Gloria Steinem è morta a 92 anni: vita, battaglie ed eredità
È morta a 92 anni Gloria Steinem, giornalista, scrittrice e attivista statunitense diventata una delle figure più riconoscibili del movimento femminista americano della seconda metà del Novecento. Steinem si è spenta il 2 settembre 2026 nella sua abitazione di New York. La notizia della morte è stata resa pubblica il giorno successivo. Non è stata comunicata una causa specifica, anche se negli ultimi tempi le sue condizioni di salute erano peggiorate. Con la sua scomparsa termina una vita pubblica durata oltre sessant'anni, attraversata da giornalismo, campagne per l'uguaglianza, organizzazione politica e un'intensa attività editoriale.
Per molte generazioni il nome di Gloria Steinem è diventato quasi inseparabile dalla storia del femminismo statunitense. La sua notorietà fu tale da renderla uno dei volti più immediatamente identificabili della cosiddetta seconda ondata femminista, il vasto insieme di movimenti che tra gli anni Sessanta e Settanta ampliarono il dibattito oltre il diritto di voto, concentrandosi su lavoro, famiglia, discriminazioni, sessualità, rappresentanza politica e autonomia personale. Sarebbe tuttavia riduttivo identificare quel movimento con una sola persona: Steinem stessa ricordò ripetutamente la natura collettiva delle battaglie alle quali partecipò.
Il suo ruolo rimase particolare perché seppe muoversi contemporaneamente in mondi diversi. Fu giornalista prima di diventare un'attivista pubblicamente riconosciuta, utilizzò riviste e televisioni per portare argomenti allora marginalizzati nel dibattito nazionale e contribuì alla nascita di organizzazioni destinate a durare nel tempo. La fondazione di Ms. Magazine rappresenta probabilmente il simbolo più chiaro di questo intreccio tra informazione e attivismo: una rivista pensata per parlare alle donne non soltanto come consumatrici o responsabili della famiglia, ma come cittadine, lavoratrici, elettrici e soggetti politici.
La morte a New York e l'annuncio
Steinem è morta mercoledì 2 settembre nella casa di New York nella quale aveva vissuto per molti anni. Aveva compiuto 92 anni il precedente 25 marzo. Negli ultimi tempi era diventata fisicamente più fragile, ma amici e persone che le erano rimaste vicine hanno ricordato come avesse mantenuto fino alla fase finale della propria vita lucidità, ironia e interesse per ciò che accadeva attorno a lei.
L'annuncio ha prodotto immediatamente numerosi tributi pubblici provenienti dal mondo dell'attivismo, della cultura, dello spettacolo e della politica americana. Il carattere trasversale delle reazioni riflette la durata eccezionale della sua presenza nella vita pubblica: Steinem aveva iniziato a diventare nota negli anni Sessanta ed era ancora impegnata in incontri, interventi e iniziative quando aveva ormai superato gli ottant'anni.
La sua morte arriva inoltre in un momento particolare dal punto di vista editoriale. Il 22 settembre 2026 è prevista la pubblicazione del nuovo memoir An Unexpected Life, completato prima della sua scomparsa. Nel libro Steinem ripercorre ancora una volta episodi della propria esperienza, dalla giovinezza fino agli anni dell'attivismo, senza presentare il volume come un congedo definitivo. Aveva anzi scritto di sperare di arrivare a 100 anni, mantenendo quella combinazione di ottimismo e pragmatismo che aveva caratterizzato buona parte della sua produzione.
Dall'Ohio a una vita continuamente in movimento
Gloria Marie Steinem nacque il 25 marzo 1934 a Toledo, nello Stato dell'Ohio. Era la più giovane di due figlie. L'infanzia fu molto diversa da quella stabile che ci si potrebbe immaginare osservando successivamente la sua lunga carriera newyorkese. Il padre, antiquario itinerante, viaggiava frequentemente con la famiglia e questa esperienza contribuì a rendere il movimento e il viaggio elementi ricorrenti nella vita di Steinem.
La famiglia cambiava spesso luogo e, durante i primi anni, Steinem non seguì una normale continuità scolastica. Quando aveva circa undici anni, i genitori si separarono. Da quel momento rimase principalmente con la madre, che attraversava importanti difficoltà psicologiche e periodi di depressione. Steinem raccontò successivamente quanto quella esperienza avesse influenzato il suo modo di osservare la condizione delle donne, soprattutto in un'epoca nella quale l'autonomia economica e sociale femminile era molto più limitata di oggi.
