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Yayoi Kusama è morta a 97 anni: addio all’icona dell’infinito

È morta Yayoi Kusama, una delle figure più riconoscibili e influenti dell'arte contemporanea internazionale. L'artista giapponese, celebre per i suoi pois, le zucche, le grandi installazioni immersive e le Infinity Mirror Rooms, aveva 97 anni. La morte è avvenuta il 14 agosto 2026 in un ospedale di Tokyo, ma la notizia è stata resa pubblica soltanto oggi, giovedì 27 agosto. L'annuncio chiude una vicenda artistica durata oltre settant'anni e sviluppatasi attraverso pittura, scultura, installazione, performance, cinema sperimentale, moda, poesia e narrativa.
Un elemento deve essere chiarito immediatamente per evitare equivoci sulla cronologia: Kusama non è morta oggi. La data del decesso è il 14 agosto 2026; il 27 agosto è invece il giorno in cui la scomparsa è stata comunicata pubblicamente. La causa della morte non è stata indicata nel comunicato ufficiale. È stato invece precisato che l'artista ha continuato a dipingere fino agli ultimi giorni, dettaglio particolarmente significativo per una donna che aveva trasformato la produzione artistica in una pratica quotidiana pressoché inseparabile dalla propria esistenza.
La scomparsa di Yayoi Kusama riguarda una figura che aveva progressivamente superato i confini del sistema dell'arte. Le sue opere sono entrate nei grandi musei internazionali, ma le sue zucche gialle ricoperte di punti neri, le stanze moltiplicate dagli specchi e la sua stessa immagine con la caratteristica capigliatura rossa erano diventate familiari anche a un pubblico che normalmente non frequenta gallerie o biennali. Dietro questa enorme popolarità, tuttavia, esiste una storia molto più complessa di quella suggerita dall'apparente immediatezza dei suoi colori.

La morte avvenuta il 14 agosto e annunciata tredici giorni dopo

L'annuncio della morte è arrivato nella mattinata del 27 agosto 2026. La comunicazione ha indicato che Kusama era deceduta tredici giorni prima, il 14 agosto, in un ospedale di Tokyo. Non sono state rese pubbliche informazioni sulla causa del decesso, ed è quindi necessario evitare ricostruzioni non confermate sulle circostanze mediche della morte.
Il messaggio con cui è stata annunciata la scomparsa ha sottolineato soprattutto la continuità della sua attività creativa. Kusama, viene ricordato, non aveva smesso di utilizzare il pennello neppure nell'ultima parte della vita. Non è un dettaglio puramente celebrativo: negli ultimi decenni l'artista aveva mantenuto una produzione pittorica estremamente intensa, sviluppando serie composte da centinaia di opere e continuando a presentare nuovi lavori anche dopo aver superato i novant'anni.
Il Yayoi Kusama Museum di Tokyo ha inoltre deciso di mantenere invariata la programmazione dell'esposizione in corso, KUSAMA's POP, che resterà aperta fino al 30 agosto 2026 come previsto. Il museo, inaugurato nel 2017 e gestito dalla fondazione dedicata all'artista, diventa inevitabilmente in queste ore uno dei luoghi centrali attraverso i quali sarà custodito e studiato il suo patrimonio.

Chi era Yayoi Kusama

Yayoi Kusama era nata il 22 marzo 1929 a Matsumoto, nella prefettura di Nagano, nel Giappone centrale. Proveniva da una famiglia impegnata nel commercio di sementi e piante, un ambiente che avrebbe lasciato tracce importanti nel suo immaginario. Fiori, vegetazione e soprattutto zucche tornarono infatti ripetutamente nella sua produzione, trasformandosi da elementi osservati durante l'infanzia in simboli riconoscibili su scala mondiale.
Fin da bambina Kusama raccontò di avere sperimentato allucinazioni visive e uditive. Motivi ripetuti, punti, reti, fiori e forme sembravano estendersi oltre gli oggetti e invadere l'ambiente circostante. L'artista cominciò molto presto a riportare sulla carta alcune di queste percezioni, utilizzando il disegno non semplicemente per rappresentare il mondo esterno, ma per dare una forma visibile a esperienze interiori difficili da controllare.
Queste informazioni biografiche sono essenziali per comprendere la sua arte, ma non devono trasformarsi in una spiegazione riduttiva secondo cui l'intera opera di Kusama sarebbe il semplice prodotto di una condizione psichica. La sua carriera dimostra, al contrario, un processo estremamente consapevole di elaborazione formale, teorica e concettuale. Allucinazioni e ossessioni costituirono una componente dichiarata della sua esperienza, ma vennero trasformate attraverso decenni di ricerca artistica, studio e sperimentazione.

