Venezia 2026, Bunker e Company accendono l’8 settembre
La Mostra del Cinema di Venezia 2026 entra martedì 8 settembre in una delle giornate più dense della sua seconda parte, con due nuovi titoli in concorso, protagonisti internazionali molto attesi e un lungo omaggio a uno dei maestri del cinema italiano. Al centro dell'attenzione ci sono Bunker di Florian Zeller, interpretato da Penélope Cruz e Javier Bardem, e Company di Casey Affleck, con Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens e Scoot McNairy. A completare un programma particolarmente ricco arriva JOIE DE VIVRE di Luca Guadagnino, monumentale lavoro dedicato a Bernardo Bertolucci e alla cultura cinematografica che ne ha accompagnato l'opera.
L'8 settembre cade esattamente nella fase in cui la competizione per il Leone d'Oro comincia a entrare nel vivo. L'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica, in programma al Lido dal 2 al 12 settembre, ha infatti già presentato una parte consistente dei ventuno film del concorso principale, ma conserva per la seconda settimana opere di autori capaci di attirare pubblico, stampa e industria. È in questo quadro che Bunker e Company assumono un peso particolare: due film molto diversi, accomunati però dall'interesse per relazioni umane, responsabilità individuale, memoria e dilemmi morali.
Bunker porta Penélope Cruz e Javier Bardem al centro della Mostra
Il titolo mediaticamente più atteso della giornata è probabilmente Bunker, nuovo film scritto e diretto da Florian Zeller. La proiezione ufficiale in Sala Grande è fissata alle 19:00, mentre il film viene proposto anche al PalaBiennale alle 20:00. Prima degli appuntamenti destinati al pubblico sono previste le proiezioni per stampa e industria. La durata è di 126 minuti e la produzione coinvolge Francia e Spagna, con dialoghi in inglese e spagnolo.
Il cast riunisce innanzitutto Penélope Cruz e Javier Bardem, coppia nella vita e interpreti di due coniugi chiamati ad affrontare una crisi che nasce da una decisione professionale ma finisce progressivamente per investire valori, fiducia e identità del matrimonio. Accanto a loro compaiono Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger, in un insieme di interpreti che contribuisce a rendere Bunker una delle produzioni internazionali più riconoscibili dell'edizione.
Il punto di partenza della storia è volutamente contemporaneo. Un apprezzato architetto accetta l'incarico di progettare un bunker destinato alla sopravvivenza di un miliardario tecnologico. Non si tratta quindi semplicemente di costruire una residenza o una struttura protetta: il progetto porta con sé una domanda etica. Che cosa significa utilizzare competenze professionali per aiutare un uomo estremamente ricco a isolarsi dal resto della società nell'eventualità di una catastrofe?
È proprio questa scelta a generare la frattura narrativa. Dopo diciassette anni di matrimonio, la moglie dell'architetto comincia a interrogarsi sul marito e sul significato del suo comportamento. Il bunker diventa così molto più di un edificio: rappresenta materialmente il desiderio di proteggersi dal mondo, la paura del futuro e la possibilità che l'istinto di conservazione individuale entri in conflitto con una responsabilità collettiva.
Un thriller domestico costruito sulle paure contemporanee
La definizione di thriller drammatico utilizzata per Bunker non deve far pensare necessariamente a un film d'azione o a una storia catastrofica nel senso tradizionale. Il nucleo dell'opera è soprattutto emotivo. Zeller parte da alcune delle ansie che attraversano il presente — crisi ecologiche, diseguaglianze sociali, isolamento, paura dell'instabilità — e le concentra all'interno di un matrimonio.
Il contrasto è uno degli elementi più interessanti del progetto. Da una parte c'è un problema apparentemente enorme, quasi da fine del mondo: un miliardario vuole garantirsi un rifugio in caso di collasso. Dall'altra c'è una crisi privata tra due persone che devono capire se condividono ancora gli stessi valori. Le due dimensioni finiscono però per alimentarsi reciprocamente, perché la decisione professionale dell'uomo costringe la moglie a chiedersi chi abbia realmente accanto.
Il film affronta dunque il tema della responsabilità morale senza separarlo dalla dimensione sentimentale. Se un lavoro è perfettamente legale ma pone interrogativi etici, fino a che punto le conseguenze di quella scelta riguardano soltanto chi la compie? E quanto può una divergenza di valori modificare la percezione che una persona ha del proprio partner dopo molti anni di vita comune?
