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BCE verso un nuovo rialzo: tassi al 2,50% attesi il 10 settembre

I mercati europei si preparano a una nuova possibile stretta monetaria. Alla riunione del 10 settembre 2026 la Banca centrale europea è attesa aumentare di 25 punti base il proprio tasso sui depositi, portandolo dall'attuale 2,25% al 2,50%. L'aspettativa è diventata particolarmente forte dopo il nuovo aumento dell'inflazione dell'Eurozona, salita al 3,3% in agosto dal 2,9% di luglio soprattutto per effetto dell'impennata dei prezzi energetici.
Il rialzo, tuttavia, non è ancora una decisione ufficiale. La BCE stabilirà i tassi soltanto durante la prossima riunione del Consiglio direttivo, valutando i dati economici disponibili e le nuove proiezioni sull'inflazione. Le aspettative sono però insolitamente compatte: tutti i 65 economisti partecipanti all'ultima indagine internazionale prevedono un aumento di 25 punti base, mentre i prezzi dei mercati finanziari attribuiscono ormai una probabilità estremamente elevata allo stesso scenario.
La questione più incerta riguarda ciò che accadrà dopo settembre. Fino a poche ore fa la maggioranza degli economisti considerava il rialzo al 2,50% come il secondo e probabilmente ultimo aumento di questa breve fase restrittiva. Il nuovo deterioramento dello scenario energetico ha però iniziato a modificare alcune previsioni: alcune grandi istituzioni finanziarie ritengono ora possibile un ulteriore rialzo entro dicembre se il rincaro dell'energia dovesse continuare a propagarsi sui prezzi dell'economia reale.

Il tasso sui depositi è oggi al 2,25%

Per comprendere cosa potrebbe cambiare il 10 settembre bisogna partire dalla situazione attuale. Il principale riferimento della politica monetaria europea è il tasso sui depositi, oggi pari al 2,25%. È il tasso riconosciuto alle banche che depositano liquidità presso l'Eurosistema e rappresenta ormai lo strumento attraverso il quale viene principalmente orientata la posizione monetaria dell'area euro.
Gli altri due tassi ufficiali sono attualmente al 2,40% per le operazioni di rifinanziamento principali e al 2,65% per il rifinanziamento marginale. Nel caso di un nuovo intervento, sarà il Consiglio direttivo a stabilire esattamente l'intera struttura dei tassi applicabile dopo la riunione.
Il livello del 2,25% deriva dal rialzo deciso a giugno, quando il tasso sui depositi è stato aumentato di un quarto di punto dal precedente 2,00%. A luglio è stata invece scelta una pausa, mantenendo invariata la politica monetaria mentre diventavano più evidenti gli effetti dello shock energetico provocato dalle tensioni internazionali.

Cosa significa un aumento di 25 punti base

Un aumento di 25 punti base corrisponde a 0,25 punti percentuali. Se il tasso sui depositi passasse dal 2,25% al 2,50%, non aumenterebbe quindi del 25%, ma di un quarto di punto percentuale. È una distinzione semplice ma importante quando si parla di politica monetaria.
L'obiettivo di un rialzo dei tassi di interesse è rendere più costoso il denaro e ridurre progressivamente la domanda nell'economia. Finanziamenti più onerosi possono raffreddare consumi e investimenti, diminuendo la capacità di imprese e famiglie di accettare nuovi aumenti dei prezzi.
La politica monetaria agisce però con ritardi. Una decisione presa a settembre non produce tutti i suoi effetti sull'inflazione nel mese successivo. Il cambiamento passa attraverso credito, mutui, investimenti, mercati finanziari, risparmio e aspettative e può richiedere diversi trimestri prima di manifestarsi pienamente.

L'inflazione è tornata al 3,3%

Il dato che ha rafforzato maggiormente l'ipotesi del rialzo è la nuova accelerazione dell'inflazione dell'Eurozona. La stima preliminare di agosto indica un aumento annuo dei prezzi del 3,3%, rispetto al 2,9% registrato a luglio. L'incremento mensile è stimato allo 0,4%.
Il valore del 3,3% si trova sensibilmente sopra l'obiettivo del 2% perseguito nel medio periodo. Non rappresenta ancora necessariamente l'inizio di una nuova spirale inflazionistica generalizzata, ma aumenta la pressione sulla banca centrale affinché dimostri di voler impedire che lo shock energetico si trasformi in un aumento persistente di tutti i prezzi.
La composizione dell'inflazione è però essenziale. Il nuovo rialzo non deriva da un'accelerazione uniforme di ogni categoria di beni e servizi. È soprattutto l'energia ad aver spinto verso l'alto l'indice generale.