Dopo gli studi superiori frequentò lo Smith College nel Massachusetts, una delle più note università femminili degli Stati Uniti, laureandosi nel 1956. Subito dopo trascorse un periodo in India. L'esperienza indiana avrebbe assunto un ruolo importante nella sua formazione, avvicinandola a forme di organizzazione comunitaria e all'idea che il cambiamento sociale potesse svilupparsi attraverso incontri diretti, ascolto e partecipazione dal basso.
Quel rapporto con il viaggio non sarebbe più scomparso. Per gran parte della sua vita adulta Steinem trascorse lunghi periodi spostandosi tra università, assemblee, campagne elettorali, comunità locali e incontri internazionali. Decenni dopo avrebbe dedicato proprio a questo aspetto il memoir My Life on the Road, pubblicato nel 2015, nel quale il movimento geografico diventa anche un metodo per spiegare la propria concezione dell'organizzazione sociale.
Gli inizi difficili nel giornalismo americano
Rientrata negli Stati Uniti, Steinem cercò di costruire una carriera nel giornalismo. Il settore editoriale degli anni Cinquanta e dei primi Sessanta offriva alle donne spazi molto più limitati rispetto a quelli disponibili ai colleghi uomini, soprattutto quando si trattava di politica, affari pubblici o grandi reportage. Molte giornaliste venivano indirizzate verso moda, costume, celebrità o argomenti considerati specificamente femminili.
Steinem lavorò inizialmente come freelance, scrivendo per diverse pubblicazioni. Il suo percorso non fu immediatamente lineare e la notorietà arrivò attraverso un'inchiesta che negli anni successivi avrebbe mantenuto un rapporto ambivalente con la sua reputazione: il reportage realizzato sotto copertura all'interno di un Playboy Club di New York.
A Bunny's Tale, l'inchiesta che la rese famosa
Nel 1963 Steinem si fece assumere come cameriera in un Playboy Club per documentare dall'interno le condizioni di lavoro delle cosiddette "Bunnies". L'esperienza diventò il reportage A Bunny's Tale, pubblicato dalla rivista Show. Steinem raccontò procedure di selezione, regole sul comportamento, costumi estremamente scomodi, controllo dell'aspetto fisico, retribuzione e rapporti con i clienti.
L'articolo attirò molta attenzione perché mostrava ciò che esisteva dietro l'immagine glamour promossa dal Playboy Club. Il lavoro delle cameriere veniva presentato al pubblico come elegante e privilegiato, mentre il reportage descriveva una realtà fatta anche di rigidi standard estetici, lunghe ore sui tacchi, pressioni economiche e continua gestione delle attenzioni dei clienti.
L'inchiesta rese Gloria Steinem molto più conosciuta, ma ebbe anche un effetto che lei stessa considerò problematico: per un certo periodo numerosi editori continuarono ad associarla soprattutto all'esperienza da Playboy Bunny, rendendo più difficile ottenere incarichi su argomenti politici o sociali. Il successo dell'articolo diventò quindi contemporaneamente un'occasione professionale e una forma di etichettamento.
È inoltre importante non trasformare retrospettivamente A Bunny's Tale nell'origine del suo intero attivismo femminista. Steinem avrebbe indicato come decisivo soprattutto un evento avvenuto alcuni anni dopo, nel 1969, quando partecipò come giornalista a un incontro pubblico nel quale alcune donne raccontavano le proprie esperienze legate all'aborto.
Il 1969 e il passaggio dal giornalismo all'attivismo
Nel 1969 Steinem seguì un incontro dedicato al diritto all'aborto. Ascoltando altre donne parlare pubblicamente delle proprie esperienze, riconobbe una dimensione collettiva in un evento che lei stessa aveva vissuto personalmente anni prima: a 22 anni, durante un periodo trascorso a Londra, aveva infatti interrotto una gravidanza in un momento in cui la procedura era soggetta a forti restrizioni.
Quell'esperienza contribuì a trasformare il suo rapporto con il nascente movimento delle donne. Steinem avrebbe raccontato di essere inizialmente molto più a proprio agio con la scrittura che con i discorsi pubblici e di avere una notevole paura di parlare davanti a una platea. La difficoltà a trovare editori disponibili a pubblicare articoli sul femminismo la spinse tuttavia anche verso conferenze, incontri e attività organizzativa.