Zeller ha costruito il progetto partendo direttamente dai suoi due interpreti principali. Cruz e Bardem non sono stati aggiunti successivamente a una sceneggiatura già definita: il film è stato pensato per loro. Questo elemento introduce inevitabilmente un ulteriore livello di osservazione per lo spettatore, perché a interpretare una coppia in crisi sono due attori che costituiscono anche una delle coppie più note del cinema internazionale.
Florian Zeller torna a indagare la fragilità dei rapporti umani
Con Bunker, Florian Zeller prosegue un percorso cinematografico caratterizzato da una forte attenzione alla percezione, alle relazioni familiari e alle zone di ambiguità emotiva. Autore teatrale prima ancora che regista, Zeller ha raggiunto una notorietà cinematografica internazionale soprattutto con The Father, adattamento della propria pièce dedicata all'esperienza di un uomo anziano alle prese con il progressivo deterioramento delle proprie capacità cognitive.
The Father gli ha portato l'Oscar per la sceneggiatura non originale, condiviso con Christopher Hampton, mentre Anthony Hopkins ha ricevuto per lo stesso film l'Oscar come miglior attore protagonista. Zeller ha poi diretto The Son, proseguendo la propria esplorazione di famiglie sottoposte a pressioni emotive estreme. Bunker cambia scenario e introduce un elemento più esplicitamente sociale, ma conserva l'interesse del regista per ciò che accade quando la sicurezza apparente di una relazione viene destabilizzata.
Il nuovo film sembra infatti utilizzare la minaccia esterna soprattutto come strumento per osservare la crisi interiore. Il futuro incerto, la paura ambientale e le diseguaglianze diventano domande intime: quanto ci fidiamo della persona che amiamo? Fino a che punto conosciamo realmente le sue convinzioni? Cosa accade quando scopriamo che di fronte a una situazione estrema il partner sceglierebbe qualcosa che noi consideriamo moralmente inaccettabile?
Il bunker dei super ricchi come simbolo narrativo
L'idea alla base del film nasce da un fenomeno reale che negli ultimi anni ha attirato crescente attenzione: l'interesse di alcuni individui molto facoltosi per rifugi privati e strutture destinate a garantire autonomia in scenari di grave crisi. Zeller ha raccontato di essere rimasto colpito da un articolo relativo alla costruzione di un bunker da parte di un miliardario tecnologico alle Hawaii e di essersi interrogato sul significato sociale di quella scelta.
Da qui emerge uno dei paradossi centrali di Bunker: alcuni degli uomini che hanno costruito fortune attraverso tecnologie capaci di connettere miliardi di persone possono, davanti alla prospettiva di una crisi, scegliere di proteggersi attraverso l'isolamento. Il film non si limita però a trasformare questa contraddizione in una critica economica. La utilizza per interrogarsi sulla tendenza più generale degli individui a separarsi gli uni dagli altri quando aumenta la paura.
Il rifugio diventa quindi un'immagine della frammentazione sociale. Un muro progettato per proteggere può contemporaneamente rappresentare una rinuncia alla solidarietà. La domanda posta dal film non riguarda soltanto i miliardari: la scelta estrema del committente serve a rendere visibile un comportamento che, in forme molto diverse, può coinvolgere una società intera quando prevalgono paura e individualismo.
Penélope Cruz e Javier Bardem, una collaborazione cinematografica lunga decenni
La presenza congiunta di Penélope Cruz e Javier Bardem conferisce inevitabilmente al film una particolare attenzione. I due attori hanno condiviso più volte il set nel corso delle rispettive carriere, molto prima di diventare marito e moglie. Il pubblico li ha visti insieme in opere di registri profondamente differenti, dal cinema spagnolo degli esordi fino a produzioni internazionali.
In Bunker, però, la scelta assume un significato specifico perché Zeller utilizza consapevolmente la loro immagine di coppia reale come ulteriore elemento di ambiguità. Gli spettatori sono invitati a osservare due attori interpretare una relazione di lunga durata sottoposta a una prova estrema sapendo contemporaneamente che quei due interpreti condividono realmente una vita familiare.
Il regista punta quindi su una tensione tra realtà e finzione senza suggerire naturalmente alcuna sovrapposizione tra personaggi e persone. È un dispositivo cinematografico: la familiarità del pubblico con Cruz e Bardem rende più immediata l'impressione di trovarsi davanti a una coppia con una storia comune, permettendo alla narrazione di concentrarsi rapidamente sulla progressiva destabilizzazione di quell'equilibrio.