L'energia corre del 14,3%

I prezzi dell'energia risultano in aumento del 14,3% rispetto ad agosto 2025, contro il 10,3% registrato a luglio. Il salto di quattro punti percentuali in un solo mese spiega gran parte dell'accelerazione dell'indice generale dell'Eurozona.
La nuova tensione energetica è collegata al rincaro di petrolio e carburanti, ma interessa più ampiamente il costo dell'approvvigionamento energetico in una fase segnata da forte incertezza geopolitica. Il Brent è tornato su livelli molto elevati e i mercati continuano a incorporare un premio per il rischio legato alla sicurezza delle forniture.
Per una banca centrale questo tipo di shock energetico è particolarmente difficile da affrontare. Aumentare i tassi non produce più petrolio, non riapre una rotta marittima e non aumenta direttamente l'offerta di carburanti. Può però impedire che l'aumento iniziale dell'energia venga incorporato in salari, listini e aspettative fino a diventare inflazione persistente.

L'inflazione di fondo resta al 2,4%

Un segnale meno allarmante arriva dall'inflazione core, cioè dall'indice che esclude energia, alimentari, alcol e tabacco. Ad agosto è stimata al 2,4%, leggermente inferiore al 2,5% di luglio. Questo suggerisce che, almeno per il momento, l'accelerazione dell'indice generale non si è trasformata in un aumento generalizzato delle pressioni sottostanti.
Anche l'indicatore che esclude soltanto energia e alimentari non lavorati mostra una dinamica relativamente contenuta, intorno al 2,1%. Sono elementi che invitano alla cautela prima di descrivere l'attuale situazione come una nuova ondata inflazionistica paragonabile a quella vissuta dall'Europa nella precedente crisi energetica.
La BCE dovrà quindi bilanciare due informazioni differenti: un'inflazione complessiva al 3,3%, chiaramente sopra il target, e pressioni di fondo che non mostrano ancora la stessa accelerazione. Da questo equilibrio dipenderà soprattutto la politica monetaria successiva a settembre.

I servizi rallentano al 3%

Anche il dato sui servizi fornisce un segnale relativamente rassicurante. L'inflazione del comparto è scesa dal 3,3% di luglio al 3,0% di agosto. I servizi vengono seguiti con particolare attenzione perché sono fortemente collegati ai salari e alla domanda interna.
Se un aumento dei prezzi energetici producesse rapidamente richieste salariali molto più elevate, le imprese potrebbero trasferire parte del maggiore costo sui propri prezzi dei servizi, creando un secondo ciclo inflazionistico più difficile da interrompere. Al momento non emerge ancora un'accelerazione di questo tipo.
Il dato al 3,0% rimane comunque superiore all'obiettivo generale di stabilità dei prezzi e non permette di escludere future pressioni. La vera domanda è se la persistente visibilità dei rincari di benzina, diesel ed energia modificherà nei prossimi mesi le aspettative dei consumatori e le negoziazioni salariali.

I beni industriali aumentano dell'1,2%

Per i beni industriali non energetici l'aumento annuo è stimato all'1,2%, rispetto allo 0,9% del mese precedente. Il movimento è quindi verso l'alto, ma rimane contenuto rispetto alla dinamica dell'energia.
Il dato è rilevante perché un eventuale trasferimento dei maggiori costi energetici verso la produzione potrebbe iniziare proprio attraverso i beni industriali. Fabbriche, logistica e trasporto utilizzano energia e carburanti e potrebbero progressivamente incorporare una parte dei rincari nei prezzi finali.
Per ora non emerge una trasmissione paragonabile all'aumento del 14,3% dell'energia. La capacità delle imprese di assorbire i costi senza trasferirli integralmente ai clienti sarà uno degli indicatori principali da seguire durante l'autunno.