I primi disegni e la ripetizione come linguaggio

Già nei lavori giovanili emergono due elementi destinati a diventare centrali: la ripetizione e l'idea che una singola forma possa proliferare fino a occupare l'intero spazio. Punti e strutture simili a reti non rimangono dettagli all'interno della composizione, ma si moltiplicano fino a modificare la percezione complessiva dell'opera.
Kusama studiò anche la pittura tradizionale giapponese, entrando in contatto con il Nihonga, ma sviluppò progressivamente un rapporto critico con l'ambiente artistico che la circondava. Il suo interesse si orientava verso sperimentazioni che difficilmente potevano essere contenute nei modelli accademici e sociali con cui si confrontava nel Giappone del dopoguerra.
Nel corso degli anni Cinquanta iniziò a esporre e a cercare contatti oltre i confini nazionali. La decisione di lasciare il Giappone avrebbe modificato radicalmente la sua vita. Nel 1957 partì per gli Stati Uniti, passando inizialmente da Seattle; dall'anno successivo si stabilì a New York, città nella quale sarebbe entrata in contatto con una delle scene artistiche più dinamiche del secondo Novecento.

New York e l'ingresso nell'avanguardia americana

Quando Kusama arrivò a New York, alla fine degli anni Cinquanta, la scena americana era attraversata dall'eredità dell'Espressionismo astratto e dall'emergere di esperienze che sarebbero state successivamente associate a Minimalismo, Pop Art e nuove forme di arte concettuale. Kusama non aderì in maniera stabile a una singola corrente, costruendo invece un linguaggio che presentava punti di contatto con movimenti diversi.
Uno dei primi risultati fondamentali furono gli Infinity Nets, grandi dipinti nei quali minuscoli archi dipinti ripetutamente formavano reti apparentemente prive di inizio e di fine. La superficie poteva estendersi per dimensioni considerevoli e trasformava un gesto estremamente piccolo in un campo visivo potenzialmente infinito.
Questa idea di accumulazione avrebbe progressivamente abbandonato la superficie bidimensionale. All'inizio degli anni Sessanta Kusama cominciò a ricoprire sedie, scarpe, mobili e altri oggetti con forme morbide cucite e imbottite, dando vita alle cosiddette Accumulations. La ripetizione non era più soltanto dipinta: diventava tridimensionale e invadeva fisicamente gli oggetti.
La sua attività newyorkese comprendeva inoltre installazioni, happening, performance, body painting, cinema sperimentale e iniziative contro la guerra. Kusama utilizzava il corpo, lo spazio urbano e l'evento pubblico con modalità che superavano la concezione tradizionale dell'opera d'arte come oggetto da appendere a una parete.

Il concetto di "self-obliteration"

Uno dei concetti più importanti elaborati da Kusama è quello della "self-obliteration", espressione traducibile approssimativamente come cancellazione o dissoluzione del sé. Nella sua ricerca, la ripetizione di punti e motivi non serviva soltanto a creare un pattern decorativo: poteva eliminare progressivamente la distinzione tra individuo, oggetto e ambiente.
Se lo stesso pois viene applicato sul corpo, sulle pareti, sul pavimento e sugli oggetti, i confini tra questi elementi diventano visivamente meno netti. L'individuo sembra entrare nel medesimo sistema di segni che occupa il resto dello spazio. È questa idea a spiegare perché il punto, pur essendo il motivo più immediatamente riconoscibile di Kusama, non possa essere interpretato soltanto come una scelta grafica.
Nel pensiero dell'artista, il punto poteva anche rappresentare una relazione tra la scala infinitamente piccola dell'essere umano e quella dell'universo. La ripetizione portava dunque contemporaneamente verso due direzioni: l'annullamento dell'individuo e la sua integrazione all'interno di qualcosa di immensamente più grande.

