Yemen, missili Houthi su Marib: morti civili e rischio guerra totale
Lo Yemen torna pericolosamente vicino a una guerra su vasta scala. Una nuova serie di attacchi attribuiti agli Houthi ha colpito la città e la provincia di Marib, una delle principali roccaforti del governo yemenita internazionalmente riconosciuto, provocando secondo il bilancio preliminare delle autorità locali almeno due morti e 14 feriti tra i civili. L'escalation arriva immediatamente dopo una delle più sanguinose offensive contro le forze governative degli ultimi mesi e mentre le Nazioni Unite avvertono che il Paese non era così vicino alla ripresa di un conflitto di grandi dimensioni dalla tregua negoziata nel 2022.
Secondo il governo yemenita, il nuovo bombardamento ha interessato quartieri residenziali e campi per sfollati presenti nell'area di Marib. Gli Houthi hanno parallelamente rivendicato attacchi con missili e droni contro forze sostenute dall'Arabia Saudita, depositi, mezzi ed equipaggiamenti militari nel campo di Sahn al-Jinn. Le rispettive ricostruzioni non possono essere considerate automaticamente coincidenti: in un contesto di guerra, obiettivi dichiarati, traiettorie delle armi e conseguenze effettive sul terreno richiedono verifiche indipendenti spesso estremamente difficili.
Il dato certo è che la nuova offensiva si inserisce in una sequenza di attacchi sempre più ravvicinati. Soltanto il giorno precedente, postazioni governative nelle province di Marib e Hadramout erano state colpite da missili balistici e droni. Le prime informazioni provenienti da fonti governative avevano parlato di almeno 30 militari uccisi; un successivo resoconto ufficiale yemenita ha invece indicato 17 soldati e ufficiali morti. La divergenza nei bilanci impone cautela, ma entrambe le ricostruzioni descrivono comunque una delle escalation militari più gravi registrate nel Paese negli ultimi anni.
Due civili uccisi e 14 feriti a Marib
Il bilancio comunicato dalle autorità yemenite per l'attacco più recente è ancora preliminare. Due civili sono stati dichiarati morti e altri 14 feriti dopo bombardamenti che avrebbero raggiunto zone residenziali e aree nelle quali vivono persone costrette ad abbandonare le proprie case a causa della lunga guerra civile.
Marib ospita da anni una numerosa popolazione di sfollati interni. La provincia è diventata uno dei principali rifugi per famiglie fuggite da territori controllati dagli Houthi o interessati dai combattimenti, trasformando gli attacchi contro l'area in una minaccia non soltanto militare ma anche direttamente umanitaria.
La presenza di campi per sfollati rende inoltre particolarmente delicato l'utilizzo di armi a lungo raggio. Missili e droni lanciati verso aree nelle quali convivono installazioni militari e grandi concentrazioni civili possono produrre conseguenze molto estese anche quando l'obiettivo dichiarato è una struttura appartenente alle forze armate.
Gli Houthi rivendicano missili e droni contro Sahn al-Jinn
Gli Houthi, movimento che controlla la capitale Sana'a e vaste aree dello Yemen settentrionale e occidentale, hanno dichiarato di avere colpito il campo di Sahn al-Jinn a Marib utilizzando missili e velivoli senza pilota.
Secondo la loro versione, gli obiettivi comprendevano forze sostenute dall'Arabia Saudita, depositi, veicoli ed equipaggiamenti militari. Il movimento sostiene di avere avviato questa nuova fase di operazioni dopo avere rilevato un rafforzamento delle forze avversarie che, a suo giudizio, sarebbe stato preparatorio a una nuova offensiva contro i territori sotto il suo controllo.
Le autorità del governo internazionalmente riconosciuto respingono questa interpretazione e accusano invece gli Houthi di avere avviato una escalation unilaterale. Le due narrative sono quindi direttamente contrapposte e le rivendicazioni relative agli obiettivi distrutti o alle perdite inflitte non possono essere automaticamente considerate dati verificati.
Il governo yemenita annuncia una risposta
Le forze fedeli al governo internazionalmente riconosciuto hanno annunciato di avere reagito agli attacchi. Questo passaggio è particolarmente importante perché il rischio principale non è rappresentato soltanto dal singolo bombardamento, ma dalla possibilità che una sequenza di azioni e rappresaglie riapra stabilmente i grandi fronti terrestri rimasti relativamente congelati dopo il 2022.
La guerra yemenita non si è mai realmente conclusa. La tregua dell'aprile 2022 aveva ridotto drasticamente le operazioni militari di maggiore intensità tra gli Houthi e la coalizione sostenuta dall'Arabia Saudita, ma non aveva prodotto un accordo politico definitivo.