Un cast che amplia la dimensione internazionale di Bunker
Accanto ai protagonisti, Stephen Graham, Paul Dano e Patrick Schwarzenegger completano un cast capace di attraversare generazioni e percorsi cinematografici differenti. Graham è uno degli interpreti britannici più riconoscibili del cinema e della televisione contemporanei; Dano ha costruito una carriera alternando produzioni indipendenti e grandi film hollywoodiani; Schwarzenegger rappresenta una generazione più giovane.
Anche la squadra tecnica contribuisce alla dimensione internazionale del progetto. La fotografia è affidata a Ben Smithard, il montaggio a Yorgos Lamprinos, le scenografie ad Alain Bainée e i costumi a Sonia Grande. La musica è composta da Volker Bertelmann, premio Oscar per la colonna sonora di Niente di nuovo sul fronte occidentale.
La produzione coinvolge Blue Morning Pictures, Mod Producciones, Pathé Films, Mediawan ed Entourage Pictures, mentre la distribuzione italiana è prevista attraverso Notorious. È una struttura produttiva che riflette la natura europea e internazionale dell'opera, girata narrativamente e linguisticamente tra mondi diversi e costruita per una circolazione oltre i confini nazionali.
Company, Casey Affleck torna alla regia
Dopo Bunker, la serata competitiva prosegue con Company, diretto da Casey Affleck. Il film viene presentato in Sala Grande alle 21:45 e al PalaBiennale alle 22:30, dopo le proiezioni della mattina riservate a stampa e industria. La durata è di 92 minuti, decisamente più contenuta rispetto ai 126 minuti dell'opera di Zeller.
Company rappresenta il terzo lungometraggio da regista di Affleck. L'attore premio Oscar torna quindi dietro la macchina da presa con un progetto che ha anche scritto insieme a Ron Hansen e che si distingue per una costruzione narrativa basata su storie inserite l'una dentro l'altra, attraversando epoche, personaggi e generazioni differenti.
Il cast comprende Nick Nolte, Ben Mendelsohn, Adelaide Clemens, Scoot McNairy, Emily Alyn Lind, Caylee Cowan, Atticus Affleck e Indiana Affleck. È un ensemble particolarmente ampio per un film relativamente breve, elemento coerente con una narrazione corale che non procede lungo un'unica linea temporale.
Una notte del 1975 apre un racconto che attraversa più generazioni
La storia di Company comincia durante una notte d'inverno del 1975. Una donna misteriosa di nome Evelyn arriva senza essere stata invitata a una festa. È da questo ingresso apparentemente semplice che il film comincia ad aprire progressivamente altre storie, quasi come una serie di scatole narrative contenute l'una nell'altra.
Evelyn racconta infatti la vicenda di Tom, anziano solitario che nel 1953 soccorre un'attrice rimasta bloccata durante una bufera di neve in Colorado. A sua volta, l'attrice utilizza il tempo trascorso insieme per raccontare una storia ancora precedente: quella di una coppia di contadini che offre ospitalità a un giovane vagabondo tormentato mentre lungo la frontiera cresce la paura per una serie di violenti omicidi.
La struttura permette quindi a Company di attraversare più epoche mantenendo al centro il potere della narrazione orale. I personaggi raccontano per spiegare, ricordare, intrattenere o forse comprendere ciò che è accaduto. Una storia ne contiene un'altra e ogni passaggio modifica il significato di quello precedente.
Il film diventa progressivamente una riflessione su lutto, vendetta, perdono e compassione. Più che inseguire una soluzione tradizionale del mistero, la struttura sembra interessata a osservare come le decisioni di una persona possano propagarsi attraverso gli anni e come piccoli gesti di umanità possano incidere su ferite che sembravano impossibili da sanare.
Casey Affleck e il cinema delle conseguenze morali
Lo stesso Casey Affleck ha descritto Company come un film nato in modo molto diverso rispetto alla forma raggiunta alla fine del processo creativo. Il regista considera l'opera il completamento di una sorta di trilogia non progettata consapevolmente fin dall'inizio, composta dai suoi tre lavori dietro la macchina da presa.
Il filo che collega queste opere è soprattutto una serie di domande morali. Affleck ha spiegato di essere partito, nei film precedenti, da interrogativi legati al rifiuto dell'amore e alla capacità di amare un'altra persona, arrivando con Company a una domanda più ampia: come si può fare pace con l'esistenza che ci è stata assegnata?