In quegli stessi anni era entrata nella redazione di New York magazine, nato nel 1968, dove lavorò come editorialista politica e autrice di servizi. La rivista offrì uno spazio significativo a temi sociali e culturali emergenti, consentendo a Steinem di sviluppare un giornalismo sempre più collegato alle trasformazioni politiche degli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta.
La seconda ondata femminista e il ruolo di Steinem
Quando Steinem divenne una figura nazionale, il femminismo americano era già un movimento ampio e articolato. Tra le personalità più influenti figuravano Betty Friedan, autrice di The Feminine Mystique, la parlamentare Bella Abzug, Shirley Chisholm, prima donna afroamericana eletta al Congresso, e numerose attiviste provenienti dai movimenti per i diritti civili, dal sindacalismo e dalle organizzazioni locali.
Steinem contribuì soprattutto a rendere una parte di queste rivendicazioni comprensibili e visibili al grande pubblico. La sua capacità comunicativa, l'esperienza giornalistica e una presenza mediatica immediatamente riconoscibile la trasformarono rapidamente in uno dei volti più richiesti dalle televisioni e dai giornali quando si voleva discutere di femminismo.
Questa enorme visibilità fu contemporaneamente una risorsa e un limite. Da una parte permise di portare argomenti come parità salariale, discriminazione e autonomia femminile nei principali media americani. Dall'altra contribuì spesso alla rappresentazione semplicistica di un movimento collettivo attraverso poche figure famose, lasciando in secondo piano il lavoro di migliaia di organizzatrici e associazioni locali.
Il National Women's Political Caucus
Nel 1971 Steinem fu tra le fondatrici del National Women's Political Caucus, nato da un incontro che coinvolse centinaia di donne provenienti da numerosi Stati americani. Tra le figure principali della fondazione c'erano anche Bella Abzug, Shirley Chisholm e Betty Friedan. L'obiettivo era aumentare la presenza e l'influenza delle donne nella vita politica statunitense.
La creazione del NWPC mostrava una delle caratteristiche principali del lavoro di Steinem: affiancare alla comunicazione culturale la costruzione di organizzazioni permanenti. L'idea era che il cambiamento delle norme sociali dovesse essere accompagnato dalla presenza delle donne nei luoghi nei quali venivano prese decisioni amministrative e legislative.
Il Caucus sostenne quindi la partecipazione delle donne come candidate, elette e funzionarie pubbliche. Il contesto era quello di un sistema politico nel quale la rappresentanza femminile rimaneva molto ridotta. La crescita successiva del numero delle donne nelle istituzioni americane fu naturalmente il risultato di numerosi fattori e generazioni di candidate, non dell'attività di una singola organizzazione, ma il NWPC rappresentò uno dei tentativi più strutturati dell'epoca di affrontare il problema.
La nascita di Ms. Magazine
Il progetto destinato a diventare maggiormente associato a Steinem fu però Ms. Magazine. Nel 1971, insieme a un gruppo di giornaliste, attiviste ed editrici, iniziò a lavorare alla creazione di una rivista nazionale che trattasse gli interessi delle donne senza riprodurre il modello editoriale allora dominante.
Molte pubblicazioni rivolte principalmente a un pubblico femminile concentravano infatti gran parte dei contenuti su casa, matrimonio, maternità, moda e bellezza. L'idea di Ms. era radicalmente diversa: parlare di politica, lavoro, discriminazione, famiglia, sessualità, violenza domestica, salute, cultura e trasformazioni sociali partendo direttamente dall'esperienza delle donne.
Un primo numero speciale di Ms. apparve alla fine del 1971 attraverso New York magazine. La risposta superò le aspettative: le copie disponibili andarono rapidamente esaurite e la redazione ricevette migliaia di richieste di abbonamento e lettere da parte delle lettrici. Nel luglio 1972 arrivò il primo numero regolare della rivista.
Quel successo dimostrò l'esistenza di una domanda editoriale che una parte dell'industria aveva sottovalutato. Ms. Magazine divenne rapidamente uno spazio nel quale questioni allora considerate private potevano essere trasformate in argomenti pubblici. La rivista trattò negli anni temi come violenza domestica, molestie sessuali, discriminazioni sul lavoro, rappresentazione delle donne nei media e diritti riproduttivi.
Perché Ms. cambiò il giornalismo rivolto alle donne
L'importanza di Ms. Magazine non consisteva nell'essere la prima pubblicazione femminista esistente: negli Stati Uniti e in altri Paesi circolavano già giornali e riviste collegati ai movimenti delle donne. La novità stava nella capacità di raggiungere una dimensione nazionale e competere direttamente nello spazio delle grandi pubblicazioni commerciali.
