Ellen Burstyn, Leone d’oro alla carriera a Venezia 2026
Ellen Burstyn riceverà il Leone d'oro alla carriera durante l'83ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, in programma al Lido dal 2 al 12 settembre 2026. Il riconoscimento celebra oltre sessant'anni di attività tra cinema, teatro e televisione e premia un'interprete capace di attraversare generi ed epoche senza perdere intensità, precisione e credibilità.
La decisione è stata assunta dal Consiglio di amministrazione della Biennale di Venezia su proposta del direttore artistico della Mostra, Alberto Barbera. La consegna avverrà in occasione della proiezione di un nuovo cortometraggio interpretato dall'attrice, collegando così l'omaggio alla sua storia professionale con un lavoro contemporaneo e confermando che il premio non riguarda soltanto il passato.
Conosciuta dal grande pubblico per titoli come L'esorcista, Alice non abita più qui, Requiem for a Dream e Interstellar, Burstyn ha costruito una carriera fondata soprattutto sulla rappresentazione di donne complesse. Nei suoi ruoli, fragilità, dolore, autonomia e capacità di resistere non vengono mai ridotti a caratteristiche astratte, ma diventano elementi concreti della vita dei personaggi.
Il riconoscimento annunciato dalla Biennale di Venezia
La nomina di Ellen Burstyn al Leone d'oro alla carriera è stata annunciata il 14 luglio 2026. Il premio verrà assegnato nell'ambito di Venezia 83, edizione diretta da Alberto Barbera e destinata a riportare al Lido una delle attrici più rappresentative del cinema statunitense degli ultimi decenni.
L'attrice ha accolto la notizia manifestando entusiasmo e gratitudine, sottolineando anche il proprio legame affettivo con Venezia. La premiazione assume quindi un significato personale oltre che professionale: Burstyn tornerà in una città da lei particolarmente amata per ricevere uno dei massimi riconoscimenti attribuiti dalla Mostra.
Il Leone alla carriera non deve essere confuso con il Leone d'oro assegnato al miglior film del concorso. Il premio destinato a Burstyn riconosce l'insieme di un percorso artistico, la qualità delle interpretazioni e l'influenza esercitata nel tempo sulla recitazione cinematografica e teatrale.
La distinzione non premia quindi una sola opera presentata nel 2026, ma una lunga attività durante la quale l'attrice ha lavorato con registi come Peter Bogdanovich, William Friedkin, Martin Scorsese, Alain Resnais, Paul Schrader, Darren Aronofsky, Christopher Nolan e Kornél Mundruczó.
Una premiazione accompagnata da un nuovo film
Il Leone d'oro verrà consegnato in occasione della proiezione di Flesh Impact, cortometraggio diretto da Maggie Gyllenhaal e dedicato a Marilyn Monroe nel centenario della nascita dell'attrice, avvenuta il 1° giugno 1926.
Nel progetto, Dakota Johnson interpreta Marilyn Monroe nel periodo di massima celebrità, mentre Ellen Burstyn porta sullo schermo una possibile versione anziana della diva: una Marilyn che il pubblico non ha mai potuto conoscere, poiché la sua vita si interruppe nel 1962, quando aveva 36 anni.
Il film immagina dunque un'immagine alternativa di Marilyn Monroe, sottratta all'eterna giovinezza imposta dalla sua morte e osservata attraverso il passare del tempo. La presenza di Burstyn permette al progetto di interrogarsi su età, memoria, identità e sopravvivenza dell'immagine cinematografica.
Nel cast di Flesh Impact figurano anche Peter Sarsgaard e Sepideh Moafi. Il titolo riprende un'espressione utilizzata per descrivere la particolare luminosità di Monroe sullo schermo: una presenza talmente concreta e intensa da suscitare nello spettatore l'impressione di poterla quasi toccare.
La scelta di consegnare il premio durante la presentazione di un'opera nuova appare significativa. A 93 anni, Ellen Burstyn non viene celebrata come una figura ormai lontana dall'attività, ma come un'interprete ancora capace di assumere ruoli complessi e di partecipare a progetti costruiti intorno alla sua esperienza.
