Roger Federer torna agli US Open: New York riabbraccia il suo campione
Roger Federer torna con una racchetta in mano sul campo che per cinque estati consecutive trasformò nel proprio territorio. Oggi, martedì 25 agosto 2026, l'Arthur Ashe Stadium di Flushing Meadows ospita "Roger Federer: An Icon Returns to New York", una serata esibizione costruita per restituire al campione svizzero quel saluto dagli US Open che la sua carriera agonistica non gli aveva mai realmente concesso. Non è un ritorno alle competizioni e non rappresenta l'inizio di una nuova fase professionistica: è soprattutto un incontro tra Federer, New York e un pubblico che nel 2019 non immaginava di vederlo disputare per l'ultima volta il torneo.
Insieme al venti volte campione Slam scenderanno in campo altri tre nomi profondamente legati alla storia di Flushing Meadows: Andy Roddick, vincitore degli US Open nel 2003 e per anni uno dei grandi rivali dello svizzero; Andre Agassi, campione a New York nel 1994 e nel 1999; e John McEnroe, newyorkese e quattro volte vincitore del torneo. Quattro generazioni e quattro personalità molto differenti riunite sotto le luci dello stadio più grande del tennis per celebrare soprattutto l'uomo che, tra il 2004 e il 2008, realizzò una sequenza ancora unica nell'era Open.
Il ritorno possiede anche una precisa dimensione temporale. Federer ha appena compiuto 45 anni, si è ritirato dal circuito nel settembre 2022 e pochi giorni dopo l'appuntamento newyorkese riceverà uno dei riconoscimenti più importanti della propria vita sportiva: sabato 29 agosto entrerà formalmente nella International Tennis Hall of Fame a Newport, Rhode Island. La settimana del 25 agosto diventa così una sorta di ponte simbolico tra il Federer giocatore e il Federer ormai definitivamente consegnato alla storia del tennis.
Una serata che gli US Open aspettavano dal 2019
Il significato dell'esibizione nasce soprattutto da ciò che non accadde sette anni fa. Nel 2019 Federer arrivò agli US Open ancora come uno dei favoriti e raggiunse i quarti di finale. Il 3 settembre affrontò Grigor Dimitrov, allora numero 78 del mondo, contro il quale aveva vinto tutti i sette precedenti incontri. Lo svizzero andò avanti due set a uno, ma il bulgaro ribaltò la partita e vinse 3-6, 6-4, 3-6, 6-4, 6-2. Nessuno, quella sera, interpretò il risultato come l'ultima partita di Federer a Flushing Meadows.
La scena fu quindi completamente differente dai grandi addii programmati che spesso accompagnano le leggende dello sport. Federer uscì dal torneo dopo una normale sconfitta nei quarti di finale, condizionato nel finale anche da problemi fisici, rispose alle domande della stampa e lasciò New York con l'aspettativa generale che sarebbe tornato l'anno seguente. Quello che sembrava un semplice arrivederci divenne invece, retroattivamente, un addio.
Nel 2020 Federer non disputò gli US Open durante una stagione segnata anche dai problemi al ginocchio e dalle operazioni chirurgiche. Il suo ultimo torneo del Grande Slam sarebbe diventato Wimbledon 2021, dove raggiunse i quarti prima di essere sconfitto da Hubert Hurkacz. Le condizioni del ginocchio non gli permisero più di tornare realmente competitivo e nel settembre 2022 annunciò che la Laver Cup di Londra sarebbe stata il suo ultimo appuntamento ufficiale.
Per questo New York era rimasta l'unica grande tappa della sua carriera priva di un vero saluto finale sul campo. Federer stesso ha spiegato alla vigilia dell'esibizione quanto sia importante avere l'opportunità di ringraziare il pubblico e chiudere simbolicamente quel rapporto. La serata del 25 agosto non corregge la storia sportiva del 2019, ma offre finalmente agli spettatori dell'US Open la possibilità di applaudirlo sapendo che stanno assistendo consapevolmente a un commiato.
