Spreco alimentare in Italia: 13,5 miliardi di euro persi lungo la filiera
Lo spreco alimentare in Italia vale oltre 13,5 miliardi di euro e coinvolge ogni passaggio della filiera, dai campi alle abitazioni. La stima economica diffusa in vista della Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e sugli sprechi alimentari del 29 settembre 2026 ammonta precisamente a 13.510.742.551 euro. La quantità complessiva di alimenti persi o sprecati raggiunge 5.124.631 tonnellate. Oltre la metà del valore economico è attribuita allo spreco domestico: nelle case degli italiani finiscono inutilizzati alimenti per circa 7,36 miliardi di euro.
I dati vengono rilanciati il 24 settembre 2026 dalla campagna pubblica Spreco Zero e dall'Osservatorio Waste Watcher International, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell'Università di Bologna. Il quadro comprende stime economiche relative all'intera filiera e una rilevazione sui comportamenti domestici condotta a gennaio 2026. Quest'ultima indica uno spreco medio di 554 grammi di cibo per persona ogni settimana, equivalenti a circa 79 grammi al giorno. Le due misure descrivono aspetti differenti del problema e devono essere interpretate separatamente.
La nuova mobilitazione arriva mentre si avvicina la settima Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e sugli sprechi alimentari, istituita dalle Nazioni Unite e prevista martedì 29 settembre. L'appuntamento italiano si svolgerà a Roma e comprenderà la presentazione di un nuovo rapporto dell'Osservatorio. Alla data del 25 settembre, i risultati che saranno illustrati durante quell'evento non possono essere anticipati come se fossero già stati resi pubblici: le cifre disponibili sono quelle comunicate nella preparazione dell'iniziativa.
Il costo complessivo: 13.510.742.551 euro
La valutazione elaborata per il 2026 quantifica il costo delle perdite e degli sprechi alimentari in 13.510.742.551 euro. Il totale riguarda le diverse fasi del percorso attraverso il quale il cibo viene prodotto, trasformato, distribuito e consumato. Non coincide quindi con la sola spesa sostenuta dalle famiglie per prodotti acquistati e poi gettati.
Il valore economico permette di rendere visibile una perdita che non può essere descritta soltanto attraverso i contenitori dei rifiuti. Quando un alimento viene scartato, una parte del lavoro e delle risorse già impiegate per produrlo e renderlo disponibile non raggiunge lo scopo alimentare previsto. La stima monetaria aiuta a comprendere l'ampiezza del fenomeno, ma non deve essere confusa con una somma che potrebbe essere recuperata integralmente e immediatamente attraverso un unico intervento.
Oltre cinque milioni di tonnellate di cibo
La quantità complessiva stimata è pari a 5.124.631 tonnellate. Questo indicatore misura il peso del cibo perso o sprecato lungo la filiera italiana considerata nell'elaborazione. Il dato comprende situazioni differenti: alimenti che non vengono valorizzati nelle fasi produttive, prodotti persi durante la distribuzione e cibo acquistato che non viene consumato.
Il volume non equivale automaticamente alla quantità di alimenti che potrebbero essere donati. Alcuni prodotti potrebbero non essere più idonei al consumo, altri richiederebbero sistemi logistici che ne preservino le condizioni. La prevenzione dello spreco e il recupero delle eccedenze sono perciò due attività complementari, ma non identiche.
Le famiglie rappresentano la quota economica più elevata
Nelle abitazioni italiane il valore dello spreco domestico raggiunge circa 7 miliardi e 363 milioni di euro. È la componente più consistente tra quelle evidenziate dall'elaborazione, superiore al valore attribuito alla distribuzione e alle altre fasi considerate singolarmente.
Il risultato richiama l'attenzione sulle abitudini di acquisto e sulla gestione degli alimenti dopo che sono entrati in casa. Prodotti dimenticati, porzioni eccessive, pianificazione insufficiente e conservazione non adatta possono contribuire allo spreco. Queste situazioni non interessano tutte le famiglie nello stesso modo: dimensione del nucleo, frequenza degli acquisti e organizzazione quotidiana possono modificare le quantità effettivamente gettate.