Un'attrice capace di rappresentare donne complesse
Uno degli aspetti centrali della carriera di Burstyn è la capacità di dare corpo a personaggi femminili attraversati da contraddizioni profonde. Le donne da lei interpretate possono essere madri, vedove, lavoratrici, artiste o figure segnate da dipendenze e perdite, ma non vengono mai definite esclusivamente dalla sofferenza.
Il suo lavoro ha contribuito a mostrare sullo schermo donne chiamate a confrontarsi con il bisogno di autonomia, la pressione sociale, il rapporto con i figli, il desiderio, l'invecchiamento e la possibilità di ricominciare. Burstyn ha affrontato questi temi evitando tanto l'enfasi melodrammatica quanto la freddezza.
La sua recitazione si basa spesso su un controllo molto preciso dei gesti, della voce e delle pause. Anche nei momenti più intensi, l'attrice cerca una forma di verità emotiva che non dipende soltanto dal dialogo, ma emerge dagli sguardi, dai silenzi e dalle reazioni fisiche del personaggio.
Questa capacità le ha permesso di attraversare film molto differenti: dal dramma familiare all'horror, dal cinema indipendente alla fantascienza, passando per il teatro di Broadway e le grandi produzioni televisive. A cambiare sono i generi, mentre rimane costante l'attenzione per l'interiorità dei personaggi.
Gli inizi tra teatro e televisione
Nata a Detroit il 7 dicembre 1932, Ellen Burstyn iniziò il proprio percorso professionale lavorando anche come modella e ballerina, prima di stabilirsi a New York e dedicarsi stabilmente alla recitazione. Il suo debutto a Broadway risale al 1957, quando partecipò allo spettacolo Fair Game.
Negli anni successivi apparve in numerose produzioni televisive statunitensi. Come molti interpreti della sua generazione, costruì la propria esperienza lavorando in singoli episodi di serie, western e drammi, apprendendo a caratterizzare rapidamente ruoli anche molto diversi tra loro.
Un passaggio decisivo fu l'ingresso nell'Actors Studio, l'istituzione newyorkese legata alla ricerca sulla recitazione e al lavoro sviluppato intorno al metodo. Burstyn approfondì una preparazione fondata sulla memoria emotiva, sull'ascolto e sulla comprensione delle motivazioni interne dei personaggi.
Il rapporto con l'Actors Studio sarebbe proseguito nel tempo fino ad assumere una dimensione istituzionale. L'attrice ne è diventata copresidente insieme ad Al Pacino e Alec Baldwin, contribuendo alla formazione e al confronto tra interpreti di generazioni differenti.
La svolta con L'ultimo spettacolo
La piena affermazione cinematografica arrivò con L'ultimo spettacolo, film del 1971 diretto da Peter Bogdanovich e ambientato in una cittadina del Texas nei primi anni Cinquanta. Burstyn interpretava Lois Farrow, una donna insoddisfatta della propria vita matrimoniale e consapevole dei limiti dell'ambiente in cui viveva.
Il personaggio avrebbe potuto essere ridotto al ruolo della madre infedele, ma l'interpretazione di Burstyn ne mostrò l'inquietudine, la lucidità e la consapevolezza del tempo trascorso. Dietro il comportamento provocatorio emergeva una donna capace di comprendere le aspirazioni dei più giovani perché aveva sperimentato personalmente la rinuncia.
Per questa prova, Burstyn ottenne la sua prima candidatura al Premio Oscar, nella categoria riservata alle attrici non protagoniste. Il film contribuì a rinnovare il cinema statunitense dell'epoca e rese evidente la capacità dell'interprete di costruire figure difficili da classificare moralmente.
L'ultimo spettacolo segnò l'inizio di una fase particolarmente importante. Nel giro di pochi anni, Burstyn sarebbe passata da attrice apprezzata a protagonista di alcuni dei film più discussi e influenti del cinema americano degli anni Settanta.