Ieri il primo assaggio: allenamento con Lorenzo Musetti
Il ritorno non comincia formalmente questa sera. Federer ha già rimesso piede sul campo dell'Arthur Ashe Stadium lunedì 24 agosto per una sessione di allenamento insieme all'italiano Lorenzo Musetti. La presenza dello svizzero ha attirato molti tifosi sugli spalti durante la Fan Week e le immagini hanno immediatamente restituito una sensazione familiare: Federer di nuovo sulla superficie blu di New York, racchetta in mano, davanti a un pubblico numeroso.
L'allenamento con Musetti ha avuto però un significato molto diverso rispetto alle vecchie preparazioni per il torneo. Non c'erano classifica, tabellone o un avversario da studiare per il giorno successivo. Federer si stava semplicemente preparando a sostenere un'esibizione dopo un lunghissimo periodo lontano da partite strutturate. Lui stesso ha riconosciuto di non sapere esattamente come reagirà il proprio corpo e quale sarà il livello del suo tennis dopo tanti anni.
Il tema fisico non è secondario. Federer ha spiegato apertamente che il proprio corpo non gli consentirebbe di affrontare nuovamente il circuito. Le ripetute operazioni al ginocchio, gli anni trascorsi lontano dalle competizioni e le esigenze della vita successiva al ritiro rendono l'idea di un comeback agonistico qualcosa che lo svizzero esclude con decisione.
Nessun ritorno nel circuito: Federer chiude ogni porta
La contemporanea ricomparsa di Serena Williams in un contesto agonistico ha inevitabilmente prodotto domande anche sullo svizzero. Federer, tuttavia, ha risposto senza lasciare margini: nessuna wild card per il singolare, nessuna preparazione segreta e nessun progetto di rientro sul Tour. Il Federer che vedremo oggi è un ex giocatore che vuole divertirsi e ringraziare il pubblico, non un atleta intento a verificare se possa ancora competere con i migliori del mondo.
È una distinzione importante anche per valutare correttamente ciò che accadrà in campo. Non avrebbe senso misurare velocità, resistenza o intensità dell'attuale Federer rispetto all'uomo capace di dominare gli US Open vent'anni fa. Un'esibizione ha logiche differenti: intrattenimento, ricordi, scambi spettacolari e interazione con il pubblico contano più del risultato.
Lo stesso Federer ha ammesso di provare una certa tensione. Dopo una carriera trascorsa davanti a decine di migliaia di spettatori, può sembrare sorprendente che un'esibizione provochi nervosismo. Ma la ragione è proprio la lunga lontananza dalle partite: il gesto tecnico può essere rimasto nella memoria, mentre ritmo, reattività e capacità di sostenere una sequenza completa di punti sono inevitabilmente cambiati.
L'Arthur Ashe Stadium e un rapporto costruito in vent'anni
Pochi campi sono associati a Federer quanto l'Arthur Ashe Stadium. Il centrale di Flushing Meadows ha accompagnato l'intera evoluzione dello svizzero: dagli anni in cui era ancora un talento alla ricerca della definitiva maturazione, fino al dominio assoluto, ai duelli con le nuove generazioni e alle ultime occasioni in cui cercò di conquistare un sesto titolo.
Federer ha concluso la propria carriera agli US Open con un bilancio di 89 vittorie e 14 sconfitte. Ha raggiunto sette finali, vincendone cinque, e altre tre semifinali. Sono numeri enormi anche per un giocatore capace di costruire statistiche eccezionali praticamente in ogni torneo del Grande Slam.
Il rapporto con New York non fu però immediatamente perfetto. Nelle sue prime partecipazioni Federer non riuscì ad andare oltre il quarto turno. Era già diventato campione di Wimbledon e aveva già conquistato l'Australian Open quando arrivò a Flushing Meadows nel 2004 da numero uno del mondo. Da quella stagione iniziò una delle sequenze più impressionanti nella storia dello Slam statunitense.
2004: il primo titolo e la finale dominata contro Hewitt
Il primo trionfo arrivò nel 2004. Federer superò Andre Agassi nei quarti in una battaglia di cinque set disputata tra vento e interruzioni, poi eliminò Tim Henman in semifinale. In finale trovò Lleyton Hewitt, ex numero uno e campione degli US Open 2001. Il risultato fu uno dei più netti mai registrati in una finale importante: 6-0, 7-6, 6-0.