Alimentari, alcol e tabacco restano all'1,2%

La componente composta da alimentari, alcol e tabacco registra un aumento dell'1,2%, sostanzialmente invariato rispetto a luglio. Gli alimentari non lavorati mostrano invece un aumento del 2,7%.
Questo significa che il nuovo salto dell'inflazione dell'Eurozona non è stato causato da un improvviso aumento generalizzato della spesa alimentare. La pressione rimane concentrata soprattutto sull'energia, almeno nei dati disponibili per agosto.
La situazione può però cambiare se il costo del trasporto resterà elevato. Prodotti alimentari e beni di largo consumo devono essere trasportati e refrigerati e possono quindi risentire indirettamente del rincaro dei carburanti con un certo ritardo.

Perché la BCE potrebbe alzare i tassi comunque

La domanda centrale è perché aumentare i tassi BCE se l'inflazione è dovuta soprattutto all'energia, un elemento che la politica monetaria non può controllare direttamente. La risposta riguarda il rischio degli effetti di secondo impatto.
Un primo aumento del petrolio può essere considerato temporaneo. Ma se famiglie e lavoratori iniziano a credere che i prezzi continueranno a crescere rapidamente, possono chiedere salari più elevati. Le imprese, aspettandosi costi maggiori, possono aumentare preventivamente i propri listini. In quel momento lo shock energetico comincia a diffondersi all'intera economia.
La banca centrale cerca quindi di mantenere ancorate le aspettative di inflazione. Un rialzo dei tassi comunica che l'obiettivo del 2% resta centrale e che l'autorità monetaria è disposta a intervenire per impedire che una deviazione temporanea diventi persistente.

Le aspettative di lungo periodo restano relativamente stabili

Per ora uno degli elementi che limita la necessità di interventi molto aggressivi è la relativa stabilità delle aspettative inflazionistiche di lungo periodo. I mercati e gli economisti non stanno anticipando un ritorno permanente a tassi d'inflazione estremamente elevati.
È una differenza importante rispetto a una vera spirale inflazionistica. Se famiglie, imprese e investitori continuano a ritenere credibile il ritorno verso il 2%, la banca centrale può procedere con maggiore gradualità.
Il problema è che le aspettative a breve possono essere molto più sensibili ai prezzi visibili ogni giorno. Benzina, diesel e alimentari hanno un impatto psicologico particolarmente forte perché i consumatori li acquistano frequentemente e ne percepiscono immediatamente le variazioni.

Il sondaggio vede un consenso unanime sul 10 settembre

La forza delle aspettative emerge dal sondaggio condotto tra il 31 agosto e il 3 settembre: tutti i 65 economisti interpellati prevedono un aumento di 25 punti base il 10 settembre. Nel mese precedente il consenso era molto meno ampio.
La probabilità di un rialzo è aumentata progressivamente dopo il nuovo shock sull'energia e la risalita dell'inflazione. Prima della riunione di luglio, soltanto poco più di sette economisti su dieci si attendevano una stretta a settembre; oggi la previsione è praticamente unanime.
I mercati monetari si sono mossi nella stessa direzione: la probabilità implicita di un rialzo alla prossima riunione è arrivata intorno al 99%. Naturalmente un prezzo di mercato non rappresenta una decisione ufficiale, ma mostra quanto sarebbe sorprendente per gli operatori un mancato intervento.

Giugno è stato il primo rialzo del nuovo ciclo

Se il 10 settembre arrivasse effettivamente un nuovo aumento, sarebbe il secondo rialzo della fase restrittiva iniziata a giugno. Il primo aveva portato il tasso sui depositi dal 2,00% al 2,25%.
Il cambiamento è significativo perché arriva dopo un lungo periodo in cui l'orientamento della politica monetaria era stato nella direzione opposta. Tra il 2024 e il 2025 la BCE aveva progressivamente ridotto i tassi ufficiali dopo la grande stretta utilizzata per contrastare l'inflazione post-pandemica.
Il ritorno ai rialzi nel 2026 mostra come la politica monetaria possa cambiare direzione quando compare un nuovo shock sui prezzi. Non esiste quindi un percorso dei tassi predeterminato: ogni riunione dipende dai dati e dalla valutazione delle prospettive future.

A luglio la BCE aveva scelto di aspettare

Il 23 luglio i tassi erano stati lasciati invariati. La scelta rifletteva l'incertezza sul comportamento dell'energia e la necessità di capire quanto dello shock internazionale sarebbe effettivamente arrivato ai prezzi europei.
Già allora il costo dell'energia si trovava molto sopra i livelli precedenti alla crisi, ma la banca centrale aveva preferito osservare ulteriori dati prima di aumentare ancora il costo del denaro.
L'inflazione al 3,3% di agosto e il nuovo aumento delle quotazioni petrolifere hanno modificato il quadro. Rispetto a luglio, oggi esistono più elementi a favore di un intervento preventivo.