L'esorcista e il ruolo di Chris MacNeil
Nel 1973 Ellen Burstyn interpretò Chris MacNeil in L'esorcista di William Friedkin. Il film racconta la possessione demoniaca della dodicenne Regan, ma costruisce una parte essenziale della propria tensione attraverso lo sguardo della madre, costretta ad assistere alla trasformazione della figlia senza riuscire a trovare una spiegazione.
Chris è un'attrice affermata, indipendente e inizialmente estranea alla fede religiosa. Il personaggio affronta medici, specialisti e istituzioni nel tentativo di comprendere ciò che sta accadendo. La performance di Burstyn rende credibile il passaggio dalla razionalità alla disperazione, senza trasformare la madre in una semplice vittima degli eventi.
Il successo mondiale di L'esorcista rese Burstyn nota a un pubblico vastissimo e le procurò una candidatura all'Oscar come migliore attrice protagonista. Il film ottenne complessivamente dieci candidature e divenne uno dei titoli più importanti nella storia dell'horror.
La prova dell'attrice è fondamentale anche perché mantiene il racconto ancorato a una dimensione umana. Al centro non vi è soltanto il conflitto soprannaturale, ma il terrore concreto di una madre che vede la figlia soffrire e si scontra con l'impotenza degli adulti chiamati ad aiutarla.
Cinquant'anni dopo, Burstyn ha ripreso il ruolo di Chris MacNeil in L'esorcista - Il credente, uscito nel 2023. Il ritorno ha collegato direttamente il nuovo capitolo alla pellicola originale e ha mostrato quanto il personaggio sia rimasto legato all'identità pubblica dell'attrice.
L'Oscar per Alice non abita più qui
La consacrazione arrivò con Alice non abita più qui, diretto da Martin Scorsese e distribuito nel 1974. Burstyn interpretò Alice Hyatt, una donna rimasta vedova che lascia il Nuovo Messico insieme al figlio adolescente per cercare di ricostruire la propria vita e tentare nuovamente la carriera di cantante.
Il film affronta il percorso di una donna che non vuole essere definita soltanto dal matrimonio o dalla maternità. Alice deve lavorare, occuparsi del figlio, affrontare relazioni sentimentali complicate e difendere il proprio diritto a scegliere. La sua ricerca di indipendenza procede tra errori, difficoltà economiche e compromessi.
La performance evita di trasformare la protagonista in un simbolo privo di contraddizioni. Alice può essere affettuosa e impaziente, determinata e vulnerabile, ironica e spaventata. Proprio questa complessità permise al personaggio di rappresentare in modo concreto il desiderio di ricominciare.
Per il film, Ellen Burstyn vinse l'Oscar come migliore attrice alla cerimonia del 1975. Il premio riconobbe una prova costruita sull'equilibrio tra dramma e commedia, oltre che sulla capacità di sostenere una storia quasi interamente legata alle scelte della protagonista.
Il ruolo ebbe anche un significato produttivo importante. Burstyn partecipò attivamente allo sviluppo del progetto e contribuì alla scelta di Martin Scorsese come regista, quando il cineasta non era ancora il nome universalmente riconosciuto che sarebbe diventato negli anni successivi.
Il 1975 tra Oscar e Tony Award
Il 1975 fu un anno eccezionale per Ellen Burstyn. Oltre all'Oscar per Alice non abita più qui, l'attrice vinse il Tony Award come migliore protagonista in un'opera teatrale per Same Time, Next Year, commedia di Bernard Slade rappresentata a Broadway.
Nello spettacolo interpretava Doris, una donna che incontra ogni anno lo stesso uomo in una locanda, mantenendo con lui una relazione destinata ad attraversare decenni e cambiamenti personali. Il ruolo richiedeva di mostrare il passaggio del tempo e l'evoluzione del personaggio senza perdere la continuità emotiva.
