USA completano il ritiro dall’Iraq: finisce la missione militare anti-ISIS
Gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione hanno formalmente concluso mercoledì 30 settembre 2026 Operation Inherent Resolve in Iraq, completando il ritiro delle ultime forze presenti nelle basi utilizzate dalla missione. Il passaggio chiude una fase militare iniziata nel 2014 con il ritorno delle forze americane nel Paese per sostenere Baghdad contro l'avanzata dello Stato Islamico.
La conclusione della missione non equivale però alla cessazione di ogni forma di cooperazione militare tra Washington e Baghdad. Gli Stati Uniti hanno confermato che continueranno a fornire sostegno mirato attraverso attività di addestramento e condivisione di intelligence, mentre le autorità irachene assumono la responsabilità primaria della sicurezza nazionale e del contrasto alle residue cellule jihadiste.
Le ultime forze hanno lasciato le basi irachene
Il ritiro delle ultime unità, concentrate soprattutto nell'area di Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, completa il calendario concordato dai governi statunitense e iracheno nel 2024. La conclusione formale di Operation Inherent Resolve segna quindi il passaggio da una missione internazionale strutturata a una relazione bilaterale più limitata.
L'Iraq entra così in una fase nella quale le proprie forze di sicurezza dovranno assumere un ruolo ancora più centrale nel controllo del territorio, nella raccolta delle informazioni e nelle operazioni contro gruppi estremisti.
Una missione iniziata nel 2014
Operation Inherent Resolve nacque nel 2014, quando lo Stato Islamico conquistò vaste aree dell'Iraq e della Siria. In pochi mesi il gruppo jihadista occupò Mosul e arrivò a controllare circa un terzo del territorio iracheno, approfittando della debolezza delle istituzioni e delle divisioni politiche e settarie del Paese.
Il governo di Baghdad chiese allora assistenza internazionale e gli Stati Uniti formarono una coalizione impegnata in operazioni aeree, addestramento, intelligence e supporto logistico alle forze irachene e curde.
Nel 2017 le autorità irachene dichiararono la fine del controllo territoriale dello Stato Islamico nel Paese. La perdita delle città non determinò tuttavia la scomparsa dell'organizzazione, che continuò a operare attraverso cellule clandestine, soprattutto nelle aree rurali e desertiche.
Il precedente ritiro del 2011
Quello del 2026 non è il primo ritiro americano dall'Iraq. Le truppe statunitensi avevano già lasciato il Paese alla fine del 2011, otto anni dopo l'invasione del 2003 che aveva portato alla caduta del regime di Saddam Hussein.
Meno di tre anni dopo, l'ascesa dell'ISIS costrinse Washington a tornare militarmente nel Paese. Quel precedente continua a essere uno dei motivi per cui una parte dei funzionari e degli analisti iracheni osserva con prudenza la nuova fase.
La situazione attuale è però diversa da quella del 2011. Le forze armate irachene, il servizio antiterrorismo e le unità curde Peshmerga hanno maturato oltre un decennio di esperienza operativa contro le organizzazioni jihadiste.
L'Iraq assume la piena responsabilità della sicurezza
Il governo iracheno ha presentato la conclusione della missione come un passaggio verso una maggiore sovranità nazionale. Baghdad sostiene che le proprie istituzioni siano oggi in grado di assumere direttamente la responsabilità della sicurezza interna e della lotta al terrorismo.
La fine della coalizione non significa però che la minaccia dello Stato Islamico sia completamente scomparsa. L'organizzazione continua a mantenere cellule dormienti e piccole reti operative, anche se non dispone più delle capacità territoriali e militari che possedeva nel periodo del cosiddetto califfato.
La capacità delle forze irachene di individuare queste reti senza la stessa presenza quotidiana della coalizione sarà uno degli elementi più importanti da osservare nei prossimi mesi.
Washington manterrà addestramento e intelligence
Gli Stati Uniti hanno precisato che continueranno a fornire addestramento mirato e supporto di intelligence alle autorità irachene. Questo elemento impedisce di descrivere il 30 settembre come una completa interruzione dei rapporti militari tra i due Paesi.
La differenza riguarda soprattutto la natura della presenza. Non esiste più la stessa struttura operativa della coalizione internazionale, mentre prosegue una cooperazione bilaterale che potrà comprendere formazione, scambio di informazioni e assistenza tecnica.
Proprio l'intelligence è considerata una delle capacità più delicate, perché negli ultimi anni le forze americane hanno fornito sorveglianza aerea, ricognizione e informazioni sui movimenti delle cellule jihadiste.
Il rischio di un vuoto di sicurezza
Alcuni responsabili militari ed esperti iracheni temono che il ritiro possa creare un vuoto di sicurezza se le istituzioni nazionali non riusciranno a sostituire rapidamente tutte le capacità operative garantite dalla coalizione.