Settembre potrebbe non essere più l'ultimo rialzo

La parte più interessante delle previsioni riguarda ciò che accadrà dopo il 10 settembre. Nel sondaggio pubblicato il 3 settembre, circa il 91% degli economisti prevedeva che il tasso sui depositi avrebbe chiuso il 2026 al 2,50%.
In altre parole, la grande maggioranza considerava il rialzo di settembre come l'ultimo di questa breve fase. Il 78% prevedeva inoltre il tasso fermo al 2,50% fino alla metà del 2027.
Il peggioramento dello scenario energetico sta però già modificando alcune valutazioni. Nelle ultime ore sono emerse previsioni che contemplano un ulteriore rialzo a dicembre, qualora l'energia restasse costosa e l'economia dimostrasse di poter assorbire una nuova stretta senza entrare in recessione.

Il mercato osserva già dicembre

Il dibattito si sta quindi spostando rapidamente dalla domanda "la BCE aumenterà a settembre?" alla domanda "quanto durerà la stretta?". Per la prossima riunione il livello di consenso è ormai molto elevato; dopo quella data l'incertezza aumenta notevolmente.
Un eventuale terzo intervento dipenderebbe soprattutto dalla durata dello shock energetico. Se petrolio e carburanti dovessero scendere rapidamente e l'inflazione di fondo rimanesse contenuta, la banca centrale avrebbe meno ragioni per proseguire.
Se invece l'energia restasse elevata e comparissero segnali di aumento di salari, servizi e prezzi industriali, il rischio di una diffusione dell'inflazione potrebbe giustificare una risposta ulteriore.

L'inflazione media 2026 viene rivista al 2,9%

Le previsioni degli economisti indicano ora un'inflazione media 2026 intorno al 2,9%. La stima è stata rivista al rialzo ripetutamente durante l'anno, riflettendo il cambiamento dello scenario energetico.
Per il terzo trimestre la previsione mediana si colloca intorno al 3,2%, mentre per il quarto trimestre sale al 3,3%. Si tratta di livelli sensibilmente superiori all'obiettivo di medio periodo.
Secondo queste valutazioni, un ritorno stabile verso il 2% potrebbe richiedere tempo fino alla parte finale del 2027. È proprio questa lentezza a spiegare perché la BCE non possa ignorare completamente uno shock che nasce dall'energia.

La crescita dell'Eurozona resta debole

Il problema opposto è rappresentato dalla crescita economica. Le previsioni indicano un'espansione dell'Eurozona intorno allo 0,8% nel 2026 e all'1,2% nel 2027. Sono ritmi positivi ma modesti.
Un aumento dei tassi troppo aggressivo potrebbe indebolire ulteriormente investimenti, credito e consumi. Per questo la politica monetaria deve evitare di combattere uno shock prevalentemente esterno provocando una recessione interna più profonda del necessario.
È questo il principale argomento a favore di una pausa dopo settembre: se l'inflazione core rimane relativamente stabile e le aspettative di lungo periodo restano ancorate, potrebbe non essere necessario comprimere ulteriormente una crescita già fragile.

L'economia però non sta entrando in recessione

I dati più recenti sull'attività privata mostrano comunque una certa resilienza dell'Eurozona. L'indice composito delle imprese è rimasto a 52 punti in agosto, sopra la soglia di 50 che separa convenzionalmente espansione e contrazione.
L'indice dei servizi si è attestato a 51,6, soltanto leggermente sotto il 51,7 del mese precedente. La crescita rimane quindi moderata, ma non si osserva al momento una contrazione generalizzata dell'attività.
Anche questa relativa tenuta rende più semplice giustificare un rialzo di settembre. Una banca centrale tende ad avere maggiore spazio per contrastare l'inflazione quando l'economia continua a crescere, seppure lentamente.