Il titolo stesso, "Ms.", aveva una funzione simbolica. Il termine permetteva di rivolgersi a una donna senza specificarne lo stato civile, a differenza della tradizionale distinzione inglese tra "Miss" e "Mrs.". La scelta linguistica rifletteva quindi la volontà di separare l'identità femminile dalla necessità di indicare immediatamente se una donna fosse sposata.
Steinem rimase tra le figure editoriali centrali della rivista per molti anni. Ms. cambiò successivamente proprietà e struttura, attraversò fasi economiche difficili e continuò a evolversi. La sua permanenza nel panorama editoriale per oltre mezzo secolo rappresenta tuttavia uno degli elementi più concreti dell'eredità professionale di Steinem.
Dalle idee alle organizzazioni
Durante gli anni Settanta Steinem contribuì alla nascita o allo sviluppo di diverse organizzazioni femminili. Fu coinvolta nella Women's Action Alliance e nella Ms. Foundation for Women, realtà costruite per sostenere attività formative, iniziative comunitarie e programmi dedicati all'autonomia economica e sociale delle donne.
La Ms. Foundation for Women, nata negli anni Settanta, divenne in particolare uno strumento per sostenere economicamente organizzazioni e progetti locali. Il principio era che il cambiamento non potesse avvenire soltanto attraverso grandi campagne nazionali, ma richiedesse risorse destinate a gruppi che lavoravano direttamente nelle comunità.
Negli anni Steinem partecipò anche alla creazione di Voters for Choice, organizzazione impegnata sul fronte dei diritti riproduttivi, e collaborò con numerose realtà nazionali e internazionali. Nel 2005, insieme a Jane Fonda e Robin Morgan, fondò il Women's Media Center, dedicato alla rappresentazione delle donne nei mezzi di informazione.
La battaglia per l'Equal Rights Amendment
Uno dei grandi temi politici degli anni Settanta fu l'Equal Rights Amendment, la proposta di emendamento alla Costituzione americana destinata a stabilire esplicitamente l'uguaglianza dei diritti indipendentemente dal sesso. Il Congresso approvò il testo nel 1972 e lo inviò agli Stati per la ratifica.
Steinem fu una sostenitrice dell'ERA e partecipò alla mobilitazione a favore dell'emendamento. La proposta, tuttavia, divenne uno dei fronti più divisivi della politica sociale americana. Le sostenitrici sostenevano che l'inserimento dell'uguaglianza nella Costituzione avrebbe rafforzato la protezione dalle discriminazioni; gli oppositori ritenevano invece che avrebbe prodotto conseguenze problematiche sul diritto di famiglia, sui ruoli sociali e su altre materie.
L'emendamento non raggiunse entro le scadenze previste il numero di ratifiche necessario. La vicenda dell'Equal Rights Amendment mostra quanto la seconda ondata femminista sia stata accompagnata non soltanto da importanti cambiamenti sociali, ma anche da una crescente contro-mobilitazione politica e culturale.
Aborto e diritti riproduttivi
Il tema dei diritti riproduttivi rimase uno dei principali campi dell'attivismo di Steinem per tutta la vita. La sua posizione fu chiaramente favorevole alla possibilità per le donne di decidere se portare avanti una gravidanza e all'accesso legale all'interruzione volontaria.
La sentenza Roe v. Wade del 1973 riconobbe per decenni una protezione costituzionale federale all'accesso all'aborto negli Stati Uniti. Steinem considerò quella decisione una conquista fondamentale. Nel 2022 la Corte Suprema, con Dobbs v. Jackson Women's Health Organization, annullò il precedente costituzionale di Roe, restituendo agli Stati un ruolo molto più ampio nella regolamentazione dell'aborto.
Negli ultimi anni della sua vita Steinem assistette quindi anche a una forte inversione normativa rispetto a una delle questioni sulle quali aveva lavorato più a lungo. Il dibattito americano rimane profondamente diviso: sostenitori e oppositori del diritto all'aborto continuano a proporre concezioni molto differenti su autonomia individuale, tutela della gravidanza e ruolo dello Stato.
Un femminismo legato anche a razza e classe
Steinem cercò progressivamente di collegare il femminismo anche alle differenze di razza e classe. Una parte fondamentale della seconda ondata nacque infatti in dialogo, e talvolta in conflitto, con il movimento per i diritti civili e con organizzazioni guidate da donne afroamericane.
