Gaza, nuovi attacchi e vittime civili: cresce la pressione diplomatica
Nuovi attacchi nella Striscia di Gaza, vittime tra la popolazione civile e un'intensa pressione diplomatica sui protagonisti del conflitto. Il fine settimana tra il 1° e il 2 agosto 2026 ha riportato in primo piano la fragilità della tregua raggiunta nell'ottobre precedente, proprio mentre una nuova iniziativa internazionale sembrava poter aprire la strada alla seconda fase dell'accordo, al disarmo delle organizzazioni armate palestinesi e a un progressivo ritiro delle forze israeliane.
Bombardamenti aerei, colpi d'artiglieria e sparatorie sono stati segnalati in diverse zone dell'enclave, da Gaza City a Deir al-Balah, fino all'area meridionale di Khan Younis. Il bilancio esatto resta difficile da consolidare in tempo reale: i conteggi raccolti nelle ore successive hanno indicato almeno 17 vittime, mentre altre ricostruzioni hanno portato il numero a 18. Tra le persone uccise risultano anche componenti di nuclei familiari e bambini.
La nuova escalation ha alimentato una contraddizione sempre più evidente tra il percorso diplomatico annunciato alla fine di luglio e la realtà vissuta sul terreno. Mentre mediatori e rappresentanti internazionali discutono le modalità di attuazione dell'intesa, gli abitanti della Striscia continuano a convivere con attacchi, spostamenti forzati, distruzione delle abitazioni e una crescente riduzione dello spazio disponibile per la popolazione civile.
Gli attacchi del fine settimana nella Striscia
Le operazioni più intense sono state registrate domenica 2 agosto, quando attacchi israeliani hanno interessato contemporaneamente il nord, il centro e il sud di Gaza. Secondo le informazioni raccolte negli ospedali locali, le vittime sono state causate da bombardamenti contro abitazioni, appartamenti, veicoli e tende utilizzate da famiglie sfollate.
A Deir al-Balah almeno quattro persone sono state uccise in differenti episodi. Nell'area di Al-Mawasi, vicino a Khan Younis, un attacco contro un'abitazione ha provocato la morte di una coppia e del figlio di nove anni. Un altro nucleo familiare, composto da due adulti e un bambino, è stato colpito all'interno di un appartamento a Gaza City.
Altre vittime sono state segnalate in prossimità di una tenda situata non lontano dalla sede della rappresentanza egiziana, nel quartiere di Zeitoun e nell'area settentrionale di Jabalia. Un successivo attacco contro un'automobile nella zona di Saraya Square avrebbe causato la morte di almeno tre persone. La successione degli episodi ha reso quella domenica una delle giornate più sanguinose delle ultime settimane.
Le forze armate israeliane hanno sostenuto che gli obiettivi colpiti fossero militanti e infrastrutture di Hamas. In particolare, l'attacco contro un appartamento a Deir al-Balah sarebbe stato diretto contro due comandanti della forza d'élite Nukhba. Per altri episodi, le autorità militari hanno dichiarato di avere preso di mira operativi armati, senza fornire immediatamente informazioni dettagliate che permettessero una verifica indipendente delle singole circostanze.
La presenza di vittime appartenenti alle stesse famiglie e il coinvolgimento di edifici residenziali hanno però riaperto il dibattito sulla protezione dei civili e sulle precauzioni richieste durante le operazioni militari in un territorio estremamente popolato, nel quale abitazioni, tende, strutture sanitarie e aree controllate dai gruppi armati possono trovarsi a breve distanza l'una dall'altra.
Distrutti depositi di medicinali vicino all'ospedale Al-Aqsa
Uno degli episodi più controversi si è verificato a Deir al-Balah, dove un attacco ha distrutto due magazzini collegati all'ospedale dei Martiri di Al-Aqsa. Le autorità sanitarie palestinesi hanno dichiarato che le strutture contenevano medicinali e materiali essenziali, compresi prodotti utilizzati per i pazienti sottoposti a dialisi, garze e forniture necessarie per il trattamento delle ferite.