La distribuzione vale quasi quattro miliardi di euro
Alla fase della distribuzione alimentare viene attribuito un costo di 3.989.537.308 euro. Questa parte della filiera comprende attività nelle quali i prodotti devono essere gestiti, movimentati e resi disponibili per la vendita.
Il dato non deve essere attribuito esclusivamente ai supermercati o a una singola categoria commerciale. La distribuzione comprende soggetti con dimensioni e modelli organizzativi differenti. Per comprenderne i margini di miglioramento occorre valutare ordini, disponibilità, tempi di conservazione e gestione delle eccedenze senza presupporre che ogni alimento rimasto invenduto abbia automaticamente perso la propria idoneità al consumo.
Oltre 862 milioni di euro nell'industria alimentare
La componente relativa all'industria alimentare supera gli 862 milioni di euro. Riguarda una fase nella quale materie prime e prodotti vengono trasformati attraverso processi industriali differenti.
Le perdite possono essere collegate a caratteristiche del prodotto, organizzazione delle lavorazioni, gestione dei volumi e altre condizioni specifiche del processo. Non sarebbe corretto attribuire l'intera cifra a un'unica inefficienza senza dati sui singoli comparti. La stima nazionale offre un quadro del valore economico complessivo, mentre gli interventi concreti devono essere adattati alle differenti tipologie di produzione.
La perdita nei campi supera 1,29 miliardi
Lo spreco in campo viene stimato in 1.294.364.373 euro. La cifra riguarda alimenti e risorse che non raggiungono pienamente le successive fasi della filiera, secondo il perimetro adottato nell'elaborazione.
Le condizioni agricole possono variare in relazione al prodotto, alla raccolta e alle possibilità di commercializzazione. Un bene alimentare può non essere valorizzato per ragioni differenti, che richiedono soluzioni altrettanto diverse. Il problema della perdita agricola non si risolve quindi automaticamente attraverso le stesse azioni utili per una famiglia che acquista troppo cibo.
Perdite alimentari e spreco: due concetti distinti
Nel linguaggio internazionale viene frequentemente utilizzata una distinzione tra food loss e food waste. La prima espressione indica le perdite che interessano le fasi della catena alimentare precedenti alla vendita al dettaglio, mentre la seconda viene utilizzata per descrivere lo spreco presso distribuzione, ristorazione e famiglie, secondo le metodologie adottate.
La distinzione permette di identificare le fasi nelle quali intervenire. Migliorare la conservazione di un raccolto richiede strumenti differenti rispetto alla revisione delle porzioni servite in un ristorante. I dati italiani vengono presentati attraverso un quadro di filiera che comprende entrambe le componenti, ma la loro interpretazione richiede di mantenere chiaro il perimetro di ogni cifra.
554 grammi per persona ogni settimana
L'ultima rilevazione sul comportamento domestico disponibile al momento della notizia indica 554 grammi di cibo sprecato pro capite ogni settimana. Il monitoraggio è stato realizzato nel mese di gennaio 2026 e presentato a febbraio.
Il dato riguarda il cibo gettato dalle persone nel contesto domestico studiato e non include automaticamente tutte le perdite agricole o industriali. È una misura particolarmente utile per osservare le abitudini quotidiane, perché traduce il fenomeno in una quantità rapportata alla singola persona anziché limitarsi al valore economico nazionale.
Circa 79 grammi al giorno
La media settimanale corrisponde a circa 79,14 grammi di cibo al giorno per abitante. Il valore è ottenuto distribuendo la quantità settimanale sui sette giorni e non significa che ciascuno getti ogni giorno esattamente la stessa quantità di alimento.
Lo spreco può concentrarsi in momenti specifici, per esempio quando viene controllato il frigorifero, quando si preparano porzioni eccessive o quando un prodotto supera il periodo nel quale può essere consumato nelle condizioni appropriate. La media giornaliera rende il fenomeno più comprensibile, ma non descrive da sola il comportamento di ogni nucleo familiare.
La rilevazione su duemila persone
Lo studio sulle abitudini degli italiani è stato condotto con metodologia CAWI, cioè attraverso interviste online, su un campione di 2.000 persone rappresentativo della popolazione generale secondo il disegno della ricerca.