Le esportazioni mostrano un segnale positivo

Un elemento interessante dei dati di agosto riguarda le esportazioni dell'area euro, tornate a crescere per la prima volta in diversi anni nel quadro delle indagini sull'attività privata, grazie soprattutto ai prodotti manifatturieri.
Il miglioramento del manifatturiero contribuisce a sostenere il quadro economico proprio mentre i servizi mostrano un rallentamento moderato. La situazione appare quindi più equilibrata rispetto a precedenti periodi caratterizzati da forte debolezza industriale.
La BCE osserverà anche questi elementi perché la forza della domanda interna ed estera influenza la capacità delle imprese di trasferire gli aumenti dei costi sui prezzi finali.

Italia al 3,2% di inflazione armonizzata

All'interno dell'Eurozona esistono differenze significative. Per l'Italia la stima armonizzata di agosto indica un'inflazione annua intorno al 3,2%, in aumento rispetto al 2,9% di luglio.
Il dato italiano si trova quindi molto vicino alla media dell'area euro. Anche nel nostro Paese il rincaro dell'energia rappresenta un elemento centrale, come mostrano gli aumenti di benzina e gasolio osservati all'inizio di settembre.
Per le famiglie italiane la combinazione tra carburanti più cari e tassi più alti è particolarmente rilevante perché incide contemporaneamente sulla spesa quotidiana e sul costo del credito.

Spagna sopra il 4%, Francia più bassa

Le differenze nazionali sono ampie. La Spagna registra una stima armonizzata del 4,5%, mentre la Francia è al 2,7% e la Germania al 2,9%. Alcuni Paesi dell'Europa orientale mostrano livelli ancora più elevati.
La BCE deve però definire una singola politica monetaria per l'intera area. Non può stabilire tassi differenti per Italia, Germania, Spagna o Francia in base all'inflazione di ciascun Paese.
Questa caratteristica rende particolarmente complessa la gestione dello shock energetico: lo stesso aumento dei tassi può risultare più appropriato per un'economia con inflazione molto alta e più restrittivo per un'altra in cui i prezzi stanno crescendo meno.

Cosa significa per i mutui a tasso variabile

Per le famiglie una delle domande immediate riguarda i mutui a tasso variabile. Il tasso ufficiale BCE non determina direttamente e automaticamente la rata di ogni mutuo, ma influenza i tassi del mercato monetario utilizzati come riferimento da molti contratti.
Se le aspettative di una politica monetaria più restrittiva si consolidano, gli indici di mercato possono incorporare in anticipo parte dell'aumento. Per questo una decisione del 10 settembre può essere almeno parzialmente riflessa nei tassi finanziari già prima dell'annuncio ufficiale.
L'effetto concreto sulla rata dipende dal contratto: indice utilizzato, spread applicato dalla banca, frequenza di aggiornamento e capitale residuo. Non è quindi corretto attribuire a ogni mutuo un aumento identico.

I mutui a tasso fisso seguono dinamiche differenti

Per i nuovi mutui a tasso fisso, il collegamento con il tasso sui depositi è più indiretto. I prezzi dipendono soprattutto dai tassi di mercato a medio-lungo termine e dalle aspettative sulla futura politica monetaria.
Se gli investitori ritengono che la BCE dovrà mantenere tassi elevati più a lungo, possono salire anche i rendimenti utilizzati dalle banche per determinare il costo dei nuovi finanziamenti immobiliari.
Al contrario, se il mercato considera il rialzo di settembre come l'ultimo e prevede un successivo ritorno dell'inflazione verso il target, i tassi a lungo termine possono reagire in modo differente rispetto al tasso ufficiale del momento.

Prestiti e credito al consumo possono diventare più costosi

La stretta monetaria interessa anche prestiti personali, finanziamenti auto e credito alle imprese. Le banche finanziandosi a condizioni più costose tendono, nel tempo, a trasferire almeno una parte del maggiore costo sui nuovi clienti.
L'effetto non è uniforme. Ogni banca applica proprie condizioni sulla base del rischio del cliente, della concorrenza, della durata del finanziamento e delle caratteristiche commerciali del prodotto.
Il principio generale rimane però che tassi ufficiali più elevati rendono il credito meno conveniente rispetto a una fase di politica monetaria più espansiva. È proprio attraverso questo meccanismo che la banca centrale cerca di moderare la domanda.