La prima Infinity Mirror Room risale al 1965

Nel novembre del 1965 Kusama realizzò una delle opere destinate a modificare radicalmente la percezione del suo lavoro: Infinity Mirror Room - Phalli's Field. L'artista utilizzò pareti rivestite di specchi per moltiplicare visivamente centinaia di forme morbide bianche ricoperte da punti rossi.
La funzione dello specchio era decisiva. Gli oggetti presenti fisicamente nella stanza apparivano ripetuti potenzialmente all'infinito e il visitatore, riflettendosi insieme a essi, diventava a sua volta parte dell'opera. Nasceva così un modello di installazione immersiva che Kusama avrebbe ripreso e trasformato molte volte nel corso della carriera.
Le Infinity Mirror Rooms sono diventate particolarmente popolari nel XXI secolo, anche grazie alla loro enorme capacità di generare immagini fotografiche spettacolari. È però importante ricordare che la loro origine precede di decenni gli smartphone e i social network: il primo esperimento compiuto da Kusama con questa formula risale agli anni Sessanta.

Narcissus Garden e la Biennale di Venezia del 1966

Un altro passaggio fondamentale avvenne alla Biennale di Venezia del 1966. Kusama realizzò Narcissus Garden, disponendo sul terreno circa 1.500 sfere riflettenti. L'intervento non faceva parte del Padiglione Giappone ufficiale ed è rimasto nella storia come una delle sue più note azioni di tipo "guerrilla".
Le sfere producevano un effetto di moltiplicazione e riflessione coerente con la ricerca sull'infinito, ma l'opera includeva anche un gesto provocatorio nei confronti del sistema dell'arte. Kusama tentò di vendere direttamente le sfere ai visitatori, trasformando l'installazione in una riflessione ironica e critica sul rapporto tra artista, pubblico, narcisismo e mercato.
Quell'apparizione veneziana sarebbe risultata ancora più significativa molti anni dopo. Nel 1993 Kusama tornò infatti alla Biennale in un ruolo completamente diverso, questa volta come protagonista della rappresentanza nazionale giapponese. La distanza tra le sfere installate fuori dal sistema ufficiale nel 1966 e la personale nel Padiglione Giappone del 1993 racconta simbolicamente il cambiamento della sua posizione nella storia dell'arte.

Le performance, il corpo e le proteste contro la guerra

Durante la seconda metà degli anni Sessanta, Kusama ampliò ulteriormente il proprio lavoro attraverso gli happening. Corpi nudi ricoperti di punti, performance organizzate nello spazio pubblico e interventi apertamente legati al clima politico americano divennero parte della sua pratica.
Numerosi eventi contenevano espliciti riferimenti alla guerra del Vietnam e alla cultura pacifista. La nudità veniva utilizzata provocatoriamente e trasformata, attraverso body painting e ripetizione dei pois, in una superficie artistica inserita nel progetto di dissoluzione dell'identità individuale.
Nel 1969 Kusama organizzò anche un intervento non autorizzato nel giardino del Museum of Modern Art di New York, utilizzando performer nudi in relazione con le sculture presenti. La performance sintetizzava bene la sua capacità di unire spettacolo, provocazione, critica istituzionale e autopromozione, caratteristiche che avrebbero contribuito tanto alla sua notorietà quanto alle controversie.

Il ritorno in Giappone nel 1973

Dopo circa quindici anni trascorsi negli Stati Uniti, Kusama tornò definitivamente in Giappone nel 1973. Fu una fase complessa. Una parte della notorietà conquistata a New York non si tradusse immediatamente in una posizione equivalente nel sistema artistico giapponese o internazionale.
Nel 1977 scelse volontariamente di entrare in un ospedale psichiatrico di Tokyo, dove avrebbe continuato a vivere per decenni. Il ricovero non significò però la fine della produzione artistica. Kusama lavorava quotidianamente nel proprio studio nelle vicinanze, mantenendo una netta continuità tra la propria vita e la pratica creativa.
Il rapporto tra Kusama e la salute mentale è stato spesso utilizzato nella narrazione pubblica della sua figura, talvolta in maniera eccessivamente spettacolarizzata. L'artista stessa parlava apertamente delle proprie esperienze e dell'importanza dell'arte nella gestione delle difficoltà psicologiche, ma ridurre una carriera così articolata alla biografia clinica significherebbe ignorare il lavoro intellettuale e formale che sostenne la sua produzione.