Durante i primi anni Settanta Steinem partecipò a numerosi incontri insieme a Dorothy Pitman Hughes, attivista afroamericana con cui instaurò una nota collaborazione pubblica. Una celebre fotografia delle due donne con il pugno alzato sarebbe diventata negli anni un'immagine fortemente associata al femminismo interrazziale di quel periodo.
Steinem sostenne anche figure come Shirley Chisholm e sviluppò rapporti con organizzatrici provenienti da esperienze differenti dalla propria. Allo stesso tempo, la sua posizione di donna bianca, istruita e molto visibile nei media produsse discussioni interne al movimento su chi avesse la possibilità di rappresentare pubblicamente il femminismo e quali esperienze ricevessero maggiore attenzione.
Queste tensioni costituiscono una parte importante della valutazione storica della seconda ondata. Il movimento non fu mai un blocco unico: donne nere, latinoamericane, native, lesbiche, lavoratrici e attiviste provenienti da contesti diversi criticarono frequentemente una narrazione del femminismo troppo concentrata sulle necessità delle donne bianche della classe media.
Una figura influente ma anche contestata
La notorietà di Steinem comportò inevitabilmente anche una lunga storia di critiche. Le contestazioni arrivarono da direzioni molto differenti. I movimenti conservatori la considerarono per decenni uno dei simboli di cambiamenti sociali ritenuti negativi per la famiglia tradizionale e per i ruoli di genere.
Ma critiche arrivarono anche dall'interno dei movimenti progressisti e femministi. Alcune attiviste considerarono la sua posizione troppo vicina al femminismo mainstream, altre contestarono strategie politiche specifiche o il modo in cui i media tendevano a trasformarla nella portavoce di un movimento molto più ampio e diversificato.
Steinem cercò spesso di rispondere insistendo sulla natura collettiva dell'attivismo. Una delle caratteristiche più costanti dei suoi interventi fu il tentativo di ridimensionare l'idea del leader individuale, sostenendo che i cambiamenti sociali duraturi dipendessero dalle reti di persone e dalle organizzazioni territoriali più che dalla fama di singole personalità.
Viaggiare, ascoltare, organizzare
La pratica dell'ascolto diventò progressivamente una componente centrale del modo in cui Steinem descriveva il proprio lavoro. Pur essendo una figura estremamente conosciuta, continuò per decenni a partecipare a incontri in college, centri comunitari, assemblee e gruppi locali.
Questa filosofia fu raccontata con particolare chiarezza in My Life on the Road. Il viaggio, secondo Steinem, permetteva di uscire dalle astrazioni e confrontarsi con persone le cui esperienze non sarebbero emerse dalle sole statistiche. L'organizzazione politica veniva così descritta non semplicemente come trasmissione di idee, ma come costruzione di relazioni.
La stessa impostazione spiega il suo interesse per i cosiddetti talking circles, incontri organizzati affinché i partecipanti potessero raccontare direttamente le proprie esperienze. Per Steinem la narrazione personale aveva valore quando permetteva di riconoscere problemi condivisi e trasformarli in questioni collettive.
I libri di Gloria Steinem
Accanto agli articoli giornalistici, Steinem costruì una lunga produzione di libri e raccolte di saggi. Tra i titoli più conosciuti figura Outrageous Acts and Everyday Rebellions, pubblicato nel 1983, che raccoglie diversi suoi scritti e permette di ricostruire l'evoluzione delle idee sviluppate nei decenni precedenti.
Nel 1992 pubblicò Revolution from Within, dedicato al rapporto tra autostima, identità e condizionamenti sociali. Seguirono altri volumi, tra cui Moving Beyond Words e lavori dedicati a figure della cultura americana. La produzione alternava memoir, saggistica, riflessioni personali e analisi di argomenti politici e culturali.
Nel 2015 uscì My Life on the Road, uno dei suoi libri più personali e uno dei maggiori successi della fase più tarda della carriera. Il testo ripercorreva decenni di viaggi, campagne e incontri e mostrava quanto Steinem considerasse la propria storia inseparabile da quella delle persone incontrate lungo il percorso.
Il nuovo An Unexpected Life, previsto per il 22 settembre 2026, acquisisce inevitabilmente dopo la morte un significato differente da quello con cui era stato scritto. Non nasceva come un testamento dichiarato, ma diventerà l'ultimo grande autoritratto pubblicato della giornalista e attivista.