L'esplosione ha lasciato un ampio cratere e disseminato detriti nell'area, situata vicino a un insediamento di tende per sfollati. Altri due depositi e una struttura ambulatoriale dell'ospedale sono stati danneggiati. Non sono state segnalate vittime immediate in questo specifico attacco, anche perché prima del bombardamento sarebbe stato diffuso un ordine di evacuazione.
L'esercito israeliano ha fornito una versione diversa, affermando di avere colpito un nascondiglio di Hamas e un sito utilizzato per conservare armi nei pressi dell'ospedale. Non sono state diffuse prove pubbliche sufficienti per stabilire in modo indipendente quale fosse l'effettiva destinazione dei magazzini e se al loro interno fossero presenti esclusivamente materiali sanitari oppure anche equipaggiamento militare.
La questione è particolarmente delicata perché gli ospedali e le infrastrutture sanitarie godono di una protezione rafforzata durante i conflitti armati. Tale protezione può essere compromessa qualora una struttura venga effettivamente utilizzata per attività militari dannose per la parte avversaria, ma anche in questa eventualità restano applicabili gli obblighi di avvertimento, proporzionalità, distinzione e adozione delle precauzioni possibili per limitare i danni ai civili.
La qualificazione giuridica dell'episodio non può quindi essere determinata sulla base delle sole dichiarazioni contrapposte. Sarebbe necessaria una verifica indipendente capace di accertare la natura dell'obiettivo, le informazioni disponibili prima dell'attacco, le precauzioni adottate e l'impatto concreto sulla capacità dell'ospedale di curare i pazienti.
Una rete sanitaria già sotto forte pressione
La distruzione o il danneggiamento di depositi di medicinali assume un peso ancora maggiore considerando la situazione della sanità a Gaza. Gli ospedali continuano a operare con carenze di farmaci, dispositivi diagnostici, materiali per la dialisi, insulina e forniture necessarie alla cura delle malattie cardiovascolari e delle patologie croniche.
Le difficoltà non riguardano soltanto gli interventi di emergenza legati ai bombardamenti. I pazienti con diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci e altre malattie non trasmissibili rischiano ritardi o interruzioni delle terapie. La scarsità di glucometri, strisce per la misurazione della glicemia, materiali per gli accessi vascolari e prodotti disinfettanti riduce la capacità di garantire un'assistenza continuativa e sicura.
Le condizioni igieniche nei campi per sfollati favoriscono inoltre la diffusione di infezioni respiratorie, malattie della pelle e diarrea acquosa. Il sovraffollamento, la scarsità d'acqua, l'insufficienza dei servizi igienici e la presenza di acque reflue rendono più difficile prevenire i contagi, soprattutto tra bambini, anziani e persone già indebolite dalla malnutrizione.
Colpire o rendere inutilizzabile anche una singola parte della rete sanitaria può quindi produrre conseguenze che vanno oltre il luogo dell'esplosione. La perdita di un deposito, di un ambulatorio o di una riserva di materiali può interrompere trattamenti per centinaia di persone e aumentare la pressione sulle poche strutture rimaste operative.
Le Nazioni Unite segnalano decine di vittime
Le Nazioni Unite hanno riferito che nel corso del fine settimana sono proseguiti attacchi aerei, bombardamenti, colpi d'artiglieria e sparatorie, con decine di persone uccise e ferite. Tra le vittime segnalate figurano civili, compresi donne e bambini.
L'organizzazione internazionale non è sempre in grado di verificare direttamente e nell'immediato tutti gli episodi. L'accesso alle aree colpite è limitato, le comunicazioni possono interrompersi e i soccorritori operano spesso in condizioni di grave pericolo. Per questo motivo i bilanci vengono aggiornati progressivamente e possono differire tra ospedali, servizi di emergenza, autorità locali e organizzazioni umanitarie.
Questa difficoltà non significa che le cifre debbano essere ignorate, ma impone di distinguere tra dati provvisori, informazioni verificate e ricostruzioni ancora incomplete. Nelle prime ore successive a un attacco, alcune persone possono risultare disperse sotto le macerie, altre possono morire successivamente per le ferite riportate e più strutture sanitarie possono registrare le stesse vittime.