Negli anni successivi il Paese è rimasto diviso tra diverse autorità, forze militari e gruppi armati. Il risultato è stato una sorta di conflitto congelato: meno bombardamenti e offensive territoriali rispetto alla fase più violenta della guerra, ma nessuna soluzione capace di eliminare le cause dello scontro.
Il bilancio dei soldati uccisi resta controverso
Particolare attenzione richiede il bilancio degli attacchi avvenuti il 6 agosto contro postazioni militari nelle province di Marib e Hadramout. Le prime informazioni diffuse attraverso fonti governative indicavano almeno 30 militari yemeniti uccisi e decine di feriti.
Successivamente il governo yemenita, attraverso una propria comunicazione ufficiale, ha indicato 17 soldati e ufficiali morti nelle operazioni. Non è stato chiarito in modo definitivo se la differenza dipenda da aggiornamenti, differenti aree conteggiate, sovrapposizioni iniziali o criteri diversi nella classificazione delle vittime.
Gli Houthi hanno fornito una stima ancora più elevata, sostenendo di avere provocato centinaia di morti e feriti tra le forze nemiche. Questa affermazione non dispone però di una conferma indipendente e deve essere considerata una rivendicazione di una delle parti in conflitto.
Marib è uno dei territori strategicamente più importanti dello Yemen
Per comprendere perché gli attacchi su Marib siano così significativi è necessario osservare la posizione della provincia. Situata a est di Sana'a, rappresenta da anni uno dei principali bastioni del governo internazionalmente riconosciuto nel nord del Paese.
Marib dispone inoltre di importanti risorse energetiche, infrastrutture legate a petrolio e gas e collegamenti strategici verso le province orientali. Il suo controllo possiede quindi una rilevanza militare, economica e politica molto superiore a quella di una normale città di provincia.
Gli Houthi hanno tentato più volte negli anni precedenti di conquistare l'area attraverso grandi offensive terrestri, senza però riuscire a ottenere il controllo completo della città. La stabilizzazione delle linee dopo il 2022 aveva ridotto notevolmente l'intensità di questi combattimenti.
Perdere Marib cambierebbe gli equilibri interni
Un'eventuale conquista di Marib da parte degli Houthi modificherebbe profondamente la geografia politica dello Yemen settentrionale. Il movimento consoliderebbe il proprio controllo su una parte ancora più vasta del territorio e avrebbe accesso a importanti infrastrutture e risorse.
Per il governo internazionalmente riconosciuto, mantenere la città significa invece conservare un fondamentale centro politico e militare a est della capitale controllata dagli Houthi e una connessione con le province orientali.
È per questo che ogni significativo aumento degli attacchi nell'area viene osservato come possibile indicatore di una futura offensiva su larga scala, soprattutto quando coincide con movimenti di truppe lungo altre linee del fronte.
Anche Hadramout entra nella nuova escalation
Gli attacchi dei giorni scorsi non hanno interessato soltanto Marib. Anche la provincia di Hadramout, nell'est dello Yemen, è stata raggiunta da operazioni con missili e droni contro postazioni delle forze governative.
Hadramout rappresenta una regione molto importante per dimensioni, risorse e posizione. Il coinvolgimento simultaneo di Marib e Hadramout amplia geograficamente l'escalation e costringe le forze anti-Houthi a distribuire uomini e capacità difensive lungo un fronte molto vasto.
Gli Houthi affermano che proprio in queste aree sarebbe avvenuto un rafforzamento militare sostenuto dai sauditi. Il governo yemenita sostiene invece che le proprie forze non avessero avviato un'offensiva tale da giustificare gli attacchi.
Hans Grundberg lancia l'allarme più grave dal 2022
La valutazione più preoccupante è arrivata dall'inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg. Secondo il diplomatico, il Paese si trova oggi davanti a un rischio di ripresa di un conflitto su vasta scala maggiore rispetto a qualsiasi altro momento dalla tregua mediata dall'ONU nell'aprile 2022.
L'avvertimento non riguarda soltanto gli attacchi contro Marib e Hadramout. Il deterioramento comprende anche la ripresa delle operazioni contro il traffico commerciale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, le tensioni con l'Arabia Saudita e il crescente collegamento tra la crisi yemenita e il più ampio conflitto regionale.
Grundberg ha chiesto alle parti di esercitare la massima moderazione e di tornare a un percorso negoziale sostenuto dalle Nazioni Unite. Il rischio, secondo l'ONU, è che la guerra yemenita venga progressivamente assorbita all'interno di una crisi mediorientale molto più ampia.
Anche il Consiglio di Sicurezza teme una nuova escalation
La situazione ha provocato una reazione anche del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha espresso preoccupazione per l'aumento delle tensioni e per le possibili conseguenze sulla sicurezza regionale e sulla libertà della navigazione.