Quel successo consegnò a Federer il terzo Grande Slam della stagione dopo Australian Open e Wimbledon. Più ancora del risultato, mostrò quanto lo svizzero fosse diventato capace di adattare il proprio tennis alle condizioni particolari di New York: cemento veloce, vento, sessioni serali e un pubblico molto più rumoroso rispetto a quello tradizionalmente associato a Wimbledon.
2005: Andre Agassi e una finale diventata generazionale
Nel 2005 la finale assunse un valore differente. Dall'altra parte della rete c'era Andre Agassi, uno dei giocatori più amati dal pubblico americano e allora vicino alla fine della carriera. Agassi aveva 35 anni, Federer 24: era anche un incontro tra due epoche differenti del tennis maschile.
Federer vinse in quattro set e conquistò il secondo US Open consecutivo. Ventuno anni dopo, Agassi tornerà nello stesso stadio per condividere con lui una serata celebrativa. Il rapporto tra i due permette di misurare il passaggio del tempo: nel 2005 Federer rappresentava il nuovo dominatore che impediva all'americano una favola finale; nel 2026 entrambi appartengono ormai alla storia del torneo.
2006: Roddick sfida Federer davanti al pubblico americano
La terza finale consecutiva mise Federer davanti a Andy Roddick. L'americano aveva conquistato gli US Open nel 2003 e aveva raggiunto il numero uno mondiale, prima che l'ascesa dello svizzero cambiasse gli equilibri del circuito. Federer vinse la finale del 2006 in quattro set e confermò la propria superiorità nel confronto diretto.
La rivalità tra Federer e Roddick costituisce uno dei fili narrativi più importanti dell'esibizione di oggi. Roddick possedeva uno dei servizi più devastanti della propria generazione, grande potenza da fondo campo e un'intensità competitiva perfettamente adatta al pubblico americano. Eppure si trovò spesso davanti Federer nei momenti più importanti della propria carriera.
Oltre alla finale degli US Open 2006, Roddick perse contro lo svizzero tre finali di Wimbledon, nel 2004, 2005 e soprattutto nel 2009. Quest'ultima rimane una delle partite più memorabili nella storia del torneo londinese: Federer vinse il quinto set 16-14 e conquistò il proprio quindicesimo Slam, allora record assoluto nel tennis maschile.
2007: il giovane Djokovic nella sua prima finale Slam
Nel 2007 il rivale in finale fu Novak Djokovic. Il serbo aveva 20 anni e stava disputando la prima finale Slam della propria carriera. Federer vinse 7-6, 7-6, 6-4, conquistando il quarto US Open consecutivo. Nessuno poteva allora prevedere fino a quale livello sarebbe arrivato Djokovic negli anni seguenti.
Riguardata dal 2026, quella finale possiede un valore storico enorme. Federer era al vertice e Djokovic rappresentava il futuro. Negli anni successivi il serbo avrebbe trasformato il rapporto di forza, sarebbe diventato uno dei due grandi rivali della seconda metà della carriera dello svizzero insieme a Rafael Nadal e avrebbe costruito una collezione di record capace di superare diversi primati precedentemente appartenuti a Federer.
2008: cinque titoli consecutivi, un record ancora intatto
La sequenza si completò nel 2008. Federer era arrivato a New York dopo un'annata complessa: Rafael Nadal gli aveva strappato Wimbledon in una finale leggendaria e poche settimane dopo aveva interrotto il suo lunghissimo regno al numero uno mondiale. Agli US Open, però, lo svizzero ritrovò la propria migliore versione.
In finale superò Andy Murray in tre set, 6-2, 7-5, 6-2. Era il quinto titolo consecutivo a Flushing Meadows. Nell'era Open nessun altro uomo o donna ha mai conquistato cinque singolari consecutivi agli US Open. Il dato rimane ancora oggi uno dei record più caratteristici della carriera dello svizzero.
Tra il 2004 e il 2008 Federer non perse dunque una sola partita nel torneo. La serie proseguì anche nel 2009, arrivando a 40 vittorie consecutive prima di interrompersi nella finale contro Juan Martín del Potro. È difficile comprendere la dimensione del dominio senza considerare che lo US Open è uno Slam nel quale condizioni, pubblico, pressione e calendario hanno spesso reso complicate le serie prolungate.