Dall'annuncio della tregua dell'ottobre 2025, le autorità sanitarie della Striscia hanno riferito la morte di oltre 1.200 palestinesi in nuovi attacchi israeliani. Nello stesso periodo, quattro soldati israeliani sono stati uccisi. Hamas non pubblica un conteggio completo e verificabile dei propri combattenti morti, rendendo difficile stabilire con precisione la proporzione tra civili e membri delle organizzazioni armate.
Il bilancio complessivo della guerra
Dall'inizio della guerra, innescata dagli attacchi guidati da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023, il bilancio palestinese comunicato dalle autorità sanitarie di Gaza ha superato le 73.000 vittime. Il conteggio non distingue sistematicamente tra civili e combattenti, ma include dati anagrafici e viene utilizzato come riferimento operativo da numerose organizzazioni internazionali.
Negli attacchi del 7 ottobre 2023 furono uccise in Israele circa 1.200 persone, in maggioranza civili, mentre 251 furono rapite e trasferite nella Striscia. Quel massacro diede avvio alla vasta offensiva israeliana contro Hamas e le altre organizzazioni armate palestinesi.
Quasi tre anni di guerra hanno distrutto o danneggiato una parte considerevole delle abitazioni e delle infrastrutture di Gaza. La maggioranza dei circa due milioni di residenti è stata costretta a spostarsi almeno una volta, mentre numerose famiglie hanno affrontato sfollamenti ripetuti, perdendo la casa, il lavoro e l'accesso stabile ai servizi essenziali.
La cosiddetta Linea Gialla e l'espansione del controllo israeliano
Uno degli aspetti centrali della crisi attuale riguarda la cosiddetta Linea Gialla, la demarcazione militare prevista dall'accordo dell'ottobre 2025. In una prima fase, la tregua aveva consentito alle forze israeliane di mantenere il controllo di circa il 53% del territorio, in attesa di successive fasi di ritiro.
Il ritiro previsto non è stato completato. Le autorità israeliane hanno dichiarato che l'area sotto il proprio controllo è arrivata a comprendere tra il 60% e il 70% della Striscia, anche in relazione alle operazioni dirette a individuare e distruggere tunnel e altre infrastrutture militari.
L'avanzamento delle zone militari ha prodotto nuovi spostamenti in aree di Gaza City, Deir al-Balah e Khan Younis. Alcuni residenti hanno riferito che i segnali utilizzati per indicare il confine operativo sono stati collocati progressivamente più vicino alle zone abitate, alimentando la paura di ulteriori evacuazioni.
La conseguenza è una crescente concentrazione della popolazione in una fascia limitata, spesso composta da quartieri distrutti, aree costiere e campi di tende. In questi spazi la disponibilità di acqua, servizi igienici, elettricità e strutture mediche è insufficiente rispetto al numero di persone presenti.
Qatar, Egitto e Turchia condannano le operazioni israeliane
Il 3 agosto, Qatar, Egitto e Turchia, coinvolti nella mediazione, hanno diffuso una posizione congiunta di forte condanna nei confronti delle operazioni israeliane nella Striscia. I tre Paesi hanno richiamato in particolare gli attacchi contro strutture sanitarie e le vittime civili, comprese donne e bambini.
I mediatori hanno definito tali episodi una violazione degli obblighi previsti dal diritto internazionale umanitario e hanno chiesto a Israele di rispettare pienamente gli impegni contenuti nell'accordo di cessate il fuoco.
Secondo la posizione dei tre governi, la prosecuzione delle operazioni militari rischia di compromettere gli sforzi necessari per avviare la seconda fase della tregua. La loro valutazione è che Hamas e le altre fazioni palestinesi abbiano compiuto un passo in avanti accettando una nuova tabella di marcia, compresa la disposizione relativa alla custodia e alla progressiva neutralizzazione delle armi.
La dichiarazione diplomatica rappresenta però la posizione dei Paesi mediatori e non una sentenza giuridica definitiva sugli attacchi. La responsabilità per eventuali violazioni del diritto internazionale dovrebbe essere stabilita attraverso indagini indipendenti fondate sulle circostanze di ciascun episodio.