Burstyn divenne così la terza donna ad avere conquistato, fino a quel momento, un Oscar e un Tony nello stesso anno. Il risultato confermò la sua capacità di raggiungere livelli di eccellenza tanto davanti alla macchina da presa quanto sul palcoscenico.
La vittoria teatrale è essenziale per comprendere il Leone d'oro alla carriera, perché il percorso di Burstyn non è limitato al cinema. La disciplina maturata nel teatro ha influenzato il modo in cui l'attrice prepara i ruoli, costruisce la presenza fisica e mantiene la concentrazione nelle scene più emotivamente impegnative.
Le altre candidature agli Oscar
Nel corso della carriera, Ellen Burstyn ha ottenuto complessivamente sei candidature agli Oscar, vincendo per Alice non abita più qui. Oltre a L'ultimo spettacolo e L'esorcista, venne candidata per la versione cinematografica di Same Time, Next Year, per Resurrection e per Requiem for a Dream.
In Same Time, Next Year, uscito nel 1978, tornò a interpretare Doris accanto ad Alan Alda. Il passaggio dal palcoscenico al cinema le richiese di adattare una prova già consolidata a un linguaggio più intimo, nel quale piccoli gesti ed espressioni diventavano più evidenti.
In Resurrection, del 1980, interpretò una donna sopravvissuta a un incidente automobilistico che scopre di possedere capacità di guarigione. Anche in questo caso, Burstyn affrontò un personaggio collocato tra esperienza spirituale, sofferenza personale e giudizio della comunità.
Le candidature distribuite tra il 1971 e il 2000 mostrano una continuità rara. Non si concentrano in una sola fase della carriera, ma coprono quasi trent'anni, confermando la capacità dell'attrice di rinnovarsi senza dipendere da un unico genere o da una specifica immagine cinematografica.
Requiem for a Dream, una delle prove più dolorose
Nel 2000 Burstyn interpretò Sara Goldfarb in Requiem for a Dream di Darren Aronofsky. Il personaggio è una vedova sola che trascorre gran parte del tempo davanti alla televisione e sogna di partecipare a un programma televisivo indossando un vestito rosso legato ai ricordi della propria giovinezza.
Per dimagrire, Sara comincia ad assumere farmaci stimolanti prescritti senza un controllo adeguato. La dipendenza altera progressivamente la sua percezione della realtà, mentre l'isolamento e il desiderio di essere nuovamente vista la conducono verso un crollo fisico e psicologico.
L'interpretazione di Burstyn è particolarmente intensa perché non giudica il personaggio. Sara può apparire ingenua e ossessionata, ma il film mostra con chiarezza la sua solitudine, il bisogno di riconoscimento e il timore di diventare invisibile con l'avanzare dell'età.
La celebre scena in cui Sara spiega al figlio perché il programma televisivo rappresenti per lei una ragione per alzarsi la mattina concentra il senso della performance. Dietro il vestito, la dieta e la televisione si nasconde il bisogno di sentirsi ancora parte della vita.
Il ruolo valse all'attrice la sesta candidatura all'Oscar e viene ancora considerato uno dei momenti più alti della sua carriera. Con Requiem for a Dream, Burstyn mostrò come la disperazione possa essere raccontata senza perdere la dignità del personaggio.
Dal cinema d'autore a Interstellar
La filmografia di Burstyn comprende anche opere di ampia diffusione internazionale. Nel 2014 partecipò a Interstellar di Christopher Nolan, interpretando Murph Cooper in età avanzata, scienziata impegnata per tutta la vita a risolvere il problema necessario alla sopravvivenza dell'umanità.
Il personaggio viene interpretato in diverse fasi della vita da Mackenzie Foy, Jessica Chastain ed Ellen Burstyn. Quest'ultima compare nel momento finale del percorso, quando Murph può finalmente ricongiungersi con il padre dopo decenni vissuti in modo differente a causa della relatività temporale.