È una prospettiva che aiuta a interpretare la struttura del film. Le diverse epoche e i diversi personaggi non sembrano costruiti soltanto per creare mistero, ma per mostrare come dolore, debito emotivo e responsabilità possano attraversare il tempo. Il passato non viene cancellato, ma ciò che un individuo decide di offrire agli altri può modificarne il peso.
Nick Nolte e Ben Mendelsohn in un ensemble fuori dagli schemi
Tra gli elementi di maggiore interesse di Company c'è il coinvolgimento di Nick Nolte, interprete con una carriera cinematografica lunga oltre mezzo secolo. La sua presenza si inserisce perfettamente in un film che lavora sulla memoria, sul trascorrere del tempo e sulle conseguenze delle esperienze accumulate nel corso di una vita.
Accanto a lui, Ben Mendelsohn porta al progetto una delle presenze più riconoscibili del cinema contemporaneo, costruita attraverso ruoli spesso caratterizzati da ambiguità, vulnerabilità o durezza. Adelaide Clemens e Scoot McNairy completano il nucleo adulto dell'ensemble, mentre Emily Alyn Lind, Caylee Cowan, Atticus Affleck e Indiana Affleck introducono prospettive generazionali differenti.
La scenografia e i costumi sono affidati entrambi a Stefania Cella, un dettaglio significativo in un film che attraversa periodi storici diversi e nel quale l'ambiente deve contribuire a rendere immediatamente riconoscibili i diversi livelli della narrazione. La musica è composta da Daniel Hart.
Una fotografia costruita da una squadra insolita
Particolarmente singolare è la struttura del reparto dedicato alla fotografia. Company accredita infatti numerosi direttori della fotografia: Masanobu Takayanagi, Lachlan Milne, Adam Arkapaw, Marcell Rév, Holger Jungnickel, Joaquin Baca Asay, Noah Fallis e lo stesso Casey Affleck.
Anche il montaggio coinvolge più professionisti, con Leslie Jones, Radek Sienski, Julie Monroe e Affleck. Una configurazione non comune che rispecchia almeno formalmente la natura stratificata di un'opera composta da racconti, epoche e punti di vista differenti.
Senza anticipare giudizi che potranno essere formulati soltanto dopo la proiezione, è possibile osservare come l'intera architettura produttiva di Company suggerisca un film costruito attraverso parti visivamente distinte che devono poi trovare unità nella fase di montaggio e nella progressione del racconto.
Bunker e Company: due film diversi, una stessa domanda sulla responsabilità
Accostati nello stesso giorno di concorso, Bunker e Company presentano strutture e generi molto differenti. Il film di Zeller è concentrato principalmente su un matrimonio contemporaneo scosso da una scelta professionale; quello di Affleck attraversa decenni e generazioni attraverso una narrazione a incastro.
Eppure esiste un interessante punto di contatto: entrambi sembrano interrogarsi sulle conseguenze delle scelte individuali. In Bunker la decisione di accettare un incarico costringe una coppia a ridefinire il proprio rapporto. In Company, azioni e gesti compiuti in momenti differenti continuano a produrre effetti emotivi molto tempo dopo.
In entrambi i casi il dilemma morale non viene trattato come un concetto astratto. Passa attraverso relazioni, affetti, fiducia e memoria. È un elemento che rende particolarmente coerente la programmazione dell'8 settembre pur nella radicale diversità stilistica dei due titoli.
Luca Guadagnino porta a Venezia sette ore dedicate a Bernardo Bertolucci
Tra i due appuntamenti competitivi trova spazio uno dei progetti più insoliti dell'intera edizione: JOIE DE VIVRE, documentario di Luca Guadagnino dedicato a Bernardo Bertolucci. La durata complessiva dichiarata è di 435 minuti, cioè sette ore e quindici minuti, un formato eccezionalmente lungo anche per un festival abituato a presentare opere sperimentali e progetti fuori dagli standard distributivi tradizionali.
Il titolo completo — JOIE DE VIVRE. Appunti, pensieri, parole, riflessioni, volti, visioni su Bernardo Bertolucci e la cinefilia del 20° secolo che non esiste più — chiarisce immediatamente l'ambizione dell'opera. Non si tratta semplicemente di una biografia di Bertolucci, né di un documentario cronologico sulla sua carriera. Guadagnino parte dal proprio rapporto con il regista per costruire un percorso attraverso film, persone, ricordi e una determinata idea di cinema.