Il Consiglio ha invitato gli Houthi a evitare ulteriori azioni di escalation e ha richiamato le parti alla necessità di utilizzare i canali di dialogo già esistenti.
L'intervento internazionale riflette una preoccupazione precisa: una nuova guerra interna allo Yemen avrebbe conseguenze che supererebbero rapidamente i confini nazionali, coinvolgendo Arabia Saudita, rotte commerciali internazionali e potenzialmente altri attori del confronto tra Iran e Stati Uniti.
Il fragile equilibrio nato nel 2022
La tregua mediata dalle Nazioni Unite nell'aprile 2022 rappresentò una svolta dopo anni di guerra ad altissima intensità. Per la prima volta dopo molto tempo, i principali fronti conobbero una sostanziale diminuzione dei combattimenti e gli attacchi transfrontalieri contro l'Arabia Saudita si ridussero drasticamente.
L'accordo formale aveva una durata limitata e successivamente scadde, ma molte delle sue conseguenze continuarono sul terreno attraverso una sorta di tregua de facto. Nonostante incidenti e scontri locali, le parti evitarono per anni di tornare alle grandi offensive precedenti.
Questa fase permise anche l'apertura di contatti tra Arabia Saudita e Houthi, con l'obiettivo di trasformare la riduzione delle ostilità in un percorso politico più stabile. Una soluzione definitiva, tuttavia, non venne mai raggiunta.
Perché il processo di pace si è bloccato
I negoziati hanno incontrato ostacoli su questioni decisive, tra cui il pagamento degli stipendi pubblici, la distribuzione delle entrate, la riapertura delle strade, il funzionamento dei porti e la forma futura dello Stato yemenita.
Il controllo territoriale è rimasto sostanzialmente diviso. Gli Houthi hanno continuato a governare Sana'a e gran parte dell'area nord-occidentale, dove vive una quota consistente della popolazione del Paese.
Il governo internazionalmente riconosciuto e le forze a esso collegate hanno invece mantenuto il controllo di altre regioni, soprattutto nel sud e nell'est, pur all'interno di un fronte anti-Houthi caratterizzato da importanti divisioni interne.
La guerra iniziata nel 2014 non è mai realmente terminata
L'attuale conflitto affonda le proprie radici nel 2014, quando gli Houthi conquistarono Sana'a e costrinsero il governo riconosciuto internazionalmente ad abbandonare la capitale.
Nel marzo 2015 una coalizione guidata dall'Arabia Saudita intervenne militarmente con l'obiettivo di ristabilire il governo. Quello che inizialmente veniva presentato come un intervento relativamente rapido si trasformò in una guerra lunga e devastante.
Bombardamenti, combattimenti terrestri, blocchi, collasso economico e distruzione delle infrastrutture hanno prodotto negli anni una delle più profonde crisi umanitarie contemporanee, con milioni di persone bisognose di assistenza.
Gli Houthi e il rapporto con l'Iran
Gli Houthi, ufficialmente noti come Ansar Allah, sono un movimento politico-militare originario dello Yemen settentrionale e radicato principalmente nella comunità zaidita.
Negli anni il gruppo ha sviluppato rapporti sempre più stretti con l'Iran, che viene indicato come il suo principale sostenitore esterno. Teheran ha fornito sostegno politico e, secondo numerose ricostruzioni internazionali, assistenza militare, tecnologia e capacità utilizzate nello sviluppo di droni e sistemi missilistici.
Ridurre tuttavia gli Houthi a una semplice emanazione iraniana sarebbe una semplificazione. Il movimento possiede una propria agenda yemenita, un radicamento interno e interessi che possono coincidere con quelli di Teheran senza essere necessariamente identici in ogni circostanza.
La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele cambia lo scenario
L'attuale escalation avviene durante una più ampia guerra regionale che coinvolge Iran, Stati Uniti, Israele e diversi attori alleati o collegati alle principali potenze.
Proprio questo contesto rende il deterioramento dello Yemen particolarmente pericoloso. Una nuova offensiva Houthi può essere interpretata non soltanto all'interno della competizione per il controllo dello Yemen, ma anche come elemento del più ampio confronto tra Teheran, Riyadh e Washington.
Le autorità saudite hanno recentemente dichiarato di aspettarsi attacchi coordinati contro il regno da parte di Houthi e milizie irachene vicine all'Iran. Teheran e i gruppi coinvolti non hanno confermato questa ricostruzione.
Riyadh teme attacchi simultanei da nord e da sud
Secondo le valutazioni saudite, potenziali operazioni potrebbero colpire il regno contemporaneamente dal fronte yemenita a sud e da quello iracheno a nord, prendendo di mira infrastrutture energetiche, porti e aeroporti.