2009: Del Potro interrompe la dinastia
Federer arrivò alla finale del 2009 inseguendo il sesto titolo consecutivo. Aveva appena completato il Career Grand Slam vincendo Roland Garros e aveva riconquistato Wimbledon poche settimane dopo. Sembrava pronto ad aggiungere un altro capitolo alla propria supremazia newyorkese.
Juan Martín del Potro, allora appena ventenne, riuscì invece a ribaltare una partita nella quale Federer era avanti due set a uno. L'argentino vinse 3-6, 7-6, 4-6, 7-6, 6-2 e interruppe la serie di 40 successi consecutivi. Quel risultato resta uno dei grandi momenti della storia recente degli US Open e segnò la fine della sequenza più importante costruita dallo svizzero a New York.
Federer non vinse più, ma restò protagonista
Dopo il 2009 Federer non riuscì più a conquistare il torneo, ma continuò a essere uno dei protagonisti abituali dello Slam americano. Nel 2010 e 2011 arrivò in semifinale e in entrambe le occasioni perse contro Djokovic dopo partite molto combattute. Nel 2011 arrivò persino a disporre di due match point prima della rimonta del serbo.
Nel 2015, a 34 anni, Federer raggiunse nuovamente la finale. Arrivò all'ultimo atto senza perdere set e con un tennis estremamente aggressivo, ma Djokovic vinse in quattro set. Sarebbe rimasta l'ultima finale dello svizzero a New York.
La mancata conquista di un sesto titolo non riduce il significato della sua presenza nel torneo. La statistica più straordinaria resta infatti la continuità: sei finali consecutive tra il 2004 e il 2009 e cinque vittorie consecutive, seguite da altre profonde corse nel tabellone durante la fase più matura della carriera.
Il Federer degli US Open era diverso da quello di Wimbledon
Quando si parla di Federer, Wimbledon rimane inevitabilmente il torneo più associato alla sua immagine. Otto titoli, la superficie erbosa e l'eleganza del suo gioco hanno creato un legame quasi naturale. Ma proprio per questo il dominio esercitato a New York racconta un altro aspetto del campione.
Gli US Open richiedevano adattabilità a condizioni meno prevedibili: vento, caldo, umidità, sessioni notturne, rumore e un'atmosfera spesso più simile a quella di una grande arena sportiva americana che a quella di un tradizionale circolo tennistico. Federer imparò progressivamente ad amare proprio questa energia.
Il suo tennis funzionava sul cemento di Flushing Meadows grazie a un servizio estremamente preciso, alla capacità di prendere la palla in anticipo e alla varietà con cui poteva cambiare ritmo durante lo scambio. Il diritto diventava particolarmente efficace su una superficie che gli permetteva di attaccare rapidamente dopo il servizio, mentre il rovescio a una mano gli consentiva di alternare accelerazioni e slice.
Roddick, Agassi e McEnroe: tre legami diversi con Federer
La scelta degli altri protagonisti dell'esibizione non è casuale. Andy Roddick rappresenta la rivalità diretta. Era uno dei giocatori che avrebbero potuto dominare una parte importante degli anni Duemila se Federer non avesse raggiunto contemporaneamente un livello così elevato. L'americano resta inoltre l'ultimo statunitense ad aver vinto il singolare maschile degli US Open, nel 2003.
Andre Agassi rappresenta invece la generazione precedente. Federer lo incontrò in alcuni momenti cruciali della propria trasformazione da grande talento a dominatore del circuito. Il quarto di finale del 2004 e la finale del 2005 a New York sono due snodi fondamentali della sua ascesa.
John McEnroe appartiene a un'epoca ancora precedente, ma nessuno dei quattro possiede un rapporto con New York paragonabile al suo. Nato nel Queens e cresciuto nell'area metropolitana, McEnroe vinse quattro US Open in singolare, nel 1979, 1980, 1981 e 1984. È il rappresentante naturale della tradizione tennistica newyorkese e da decenni continua a essere una delle voci più riconoscibili del torneo.
Quattordici US Open in quattro persone
Sommando i loro successi, i quattro protagonisti della serata possiedono dodici titoli di singolare agli US Open: cinque Federer, quattro McEnroe, due Agassi e uno Roddick. La cifra misura immediatamente la quantità di storia che entrerà sull'Ashe Stadium.