Israele non considera ancora operativo l'accordo
Il governo israeliano ha espresso serie preoccupazioni per la sicurezza riguardo alla nuova intesa. La posizione di Israele è che Hamas debba consegnare realmente le armi, smantellare le capacità militari e distruggere la rete di tunnel prima che possa iniziare un ritiro significativo delle forze israeliane.
Secondo la valutazione comunicata dall'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu, Hamas continuerebbe a reclutare uomini, ricostruire infrastrutture e tentare di ripristinare le proprie capacità operative. Un ritiro anticipato, nella visione israeliana, consentirebbe al movimento di tornare a controllare il territorio e preparare nuovi attacchi contro le comunità israeliane.
Il ministro israeliano dell'Energia, Eli Cohen, componente del gabinetto di sicurezza, ha dichiarato che non esisteva ancora un accordo per interrompere gli attacchi. Ha aggiunto di essere scettico sulla reale disponibilità di Hamas a disarmarsi e ha sostenuto che Israele dovrebbe assumere il pieno controllo della Striscia qualora il movimento non rispettasse l'impegno.
All'interno della maggioranza israeliana esistono inoltre forti opposizioni politiche al progetto. Esponenti della destra nazionalista chiedono di mantenere la pressione militare e contestano qualsiasi formula che permetta alle armi di Hamas di essere semplicemente conservate sotto il controllo di un organismo palestinese anziché distrutte o trasferite fuori da Gaza.
La posizione di Hamas sul disarmo
Hamas ha evitato di utilizzare in modo univoco il termine disarmo, sostenendo di avere accettato un meccanismo per collocare le armi sotto il controllo della nuova amministrazione palestinese prevista per la Striscia. Il movimento rifiuta però di consegnarle a Israele o a soggetti non palestinesi.
Secondo la posizione espressa dai suoi rappresentanti, il trasferimento o la custodia delle armi potrà iniziare soltanto dopo la cessazione degli attacchi israeliani, l'aumento degli aiuti e il ritiro delle forze dalle aree occupate successivamente alla tregua. Hamas accusa Israele di voler utilizzare la forza per modificare la realtà sul terreno prima dell'attuazione dell'intesa.
Il contrasto non riguarda quindi soltanto la destinazione delle armi, ma soprattutto la sequenza delle azioni. Israele chiede che il disarmo avvenga per primo; Hamas pretende che le operazioni militari cessino e che inizi il ritiro. Senza un meccanismo simultaneo o una garanzia esterna credibile, ciascuna parte teme che l'altra possa ottenere il proprio obiettivo senza rispettare gli impegni successivi.
Il piano per una nuova amministrazione palestinese
La tabella di marcia prevede che le funzioni civili siano affidate al Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza, un organismo palestinese di carattere tecnico sostenuto dagli Stati Uniti e dai mediatori regionali. Il progetto dovrebbe consentire il passaggio dal governo armato di Hamas a un'amministrazione civile.
Le armi della polizia controllata da Hamas dovrebbero essere trasferite al nuovo comitato, mentre quelle pesanti sarebbero dismesse e conservate attraverso un processo sottoposto a verifica. Dovrebbero inoltre essere smantellati i siti di produzione militare e la rete di tunnel, parallelamente al dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione.
Restano tuttavia numerosi interrogativi: chi controllerà materialmente i depositi, quali Paesi parteciperanno alla verifica, come saranno protette le nuove autorità palestinesi e cosa accadrà in caso di violazione. Israele ha manifestato contrarietà a un ruolo di Qatar e Turchia nel controllo dell'attuazione, mentre Hamas non accetta una gestione affidata direttamente a Israele.
Il ruolo del Board of Peace
Il cosiddetto Board of Peace, l'organismo internazionale guidato dagli Stati Uniti e incaricato di seguire il cessate il fuoco e la transizione, ha intensificato i contatti con il governo israeliano e con i mediatori. Il suo rappresentante per Gaza, Nikolay Mladenov, ha incontrato Netanyahu e altri esponenti israeliani per discutere la fase operativa dell'accordo.