Il lavoro è stato promosso da Spreco Zero con il Dipartimento DISTAL dell'Università di Bologna e Last Minute Market, attraverso un monitoraggio Ipsos-Doxa. La metodologia consente di analizzare comportamenti e dichiarazioni dei partecipanti, ma non equivale alla pesatura diretta di tutti i rifiuti alimentari prodotti dalle famiglie italiane. Per questo è importante riconoscere la natura dell'indicatore e non attribuirgli un livello di osservazione diverso da quello previsto.
Il confronto con il dato del 2025
Il valore di 554 grammi settimanali rappresenta una diminuzione rispetto alla rilevazione precedente, che indicava 617,9 grammi. La differenza è di 63,9 grammi per persona ogni settimana.
Il cambiamento segnala un miglioramento nel comportamento medio rilevato, ma non significa che il problema sia stato risolto. L'ammontare economico e fisico dello spreco lungo la filiera rimane elevato. Inoltre, una riduzione osservata in un periodo deve essere valutata attraverso rilevazioni successive per comprendere se venga mantenuta.
Il traguardo per il 2030 rimane distante
Nel quadro di riferimento utilizzato dalla campagna Spreco Zero, il valore domestico da raggiungere entro il 2030 è di circa 369,7 grammi per persona alla settimana. La media rilevata di 554 grammi rimane superiore a tale soglia.
L'obiettivo si collega all'impegno internazionale previsto dall'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari. La cifra settimanale rappresenta una traduzione operativa utilizzata per monitorare il percorso italiano; non è una quantità di cibo che le persone siano autorizzate o obbligate a gettare.
Che cosa prevede l'obiettivo 12.3 dell'Agenda ONU
Il traguardo 12.3 dell'Agenda 2030 riguarda la riduzione dello spreco alimentare globale pro capite ai livelli della vendita al dettaglio e dei consumatori, insieme alla diminuzione delle perdite lungo le catene di produzione e approvvigionamento.
Si tratta di un obiettivo internazionale che richiede attività distribuite tra settori differenti. La partecipazione delle famiglie è importante, ma non sostituisce gli interventi nell'agricoltura, nella trasformazione e nella distribuzione. Una parte rilevante della perdita economica nazionale è infatti collocata prima che il prodotto raggiunga la cucina domestica.
I Boomers e la gestione del cibo
Il Rapporto Waste Watcher 2026 dedica attenzione alle differenze tra generazioni. Nel gruppo dei Boomers, l'indagine rileva uno spreco medio di circa 352 grammi settimanali per persona, inferiore alla media nazionale e alla soglia di riferimento del 2030 utilizzata dalla campagna.
Gli autori collegano il risultato alle pratiche di gestione e riutilizzo del cibo maturate nel tempo. Il dato appartiene al gruppo osservato e non significa che ogni persona anziana abbia necessariamente un comportamento più attento di ogni giovane. Le medie descrivono differenze statistiche, non caratteristiche individuali immutabili.
La Generazione Z tra difficoltà organizzative e strumenti digitali
Nella lettura proposta dall'Osservatorio, la Generazione Z mostra maggiori difficoltà nella gestione organizzata degli alimenti, ma anche una particolare familiarità con strumenti digitali e modalità di condivisione.
Queste caratteristiche vengono considerate complementari rispetto alle competenze domestiche attribuite ai gruppi più anziani. La ricerca suggerisce di costruire iniziative nelle quali conoscenze pratiche e strumenti contemporanei possano integrarsi. Non propone una contrapposizione morale tra giovani e adulti: il tema riguarda le competenze che possono essere condivise per ridurre quantità concretamente misurabili di cibo gettato.
Il congelamento degli avanzi tra le pratiche considerate
Una delle differenze emerse nella ricerca riguarda il congelamento degli avanzi. Nei risultati diffusi, il comportamento viene dichiarato dal 64% dei Boomers e dal 49% della Generazione Z.