Si tratta di obiettivi estremamente sensibili. L'Arabia Saudita rimane uno dei maggiori esportatori mondiali di petrolio e qualsiasi grave interruzione alla sua capacità produttiva o logistica può avere conseguenze sui prezzi internazionali dell'energia.
La guerra yemenita viene quindi nuovamente collegata direttamente alla sicurezza economica globale, come già avvenuto in passato quando attacchi con droni e missili avevano raggiunto infrastrutture petrolifere saudite.
L'attacco contro Najran allarga il fronte oltre lo Yemen
La recente escalation ha raggiunto anche il territorio dell'Arabia Saudita. Nella regione meridionale di Najran, vicino al confine con lo Yemen, un attacco attribuito agli Houthi ha provocato il ferimento di 11 civili.
Tra i feriti figuravano cittadini sauditi e lavoratori di altre nazionalità, compreso un bambino. L'episodio mostra come l'attuale fase non sia più circoscritta alle linee del fronte interne allo Yemen.
Riyadh ha accusato gli Houthi di colpire obiettivi civili. Il movimento, parallelamente, sostiene di reagire a operazioni saudite e a quello che definisce un blocco imposto allo Yemen, accusa respinta dall'Arabia Saudita.
La nuova crisi del Mar Rosso
La dimensione più internazionale della crisi riguarda il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb. Gli Houthi hanno annunciato nelle settimane scorse un blocco navale rivolto contro le navi saudite.
Il movimento sostiene che la misura costituisca una risposta alle restrizioni imposte da Riyadh. L'Arabia Saudita nega di mantenere il blocco descritto dagli Houthi e ha annunciato misure per proteggere le proprie navi.
Il problema è particolarmente grave perché Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden e l'Oceano Indiano ed è uno dei passaggi fondamentali per il commercio tra Asia, Medio Oriente ed Europa.
Bab el-Mandeb diventa ancora più importante con Hormuz in crisi
L'importanza del corridoio marittimo yemenita è ulteriormente aumentata a causa della contemporanea crisi dello Stretto di Hormuz. Le difficoltà alla navigazione attraverso Hormuz hanno spinto l'Arabia Saudita a utilizzare maggiormente le infrastrutture che trasferiscono petrolio verso la costa del Mar Rosso.
Una parte della produzione può infatti essere trasportata attraverso l'oleodotto East-West fino ai terminal sauditi sul Mar Rosso, evitando direttamente Hormuz.
Ma se contemporaneamente venisse compromessa anche la navigazione attraverso Bab el-Mandeb, la possibilità di aggirare il primo collo di bottiglia energetico diventerebbe molto meno efficace. È questa combinazione a trasformare l'escalation yemenita in una questione di portata globale.
Due strettoie decisive per l'economia mondiale sotto pressione
Hormuz e Bab el-Mandeb sono due dei principali chokepoint marittimi del pianeta. Il primo è fondamentale per le esportazioni energetiche del Golfo Persico; il secondo permette l'accesso dal Mar Arabico al Mar Rosso e quindi al Canale di Suez.
Una crisi simultanea nelle due aree potrebbe costringere molte navi a percorsi più lunghi intorno al Capo di Buona Speranza, aumentando tempi di viaggio, consumo di carburante, premi assicurativi e costi del trasporto.
Le conseguenze si rifletterebbero potenzialmente sui prezzi di energia, merci e beni di consumo, mostrando perché ciò che avviene a Marib non possa essere considerato esclusivamente una vicenda interna yemenita.
Le armi utilizzate mostrano l'evoluzione militare degli Houthi
Gli attacchi degli ultimi giorni comprendono missili balistici e droni, sistemi che hanno trasformato profondamente la capacità offensiva degli Houthi rispetto alle prime fasi della guerra.
Un missile balistico permette di colpire rapidamente obiettivi a distanza, mentre i droni d'attacco possono essere utilizzati in numero elevato per aggirare o saturare i sistemi di difesa.
Questa combinazione rende più complesso proteggere contemporaneamente basi militari, città, porti e infrastrutture energetiche, soprattutto in territori molto vasti come quelli controllati dal governo yemenita e dall'Arabia Saudita.
Perché i droni hanno cambiato il conflitto yemenita
Il basso costo relativo di alcuni velivoli senza pilota consente di lanciare operazioni senza utilizzare piattaforme aeree tradizionali molto più costose e vulnerabili.
I droni possono compiere missioni di ricognizione, individuazione degli obiettivi e attacco. Possono inoltre essere programmati per raggiungere infrastrutture lontane centinaia di chilometri dal fronte.
Per il difensore nasce anche un problema economico: utilizzare un intercettore sofisticato e costoso contro un drone relativamente economico può trasformare una campagna prolungata in una sfida di sostenibilità delle scorte.