Non si tratta quindi semplicemente di una passerella di ex giocatori celebri. Ognuno di loro può raccontare una fase specifica della storia del torneo: McEnroe gli anni tra Settanta e Ottanta, Agassi la trasformazione degli anni Novanta, Roddick l'ultimo grande successo maschile statunitense e Federer l'inizio della globalizzazione definitiva del tennis maschile negli anni Duemila.
Il Federer che ha cambiato la dimensione globale del tennis
La carriera dello svizzero non si misura soltanto attraverso gli US Open. Federer si è ritirato con 20 titoli del Grande Slam, 103 trofei ATP e 1.251 vittorie nel circuito maggiore. È stato numero uno del mondo per 310 settimane e conserva ancora il record delle 237 settimane consecutive al vertice, dal febbraio 2004 all'agosto 2008.
Ha vinto otto volte Wimbledon, sei Australian Open, un Roland Garros e cinque US Open. Con il successo parigino del 2009 completò il Career Grand Slam. Ha inoltre conquistato 28 Masters 1000 e sei ATP Finals, oltre all'oro olimpico in doppio con Stan Wawrinka a Pechino 2008 e alla Coppa Davis con la Svizzera nel 2014.
Ma una parte decisiva della sua eredità riguarda la capacità di ampliare il pubblico del tennis. Federer è stato nominato ATP Fans' Favourite per diciannove anni consecutivi, dal 2003 al 2021. La popolarità non derivava soltanto dalle vittorie, ma dalla combinazione tra estetica del gioco, comportamento in campo, rivalità con Nadal e Djokovic e capacità di mantenere un profilo internazionale ben oltre le tradizionali frontiere tennistiche.
La fine arrivò lontano da New York
L'ultima fase agonistica fu profondamente condizionata dal ginocchio destro. Federer subì diversi interventi chirurgici tra il 2020 e il 2021 e riuscì a disputare soltanto cinque tornei tra febbraio 2020 e l'estate 2022. Il tentativo di tornare stabilmente nel circuito non raggiunse mai l'obiettivo sperato.
Nel settembre 2022 annunciò il ritiro. Scelse la Laver Cup di Londra, competizione che aveva contribuito a creare, come ultimo torneo. Non disputò un incontro di singolare: la sua ultima partita fu un doppio insieme a Rafael Nadal contro Jack Sock e Frances Tiafoe.
Le immagini di quella sera sono diventate parte della memoria recente dello sport: Federer e Nadal seduti fianco a fianco, entrambi in lacrime, mentre colleghi, famiglia e pubblico celebravano la fine di una delle carriere più importanti della storia del tennis. Fu un addio emotivamente completo, ma non apparteneva specificamente agli US Open.
Perché New York voleva il proprio addio
Ogni grande torneo conserva una relazione particolare con i propri campioni. Per New York, Federer non è stato semplicemente un vincitore plurimo: è l'uomo che ha dominato il torneo per cinque anni consecutivi durante il periodo in cui la sua popolarità mondiale cresceva più rapidamente.
Il pubblico americano assistette direttamente alla trasformazione di Federer da grande campione europeo a icona globale. Gli US Open erano trasmessi in prima serata, il centrale conteneva oltre ventimila spettatori e molte delle partite più importanti dello svizzero si svolgevano sotto le luci dell'Ashe. Il suo tennis diventava spettacolo televisivo nel cuore di uno dei maggiori mercati sportivi del pianeta.
Quando nel 2019 uscì sconfitto contro Dimitrov, nessuno organizzò cerimonie perché nessuno conosceva ciò che sarebbe accaduto. Il ritorno del 2026 serve precisamente a riempire quel vuoto narrativo. Non modifica il risultato dell'ultima partita ufficiale, ma permette al torneo di riconoscere pubblicamente l'importanza della relazione costruita in quasi vent'anni.
La Fan Week diventa sempre più centrale
L'esibizione fa parte della US Open Fan Week, il periodo che precede l'inizio del tabellone principale e che negli ultimi anni è diventato una componente sempre più importante dell'esperienza di Flushing Meadows. Allenamenti aperti, qualificazioni, eventi dedicati al pubblico e iniziative speciali permettono agli organizzatori di ampliare il torneo oltre le due tradizionali settimane del main draw.
