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Terremoto a Palazzo Chigi: il governo travolto dal dopo-referendum

L'atmosfera che si respira oggi nei corridoi del potere è quella di una vera e propria ebollizione. Il verdetto delle urne sul referendum sulla giustizia, che ha visto la netta vittoria del No con oltre il 53% dei consensi, ha agito come un detonatore, scoperchiando tensioni interne e portando alle prime eccellenti cadute. Quella che doveva essere la "riforma delle riforme", centrata sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, si è trasformata in un boomerang politico per la maggioranza, innescando una reazione a catena che sta ridisegnando la geografia dell'esecutivo.
Il primo a cadere sotto i colpi di questo scossone è stato Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e figura vicinissima alla Presidenza del Consiglio. Le sue dimissioni, definite "irrevocabili", sono arrivate al culmine di una settimana durissima. Oltre al fallimento del progetto referendario, su di lui è pesata l'ombra del cosiddetto caso della Bisteccheria. Si tratta di un'inchiesta giornalistica che ha svelato la sua partecipazione societaria in un ristorante romano legato, attraverso prestanome, a esponenti della criminalità organizzata (il clan Senese). Sebbene Delmastro abbia parlato di una semplice "leggerezza" e abbia ceduto le sue quote appena appreso dei legami opachi, il danno d'immagine per un esponente di via Arenula è stato giudicato insostenibile dalla stessa Premier.
Parallelamente, si è consumato l'addio di Giusi Bartolozzi, figura chiave come capo di gabinetto del Ministero della Giustizia. A pesare, in questo caso, è stata una gestione comunicativa ritenuta disastrosa durante la campagna elettorale. Le sue dichiarazioni, in cui definiva i magistrati come "plotoni di esecuzione", hanno incendiato il clima pre-voto, regalando al fronte del No argomenti decisivi per mobilitare l'elettorato. La sua uscita di scena è stata accompagnata dalla nomina immediata di Vittorio Corasaniti, un magistrato di lungo corso chiamato a normalizzare i rapporti tra il Ministero e la magistratura associata.
Tuttavia, il vero braccio di ferro si sta giocando sulla posizione di Daniela Santanchè. Per la prima volta, la Presidenza del Consiglio ha rotto gli indugi con una nota ufficiale senza precedenti. Nel testo, si legge chiaramente che la Premier auspica che il Ministro del Turismo segua l'esempio di "sensibilità istituzionale" mostrato da Delmastro e Bartolozzi. È, nei fatti, una sfiducia politica interna. La Santanchè, tuttavia, sembra intenzionata a resistere. La sua permanenza è minata da un groviglio di vicende giudiziarie che vanno dal falso in bilancio nel caso Visibilia alla presunta truffa all'INPS per l'utilizzo improprio della cassa integrazione durante la pandemia. Questo scontro frontale tra la Ministra e la sua stessa Premier rischia di logorare la tenuta della coalizione più di quanto non abbiano fatto i risultati elettorali.
Le opposizioni, guidate da Elly Schlein e Giuseppe Conte, osservano lo sgretolamento dei vertici governativi con rinnovato vigore. Il PD ha già depositato una mozione di sfiducia individuale contro la Santanchè, cercando di forzare la mano a una maggioranza che appare frastornata. Mentre la Premier esclude ufficialmente una crisi di governo o un rimpasto formale, è evidente che l'esecutivo sta attraversando la sua fase più critica dall'inizio della legislatura. La sconfitta referendaria non è stata solo tecnica, ma ha segnalato una frattura tra le promesse di riforma e il sentimento dei cittadini, che in massa hanno scelto di difendere l'assetto attuale della Costituzione.

Di Leonardo

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