Pur disponendo di uno spazio limitato, Burstyn attribuisce alla scena conclusiva un forte peso emotivo. La sua Murph non è più soltanto la bambina abbandonata, ma una donna anziana che ha costruito una famiglia, compiuto una scoperta decisiva e accettato la distanza dal padre.
La partecipazione a Interstellar dimostra la capacità dell'attrice di inserirsi anche in una grande produzione fantascientifica senza perdere la propria specificità. Il suo compito non è spiegare la complessa struttura scientifica del film, ma rendere credibile il costo umano del tempo trascorso.
Il legame con la Mostra di Venezia
Il Leone d'oro del 2026 consolida un rapporto già esistente tra Ellen Burstyn e la Mostra del Cinema. Nel 2020 l'attrice partecipò a Pieces of a Woman, presentato in concorso a Venezia e diretto da Kornél Mundruczó.
Nel film interpretava la madre della protagonista Martha, affidata a Vanessa Kirby. Il personaggio, una donna sopravvissuta alle persecuzioni antisemite, cerca di reagire alla morte della nipote imponendo alla figlia il proprio modo di affrontare il lutto.
La relazione tra madre e figlia è costruita su affetto, controllo e incomunicabilità. Burstyn interpreta una donna convinta di agire per proteggere Martha, ma incapace di riconoscere che la figlia ha bisogno di elaborare il dolore seguendo un percorso differente.
Pieces of a Woman riportò Burstyn in un cinema concentrato sulla perdita e sulle conseguenze emotive dei rapporti familiari. La sua presenza alla Mostra del 2020 costituisce un precedente significativo rispetto al ritorno del 2026, quando riceverà il massimo riconoscimento alla carriera.
Televisione e Triple Crown of Acting
La carriera dell'attrice comprende un'attività televisiva particolarmente estesa. Nel 2009 Ellen Burstyn vinse un Emmy Award per una partecipazione a Law & Order: Special Victims Unit, nella quale interpretava Bernadette Stabler, madre del detective Elliot Stabler.
Nel 2013 ottenne un secondo Emmy per la miniserie Political Animals. Questi riconoscimenti si aggiunsero all'Oscar e al Tony, permettendole di completare la cosiddetta Triple Crown of Acting, riservata agli interpreti capaci di vincere i maggiori premi statunitensi per cinema, teatro e televisione.
La Triple Crown non è un premio attribuito da un'unica istituzione, ma una definizione utilizzata per descrivere una combinazione particolarmente prestigiosa di riconoscimenti. Nel caso di Burstyn, certifica una versatilità sviluppata attraverso linguaggi produttivi molto differenti.
Recitare per la televisione richiede infatti ritmi, tempi di preparazione e forme narrative diverse rispetto al cinema o al teatro. La continuità del lavoro televisivo mostra come Burstyn abbia saputo adattare la propria tecnica senza ridurne la profondità.
Il metodo, l'ascolto e il lavoro dell'Actors Studio
La recitazione di Burstyn viene spesso associata al metodo, ma il suo lavoro non può essere ridotto alla semplice ricerca di emozioni personali. La preparazione comprende attenzione al testo, comprensione delle circostanze del personaggio e disponibilità ad ascoltare realmente gli altri interpreti.
Nelle sue prove più riuscite, l'emozione sembra nascere durante la scena anziché essere preparata per produrre un effetto prestabilito. Questa impressione deriva dalla capacità di reagire ai comportamenti degli altri attori e di mantenere una forte presenza nel momento della ripresa.
L'esperienza dell'Actors Studio ha rafforzato anche la sua attività come guida per altri interpreti. Nel ruolo di copresidente, Burstyn rappresenta una continuità tra la tradizione della recitazione americana del Novecento e le nuove generazioni chiamate a confrontarsi con cinema, serie e piattaforme.
Il Leone d'oro riconosce quindi non soltanto una successione di personaggi, ma anche un contributo alla cultura della recitazione. L'attrice ha partecipato alla vita delle istituzioni professionali e ha condiviso conoscenze maturate in più di sei decenni di lavoro.