Quando la scrittura diventò un altro spazio creativo

Dopo il ritorno in Giappone, Kusama sviluppò intensamente anche la propria attività di scrittrice. Produsse romanzi e poesia, dimostrando come il suo universo creativo non fosse limitato all'immagine. Nel 1983 ricevette un riconoscimento letterario per il romanzo conosciuto in inglese come Hustlers Grotto of Christopher Street.
La narrativa consentiva all'artista di lavorare attraverso uno strumento differente sulle ossessioni, sulla sessualità, sulla marginalità, sulla morte e sulle tensioni che avevano attraversato la sua esperienza. Anche questo aspetto contribuisce a correggere l'immagine semplificata della Kusama esclusivamente "artista dei pois".
Nel complesso la sua attività ha compreso pittura, disegno, collage, scultura, installazione, performance, cinema, moda, narrativa e poesia. Pochi artisti del secondo Novecento hanno attraversato un numero così ampio di linguaggi mantenendo allo stesso tempo un'identità visiva immediatamente riconoscibile.

La riscoperta internazionale tra gli anni Ottanta e Novanta

Il riconoscimento che oggi può sembrare inevitabile non fu lineare. Dopo il ritorno in Giappone, una parte del contributo di Kusama all'avanguardia newyorkese rimase per anni meno visibile nella ricostruzione dominante dell'arte americana degli anni Sessanta.
Tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta iniziò però una forte rivalutazione critica. Il sistema museale internazionale tornò a osservare il lavoro realizzato a New York, riconoscendo come gli Infinity Nets, le soft sculptures, le installazioni ambientali e le performance avessero anticipato o accompagnato alcune delle trasformazioni più importanti dell'arte del secondo dopoguerra.
Il passaggio decisivo arrivò nel 1993, quando Kusama fu protagonista del Padiglione Giappone alla Biennale di Venezia. La mostra aveva il carattere di una piccola retrospettiva e riuniva lavori appartenenti a periodi differenti della sua carriera, offrendo a un nuovo pubblico internazionale la possibilità di ricostruirne la continuità.

Il Padiglione Giappone del 1993 e le zucche infinite

Al centro della partecipazione veneziana del 1993 si trovava Mirror Room (Pumpkin), opera realizzata nel 1991. Un cubo specchiante inserito in un ambiente giallo ricoperto di punti neri conteneva zucche che, riflesse dalle superfici, sembravano moltiplicarsi senza fine.
La mostra del 1993 ebbe un peso enorme nella riscoperta internazionale di Kusama. Ventisette anni dopo l'intervento non ufficiale di Narcissus Garden, l'artista tornava a Venezia all'interno del padiglione nazionale, con un riconoscimento istituzionale impensabile rispetto alle condizioni in cui aveva lavorato negli anni Sessanta.
Il successo di Mirror Room (Pumpkin) segnò inoltre l'incontro tra due elementi che sarebbero diventati quasi sinonimo del nome Yayoi Kusama: lo spazio specchiante infinito e la zucca. Da allora entrambi avrebbero raggiunto una diffusione ben oltre il pubblico specializzato.

Perché la zucca era così importante per Kusama

La zucca non nacque come invenzione legata alla fase più commerciale della carriera. Il motivo compariva già nei disegni di Kusama della fine degli anni Quaranta ed era collegato ai ricordi dell'infanzia trascorsa in un ambiente familiare legato alla coltivazione e al commercio di piante.
L'artista era attratta dalla sua forma organica, irregolare e riconoscibile. Con il passare del tempo la trasformò in scultura, pittura e installazione, rivestendola dei caratteristici punti e facendola diventare uno dei simboli più immediatamente riconoscibili della propria produzione.
Le grandi zucche gialle a pois neri sono oggi tra le immagini più diffuse dell'arte contemporanea, ma il loro significato nella ricerca di Kusama rimane collegato ai temi della ripetizione, della proliferazione e della relazione tra oggetto naturale e trasformazione mentale.