Per i risparmiatori l'effetto può essere opposto

Un rialzo dei tassi non produce soltanto costi. Per chi possiede liquidità, una politica monetaria più restrittiva può favorire rendimenti più elevati su conti deposito, strumenti monetari e alcune obbligazioni di nuova emissione.
Le banche non sono obbligate a trasferire automaticamente l'intero rialzo BCE ai depositanti, quindi la remunerazione effettiva varia molto tra intermediari. Un tasso ufficiale al 2,50% non significa che ogni conto corrente renderà il 2,50%.
Il livello generale dei tassi aumenta tuttavia la concorrenza per la raccolta bancaria e rende potenzialmente più interessanti alcune forme di risparmio a basso rischio rispetto ai periodi caratterizzati da tassi prossimi allo zero.

Cosa può succedere alle obbligazioni

I titoli obbligazionari reagiscono alle aspettative sui tassi in modo diverso a seconda della durata. Quando i rendimenti richiesti dal mercato salgono, il prezzo dei titoli già esistenti a cedola fissa tende generalmente a diminuire.
È un meccanismo matematico legato al fatto che una vecchia obbligazione con rendimento inferiore deve diventare più economica per competere con una nuova emissione che offre un rendimento maggiore.
La reazione effettiva dipende però da ciò che il mercato aveva già previsto. Un rialzo BCE completamente anticipato può avere un impatto limitato nel giorno della decisione, mentre una sorpresa sulla futura traiettoria dei tassi può provocare movimenti molto più forti.

Lo spread dipende da molti più fattori

Per l'Italia l'attenzione si concentra spesso sullo spread tra titoli di Stato italiani e tedeschi. Una politica monetaria più restrittiva può influire sui rendimenti europei, ma lo spread dipende anche dalla percezione del rischio specifico del Paese.
Deficit, debito pubblico, crescita, stabilità politica e domanda degli investitori contribuiscono tutti al rendimento dei BTP. Non sarebbe quindi corretto attribuire ogni movimento dello spread direttamente a una singola decisione della BCE.
La combinazione tra tassi più alti e grandi debiti pubblici resta comunque un elemento da osservare perché, nel tempo, rifinanziare titoli in scadenza a rendimenti più elevati può aumentare la spesa per interessi degli Stati.

L'euro può reagire alle aspettative sui tassi

Anche il cambio dell'euro è sensibile alle differenze di politica monetaria tra le principali economie. In teoria, tassi europei più elevati possono rendere le attività denominate in euro relativamente più attraenti e sostenere la valuta.
Nella pratica il cambio dipende dal confronto con la politica della Federal Reserve, dalla crescita, dalla geopolitica e dal comportamento globale degli investitori. Se contemporaneamente anche gli Stati Uniti aumentano i propri tassi, l'effetto relativo può essere molto diverso.
Un euro più forte può contribuire a ridurre il costo delle importazioni energetiche denominate in dollari, mentre una valuta più debole tende a renderle più costose. Il cambio rappresenta quindi uno dei canali attraverso cui la politica monetaria può interagire indirettamente con l'inflazione energetica.

Il rischio principale sono gli effetti di secondo impatto

Nei prossimi mesi la parola chiave sarà second-round effects, cioè effetti di secondo impatto. Il primo effetto è il rincaro dell'energia; il secondo si verifica quando quel rincaro modifica salari, aspettative, prezzi dei servizi e comportamento delle imprese.
Se l'energia cresce del 14% ma l'inflazione core resta intorno al 2,4%, la banca centrale può considerare lo shock ancora relativamente concentrato. Se la core iniziasse a salire rapidamente, il quadro diventerebbe molto più preoccupante.
Per questo la decisione di settembre potrebbe essere considerata una forma di assicurazione preventiva: un aumento moderato per mostrare determinazione senza impegnarsi automaticamente in una lunga serie di rialzi.

I salari saranno osservati con particolare attenzione

La dinamica dei salari sarà uno degli indicatori centrali dell'autunno. Se i lavoratori cercano di recuperare integralmente il potere d'acquisto perso a causa dell'energia, le imprese possono trovarsi davanti a nuovi aumenti dei costi.
Una crescita salariale coerente con produttività e obiettivo di inflazione non costituisce necessariamente un problema. La difficoltà nasce quando si crea una rincorsa prezzi-salari capace di mantenere l'inflazione elevata anche dopo la fine dello shock energetico.
Proprio per questo la stabilità delle aspettative è essenziale. Se famiglie e lavoratori credono che l'inflazione tornerà verso il 2%, è meno probabile che costruiscano decisioni di lungo periodo assumendo aumenti permanenti dei prezzi.

