilanza continua su sicurezza, trasparenza e correttezza.

La strategia europea sulla sovranità digitale

L'intervento si inserisce nella politica europea di sovranità tecnologica, attraverso la quale Bruxelles cerca di ridurre la dipendenza da pochi gruppi internazionali senza chiudere il mercato.
L'Unione non sta costruendo un proprio motore pubblico né un sistema operativo europeo. Utilizza invece la regolazione per obbligare le piattaforme dominanti ad aprire dati e funzioni essenziali.
Il modello europeo differisce sia dal controllo diretto statale sia da un mercato lasciato completamente all'autoregolazione. L'obiettivo è creare condizioni nelle quali nuove imprese possano utilizzare infrastrutture già diffuse senza essere subordinate al proprietario.
La capacità di trasformare questi obblighi in innovazione europea dipenderà però anche da investimenti, ricerca e disponibilità di capitale. Aprire una porta non garantisce che esistano imprese abbastanza forti da attraversarla.

Una prova decisiva per il Digital Markets Act

Le decisioni su Google rappresentano uno dei primi grandi test del Digital Markets Act nell'era dell'intelligenza artificiale. La normativa era stata progettata prima dell'attuale diffusione degli assistenti generativi, ma contiene strumenti che Bruxelles considera applicabili alle nuove forme di interazione digitale.
L'Unione tenta di evitare che il mercato degli assistenti venga definito definitivamente prima che i concorrenti possano raggiungere gli utenti. Una volta consolidata una piattaforma dominante, cambiare abitudini e infrastrutture diventa molto più difficile.
La condivisione dei dati cerca allo stesso tempo di impedire che il vantaggio storico di Google Search venga trasferito automaticamente alla ricerca basata sull'AI.
Il provvedimento mostrerà se una regolazione basata sull'interoperabilità possa produrre concorrenza senza danneggiare sicurezza, qualità e capacità di innovazione.

Una trasformazione graduale, non una rivoluzione immediata

Gli utenti europei non si troveranno improvvisamente davanti a un Android completamente diverso. L'attuazione procederà attraverso aggiornamenti, certificazioni e scadenze distribuite nei prossimi due anni.
Google continuerà a offrire Search, Gemini e le proprie applicazioni. Le alternative dovranno convincere le persone attraverso qualità, prezzo, privacy e funzioni, non soltanto grazie all'intervento normativo.
I concorrenti della ricerca riceveranno dati più utili, ma dovranno comunque costruire indici, infrastrutture, algoritmi e modelli capaci di competere su scala europea.
Le misure non garantiscono quindi la nascita di un nuovo leader. Cercano di rendere meno improbabile la crescita di alternative credibili.

La partita europea tra scelta, dati e potere digitale

Con le nuove regole su Google Search e Android, Bruxelles affronta due delle principali fonti del potere digitale contemporaneo: il controllo dell'accesso agli utenti e la disponibilità di dati raccolti su scala difficilmente replicabile.
Aprire le funzioni Android può consentire agli assistenti concorrenti di diventare strumenti realmente integrati nello smartphone. Condividere dati anonimizzati può aiutare altri motori a comprendere meglio le ricerche e fornire risultati più affidabili.
La riuscita dipenderà dalla capacità di proteggere le persone senza rendere inutili le informazioni, certificare i servizi senza escludere i nuovi operatori e garantire un accesso tecnicamente equivalente a quello di Google.
Il confronto non riguarda soltanto Alphabet e la Commissione. Coinvolge sviluppatori, produttori di telefoni, motori di ricerca, editori e milioni di utenti chiamati a decidere quanto valore attribuire alla libertà di scelta rispetto alla comodità di un ecosistema integrato.
Voi utilizzereste un assistente AI alternativo a Gemini se avesse lo stesso accesso alle funzioni Android? Lasciate un commento e raccontateci se considerate più importante aumentare la concorrenza oppure mantenere regole particolarmente restrittive per proteggere privacy e sicurezza.

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