Nel corso dei colloqui sarebbe stata sollecitata una sospensione degli attacchi, ritenuta necessaria per creare lo spazio politico e operativo indispensabile all'attuazione dell'intesa. L'organismo ha però chiarito che il ritiro completo israeliano oltre la Linea Gialla potrà avvenire soltanto quando il processo di dismissione delle armi sarà terminato.
Questa impostazione ha suscitato preoccupazione tra le fazioni palestinesi, perché attribuirebbe priorità al disarmo senza richiamare con la stessa chiarezza la cessazione degli attacchi e gli altri obblighi previsti dalla tregua. Il rischio è che una formulazione percepita come sbilanciata riduca ulteriormente la fiducia tra le parti.
Perché i bilanci sono difficili da verificare
La verifica delle vittime nella Striscia è resa complessa dalla limitata presenza di osservatori indipendenti, dalle restrizioni agli spostamenti, dalle interruzioni delle comunicazioni e dalla difficoltà di raggiungere rapidamente le zone colpite.
Le cifre immediate provengono soprattutto da ospedali, autorità sanitarie, servizi di protezione civile e testimonianze locali. Le informazioni vengono poi confrontate con fotografie, filmati, immagini satellitari, registri anagrafici e testimonianze dei soccorritori. Questo processo richiede tempo e può determinare correzioni dei primi conteggi.
Esiste inoltre una difficoltà strutturale nel distinguere tra civili e combattenti. Le autorità sanitarie registrano i decessi, ma non classificano sistematicamente l'appartenenza alle organizzazioni armate. Israele comunica di avere colpito militanti, ma spesso non pubblica nomi, prove o informazioni sufficienti per verificare ciascuna attribuzione.
Un'informazione responsabile deve quindi evitare due errori opposti: presentare i dati iniziali come definitivamente accertati oppure respingere ogni bilancio soltanto perché prodotto da una parte coinvolta. La formulazione più corretta consiste nell'indicare la provenienza delle cifre, il loro carattere provvisorio e le eventuali differenze tra i conteggi disponibili.
La crisi alimentare resta fragile
La nuova intensificazione delle operazioni arriva mentre i miglioramenti registrati nella sicurezza alimentare rimangono estremamente precari. L'aumento degli aiuti seguito alla tregua aveva ridotto le condizioni più estreme, ma oltre 1,2 milioni di persone continuavano a trovarsi in una situazione di crisi alimentare o peggiore tra la primavera e l'inizio dell'estate.
Per il periodo compreso tra luglio e dicembre 2026 è previsto un possibile peggioramento, con circa 1,4 milioni di residenti, equivalenti al 67% della popolazione, esposti a livelli elevati di insicurezza alimentare acuta. La riduzione dei finanziamenti e l'incertezza sulle autorizzazioni operative delle organizzazioni umanitarie potrebbero compromettere i progressi ottenuti.
Anche quando i prodotti sono disponibili nei mercati, molte famiglie non dispongono del denaro necessario per acquistarli. La scarsità di gas da cucina costringe una parte consistente della popolazione a bruciare rifiuti o materiali di fortuna, con conseguenze sulla salute respiratoria e sulla sicurezza all'interno dei campi.
Aiuti umanitari e accesso alla Striscia
L'ingresso degli aiuti rimane condizionato dalle procedure di controllo, dalla disponibilità dei valichi e dalla classificazione di numerosi prodotti come materiali a duplice uso, potenzialmente utilizzabili sia per scopi civili sia militari.
Il valico di Kerem Shalom resta il principale punto operativo per l'ingresso delle merci nella Striscia. Tende, legname, utensili, sistemi solari, componenti per l'acqua e materiali per riparare gli edifici possono incontrare ritardi o limitazioni, riducendo la possibilità di ricostruire ripari adeguati.
La continuità degli attacchi influisce anche sulla distribuzione interna. I convogli possono essere rinviati, i magazzini diventare inaccessibili e le famiglie essere costrette a lasciare le zone nelle quali avevano ricevuto assistenza. La mobilità forzata rende quindi meno efficiente ogni intervento e aumenta il rischio che le persone più vulnerabili rimangano escluse.