Il precedente del 2011 torna nel dibattito

Il contesto attuale ricorda per alcuni aspetti il 2011, quando la banca centrale aumentò i tassi due volte in una fase caratterizzata anche da forti pressioni sui prezzi energetici, prima di invertire rapidamente la direzione della politica monetaria.
Quel precedente viene spesso richiamato perché mostra il rischio di reagire in maniera eccessiva a uno shock dell'offerta mentre l'economia è fragile. Una stretta troppo forte può ridurre la domanda senza risolvere direttamente la causa esterna del rincaro.
Il contesto del 2026 è naturalmente differente e non è possibile dedurre automaticamente ciò che accadrà. Il riferimento storico serve soprattutto a spiegare perché molti economisti siano favorevoli a un rialzo limitato seguito da una fase di osservazione.

Perché il 2% resta l'obiettivo centrale

La BCE definisce la stabilità dei prezzi attraverso un obiettivo di inflazione del 2% nel medio periodo. Non significa che l'inflazione debba essere esattamente al 2,00% ogni singolo mese.
Shock energetici, variazioni stagionali e altri fattori possono temporaneamente portare il dato sopra o sotto il target. Ciò che conta è impedire che lo scostamento diventi persistente e modifichi il comportamento dell'economia.
Con l'inflazione al 3,3%, il problema non è quindi soltanto la distanza numerica dal 2%, ma la valutazione sulla durata del fenomeno. Se il rincaro energetico dovesse esaurirsi rapidamente, la risposta necessaria sarebbe diversa rispetto a uno scenario di prezzi elevati per molti trimestri.

La riunione del 10 settembre porterà nuove proiezioni

La decisione del 10 settembre sarà particolarmente importante perché verrà accompagnata da un nuovo quadro delle prospettive economiche. Le proiezioni permetteranno di capire come viene valutato l'impatto dello shock energetico su crescita e inflazione.
Il mercato osserverà soprattutto le stime sull'inflazione 2026 e 2027, la dinamica dell'inflazione di fondo e la crescita prevista dell'economia dell'Eurozona.
Potrebbe risultare ancora più importante il linguaggio utilizzato sulla politica futura. Se verrà sottolineata la necessità di ulteriori interventi, i mercati potrebbero aumentare rapidamente le aspettative per dicembre; un messaggio più prudente rafforzerebbe invece l'idea di una pausa.

Nessun percorso dei tassi è già deciso

Una delle caratteristiche fondamentali della strategia attuale è l'approccio meeting by meeting. Ogni decisione viene presa sulla base dei dati disponibili al momento e non viene indicato in anticipo un percorso obbligatorio dei tassi.
Questo significa che anche se il rialzo al 2,50% appare altamente probabile, non esiste oggi un impegno ufficiale a mantenere quel livello per sei mesi, aumentarlo ancora o iniziare successivamente a ridurlo.
Inflazione, energia, salari, credito, crescita e condizioni finanziarie possono modificare la traiettoria monetaria. Gli scenari degli economisti devono quindi essere interpretati come previsioni, non come decisioni già prese.

Per le famiglie il doppio effetto di energia e credito

La particolarità della situazione attuale è che molte famiglie subiscono contemporaneamente l'aumento dell'energia e il possibile aumento del costo del credito. Benzina, diesel e alcune componenti energetiche incidono direttamente sulla spesa, mentre tassi più alti possono pesare sui finanziamenti.
Per chi ha un mutuo variabile o deve chiedere un nuovo prestito, questa combinazione può ridurre ulteriormente il reddito disponibile. Chi invece possiede liquidità può beneficiare di rendimenti potenzialmente più elevati sul risparmio.
Gli effetti della politica monetaria non sono quindi uguali per tutti. Debitori e risparmiatori possono reagire in modo opposto allo stesso aumento dei tassi BCE.

Le imprese devono valutare investimenti più costosi

Per le imprese un tasso più elevato può aumentare il costo dei finanziamenti aziendali. Un investimento che risultava conveniente con un certo costo del capitale può diventare meno interessante se il tasso applicato dalla banca aumenta.
La reazione è uno dei meccanismi desiderati della politica monetaria: ridurre la crescita della domanda aggregata per diminuire la pressione sui prezzi. Ma una frenata eccessiva degli investimenti può compromettere la crescita futura e la produttività.
Il compito della banca centrale è quindi trovare una misura sufficientemente restrittiva da controllare l'inflazione senza comprimere l'economia più del necessario.