Una carriera lontana dall'idea di ritiro
Nonostante i 93 anni, Ellen Burstyn continua a sviluppare nuovi progetti. Oltre a Flesh Impact, è coinvolta in Place to Be, nuovo film diretto da Kornél Mundruczó nel quale recita accanto a Taika Waititi.
Negli ultimi anni ha partecipato a film come Mother, Couch, Three Months, Queen Bees e Pieces of a Woman, oltre a produzioni televisive quali The First Lady e Law & Order: Organized Crime. La sua attività non assume dunque il carattere di una presenza occasionale legata soltanto alla notorietà del passato.
Nel 2026 ha inoltre pubblicato Poetry Says It Better: Poems to Help You Wake Up, volume dedicato al ruolo svolto dalla poesia nella sua vita e nella formazione artistica. Il libro segue il memoir Lessons in Becoming Myself, pubblicato nel 2006.
Questa continuità rende il Leone d'oro particolarmente significativo. Il premio arriva quando Burstyn è ancora impegnata nella ricerca di personaggi e forme espressive, evitando che la celebrazione si trasformi in una semplice ricostruzione nostalgica.
Perché il premio ha un significato particolare
Il riconoscimento attribuito a Ellen Burstyn premia una carriera nella quale il successo commerciale non ha escluso la sperimentazione. L'attrice ha preso parte a film diventati fenomeni di massa, come L'esorcista e Interstellar, mantenendo parallelamente un forte legame con il cinema d'autore e indipendente.
La sua filmografia mostra inoltre una particolare attenzione verso personaggi femminili non idealizzati. Burstyn ha interpretato donne che invecchiano, sbagliano, desiderano, soffrono e cercano di ridefinire la propria identità, anche quando la società sembra avere già assegnato loro un ruolo definitivo.
Questo elemento distingue il suo percorso in un'industria che per molto tempo ha offerto alle attrici mature opportunità più limitate rispetto ai colleghi uomini. Burstyn ha continuato a lavorare anche in età avanzata, trovando parti nelle quali l'invecchiamento non viene nascosto, ma diventa parte essenziale del racconto.
Il nuovo ruolo legato a Marilyn Monroe rafforza proprio questo tema. Interpretare una versione anziana di una donna rimasta per sempre giovane nell'immaginario collettivo significa interrogare direttamente il rapporto tra cinema, bellezza, memoria e tempo.
Un Leone d'oro tra memoria e presente
Il Leone d'oro alla carriera attribuito a Ellen Burstyn riunisce molte delle linee che hanno definito il suo lavoro: la rappresentazione delle donne, l'attenzione per la vita interiore, la disciplina teatrale e la disponibilità a confrontarsi con autori e generi sempre diversi.
Dalla madre terrorizzata di L'esorcista alla vedova in cerca di libertà di Alice non abita più qui, dalla solitudine devastante di Requiem for a Dream alla Murph anziana di Interstellar, Burstyn ha portato sullo schermo personaggi segnati dal tempo senza considerarli mai marginali.
La premiazione veneziana non sarà soltanto un omaggio ai titoli più celebri. La presenza di Flesh Impact ricorderà che l'attrice continua a lavorare e che il valore di una carriera non risiede soltanto nel numero dei premi, ma nella capacità di trovare ancora nuove immagini e nuovi personaggi.
Quando salirà sul palco della Mostra di Venezia 2026, Ellen Burstyn riceverà un riconoscimento che attraversa la storia del cinema americano dagli anni Settanta fino al presente. Il Leone celebrerà una lunga fedeltà alla recitazione, intesa non come esibizione, ma come ricerca della verità umana dentro ogni ruolo.
Quale interpretazione di Ellen Burstyn considerate più memorabile: Chris MacNeil in L'esorcista, Alice Hyatt nel film di Scorsese, Sara Goldfarb in Requiem for a Dream o uno dei suoi lavori più recenti? Lasciate un commento e raccontateci quale ruolo vi ha colpiti maggiormente.