Missili e droni possono riaprire la guerra prima delle truppe terrestri
La nuova escalation dimostra che una guerra su vasta scala non deve necessariamente iniziare con una grande offensiva terrestre. Attacchi ripetuti a distanza possono progressivamente provocare rappresaglie, mobilitazioni e spostamenti di unità verso le linee del fronte.
Quando ogni parte interpreta i movimenti dell'altra come preparazione a un attacco, aumenta il rischio di una spirale di sicurezza: si rafforzano le difese per prevenire un'aggressione, ma il rafforzamento viene letto dall'avversario come prova dell'imminenza dell'offensiva.
È precisamente il tipo di dinamica che le Nazioni Unite cercano di interrompere attraverso la richiesta di massima moderazione e il ritorno ai negoziati.
Il fronte terrestre mostra segnali di riattivazione
Nelle ultime settimane sono stati osservati rafforzamenti militari lungo diverse linee di contatto che separano le aree controllate dagli Houthi da quelle governative.
La linea potenzialmente interessata si estende dalla costa del Mar Rosso fino alle regioni orientali e al confine saudita. Un ritorno a operazioni simultanee lungo più settori costringerebbe entrambe le parti a mobilitare risorse considerevoli.
Già a fine luglio osservatori e funzionari yemeniti descrivevano i preparativi come tra i più significativi registrati dalla tregua del 2022. Gli attacchi di agosto aumentano ora il timore che tali preparativi possano trasformarsi in combattimenti aperti.
Il governo yemenita resta militarmente frammentato
Un altro elemento di debolezza è rappresentato dalla complessa composizione del campo opposto agli Houthi. Il governo internazionalmente riconosciuto non controlla una forza militare completamente omogenea.
Nel sud e nell'est operano diverse formazioni con proprie strutture, alleanze e interessi, comprese forze sostenute da differenti attori regionali. Questa frammentazione ha spesso complicato la costruzione di una strategia unitaria.
Una nuova grande offensiva Houthi potrebbe quindi testare non soltanto le capacità militari del governo, ma anche la coesione politica del fronte anti-Houthi.
L'Arabia Saudita non vuole tornare alla guerra del 2015
Negli ultimi anni Riyadh ha mostrato una chiara volontà di evitare un ritorno alla fase più intensa dell'intervento militare saudita iniziato nel 2015.
La guerra aveva comportato costi economici, politici e reputazionali molto elevati. I bombardamenti della coalizione erano stati oggetto di forti critiche internazionali per le numerose vittime civili.
L'Arabia Saudita aveva quindi progressivamente privilegiato il negoziato diretto con gli Houthi, cercando una soluzione che garantisse la sicurezza del proprio confine e permettesse al regno di concentrarsi sulle proprie priorità economiche.
Vision 2030 rende la stabilità una priorità saudita
Per Mohammed bin Salman, la stabilità regionale è strettamente legata al programma Vision 2030, attraverso il quale l'Arabia Saudita sta investendo enormi risorse nella trasformazione dell'economia.
Il regno sta costruendo nuove città, infrastrutture turistiche, impianti industriali e grandi progetti destinati ad attirare investimenti internazionali.
Una nuova guerra prolungata con gli Houthi aumenterebbe rischi e costi proprio mentre Riyadh si prepara a ospitare eventi internazionali di grande rilievo, tra cui Expo 2030 e i Mondiali di calcio del 2034.
Ma la pazienza di Riyadh potrebbe ridursi
Gli attacchi contro aeroporti, infrastrutture e navi saudite stanno però aumentando la pressione sulle autorità del regno affinché rispondano in modo più deciso agli Houthi.
Il calcolo saudita è complesso. Non reagire potrebbe essere percepito come un segnale di debolezza; reagire con una grande offensiva potrebbe trascinare il Paese nuovamente in una guerra dalla quale cercava di uscire.
È uno dei motivi per cui l'attuale escalation rappresenta un momento così delicato: entrambe le parti potrebbero trovarsi progressivamente costrette a compiere mosse che rendono sempre più difficile il ritorno alla de-escalation.
La posizione degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti hanno condannato i recenti attacchi Houthi contro le forze governative e mantengono un ruolo crescente nella sicurezza regionale durante il conflitto con l'Iran.
Washington considera gli attacchi contro il traffico marittimo e le infrastrutture regionali una minaccia diretta alla libertà di navigazione e agli interessi economici internazionali.
Il rischio è però che un maggiore coinvolgimento statunitense contro gli Houthi rafforzi ulteriormente la connessione tra il conflitto yemenita e la guerra con l'Iran, rendendo ancora più difficile mantenere separati i due dossier.
L'Iran resta un elemento decisivo ma non unico
Teheran possiede un'evidente influenza sugli equilibri regionali, ma la crisi yemenita conserva dinamiche proprie. Gli Houthi combattevano contro il governo centrale e contro avversari interni ben prima che il confronto tra Iran e Arabia Saudita assumesse l'attuale intensità.