La prima parte viene presentata oggi alle 15:00 in Sala Casinò, nell'ambito della sezione Venice Open - Fuori Concorso. Altre proiezioni sono distribuite nei giorni successivi, coerentemente con la durata eccezionale dell'opera. La scelta di dedicare un tempo così esteso al progetto rappresenta già di per sé una dichiarazione sul valore attribuito alla memoria cinematografica.
"Joie de vivre", l'espressione cara a Bertolucci
Il titolo nasce da un'espressione che Bernardo Bertolucci utilizzava per indicare tanto la leggerezza e la bellezza dell'esistenza quanto il piacere del fare cinema. Guadagnino assume quella formula come chiave per avvicinarsi all'uomo e all'autore, cercando di evitare un ritratto puramente celebrativo.
Il progetto viene presentato come una lettera d'amore al regista, ma anche come una riflessione sull'eredità critica della sua opera. Guadagnino intende riesaminare interpretazioni sedimentate nel tempo e interrogarsi su come i film di Bertolucci possano essere osservati da nuove generazioni di spettatori che non hanno vissuto direttamente il contesto culturale nel quale furono realizzati.
È proprio questa dimensione a rendere JOIE DE VIVRE pertinente alla Mostra contemporanea. L'eredità del cinema non viene considerata come qualcosa da conservare semplicemente in archivio, ma come materiale da discutere, rivedere e sottoporre a nuovi sguardi.
Scorsese, Cronenberg e Cuarón nel ritratto corale di Bertolucci
Per costruire il documentario, Guadagnino coinvolge alcune figure centrali del cinema internazionale. Tra i partecipanti figurano Martin Scorsese, Jeremy Thomas, James Gray, David Cronenberg, Alfonso Cuarón, Catherine Breillat, Debra Winger, Francesca Manieri e Carlo Antonelli.
La presenza di Jeremy Thomas possiede un peso particolare per il rapporto professionale che lo legò a Bertolucci, mentre i contributi dei registi permettono di osservare l'influenza dell'autore italiano attraverso prospettive provenienti da tradizioni cinematografiche differenti.
La fotografia alterna digitale e 35 millimetri, affidati rispettivamente a Simone D'Arcangelo e Sayombhu Mukdeeprom. Il montaggio è di Marco Costa, mentre Guadagnino firma la sceneggiatura insieme a Carlo Antonelli. Anche sul piano tecnico, quindi, il film sembra voler mettere in dialogo presente e memoria materiale del cinema.
Perché Bernardo Bertolucci resta centrale nel cinema internazionale
La scelta di dedicare un progetto così ampio a Bertolucci trova spiegazione nell'eccezionale dimensione internazionale della sua carriera. Il regista parmense ha attraversato oltre quattro decenni di cinema modificando continuamente scala produttiva, lingua e ambientazione, senza rinunciare a una forte identità autoriale.
Film come Il conformista, Ultimo tango a Parigi e Novecento hanno segnato profondamente il cinema europeo degli anni Settanta, mentre L'ultimo imperatore trasformò Bertolucci in uno dei pochissimi registi italiani capaci di guidare una produzione internazionale di enormi dimensioni e ottenere contemporaneamente un successo globale.
L'ultimo imperatore vinse nove premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, imponendosi come una delle opere italiane più premiate nella storia dell'Academy. Ma l'interesse di Guadagnino non sembra limitarsi ai riconoscimenti: riguarda soprattutto il modo in cui Bertolucci concepiva il cinema come linguaggio capace di superare confini nazionali.
La filmografia del regista comprende inoltre opere profondamente diverse come Prima della rivoluzione, La strategia del ragno, La luna, Il tè nel deserto, Piccolo Buddha, Io ballo da sola e The Dreamers. Questa varietà aiuta a comprendere perché un ritratto della sua carriera possa assumere una durata eccezionale senza ridursi a una semplice successione di titoli.
Guadagnino premiato nello stesso giorno del documentario
L'8 settembre rappresenta una giornata importante anche per Luca Guadagnino personalmente. Prima della presentazione del documentario gli viene consegnato il Cartier Glory to the Filmmaker Award 2026, riconoscimento assegnato dalla Mostra e da Cartier a una personalità che abbia offerto un contributo particolarmente originale al cinema contemporaneo.