Le Infinity Mirror Rooms diventano un fenomeno globale

Nel XXI secolo le Infinity Mirror Rooms hanno assunto una dimensione culturale eccezionale. Musei di diversi Paesi hanno registrato un'enorme domanda per mostre e installazioni nelle quali il visitatore poteva entrare fisicamente in spazi moltiplicati da specchi e luci.
In alcune opere, piccoli punti luminosi sembrano estendersi in un universo senza confini; in altre sono zucche o forme organiche a ripetersi all'infinito. Il pubblico non osserva più semplicemente un oggetto collocato davanti a sé: viene circondato dal lavoro e vede la propria immagine duplicata insieme a tutti gli altri elementi.
La diffusione dei social network ha successivamente amplificato la notorietà di queste installazioni. Le fotografie scattate all'interno delle stanze specchianti sono diventate estremamente popolari online. Sarebbe però storicamente scorretto considerarle opere concepite per Instagram: la ricerca di Kusama sullo spazio specchiato aveva avuto inizio nel 1965, quasi mezzo secolo prima dell'esplosione della cultura dei selfie.

Da outsider a protagonista dei grandi musei

Il processo di rivalutazione portò Kusama all'interno di alcune delle più importanti istituzioni artistiche mondiali. Nel 1998 il Museum of Modern Art di New York presentò Love Forever: Yayoi Kusama 1958-1968, concentrandosi sul decennio in cui l'artista aveva lavorato nella città americana.
La mostra contribuì a ricollocare la sua opera nella storia dell'arte del dopoguerra, mostrando la relazione con Minimalismo, Pop Art, astrazione e pratiche performative senza ridurre il suo lavoro a nessuna di queste categorie. Era una correzione importante rispetto a una storia dell'avanguardia newyorkese nella quale il contributo di Kusama era stato per lungo tempo sottovalutato.
Nel 2012 una grande retrospettiva internazionale arrivò anche alla Tate Modern di Londra e al Whitney Museum di New York. Nel 2017 la mostra Infinity Mirrors organizzata dallo Smithsonian Hirshhorn Museum trasformò ulteriormente Kusama in un fenomeno culturale capace di attirare folle e lunghe attese.

Una carriera costruita tra avanguardia e cultura popolare

Pochi artisti hanno occupato contemporaneamente uno spazio così ampio tra ricerca museale e cultura popolare. Kusama è stata studiata all'interno della storia dell'avanguardia, ma i suoi motivi sono comparsi anche nel design, nella moda, negli spazi urbani e nella comunicazione commerciale.
Tra le collaborazioni più note figura quella con Louis Vuitton. L'incontro tra i simboli della maison e i pois, le zucche e gli altri motivi elaborati dall'artista contribuì a portare il suo universo visivo su borse, abiti, accessori e grandi installazioni realizzate per accompagnare le collezioni.
La relazione tra arte e commercio, nel caso di Kusama, presenta peraltro un curioso collegamento con tutta la sua carriera. Già nel 1966, con Narcissus Garden, aveva provocatoriamente messo in scena la vendita diretta di elementi della propria installazione. Decenni dopo, il suo linguaggio sarebbe diventato uno dei più riconoscibili anche nel mercato globale del lusso.

Il valore economico delle opere cresce insieme alla fama

Anche il mercato dell'arte ha accompagnato la grande rivalutazione dell'artista. Opere realizzate durante il periodo newyorkese hanno raggiunto quotazioni milionarie e i suoi dipinti sono diventati oggetti molto ricercati nelle principali aste internazionali.
Nel 2022 il dipinto Untitled (Nets) del 1959 è stato venduto per 10,5 milioni di dollari. Il dato permette di misurare la distanza rispetto alle difficoltà economiche vissute nei primi anni a New York e mostra quanto profondamente sia cambiata nel tempo la valutazione del suo lavoro.
Il successo economico non deve però essere utilizzato come unica misura dell'importanza di Yayoi Kusama. La sua rilevanza storica dipende soprattutto dalla capacità di avere elaborato molto precocemente questioni — immersione, serialità, partecipazione del pubblico, rapporto tra corpo e spazio — che avrebbero acquisito un ruolo crescente nell'arte contemporanea.