La distanza segnala un diverso ricorso a uno strumento di conservazione, ma non basta da sola a descrivere la qualità complessiva della dieta o della gestione domestica. Congelare può essere utile quando viene fatto in modo appropriato, rispettando le condizioni igieniche e le caratteristiche dell'alimento. Non tutti i prodotti o le preparazioni devono necessariamente seguire la stessa modalità di conservazione.
Programmare gli acquisti può ridurre le eccedenze
La pianificazione della spesa è una delle attività sulle quali una famiglia può intervenire prima ancora di acquistare il cibo. Controllare quali prodotti sono già disponibili e organizzare i pasti permette di limitare gli acquisti sovrapposti.
La quantità effettivamente necessaria dipende dalla composizione del nucleo e dalle abitudini di consumo. Una lista della spesa può contribuire alla gestione, ma non deve essere interpretata come uno strumento sufficiente in qualsiasi circostanza. Il risultato dipende dall'utilizzo concreto e dalla capacità di adattare la programmazione agli imprevisti quotidiani.
Le offerte promozionali non equivalgono sempre a un risparmio
Una confezione promozionale può presentare un prezzo unitario conveniente, ma richiedere l'acquisto di una quantità maggiore rispetto a quella che verrà effettivamente consumata.
Quando una parte del prodotto finisce inutilizzata, il risparmio pubblicizzato deve essere valutato alla luce della spesa complessiva. Il problema non riguarda le promozioni in quanto tali: è la relazione tra quantità acquistata, possibilità di conservazione e consumo reale a determinare se l'offerta risponda alle esigenze della famiglia.
Come conservare correttamente gli alimenti acquistati
La conservazione del cibo dipende dalle caratteristiche del singolo prodotto. Temperatura, confezione e tempi di utilizzo devono essere considerati secondo le indicazioni applicabili.
Un frigorifero troppo pieno può rendere più difficile individuare ciò che è già disponibile, mentre alimenti collocati in modo disordinato rischiano di essere dimenticati. Migliorare l'organizzazione può contribuire a ridurre lo spreco, ma non sostituisce le regole di sicurezza alimentare. Un prodotto deteriorato non deve essere consumato soltanto per evitare di gettarlo.
Scadenza e termine minimo di conservazione
La dicitura "da consumarsi entro" riguarda una data di scadenza associata alla sicurezza di determinati alimenti deperibili. L'espressione "da consumarsi preferibilmente entro" indica invece il termine minimo di conservazione, collegato al mantenimento delle caratteristiche del prodotto nelle condizioni previste.
La distinzione può evitare sia lo spreco non necessario sia comportamenti rischiosi. Non significa che ogni prodotto con termine minimo superato sia automaticamente idoneo al consumo: occorre valutarne le caratteristiche e rispettare le indicazioni pertinenti. La prevenzione non deve mai essere presentata come un invito a ignorare la sicurezza alimentare.
Gli avanzi possono essere una risorsa
Il riutilizzo degli avanzi rappresenta una delle possibilità concrete per limitare il cibo gettato in casa. Può comprendere la preparazione di un nuovo pasto attraverso ingredienti già cotti o la corretta conservazione di porzioni non consumate.
La scelta deve tenere conto del tempo trascorso, della temperatura e delle caratteristiche degli alimenti. Non ogni avanzo può essere conservato indefinitamente. Il punto centrale è programmare il riutilizzo prima che il cibo diventi inadatto, anziché trasformare la necessità di non sprecare in una pratica contraria alle condizioni igieniche appropriate.
Porzioni eccessive nella preparazione dei pasti
Le quantità cucinate possono incidere sullo spreco domestico quando superano sistematicamente quelle che verranno consumate. La questione riguarda tanto i pasti familiari quanto la gestione del cibo preparato per ospiti.
Ridurre lo spreco non significa necessariamente cucinare porzioni sempre minime. Significa poter organizzare in modo appropriato eventuali eccedenze, distinguendo ciò che verrà consumato subito da ciò che potrà essere conservato. La flessibilità rimane importante perché esigenze e appetito possono cambiare da un giorno all'altro.
Il ruolo della ristorazione
La ristorazione appartiene al quadro più ampio delle attività nelle quali può verificarsi spreco alimentare. Il problema può emergere nella preparazione, nel servizio e nella gestione degli alimenti rimasti disponibili.