La pressione diplomatica e il rischio di un nuovo fallimento
La condanna espressa dai mediatori mostra che il processo negoziale è entrato in una fase critica. Qatar, Egitto e Turchia non si sono limitati a chiedere una generica moderazione, ma hanno collegato direttamente gli attacchi al rischio di compromettere la seconda fase dell'accordo.
La pressione riguarda anche Hamas, chiamato a trasformare l'accettazione politica della tabella di marcia in atti verificabili. Senza un calendario preciso, un sistema di ispezione e un organismo capace di intervenire rapidamente in caso di controversia, l'intesa rischia di restare una dichiarazione di principio.
Il pericolo maggiore è la creazione di un circolo di reciproca sfiducia: Israele continua le operazioni sostenendo che Hamas non si è ancora disarmato; Hamas rinvia il disarmo sostenendo che Israele non ha cessato gli attacchi e non ha iniziato il ritiro. Ogni nuovo bombardamento o episodio armato rafforza le posizioni più rigide e riduce lo spazio per il compromesso.
Cosa potrebbe accadere nei prossimi giorni
Il primo elemento da osservare sarà l'eventuale riduzione degli attacchi israeliani. Una sospensione stabile, anche senza una dichiarazione formale, potrebbe creare le condizioni per definire le modalità di custodia delle armi e il dispiegamento della nuova amministrazione palestinese.
Il secondo passaggio riguarderà una risposta ufficiale del governo israeliano alla tabella di marcia. Le dichiarazioni finora diffuse mostrano un'accettazione soltanto parziale del principio del disarmo, accompagnata da profonde riserve sulla sequenza, sul ruolo dei mediatori e sulla possibilità di conservare anziché distruggere le armi.
Il terzo elemento sarà la capacità di Hamas e delle altre fazioni di presentare un impegno unitario. Anche un accordo con la dirigenza politica non garantirebbe automaticamente l'adesione di tutte le strutture armate presenti nella Striscia, né l'effettiva consegna di ogni arsenale e infrastruttura sotterranea.
Infine, sarà necessario verificare se l'ingresso degli aiuti aumenterà e se le persone sfollate potranno tornare in condizioni di sicurezza. Senza un miglioramento visibile della vita quotidiana, la popolazione difficilmente percepirà il nuovo piano come un reale passaggio verso la pace.
Tra diplomazia e realtà sul terreno
Gli sviluppi delle ultime ore mostrano quanto sia ampia la distanza tra gli annunci diplomatici e la realtà di Gaza. La disponibilità dichiarata a discutere il disarmo rappresenta un passaggio potenzialmente significativo, ma non equivale ancora a un accordo esecutivo né garantisce la fine delle operazioni militari.
Le vittime del fine settimana, i danni ai depositi sanitari e i nuovi spostamenti della popolazione dimostrano che la tregua rimane incompleta e vulnerabile. Ogni ulteriore attacco può compromettere i negoziati, mentre ogni ritardo nell'attuazione degli impegni alimenta il sospetto che il processo venga utilizzato per guadagnare tempo.
La priorità immediata resta la protezione della popolazione civile, insieme alla continuità delle cure, all'ingresso degli aiuti e alla definizione di un meccanismo verificabile che leghi cessazione delle ostilità, disarmo e ritiro militare. Senza garanzie concrete e obblighi applicati in modo reciproco, la nuova iniziativa rischia di aggiungersi alla lunga serie di tentativi diplomatici rimasti incompiuti.
La possibilità di trasformare la tabella di marcia in una pace effettiva dipenderà dalle decisioni assunte nei prossimi giorni da Israele, Hamas, Stati Uniti e mediatori regionali. Voi ritenete possibile un accordo basato sul disarmo progressivo e sul ritiro israeliano, oppure pensate che la sfiducia tra le parti sia ormai troppo profonda? Lasciate un commento e condividete la vostra opinione nel rispetto delle vittime e della complessità del conflitto.