I riconoscimenti del Giappone

Il riconoscimento arrivò progressivamente anche nel suo Paese. Nel 2006 Kusama ricevette, tra gli altri riconoscimenti, il Praemium Imperiale per la pittura e l'Ordine del Sol Levante. Nel 2009 fu nominata Persona di Merito Culturale.
Nel 2016 ricevette l'Ordine della Cultura, uno dei massimi riconoscimenti attribuiti dal Giappone nel campo culturale. Nello stesso anno fu inserita anche tra le cento persone più influenti selezionate dalla rivista Time.
Il percorso assume un significato particolare se confrontato con la giovane Kusama che aveva lasciato il Giappone alla ricerca di uno spazio più favorevole alla propria libertà artistica. L'artista che per anni aveva operato ai margini di categorie e istituzioni era diventata, nella parte finale della vita, una delle personalità culturali giapponesi più conosciute al mondo.

Nel 2017 apre a Tokyo il museo dedicato all'artista

Nel 2017 aprì a Tokyo il Yayoi Kusama Museum, istituito dall'artista e gestito dalla fondazione che porta il suo nome. Il museo nasce con l'obiettivo di conservare, studiare e presentare la sua produzione, organizzando esposizioni e attività dedicate alla comprensione del lavoro sviluppato nel corso della lunga carriera.
Non si tratta di un semplice spazio celebrativo. Attraverso mostre dedicate a differenti periodi e temi, il museo permette di osservare la continuità tra le opere giovanili, le grandi serie pittoriche e le installazioni più recenti. La sua funzione diventa ancora più rilevante dopo la morte dell'artista, perché sarà una delle istituzioni chiamate a gestire la trasmissione del suo patrimonio.
L'esposizione attualmente in corso, KUSAMA's POP, resterà visitabile fino al 30 agosto nonostante l'annuncio della scomparsa. È una scelta coerente con il messaggio diffuso dal museo e dalla fondazione: continuare a far vivere il lavoro dell'artista attraverso l'accesso alle opere.

My Eternal Soul: quasi 900 dipinti in dodici anni

L'età avanzata non aveva ridotto l'intensità della produzione di Kusama. Nel 2009 cominciò la serie pittorica My Eternal Soul, destinata inizialmente a essere molto più contenuta e diventata invece un progetto monumentale proseguito fino al 2021.
In dodici anni la serie raggiunse circa 900 dipinti. Volti, occhi, cellule, profili, forme organiche, colori molto accesi e strutture ripetute costruiscono un universo che dimostra come la pittura sia rimasta centrale anche durante la fase in cui il grande pubblico associava Kusama principalmente alle installazioni immersive.
Nel 2021 iniziò una nuova serie intitolata Every Day I Pray for Love. La prosecuzione di progetti pittorici così vasti negli ultimi anni della vita conferma quanto la sua attività non si fosse trasformata esclusivamente nella riproposizione dei simboli più famosi del passato.

Amore, infinito, vita e morte negli ultimi lavori

Nella produzione tarda diventano sempre più espliciti alcuni concetti presenti da tempo nell'opera di Kusama: amore, pace, universo, vita, morte e infinito. I titoli stessi delle opere assumono spesso la forma di dichiarazioni, invocazioni o meditazioni esistenziali.
L'infinito non coincide esclusivamente con l'effetto spettacolare prodotto dagli specchi. È una struttura concettuale presente dalle reti degli anni Cinquanta fino ai dipinti realizzati negli ultimi anni. La moltiplicazione del punto e la perdita del confine tra singolo elemento e totalità attraversano l'intera carriera.
Allo stesso modo, il tema dell'amore universale assume nella fase tarda un ruolo sempre più dichiarato. Il museo a lei dedicato è stato concepito anche come uno spazio attraverso il quale diffondere messaggi di pace e umanità presenti nella produzione e negli scritti dell'artista.