La scelta di collocare l'omaggio a Federer in questa fase consente di trasformare una giornata normalmente destinata alla preparazione in uno degli appuntamenti più attesi dell'intero calendario. L'interesse commerciale lo dimostra: alla vigilia dell'evento alcuni biglietti sul mercato secondario avevano raggiunto quotazioni superiori ai 2.000 dollari.
Il dato non riguarda naturalmente tutti i posti disponibili e riflette dinamiche tipiche della rivendita, ma mostra quanto sia ancora forte la domanda di vedere Federer in campo. Sono trascorsi quasi quattro anni dal ritiro e sette dalla sua ultima partecipazione agli US Open, eppure il richiamo del suo nome resta capace di riempire uno stadio normalmente riservato alle partite più importanti del torneo.
Una New York molto diversa dall'ultima volta
Quando Federer disputò il suo ultimo US Open nel 2019, Carlos Alcaraz aveva appena 16 anni e Jannik Sinner stava vivendo la propria prima vera stagione di crescita nel circuito maggiore. Oggi entrambi appartengono alla generazione che ha raccolto il centro della scena del tennis mondiale.
Il ritorno dello svizzero avviene quindi in uno sport che non si è fermato ad aspettarlo. La nuova era ha costruito protagonisti, rivalità e record propri. È proprio questa distanza a rendere interessante l'evento: Federer non torna per competere con il presente, ma per essere celebrato da un tennis che ha ormai imparato a vivere senza di lui.
La sessione di allenamento con Lorenzo Musetti, giocatore nato nel 2002, rende visibile questo passaggio generazionale. Quando Federer conquistava il primo titolo a New York nel 2004, Musetti aveva appena due anni. Ventidue anni dopo si sono ritrovati sullo stesso campo, uno impegnato nella preparazione di un grande torneo e l'altro in quella di una serata d'addio.
L'Hall of Fame completa la settimana della memoria
Dopo New York, Federer si sposterà a Newport. Sabato 29 agosto verrà formalmente introdotto nella International Tennis Hall of Fame nella categoria Player. Insieme a lui entrerà nella classe del 2026 Mary Carillo nella categoria Contributor.
L'elezione di Federer era stata annunciata nel novembre 2025 e non rappresentava certo una sorpresa. I suoi risultati sportivi soddisfano con margine qualsiasi criterio storico: 20 Slam, oltre cento titoli e più di trecento settimane da numero uno. Il significato della cerimonia riguarda piuttosto la definitiva trasformazione del giocatore contemporaneo in figura storica del gioco.
Federer sarà inoltre nuovamente in campo venerdì 28 agosto durante il Celebrity Pro Classic sui campi in erba di Newport. La settimana comprende dunque due appuntamenti tennistici celebrativi molto ravvicinati, prima sul cemento di New York e poi sull'erba della Hall of Fame.
Un evento che non ha bisogno del risultato
In una normale partita degli US Open, ogni punto serve per stabilire chi continuerà il torneo. Questa sera il risultato avrà inevitabilmente un peso molto più piccolo. L'interesse principale sarà osservare nuovamente i gesti che hanno caratterizzato la carriera di Federer: il servizio apparentemente semplice, il diritto in anticipo, il rovescio a una mano e la capacità di muoversi verso la rete.
Non bisogna attendersi il Federer del 2006, né quello rinato nel 2017 dopo i primi grandi problemi fisici. L'uomo che torna sull'Ashe ha 45 anni, ha smesso di allenarsi con i ritmi di un professionista e ammette di non aver disputato praticamente set completi per anni. Proprio questa fragilità rende l'esibizione più autentica: non c'è alcun tentativo di fingere che il tempo non sia trascorso.
L'obiettivo è il contrario: celebrare ciò che quel tempo ha trasformato in memoria. I tifosi non hanno bisogno di assistere a un Federer dominante; basta rivederlo attraversare il tunnel dello stadio, impugnare la racchetta e scambiare qualche punto con avversari che appartengono alla stessa storia.