Le condizioni operative di un ristorante sono differenti da quelle di una famiglia. Menù, prenotazioni, dimensione delle porzioni e necessità di conservazione richiedono procedure specifiche. La possibilità di recuperare determinati prodotti dipende anche dalle condizioni di sicurezza e dall'organizzazione del servizio.
Le eccedenze possono essere donate quando idonee
Una parte del cibo rimasto disponibile può essere destinata a forme di donazione alimentare, nel rispetto delle condizioni previste. La redistribuzione permette di collegare la prevenzione dello spreco a finalità sociali, rendendo utilizzabili prodotti che altrimenti potrebbero non raggiungere un consumatore.
Donare non equivale a trasferire a un ente qualsiasi alimento rimasto invenduto. La sicurezza, la corretta conservazione e la gestione logistica sono essenziali. La possibilità di redistribuire dipende dalle caratteristiche del prodotto e dalle modalità attraverso le quali viene raccolto e consegnato.
Dieci anni dalla Legge Gadda
Il 2026 segna il decennale della legge 19 agosto 2016, n. 166, conosciuta come Legge Gadda. Il provvedimento disciplina misure per favorire la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e di altre categorie a fini di solidarietà sociale e di riduzione degli sprechi.
La ricorrenza viene richiamata nella programmazione del 29 settembre. Il decennale offre l'occasione per confrontare gli strumenti normativi esistenti con l'andamento delle perdite rilevate lungo la filiera. L'esistenza di una legge non dimostra automaticamente che tutti gli operatori abbiano raggiunto gli obiettivi di riduzione: l'efficacia delle misure va osservata attraverso dati e pratiche concretamente applicate.
Che cosa favorisce la Legge 166 del 2016
Tra le finalità della legge figura il recupero delle eccedenze alimentari per destinarle prioritariamente al consumo umano, attraverso modalità compatibili con la sicurezza e con le disposizioni applicabili.
Il quadro legislativo cerca di rendere più agevole la redistribuzione dei prodotti, coinvolgendo imprese e soggetti che operano nella solidarietà. La legge non introduce però l'obbligo di consumare alimenti non più idonei, né elimina le responsabilità relative alla loro corretta gestione. Prevenzione, recupero e sicurezza devono essere affrontati congiuntamente.
Lo spreco e il suo impatto ambientale
La perdita di alimenti rappresenta anche uno spreco delle risorse ambientali impiegate per produrli. Acqua, suolo, energia e lavoro vengono utilizzati prima che un prodotto arrivi al consumatore; se il cibo non viene consumato, una parte di quelle risorse non raggiunge la finalità prevista.
Il peso ambientale varia secondo il prodotto e il processo. Non tutti gli alimenti hanno lo stesso impatto e non ogni chilogrammo sprecato comporta un costo ambientale identico. Per questo è importante non trasformare il totale delle tonnellate italiane in una quantità di emissioni inventata attraverso un coefficiente unico non documentato.
L'8-10% delle emissioni globali
Le organizzazioni internazionali stimano che perdite e sprechi alimentari contribuiscano a circa l'8-10% delle emissioni globali di gas serra. È un indicatore mondiale, non una stima riferita esclusivamente ai cinque milioni di tonnellate rilevati nella filiera italiana.
Il dato permette di collegare la questione alimentare alle politiche ambientali, mantenendo distinti i livelli geografici. Una riduzione dello spreco può evitare la produzione e la gestione non necessaria di parte del cibo, ma il beneficio dipende da quali alimenti e quali fasi vengano effettivamente interessati dagli interventi.
Il 13,2% del cibo si perde prima della vendita
A livello mondiale, una quota stimata pari al 13,2% del cibo viene persa dopo la raccolta e prima delle fasi di vendita al dettaglio. Il dato richiama problemi che possono comprendere trasporto, stoccaggio e conservazione.
La percentuale è distinta dallo spreco che si verifica successivamente presso famiglie, ristorazione e distribuzione. Per la stessa ragione, non deve essere applicata direttamente alla quantità italiana di 5.124.631 tonnellate come se i due insiemi fossero definiti e misurati nello stesso modo.