Il rapporto tra la malattia e l'arte senza semplificazioni

Uno degli aspetti che richiederanno maggiore attenzione nella lettura futura della sua opera riguarda il rapporto tra salute mentale e creatività. Kusama non nascose le proprie difficoltà: raccontò le allucinazioni dell'infanzia, parlò della paura e spiegò in più occasioni quanto l'arte fosse stata importante per continuare a vivere.
È però scorretto trasformare questa storia in un facile mito dell'"artista folle". La decisione di vivere volontariamente in un ospedale psichiatrico dal 1977 e di recarsi ogni giorno nello studio vicino dimostra piuttosto una modalità organizzata attraverso la quale aveva costruito un equilibrio che le permetteva di continuare a lavorare.
La produzione di Kusama richiedeva infatti una straordinaria disciplina. Grandi tele composte da migliaia di segni ripetuti, serie di centinaia di dipinti, sculture e installazioni complesse non possono essere spiegate unicamente attraverso un impulso spontaneo. Alla dimensione psicologica si accompagnavano progettazione, tecnica e una ricerca perseguita con continuità per decenni.

I pois erano molto più di un marchio estetico

La popolarità ha trasformato i pois di Kusama in un segno immediatamente riconoscibile, quasi un logo personale. Questo successo rischia però di nascondere la complessità con cui il motivo veniva utilizzato.
Il punto può essere microscopico o gigantesco, isolato oppure moltiplicato, dipinto sopra una tela o applicato a un'intera stanza. In ogni caso introduce una tensione tra individualità e ripetizione: ciascun cerchio esiste singolarmente, ma finisce per perdere la propria autonomia quando viene assorbito in un campo potenzialmente infinito.
È anche per questo che il linguaggio visivo di Kusama funziona contemporaneamente su più livelli. È immediato abbastanza da essere riconosciuto da un bambino davanti a una zucca gialla, ma contiene anche problemi concettuali legati alla percezione, all'identità e allo spazio che continuano a essere oggetto di ricerca critica.

Un'artista difficile da inserire in una sola corrente

Kusama è stata associata nel tempo a Pop Art, Minimalismo, Surrealismo, arte femminista, performance e arte concettuale. Nessuna di queste definizioni, presa singolarmente, riesce però a contenere l'intero percorso.
Gli Infinity Nets dialogavano con l'astrazione, le Accumulations con la nascente sperimentazione sulla scultura morbida, mentre gli happening e la body art appartenevano a un diverso terreno performativo. Le stanze specchianti anticipavano poi una concezione dell'esperienza immersiva destinata a diventare sempre più importante nell'arte degli ultimi decenni.
Questa capacità di muoversi tra discipline costituisce uno dei motivi per cui Kusama è stata progressivamente ricollocata al centro della storia dell'arte del secondo dopoguerra, dopo un periodo nel quale il suo ruolo nella scena americana degli anni Sessanta era stato molto meno riconosciuto.

Una donna giapponese nell'avanguardia newyorkese degli anni Sessanta

La sua vicenda deve essere letta anche considerando la condizione di donna giapponese nella New York artistica tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta. Kusama lavorava in un ambiente nel quale molti dei nomi successivamente entrati nel canone erano uomini occidentali.
Negli anni successivi l'artista sostenne che alcune idee sviluppate nel proprio lavoro fossero state riprese da colleghi più riconosciuti. La ricostruzione precisa delle influenze reciproche continua a essere materia di dibattito storico, e non sarebbe corretto ridurla a semplici accuse non verificabili. È però documentato che Kusama espose nello stesso ambiente di artisti come Andy Warhol, Claes Oldenburg, Donald Judd e George Segal.
La rivalutazione degli ultimi decenni ha permesso di osservare quegli anni da una prospettiva più ampia e di riconoscere alla sua produzione un ruolo autonomo nell'evoluzione dell'arte americana del dopoguerra, senza doverla considerare una figura periferica rispetto ai colleghi più noti.

La popolarità non cancella la radicalità delle origini

Il successo tardivo di Yayoi Kusama rappresenta un caso particolare. Opere che oggi generano file di visitatori davanti ai musei derivano da ricerche nate quando l'artista lavorava spesso in condizioni economiche difficili e occupava una posizione molto meno stabile nel sistema culturale.
Il rischio è leggere retroattivamente tutta la sua carriera attraverso il successo delle Infinity Rooms del XXI secolo. In realtà, gran parte dei principi che le hanno rese celebri — specchio, ripetizione, accumulazione, dissoluzione dello spettatore — era già presente tra gli anni Cinquanta e Sessanta.
Proprio questa continuità permette di distinguere Kusama da un fenomeno puramente legato alle mode del mercato contemporaneo. La sua immensa popolarità recente può essere discussa e analizzata criticamente, ma arriva alla fine di una ricerca iniziata diversi decenni prima.