Qualsiasi processo di pace stabile dovrà quindi affrontare anche questioni autenticamente yemenite: rappresentanza politica, distribuzione delle risorse, forma dello Stato, controllo delle forze armate e rapporto tra nord e sud.
Un accordo regionale tra Riyadh e Teheran potrebbe ridurre parte della pressione, ma non sostituirebbe una soluzione politica interna tra le componenti yemenite.
La crisi umanitaria potrebbe aggravarsi rapidamente
Una nuova guerra su vasta scala colpirebbe una popolazione già estremamente vulnerabile. Milioni di yemeniti dipendono da forme di assistenza umanitaria, mentre i servizi sanitari e le infrastrutture essenziali rimangono fragili.
Nuovi combattimenti potrebbero provocare ulteriori sfollamenti, interrompere le principali vie di comunicazione e rendere più difficile l'arrivo di cibo, medicine e carburante.
Le conseguenze sarebbero particolarmente gravi nelle aree che ospitano già grandi comunità di persone costrette ad abbandonare le proprie case, come proprio Marib.
Marib ospita persone già fuggite dalla guerra
La presenza di campi per sfollati interni rende l'attacco particolarmente sensibile. Molte famiglie che oggi vivono nella provincia erano già fuggite da altre parti dello Yemen durante le precedenti fasi del conflitto.
Un ritorno dei combattimenti su larga scala potrebbe costringerle a un secondo o terzo spostamento, con sempre minori possibilità di trovare un luogo realmente sicuro.
È uno degli aspetti più drammatici delle guerre prolungate: la stessa popolazione può essere costretta a migrare ripetutamente mentre le linee del fronte cambiano nel tempo.
Il rischio per ospedali e strutture sanitarie
Dopo gli attacchi alle postazioni governative, il ministero della Salute yemenita ha disposto un aumento della prontezza degli ospedali di Marib e Hadramout per assistere i feriti.
In una nuova fase di guerra, la pressione sulle strutture sanitarie potrebbe crescere molto rapidamente. Ospedali già limitati da anni di crisi economica devono affrontare contemporaneamente feriti militari e civili.
Servono sangue, farmaci, personale, carburante per i generatori e vie di trasporto funzionanti. Ogni interruzione della logistica sanitaria può quindi aumentare il numero delle vittime anche tra persone che avrebbero potuto essere salvate con cure tempestive.
Il commercio internazionale osserva il Mar Rosso
Le compagnie di navigazione seguono con particolare attenzione l'evoluzione della sicurezza nel Mar Rosso. Le precedenti campagne Houthi contro il traffico commerciale avevano già spinto numerose compagnie a deviare le proprie navi intorno all'Africa.
Una nuova escalation può produrre un aumento dei premi assicurativi, limitazioni alle rotte e nuovi costi per gli operatori marittimi.
Questi costi finiscono progressivamente per riflettersi sul prezzo del trasporto e, potenzialmente, su quello delle merci importate dai consumatori nei Paesi collegati alle rotte interessate.
Gli Houthi usano la dimensione marittima come leva strategica
Il controllo geografico delle coste occidentali dello Yemen offre agli Houthi una posizione particolarmente importante rispetto a Bab el-Mandeb.
La capacità di minacciare una delle principali rotte commerciali del pianeta permette al movimento di ottenere una leva internazionale molto superiore al proprio peso economico.
È uno dei motivi per cui il conflitto yemenita continua ad attirare l'attenzione di grandi potenze: anche un attore territorialmente circoscritto può influire sulla navigazione globale se dispone di missili, droni e accesso a un passaggio strategico.
Il rischio di una spirale di rappresaglie
Lo scenario più pericoloso è quello di un progressivo meccanismo di azione e reazione. Gli Houthi attaccano postazioni governative o saudite; le forze avversarie rispondono; il movimento amplia ulteriormente gli obiettivi; Riyadh aumenta il proprio coinvolgimento.
In una situazione del genere, anche se nessuna delle parti inizialmente desiderasse una guerra totale, il numero crescente di vittime potrebbe rendere politicamente sempre più difficile fermarsi.
È ciò che gli sforzi diplomatici delle Nazioni Unite cercano di impedire prima che le decisioni militari diventino sostanzialmente irreversibili.
Oman e ONU cercano ancora uno spazio per la diplomazia
L'Oman continua a svolgere un ruolo importante come mediatore, sfruttando i propri rapporti con gli Houthi, l'Arabia Saudita e le altre potenze regionali.
Anche Hans Grundberg ha condotto nelle ultime settimane incontri in Oman e in Arabia Saudita nel tentativo di rilanciare un processo di de-escalation.