La vita privata e il matrimonio con David Bale
Per molti anni Steinem parlò pubblicamente anche del rapporto tra matrimonio e autonomia. Rimase non sposata fino a 66 anni, una scelta particolarmente visibile per una donna cresciuta in una generazione nella quale il matrimonio veniva spesso considerato una tappa quasi inevitabile della vita adulta femminile.
Nel 2000 sposò David Bale, imprenditore e attivista ambientalista, padre dell'attore Christian Bale. Il matrimonio durò fino alla morte di Bale nel 2003. Steinem spiegò che il cambiamento della legislazione e delle aspettative sociali aveva contribuito a rendere il matrimonio un'istituzione diversa da quella che aveva osservato quando era giovane.
Il matrimonio non produsse un cambiamento sostanziale nelle sue posizioni pubbliche. Per Steinem il punto centrale rimaneva la possibilità di scelta: sposarsi, non sposarsi, avere figli o non averne non dovevano essere presentati come percorsi moralmente superiori l'uno all'altro, ma come decisioni personali.
Il Women's Media Center e la rappresentazione nei media
Nel 2005 Steinem fondò insieme a Jane Fonda e Robin Morgan il Women's Media Center. L'organizzazione nacque dalla convinzione che la rappresentazione delle donne nei media non dipendesse soltanto dai contenuti prodotti, ma anche da chi occupava ruoli decisionali nelle redazioni, nelle televisioni e nell'industria dell'intrattenimento.
Il Women's Media Center ha sviluppato negli anni ricerche sulla presenza femminile nell'informazione, programmi di formazione e strumenti destinati a facilitare la partecipazione di esperte e professioniste al dibattito pubblico. Il progetto rappresentava una prosecuzione naturale di una delle convinzioni più antiche di Steinem: chi ha accesso ai mezzi di comunicazione partecipa direttamente alla definizione di quali storie una società considera importanti.
Il riconoscimento della Presidential Medal of Freedom
Nel 2013 il presidente Barack Obama conferì a Steinem la Presidential Medal of Freedom, la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti. Il riconoscimento arrivò quando l'attivista aveva quasi ottant'anni e rappresentò la formalizzazione istituzionale di un'influenza che aveva attraversato diversi decenni della storia americana.
Nella stessa cerimonia furono premiate personalità provenienti da campi molto differenti, tra cui Oprah Winfrey, Bill Clinton, Loretta Lynn e il premio Nobel Daniel Kahneman. Per Steinem, che aveva iniziato la propria carriera raccontando dall'esterno le istituzioni politiche, il riconoscimento segnava un cambiamento radicale nella percezione pubblica del femminismo rispetto ai primi anni della sua attività.
Una vita raccontata anche dal cinema
La figura di Steinem è diventata nel tempo oggetto di documentari, spettacoli e film. Nel 2020 è uscito The Glorias, diretto da Julie Taymor e basato sul memoir My Life on the Road. Il film utilizza diverse attrici per rappresentare Steinem in fasi differenti della vita, tra cui Alicia Vikander e Julianne Moore.
Questa continua trasformazione della sua biografia in racconto culturale mostra quanto Steinem sia diventata qualcosa di più di una semplice protagonista degli eventi storici ai quali partecipò. Capelli striati, occhiali da aviatore e abbigliamento degli anni Settanta finirono per costituire un'immagine immediatamente riconoscibile, spesso riprodotta nelle fotografie e nella cultura popolare.
Il rischio di questa iconizzazione è naturalmente quello di ridurre una storia durata decenni a pochi simboli visivi. Steinem continuò invece a lavorare molto dopo il periodo nel quale quell'immagine fu costruita, occupandosi di organizzazione politica, mezzi di comunicazione, questioni internazionali e campagne contro diverse forme di discriminazione.
Dalla liberazione delle donne a un movimento globale
Con il passare degli anni il lavoro di Steinem assunse una dimensione sempre più internazionale. Partecipò a iniziative collegate ai diritti delle donne in diversi Paesi e sostenne organizzazioni impegnate contro violenza, mutilazioni genitali femminili e discriminazioni.
Fu inoltre legata a Equality Now e ad altre reti internazionali. L'approccio cercava di evitare che il femminismo americano venisse presentato come modello automaticamente esportabile ovunque, privilegiando il sostegno alle organizzazioni locali e alle donne direttamente coinvolte nei diversi contesti.
Questa dimensione globale rimase comunque complessa. Parlare di diritti delle donne nel mondo significa confrontarsi con sistemi giuridici, religiosi, economici e culturali molto differenti. Steinem sosteneva la necessità di individuare principi comuni senza cancellare le specificità delle esperienze locali.