Che cosa resta dopo la morte di Yayoi Kusama

Con la scomparsa dell'artista si apre inevitabilmente una nuova fase nella gestione della sua eredità culturale. Il museo e la fondazione saranno chiamati a conservare, studiare e presentare un patrimonio vastissimo composto da opere appartenenti a periodi e mezzi differenti.
Esiste poi una questione critica ancora più ampia: stabilire quale posizione occuperà Kusama nella storia dell'arte quando la sua figura non potrà più essere interpretata attraverso la presenza fisica dell'artista, le nuove produzioni e il fenomeno mediatico che l'ha accompagnata negli ultimi decenni.
Probabilmente sarà necessario mantenere insieme due realtà. Da una parte esiste la Kusama icona globale, riconoscibile attraverso parrucca rossa, pois, zucche e stanze fotografate da milioni di visitatori. Dall'altra esiste una ricercatrice radicale che negli anni Cinquanta e Sessanta lavorò su ripetizione, spazio, corpo e infinito quando molti di quei linguaggi erano ancora in fase di definizione.

L'artista che continuò a dipingere fino agli ultimi giorni

L'ultimo elemento comunicato dopo la morte appare forse il più coerente con l'intera biografia: Yayoi Kusama continuò a dipingere fino alla fine. Dopo gli Infinity Nets, gli happening, le sculture, le zucche, gli specchi e centinaia di dipinti realizzati nella vecchiaia, non aveva trasformato la propria carriera in una semplice amministrazione del successo passato.
Fino agli ultimi anni aveva continuato a sviluppare serie legate ai temi che l'avevano accompagnata per tutta la vita: infinito, amore, natura, vita e morte. Il gesto ripetuto del pennello, che già da giovane aveva utilizzato per dare una forma alle proprie percezioni, è rimasto così presente fino alla fase finale della sua esistenza.
È forse questa continuità a spiegare meglio di qualsiasi definizione il percorso di Kusama. Una bambina che trasformava le proprie visioni in disegni diventò una giovane artista che riempiva enormi tele di reti, poi una performer dell'avanguardia di New York, una figura marginalizzata e successivamente riscoperta, infine una delle artiste più popolari al mondo. Il linguaggio cambiò continuamente, ma l'atto di produrre immagini non si interruppe.

Un infinito che continuerà oltre la sua autrice

La morte di Yayoi Kusama arriva quando le sue opere continuano a essere esposte in musei e collezioni di tutto il mondo e quando il pubblico che conosce i suoi simboli è probabilmente più vasto che in qualsiasi altro momento della sua vita. È una condizione insolita per un'artista che aveva dovuto attendere decenni prima di vedere pienamente riconosciuta la propria importanza.
Dai primi disegni realizzati a Matsumoto agli Infinity Nets di New York, da Narcissus Garden alle Infinity Mirror Rooms, dalle performance pacifiste alle zucche monumentali, la carriera di Kusama ha continuato a ruotare intorno all'idea che una singola forma potesse essere ripetuta fino a superare il limite fisico dell'opera.
Ora quella ricerca sull'infinito assume inevitabilmente un significato diverso. L'artista non c'è più, ma continuano a esistere le stanze nelle quali le luci sembrano non terminare mai, le reti che oltrepassano idealmente il bordo della tela e le zucche che gli specchi moltiplicano oltre ciò che l'occhio riesce a misurare.
Yayoi Kusama è morta a 97 anni, ma la sua vicenda non può essere riassunta soltanto nell'immagine rassicurante dell'artista dei pois. È stata pittrice, scultrice, performer, scrittrice e autrice di ambienti che hanno modificato il rapporto tra opera e spettatore. Ha attraversato marginalità e celebrità, difficoltà personali e riconoscimento istituzionale, continuando a produrre arte fino agli ultimi giorni. Voi quale opera o quale fase della carriera di Yayoi Kusama considerate più significativa: gli Infinity Nets, le stanze specchianti, le zucche o le performance degli anni Sessanta? Raccontatecelo nei commenti.

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