Le nuove operazioni militari dimostrano però quanto lo spazio per la diplomazia si stia restringendo. Ogni nuovo bombardamento aumenta le richieste di risposta militare e riduce la fiducia necessaria per un negoziato.
La diplomazia deve ora precedere una nuova offensiva terrestre
Il momento decisivo potrebbe arrivare se le forze schierate lungo i principali fronti inizieranno una vera offensiva terrestre. Una volta aperti più settori contemporaneamente, ottenere un cessate il fuoco diventerebbe molto più complesso.
Le offensive terrestri producono infatti rapidamente nuove conquiste, perdite, prigionieri e sfollamenti di popolazione, creando ulteriori questioni che devono poi essere risolte al tavolo negoziale.
Per questo l'allarme dell'ONU deve essere interpretato come un tentativo di intervenire mentre è ancora possibile impedire che gli attacchi a distanza si trasformino in una nuova guerra convenzionale.
Una guerra riaperta avrebbe conseguenze anche per l'Europa
Il ritorno alla guerra in Yemen avrebbe ripercussioni anche molto lontano dalla Penisola Arabica. Una crisi del Mar Rosso influenza direttamente i commerci tra Asia ed Europa attraverso il Canale di Suez.
Deviare le navi intorno all'Africa significa settimane di navigazione aggiuntive su alcune rotte, maggior consumo di carburante e costi logistici superiori.
In combinazione con le tensioni energetiche generate da Hormuz, l'effetto potrebbe tradursi in ulteriori pressioni su inflazione e prezzi dell'energia, con conseguenze anche sulle economie europee.
Il rischio è trasformare lo Yemen in un altro fronte della guerra regionale
La preoccupazione centrale delle Nazioni Unite è che lo Yemen perda progressivamente la possibilità di mantenere una propria traiettoria di pace e venga inglobato nel conflitto tra Iran e i suoi avversari.
Gli Houthi possiedono rapporti con Teheran, l'Arabia Saudita è direttamente coinvolta nella sicurezza del governo yemenita e gli Stati Uniti hanno interessi militari e marittimi nell'area.
Questa sovrapposizione aumenta il rischio che un incidente interno diventi rapidamente un evento internazionale, al quale seguano rappresaglie che coinvolgono Paesi diversi.
La tregua del 2022 rischia di diventare definitivamente storia
Per quattro anni, pur con numerosi incidenti, lo Yemen aveva evitato il ritorno alle offensive più devastanti della fase precedente. Il sistema nato dalla tregua del 2022 era imperfetto ma aveva salvato molte vite.
Gli attacchi di agosto indicano che quell'equilibrio è ora sottoposto alla sua prova più difficile. Se la sequenza di missili, droni e rappresaglie continuerà, la distinzione tra tregua imperfetta e nuova guerra diventerà sempre meno significativa.
L'allarme di Grundberg nasce precisamente da questa evoluzione: il rischio non è soltanto un'altra settimana di scontri, ma la perdita dell'architettura di contenimento che aveva impedito per anni la ripresa della guerra totale.
Cosa bisogna osservare nei prossimi giorni
Il primo indicatore sarà l'eventuale prosecuzione degli attacchi Houthi contro Marib, Hadramout e il territorio saudita. Una nuova serie di operazioni indicherebbe che non si tratta di episodi isolati.
Il secondo elemento sarà la risposta dell'Arabia Saudita e delle forze governative yemenite. Un aumento dei bombardamenti o l'avvio di grandi operazioni terrestri segnerebbero un ulteriore salto di livello.
Il terzo fattore sarà la situazione nel Mar Rosso e a Bab el-Mandeb: nuovi attacchi contro navi commerciali o saudite trasformerebbero ulteriormente la guerra interna in una crisi della sicurezza internazionale.
Il ruolo delle comunicazioni ufficiali in una guerra difficile da verificare
La nuova escalation dimostra anche quanto sia necessario trattare con cautela i bilanci di guerra. Le parti hanno interesse a enfatizzare le perdite inflitte al nemico e a ridimensionare le proprie.
È per questo che cifre come i 30 militari uccisi indicati inizialmente da fonti governative, i 17 successivamente comunicati ufficialmente e le centinaia di vittime rivendicate dagli Houthi devono essere presentate distinguendo chiaramente la loro provenienza.
La stessa prudenza riguarda gli obiettivi colpiti. Il governo parla di quartieri residenziali e campi per sfollati; gli Houthi sostengono di avere puntato soprattutto contro strutture militari. Stabilire la dinamica precisa richiede verifiche indipendenti sul terreno.
I civili restano la parte più vulnerabile
Al di là delle versioni contrapposte, le nuove vittime civili di Marib mostrano chi paga immediatamente il prezzo della riapertura delle ostilità.
Le famiglie che vivono nei campi per sfollati dispongono spesso di protezioni molto limitate contro bombardamenti e frammenti di ordigni. Tende e strutture leggere non offrono la stessa resistenza degli edifici tradizionali.