La trasformazione dell'America che Steinem attraversò
La durata della sua vita consente di osservare l'enorme distanza tra gli Stati Uniti nei quali Steinem iniziò la carriera e quelli del XXI secolo. Nel 1956, quando terminò l'università, alle donne americane erano precluse o fortemente limitate molte possibilità professionali e finanziarie che nei decenni successivi sarebbero diventate normali.
Durante gli anni della seconda ondata furono approvate norme importanti su discriminazione, istruzione, credito e lavoro. Questi cambiamenti furono il risultato combinato di iniziative parlamentari, sentenze, mobilitazioni sociali, organizzazioni per i diritti civili, sindacati e movimenti femministi. Steinem contribuì a quella stagione soprattutto attraverso la comunicazione e l'organizzazione, ma non sarebbe storicamente corretto attribuire a lei individualmente tali risultati.
Allo stesso tempo, la sua vita mostra che il cambiamento sociale raramente procede in linea retta. Molte questioni che sembravano definite negli anni Settanta sono tornate al centro del conflitto politico decenni dopo. La vicenda dell'aborto è l'esempio più evidente, ma discussioni analoghe riguardano parità salariale, rappresentanza, molestie e distribuzione dei ruoli familiari.
Il femminismo dopo Gloria Steinem
Il movimento femminista del 2026 è molto diverso da quello nel quale Steinem divenne famosa. La parola femminismo comprende oggi correnti differenti e spesso in disaccordo tra loro su priorità, strategie e interpretazioni di temi legati a genere, identità, lavoro, famiglia e sessualità.
Le generazioni più giovani hanno inoltre strumenti di organizzazione che negli anni Settanta non esistevano. Social network e comunicazione digitale permettono a campagne e testimonianze di attraversare rapidamente le frontiere, ma rendono anche il dibattito più frammentato e immediato. Steinem, cresciuta nell'epoca degli incontri fisici e delle assemblee, continuò a sottolineare fino a tarda età l'importanza di trovarsi nello stesso luogo e ascoltarsi direttamente.
Il suo lascito non consiste quindi in un'unica definizione definitiva del femminismo contemporaneo. Molte delle nuove generazioni rielaborano, ampliano o contestano aspetti delle battaglie della seconda ondata. È proprio questa evoluzione a dimostrare che un movimento sociale rimane vivo quando non si limita a ripetere le formule dei propri protagonisti storici.
Perché Gloria Steinem è diventata un simbolo
La sua influenza non può essere spiegata soltanto attraverso il numero delle organizzazioni fondate o degli articoli scritti. Gloria Steinem divenne un simbolo perché riuscì a occupare contemporaneamente lo spazio dell'informazione, dell'attivismo, della politica e della cultura popolare in un periodo in cui il ruolo delle donne in ciascuno di questi settori stava cambiando rapidamente.
La televisione contribuì enormemente alla costruzione di questa notorietà. Steinem aveva un'immagine immediatamente riconoscibile e una capacità di sintetizzare concetti complessi in un linguaggio comprensibile. Questo la rese una interlocutrice frequente nei dibattiti pubblici e, parallelamente, uno dei principali bersagli degli oppositori del femminismo.
Essere un simbolo comportò però anche il peso di rappresentare agli occhi dell'opinione pubblica posizioni molto più diversificate di quanto una sola persona potesse realmente contenere. La storia di Steinem dimostra quindi anche quanto i media tendano a semplificare movimenti collettivi attraverso figure immediatamente identificabili.
Un'eredità che appartiene anche al giornalismo
Prima ancora dell'attivismo, Steinem era una giornalista, e questo elemento rimane essenziale per comprenderne l'eredità. Dall'inchiesta sotto copertura del 1963 alla fondazione di Ms., il suo lavoro fu costruito intorno all'idea che esperienze normalmente confinate alla sfera privata potessero essere oggetto di indagine pubblica.
Temi come molestie, violenza domestica e discriminazioni erano spesso considerati problemi individuali o familiari. Il giornalismo femminista contribuì a mostrarne invece dimensioni sociali e strutturali. Ms. ebbe un ruolo importante in questa trasformazione del linguaggio dell'informazione, insieme al lavoro di molte altre testate, giornaliste e attiviste.