Lo spreco non è soltanto una questione individuale
Le campagne rivolte alle famiglie sono importanti, ma il dato dei 13,5 miliardi dimostra che il fenomeno attraversa l'intera filiera. La prevenzione domestica non può sostituire gli interventi nelle attività agricole, industriali e commerciali.
Ogni fase richiede strumenti appropriati. Per le famiglie possono essere utili pianificazione e conservazione; per gli operatori della distribuzione diventano rilevanti anche gli ordini, la logistica e il recupero delle eccedenze. Il miglioramento complessivo dipende dalla combinazione delle attività, non dall'attribuzione di tutta la responsabilità a una sola categoria.
Il 29 settembre la Giornata internazionale
Martedì 29 settembre 2026 si celebrerà la settima Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e sugli sprechi alimentari. L'iniziativa promossa dalle Nazioni Unite dedica attenzione a una questione che collega consumo, produzione, disponibilità delle risorse e impatto ambientale.
In Italia, la campagna Spreco Zero promuove un appuntamento a Roma dedicato ai dati e alle azioni per ridurre il problema. La giornata rappresenta un'occasione di confronto tra ricerca, istituzioni e soggetti impegnati nelle differenti fasi della filiera.
L'appuntamento romano del 29 settembre
La manifestazione italiana è prevista a Roma, nella Sala Igea dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Treccani, con avvio delle attività alle 10:00. Il programma comprende la presentazione del nuovo rapporto Waste Watcher International e un confronto sui sistemi alimentari.
Tra i partecipanti annunciati figurano il direttore scientifico dell'Osservatorio Andrea Segrè e rappresentanti del mondo scientifico e istituzionale. Gli interventi saranno dedicati alla riduzione delle perdite e degli sprechi, con attenzione sia all'esperienza italiana sia alla dimensione internazionale del problema.
Andrea Segrè e la collaborazione tra generazioni
Il direttore scientifico Andrea Segrè ha richiamato la possibilità di affrontare lo spreco attraverso la condivisione delle competenze tra generazioni. La sua interpretazione attribuisce agli adulti più anziani un patrimonio di pratiche domestiche e ai giovani una maggiore familiarità con strumenti digitali e reti di condivisione.
La proposta non consiste nel trasferire tutta la responsabilità alle famiglie, ma nell'utilizzare capacità differenti all'interno di un percorso più ampio. La riduzione dello spreco richiede infatti pratiche quotidiane, organizzazione della filiera e strumenti di monitoraggio che permettano di verificare i risultati.
L'8 ottobre la discussione arriverà all'ONU
Dopo l'appuntamento di Roma, la campagna Spreco Zero parteciperà giovedì 8 ottobre 2026 a un incontro internazionale a New York, presso la sede delle Nazioni Unite. L'iniziativa sarà dedicata al passaggio dalla consapevolezza alle attività concrete per ridurre perdite e sprechi.
La partecipazione annunciata comprende Andrea Segrè e Matteo Vittuari, dell'Università di Bologna. La conferenza rappresenterà un ulteriore momento di confronto sui dati e sulle politiche di prevenzione, ma non deve essere raccontata il 25 settembre come se fosse già avvenuta o avesse prodotto decisioni definitive.
La sfida del 2030 passa dai risultati verificabili
Il dato dello spreco domestico registra un miglioramento rispetto alla rilevazione precedente, ma il valore complessivo della filiera rimane superiore a 13,5 miliardi di euro. I due elementi devono essere letti insieme.
Ridurre lo spreco richiede di verificare nel tempo quantità, comportamenti e risultati delle misure adottate. La prossima presentazione dell'Osservatorio potrà offrire ulteriori informazioni sull'evoluzione del fenomeno, mentre le cifre disponibili permettono già di individuare la dimensione economica delle perdite e il ruolo importante delle famiglie.
E voi, quali alimenti finite più spesso per non consumare? Vi è capitato di modificare il modo in cui organizzate la spesa, conservate gli avanzi o controllate le date sulle confezioni? Raccontateci nei commenti quali pratiche vi hanno aiutato a ridurre lo spreco e quali difficoltà incontrate ancora nella gestione quotidiana del cibo.