Un aumento dell'intensità militare potrebbe quindi generare un nuovo ciclo di evacuazioni e insicurezza alimentare, proprio mentre il sistema umanitario yemenita continua a soffrire carenze di finanziamenti.
Lo Yemen davanti al bivio più pericoloso degli ultimi quattro anni
La nuova offensiva contro Marib rappresenta quindi molto più di un episodio locale. Due civili sono morti, 14 sono rimasti feriti e le forze governative hanno subito pochi giorni prima perdite militari molto pesanti.
Contemporaneamente gli Houthi minacciano il traffico saudita nel Mar Rosso, l'Arabia Saudita denuncia il rischio di nuovi attacchi sul proprio territorio e il più ampio confronto con l'Iran rende ogni incidente potenzialmente capace di coinvolgere altri Paesi.
È questa sovrapposizione tra guerra civile, rivalità regionale e sicurezza marittima globale a rendere l'attuale fase molto più pericolosa di una semplice ripresa degli scontri tra due eserciti yemeniti.
La finestra diplomatica esiste ancora, ma si sta restringendo
L'avvertimento delle Nazioni Unite non significa che una nuova guerra totale sia ormai inevitabile. Esistono ancora canali diplomatici, mediatori e rapporti costruiti durante gli anni di relativa de-escalation.
Arabia Saudita e Houthi hanno negoziato direttamente in passato, l'Oman mantiene rapporti con entrambe le parti e l'inviato ONU continua a lavorare per una soluzione yemenita al conflitto.
Ma ogni nuova vittima rende politicamente più difficile la moderazione. Se gli attacchi di questi giorni saranno seguiti da una grande controffensiva, la finestra che ancora esiste potrebbe chiudersi rapidamente.
Marib può diventare il punto da cui riparte la guerra
La città era già stata uno dei principali epicentri militari prima della tregua e potrebbe tornare a esserlo. La combinazione tra valore strategico, risorse energetiche, presenza governativa e vicinanza alle aree Houthi rende Marib un obiettivo centrale.
Una nuova battaglia per il controllo della provincia comporterebbe con ogni probabilità un impiego massiccio di artiglieria, droni, missili e forze terrestri, con conseguenze molto gravi per la popolazione.
Proprio per questo gli sviluppi delle prossime ore e dei prossimi giorni saranno decisivi per capire se gli attacchi rappresentino il picco di una escalation temporanea oppure l'inizio della fase più pericolosa della guerra yemenita dal 2022.
Dal futuro di Marib dipende molto più dello Yemen
Il ritorno a una guerra su vasta scala nello Yemen avrebbe conseguenze contemporaneamente umanitarie, militari, energetiche e commerciali. La crisi interna si trova infatti al centro di un sistema regionale nel quale Arabia Saudita, Iran e Stati Uniti hanno interessi diretti.
A poche centinaia di chilometri scorrono inoltre alcune delle più importanti rotte marittime mondiali. In una fase in cui anche lo Stretto di Hormuz è sotto forte pressione, perdere la stabilità di Bab el-Mandeb significherebbe moltiplicare le difficoltà per trasporti ed energia.
È questo che rende l'allarme delle Nazioni Unite particolarmente significativo. Il problema non è soltanto impedire un'altra battaglia per Marib: è evitare che un conflitto che sembrava parzialmente congelato torni a diventare uno dei principali fronti della crisi mediorientale.
La scelta ora è tra de-escalation e ritorno alla guerra aperta
La situazione dell'8 agosto 2026 lascia lo Yemen davanti a un bivio. Da una parte esistono ancora gli strumenti creati negli ultimi quattro anni per limitare il conflitto: mediazione ONU, contatti sauditi con gli Houthi e diplomazia omanita.
Dall'altra, la sequenza di attacchi missilistici e con droni, le perdite tra i militari governativi, le vittime civili a Marib, gli attacchi in territorio saudita e le minacce alla navigazione stanno spingendo nella direzione opposta.
Il rischio indicato dall'ONU è quindi concreto ma non predeterminato. La domanda decisiva è se le parti sceglieranno di utilizzare gli ultimi spazi di negoziato oppure se considereranno ormai più conveniente cercare nuovi risultati attraverso le armi.
Per una popolazione che convive con la guerra dal 2014, la differenza è enorme. Una nuova offensiva potrebbe cancellare in poche settimane gran parte dei fragili progressi ottenuti dalla tregua del 2022 e riaprire una crisi umanitaria che non è mai realmente terminata.
Voi cosa ne pensate? La nuova escalation di Marib può ancora essere contenuta attraverso la diplomazia oppure siamo davanti all'inizio di una nuova fase della guerra in Yemen? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista.