Il vero bivio arriverà dopo settembre

Il rialzo del 10 settembre appare oggi molto più prevedibile di ciò che succederà dopo. Il consenso quasi unanime rende il passaggio dal 2,25% al 2,50% lo scenario centrale dei mercati.
Molto meno chiaro è il livello terminale dei tassi. La previsione prevalente continua a essere quella di una pausa dopo settembre, ma le prime revisioni verso un ulteriore intervento a dicembre mostrano quanto rapidamente lo scenario possa cambiare.
Il comportamento del petrolio sarà probabilmente il fattore esterno più importante. Se le tensioni sulle forniture continueranno, l'energia potrebbe mantenere l'inflazione generale ben sopra il target per diversi mesi.

Il 3,3% non racconta tutta la storia

La lettura più corretta dell'attuale quadro richiede quindi di non fermarsi al solo 3,3%. L'inflazione generale è alta, ma l'energia cresce del 14,3%, mentre la core è al 2,4% e l'inflazione dei servizi sta rallentando.
Questo significa che l'Eurozona affronta principalmente uno shock energetico, non ancora una riaccelerazione uniforme di tutti i prezzi. È una differenza sostanziale per stabilire quanto debba essere aggressiva la risposta monetaria.
Il rischio è duplice: fare troppo poco e permettere allo shock di diffondersi, oppure fare troppo e aggravare inutilmente la debolezza della crescita. La prossima decisione dovrà muoversi precisamente tra questi due rischi.

Settembre è quasi scontato, dicembre molto meno

Alla vigilia della riunione, quindi, il quadro appare relativamente definito sul breve termine. Il mercato considera altamente probabile un aumento di 25 punti base e gli economisti interpellati indicano unanimemente il tasso sui depositi al 2,50%.
L'incertezza si concentra invece sull'autunno. Un calo del petrolio, un'inflazione core stabile e un rallentamento della crescita potrebbero convincere la BCE a fermarsi. Energia persistente, salari più forti e maggiore pressione sui servizi potrebbero spingere verso una nuova stretta.
Per questo la riunione del 10 settembre non sarà importante soltanto per il numero indicato nel comunicato finale. Le parole utilizzate per descrivere i rischi futuri potrebbero avere un impatto persino maggiore sui mercati rispetto al rialzo ormai largamente previsto.

Il nuovo equilibrio dell'economia europea

L'Eurozona entra così nell'autunno 2026 con un equilibrio particolarmente delicato: inflazione al 3,3%, crescita ancora positiva ma debole, petrolio elevato e tassi già tornati a salire dopo un lungo periodo di riduzioni.
La prossima mossa al 2,50%, se confermata, rappresenterebbe il secondo intervento restrittivo in pochi mesi e segnerebbe definitivamente il passaggio dalla fase di attesa a una risposta più decisa allo shock energetico.
Non sarebbe però necessariamente l'inizio di una lunga serie di aumenti. La maggioranza degli economisti continua a ritenere che il picco dei tassi possa essere vicino, purché l'inflazione di fondo rimanga contenuta e il rincaro dell'energia non generi effetti persistenti.

Famiglie e mercati guardano al 10 settembre

Per famiglie, imprese e investitori la data da segnare è quindi il 10 settembre 2026. Fino a quella riunione il 2,50% rimane una previsione molto solida, ma pur sempre una previsione.
Il dato che ha cambiato il quadro è soprattutto l'energia al +14,3%, responsabile della gran parte dell'accelerazione inflazionistica di agosto. La stabilità relativa della core impedisce però di dare per scontata una lunga fase di rialzi.
Il vero test arriverà nei mesi successivi: capire se lo shock resterà confinato a petrolio, carburanti ed energia oppure si trasferirà a salari, servizi e beni. Da quella risposta dipenderanno il costo dei mutui, dei prestiti, dei finanziamenti alle imprese e la traiettoria dei tassi europei nel 2027.
E voi come valutate un possibile nuovo rialzo dei tassi BCE? Pensate che portare il tasso sui depositi al 2,50% sia necessario per contenere l'inflazione oppure temete soprattutto l'impatto su mutui, credito e crescita? Lasciate la vostra opinione nei commenti.

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