La cerimonia è prevista alle 15:00 in Sala Casinò, immediatamente prima della proiezione di JOIE DE VIVRE. L'accostamento tra premio e documentario crea una sorta di passaggio generazionale: un regista italiano contemporaneo riconosciuto internazionalmente dedica il proprio nuovo lavoro a uno dei cineasti italiani che maggiormente hanno costruito una carriera oltre i confini nazionali.
Guadagnino arriva al riconoscimento dopo una filmografia che comprende opere come Io sono l'amore, A Bigger Splash, Chiamami col tuo nome, Suspiria, Bones and All, Challengers e After the Hunt. La Mostra di Venezia ha avuto un ruolo importante in diverse fasi della sua carriera, rendendo particolarmente significativo il conferimento del premio proprio al Lido.
Il documentario Musk amplia ulteriormente il programma dell'8 settembre
La giornata non si esaurisce nei tre titoli principali. Tra le proiezioni destinate agli accreditati figura anche Musk di Alex Gibney, documentario fuori concorso dedicato a Elon Musk. La durata è di 225 minuti, ai quali si aggiunge un intervallo di dieci minuti, confermando come l'edizione 2026 abbia scelto di ospitare anche documentari di dimensioni decisamente fuori dal formato tradizionale.
Gibney costruisce il film attorno alla figura pubblica dell'imprenditore e al modo in cui è stata formata la sua immagine mediatica. Tra le persone presenti nel documentario figurano Justine Musk, Ashley St. Clair, Kara Swisher, Martin Eberhard, Zoë Schiffer e Geoffrey Hinton.
La presenza di Musk nello stesso programma giornaliero di JOIE DE VIVRE mostra l'ampiezza della proposta documentaria della Mostra: da una parte oltre sette ore dedicate alla memoria di un grande autore cinematografico, dall'altra quasi quattro ore intorno a una delle personalità più discusse della tecnologia contemporanea.
Anche Sophie Fiennes e Slavoj Žižek nel programma
Un altro titolo della giornata è The Pervert's Guide to Utopias di Sophie Fiennes, con Slavoj Žižek, programmato alle 9:00 all'Astra 1. Il film dura 133 minuti e prosegue la collaborazione tra la regista britannica e il filosofo sloveno, costruita attraverso una particolare forma di saggio cinematografico che utilizza cultura popolare, cinema e filosofia per affrontare questioni politiche e sociali.
L'opera si inserisce nella sezione Venice Open e contribuisce a una giornata nella quale il documentario e il cinema saggistico assumono un ruolo eccezionalmente visibile. La competizione principale resta il motore mediatico della Mostra, ma l'8 settembre mostra bene come Venezia utilizzi contemporaneamente sezioni diverse per offrire forme cinematografiche difficili da collocare nella distribuzione commerciale ordinaria.
La competizione entra nella fase decisiva
Con Bunker e Company, la selezione di Venezia 83 aggiunge due nuovi titoli alla valutazione della giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal. Il Leone d'Oro e gli altri riconoscimenti ufficiali saranno assegnati sabato 12 settembre, al termine di una competizione composta da ventuno lungometraggi provenienti da cinematografie e tradizioni molto differenti.
A quattro giorni dalla cerimonia finale, ogni nuova proiezione modifica quindi il quadro della corsa ai premi. Sarebbe però prematuro indicare oggi favoriti sulla base di Bunker o Company prima che i film siano stati effettivamente mostrati al pubblico e alla critica. Il dato certo è che entrambi arrivano al Lido con elementi capaci di generare forte attenzione: cast prestigiosi, autori conosciuti e temi immediatamente riconoscibili.
Venezia conserva inoltre un peso importante nella successiva awards season internazionale. Negli ultimi anni numerosi film presentati al Lido hanno proseguito il proprio percorso tra festival, premi della critica, Golden Globe e Oscar. La selezione veneziana non rappresenta naturalmente una garanzia di successo, ma costituisce una delle piattaforme più osservate dall'industria tra settembre e l'inizio della stagione dei premi.
Una giornata costruita attorno a cinema e memoria
Osservando insieme i principali appuntamenti dell'8 settembre emerge un filo particolarmente interessante: il rapporto tra presente e memoria. Bunker guarda alle paure del futuro attraverso una coppia contemporanea; Company costruisce la propria narrazione facendo dialogare epoche e generazioni; JOIE DE VIVRE torna sull'eredità di Bernardo Bertolucci per chiedersi come un grande autore del Novecento possa essere letto oggi.