La nascita del Women's Media Center decenni dopo indica quanto la questione della rappresentazione fosse rimasta centrale nel pensiero di Steinem. Raccontare una storia significava per lei anche chiedersi chi potesse raccontarla, chi venisse considerato una fonte autorevole e quali esperienze avessero accesso alle grandi piattaforme informative.
L'ultimo libro e una vita che non considerava terminata
La pubblicazione imminente di An Unexpected Life aggiunge un elemento particolare al momento della sua morte. Steinem non aveva costruito il volume come un addio. Nelle pagine continuava a guardare al futuro e a descrivere con interesse le generazioni più giovani, i cambiamenti avvenuti durante la propria vita e quelli che riteneva ancora possibili.
Il titolo, "Una vita inaspettata", appare oggi quasi una sintesi naturale del percorso di una donna che non aveva inizialmente immaginato di diventare una delle figure pubbliche più riconoscibili degli Stati Uniti. Aveva pensato a una carriera nella scrittura e si ritrovò progressivamente coinvolta nell'organizzazione politica, nei viaggi e in decenni di discorsi pubblici nonostante la paura iniziale del palco.
L'uscita del memoir il 22 settembre offrirà quindi l'ultima occasione per leggere direttamente il modo in cui Steinem interpretava la propria storia, distinguendolo dalle numerose ricostruzioni biografiche e dai tributi pubblicati dopo la morte.
La memoria di una protagonista, senza trasformarla in mito
Raccontare oggi Gloria Steinem richiede un equilibrio particolare. La sua influenza sulla storia del femminismo e del giornalismo americano è ampiamente documentata, ma trasformarla nella persona che "ha creato" o rappresentato da sola il movimento significherebbe cancellare proprio quella dimensione collettiva alla quale dedicò gran parte del proprio lavoro.
Accanto a lei operarono Betty Friedan, Bella Abzug, Shirley Chisholm, Dorothy Pitman Hughes e migliaia di altre donne meno note al grande pubblico. Alcune collaborarono con Steinem, altre ne criticarono approcci e priorità. È precisamente questa pluralità di voci a rendere la storia del femminismo statunitense molto più complessa della biografia di una singola leader.
Steinem rimane però una figura eccezionale per la capacità di attraversare sei decenni di vita pubblica mantenendo una presenza costante. Dall'America di Kennedy e delle prime battaglie della seconda ondata arrivò fino all'epoca dei social media, di #MeToo e delle nuove dispute sui diritti riproduttivi, continuando a intervenire senza pretendere che il movimento rimanesse uguale a quello della propria giovinezza.
La storia continua oltre il suo simbolo più riconoscibile
La morte di Gloria Steinem chiude una delle biografie più lunghe e riconoscibili della storia contemporanea dei movimenti per i diritti delle donne. Restano libri, articoli, organizzazioni, fotografie, discorsi e soprattutto una rivista, Ms., che continua a essere pubblicata oltre mezzo secolo dopo la sua nascita.
Resta anche un metodo fondato sull'idea che ascoltare le esperienze sia un passaggio necessario prima di organizzare una risposta collettiva. È probabilmente uno degli elementi meno spettacolari ma più costanti della sua attività: viaggiare, incontrare persone, creare collegamenti e trasformare storie apparentemente isolate in temi di discussione pubblica.
La sua eredità continuerà inevitabilmente a essere valutata in modi differenti. Per molti Steinem resterà un simbolo di emancipazione femminile; per i suoi critici continuerà a rappresentare una stagione di cambiamenti sociali sulla quale esistono giudizi profondamente divergenti. Dal punto di vista storico, il dato meno contestabile è la durata e l'ampiezza della sua influenza sul dibattito americano.
A 92 anni, dopo più di sessant'anni trascorsi tra giornalismo e attivismo, Gloria Steinem lascia una storia che coincide con una parte significativa delle trasformazioni sociali degli Stati Uniti dal dopoguerra a oggi. Non tutte le battaglie alle quali partecipò hanno prodotto i risultati desiderati, alcune conquiste sono state successivamente rimesse in discussione e il movimento che contribuì a rendere visibile è cambiato profondamente. È proprio questa distanza tra passato e presente a rendere la sua biografia ancora utile per comprendere quanto rapidamente possano trasformarsi società, leggi e aspettative individuali.
E voi quale aspetto della storia di Gloria Steinem considerate più significativo: il lavoro giornalistico, la nascita di Ms. Magazine, le organizzazioni create negli anni oppure la sua capacità di mantenere vivo il dibattito tra generazioni diverse? Lasciate la vostra opinione nei commenti.