Il rischio riguarda soprattutto le regioni nelle quali la presenza dello Stato è storicamente più debole e dove gruppi jihadisti possono sfruttare aree desertiche, montuose o scarsamente popolate per ricostruire reti clandestine.
Queste preoccupazioni rappresentano valutazioni prospettiche e non significano che una nuova avanzata dell'ISIS sia inevitabile. La stabilità dipenderà dalla capacità delle autorità irachene di prevenire infiltrazioni, controllare il territorio e coordinare le diverse componenti delle proprie forze di sicurezza.
Le milizie filo-iraniane e il nuovo equilibrio interno
Un altro nodo riguarda il ruolo dei gruppi armati iracheni legati o vicini all'Iran. Teheran ha costruito negli ultimi decenni una vasta rete di rapporti politici, economici e militari in Iraq, in particolare attraverso alcune componenti delle Forze di Mobilitazione Popolare.
Alcuni analisti ritengono che l'assenza di una presenza militare occidentale significativa possa aumentare lo spazio politico e strategico di queste milizie. Si tratta però di una possibilità discussa dagli osservatori, non di un risultato già determinato dal ritiro.
Il governo iracheno dovrà quindi affrontare anche una questione interna più ampia: garantire che l'uso della forza armata rimanga sotto il controllo delle istituzioni statali.
L'Iran celebra il ritiro
L'Iran e diversi gruppi alleati hanno salutato il ritiro americano come un risultato politico e strategico. Per Teheran, la riduzione della presenza militare statunitense nella regione rappresenta da anni uno degli obiettivi centrali della propria politica estera.
Washington e Baghdad descrivono invece la conclusione della missione come il risultato di un percorso concordato e di una maggiore capacità delle forze irachene di gestire autonomamente la sicurezza nazionale.
Le due interpretazioni riflettono quindi prospettive politiche differenti sullo stesso evento.
Le celebrazioni nelle città irachene
La partenza delle ultime forze è stata accompagnata da celebrazioni in diverse città. Convogli delle forze di sicurezza hanno attraversato Baghdad e Najaf mentre cittadini e rappresentanti politici hanno salutato la conclusione della missione internazionale.
Il sentimento pubblico non è però uniforme. Accanto alla soddisfazione per la fine della presenza militare straniera, esistono timori legati alla capacità dello Stato di garantire stabilità e impedire che gruppi armati esterni alle strutture ufficiali rafforzino la propria influenza.
Dal 2003 al 2026: oltre due decenni di presenza americana
La data del 30 settembre 2026 assume inevitabilmente anche un significato storico. Gli Stati Uniti invasero l'Iraq nel marzo 2003, rovesciando il regime di Saddam Hussein.
La fase successiva fu caratterizzata da insurrezione, terrorismo e violenza settaria, oltre che da una profonda trasformazione delle istituzioni politiche irachene.
Il ritiro del 2011 sembrò inizialmente chiudere quella stagione, ma l'ascesa dello Stato Islamico riportò le forze americane nel Paese nel 2014.
La conclusione di Operation Inherent Resolve rappresenta quindi il secondo grande tentativo, nell'arco di quindici anni, di trasferire integralmente alle autorità irachene la gestione della propria sicurezza interna.
Un Iraq ancora tra Stati Uniti e Iran
La posizione geopolitica dell'Iraq resta particolarmente complessa. Baghdad intrattiene stretti rapporti con Washington ma, contemporaneamente, mantiene profondi legami economici, religiosi e politici con Teheran.
Il Paese è stato più volte utilizzato come terreno di confronto indiretto tra Stati Uniti e Iran, attraverso attacchi contro basi militari, operazioni con droni e azioni delle milizie regionali.
Una delle priorità per Baghdad sarà quindi evitare che la fine della missione internazionale trasformi nuovamente il territorio iracheno in un campo di confronto tra potenze esterne.
Il vero test comincia dopo il ritiro
La conclusione di Operation Inherent Resolve rappresenta un passaggio storico, ma non permette ancora di stabilire quale sarà il nuovo equilibrio della sicurezza irachena.
Il successo del ritiro sarà misurabile nel tempo attraverso alcuni indicatori concreti: capacità di contenere le cellule dello Stato Islamico, controllo delle milizie, stabilità delle istituzioni e capacità dello Stato di mantenere il monopolio della forza.
Per l'Iraq, quindi, il 30 settembre 2026 chiude una missione internazionale ma apre una prova ancora più complessa: dimostrare di poter garantire sicurezza e autonomia senza ricadere nelle crisi che hanno segnato gli ultimi due decenni. Secondo voi il ritiro potrà rafforzare la sovranità irachena oppure aumenterà i rischi di instabilità? Il confronto è aperto nei commenti.