Persino la diversa durata delle opere racconta una Mostra disposta a ospitare idee di cinema molto lontane tra loro. Dai 92 minuti di Company alle oltre sette ore del documentario di Guadagnino, non esiste un formato dominante. Il festival si presenta come spazio nel quale un racconto compatto può convivere con un lavoro costruito deliberatamente come esperienza estesa.
La stessa varietà attraversa i generi: thriller drammatico, racconto gotico e morale, documentario biografico, saggio cinematografico, cinema d'inchiesta. È una fotografia efficace di ciò che una grande manifestazione internazionale prova a fare quando non vuole limitarsi a un'unica idea di spettacolo.
Il Lido attende Cruz, Bardem, Affleck e il tributo a Bertolucci
Dal punto di vista dell'attenzione pubblica, la presenza di Penélope Cruz e Javier Bardem rappresenta inevitabilmente uno dei momenti più visibili della giornata. Il loro arrivo accompagna un film concepito appositamente per entrambi e destinato a confrontarsi con alcune delle questioni più attuali del dibattito contemporaneo, dalla diseguaglianza alla paura di un futuro instabile.
Casey Affleck porta invece al Lido un film più difficile da ridurre a una sola formula narrativa, costruito attraverso racconti che si richiamano e si modificano reciprocamente. La presenza di Nick Nolte e Ben Mendelsohn rafforza ulteriormente l'interesse per un'opera che sceglie memoria e compassione come strumenti per affrontare un dilemma morale.
Infine, il lunghissimo omaggio a Bernardo Bertolucci permette alla Mostra di guardare indietro senza interrompere il confronto con il presente. Attraverso Guadagnino e le testimonianze di autori come Scorsese, Cronenberg e Cuarón, l'eredità di Bertolucci viene trattata non come monumento immobile, ma come cinema ancora capace di generare discussioni.
L'8 settembre fotografa le molte anime di Venezia 83
La giornata di martedì sintetizza quindi bene le diverse funzioni della Mostra del Cinema. C'è il grande evento internazionale con star riconoscibili dal pubblico globale; c'è la competizione artistica per il Leone d'Oro; c'è il cinema che interroga questioni morali contemporanee; c'è la sperimentazione documentaria e c'è infine il lavoro sulla memoria della settima arte.
Bunker propone la paura del futuro come detonatore di una crisi coniugale. Company usa storie appartenenti a epoche diverse per interrogarsi su dolore, perdono e capacità di restituire agli altri ciò che si è ricevuto. JOIE DE VIVRE dedica uno spazio eccezionale a Bertolucci e alla concezione cosmopolita del cinema che ha segnato la sua carriera.
È proprio questa diversità cinematografica a rendere l'8 settembre una delle giornate più interessanti dell'edizione 2026. Non perché esista già un verdetto sui film — le proiezioni principali devono ancora svolgersi — ma perché il programma mette nello stesso arco di ore autori, generazioni e linguaggi molto lontani tra loro, offrendo allo spettatore più modi di interrogarsi sul rapporto fra cinema e realtà.
Dopo le proiezioni inizierà il vero confronto sui film
Solo dopo il passaggio in Sala Grande sarà possibile capire quale accoglienza riceveranno Bunker e Company, come verranno valutate le interpretazioni e quale posizione potranno conquistare nel dibattito sulla competizione. Prima delle proiezioni, qualsiasi giudizio sulla qualità delle opere sarebbe inevitabilmente prematuro.
Ciò che può essere già osservato è invece la forza dei temi scelti. Il cinema del 2026 presentato oggi a Venezia parla di incertezza, isolamento, memoria, responsabilità, amore e perdono. Non lo fa attraverso un unico linguaggio, ma passando dalla dimensione intima di una coppia all'America di più generazioni, fino a un viaggio di oltre sette ore nella storia di uno dei grandi registi europei.
Per chi segue la Mostra, l'8 settembre offre quindi uno dei programmi più ricchi di spunti dell'intera settimana. E voi quale dei tre appuntamenti attendete maggiormente: il thriller Bunker con Cruz e Bardem, la struttura narrativa di Company oppure il monumentale viaggio di Guadagnino nel cinema di Bernardo Bertolucci? Raccontateci nei commenti quale film vi incuriosisce di più e perché.