Il valore simbolico di Andy Roddick
Tra i partecipanti, Roddick è probabilmente quello che meglio rappresenta il rapporto competitivo di Federer con il tennis statunitense degli anni Duemila. Quando l'americano vinse gli US Open nel 2003, sembrava pronto a guidare il circuito per anni: aveva un servizio devastante, era numero uno del mondo e poteva contare sull'enorme sostegno del pubblico di casa.
L'esplosione definitiva di Federer cambiò quella prospettiva. Lo svizzero divenne il principale ostacolo tra Roddick e altri grandi titoli Slam. Il fatto che i due possano oggi ritrovarsi a New York senza il peso di una finale consente di trasformare quella rivalità in una parte condivisa della memoria del tennis.
Roddick si ritirò proprio agli US Open 2012, dopo la sconfitta contro Juan Martín del Potro, annunciando in anticipo che quello sarebbe stato il suo ultimo torneo. Ebbe quindi il tipo di saluto newyorkese che Federer non poté avere nel 2019. La sua presenza nella serata assume anche per questo un valore particolare.
Agassi, il ponte con il Federer che stava diventando grande
Il rapporto con Agassi racconta invece la fase precedente. L'americano aveva già vinto tutti e quattro gli Slam e costruito una carriera leggendaria quando Federer cominciò ad affermarsi. Nei primi incontri riuscì a batterlo, ma progressivamente il rapporto di forza si capovolse.
A New York i due disputarono due confronti particolarmente importanti: il quarto del 2004, vinto da Federer in cinque set, e la finale del 2005. Per lo svizzero, superare Agassi davanti al pubblico americano significava dimostrare di essere ormai pienamente capace di sostenere il ruolo di numero uno anche sotto la pressione di uno degli stadi più intensi del circuito.
McEnroe e la voce di New York
Con John McEnroe non esiste invece una rivalità agonistica: appartengono a epoche troppo lontane. Esiste però un rapporto culturale. McEnroe ha raccontato per anni le partite di Federer come commentatore e rappresenta una delle personalità che meglio conoscono il pubblico dell'US Open.
Federer e McEnroe condividono inoltre un tratto tecnico diventato sempre più raro: il rovescio a una mano, pur interpretato in modi completamente differenti. McEnroe incarnava il serve-and-volley e la creatività della vecchia scuola; Federer ha traghettato quel tipo di sensibilità tecnica nel tennis moderno, adattandola a velocità e potenza molto superiori.
La vera posta in gioco è il ricordo
La serata del 25 agosto non assegnerà punti ATP, denaro valido per una classifica o un posto nel tabellone. La posta in gioco è più semplice e probabilmente più rara: offrire a Federer e New York la possibilità di chiudere consapevolmente un capitolo rimasto aperto dal 2019.
Lo sport professionistico raramente concede finali perfetti. Infortuni, sconfitte e cambiamenti improvvisi rendono spesso impossibile scegliere il luogo e il momento esatto dell'ultima apparizione. Federer ha avuto un addio straordinario alla Laver Cup, circondato dai più grandi rivali, ma non aveva potuto salutare individualmente ognuno dei tornei che avevano costruito la sua carriera.
L'US Open ha scelto quindi di creare quel momento sette anni dopo. È un'operazione celebrativa, naturalmente, e anche un grande evento commerciale, ma sarebbe riduttivo considerarla soltanto attraverso la vendita dei biglietti. Cinque trofei consecutivi e quasi novanta vittorie hanno creato un legame che giustifica un tributo specifico.
Dal ragazzo del 2000 all'icona del 2026
Quando Federer disputò per la prima volta gli US Open nel 2000, aveva 19 anni e non aveva ancora vinto alcun titolo del Grande Slam. Poche persone avrebbero potuto immaginare che sarebbe diventato uno dei più importanti campioni nella storia del torneo.
Ventisei anni dopo torna senza classifica, senza un torneo da vincere e senza la necessità di dimostrare nulla. Tra questi due momenti esistono cinque US Open, venti Slam complessivi, 103 titoli e una trasformazione che ha coinvolto non soltanto la sua carriera ma l'intero tennis maschile.
La versione 2026 di Federer è quindi inevitabilmente diversa, ma è proprio questa distanza a dare senso all'appuntamento. Ogni colpo rimanderà a qualcosa che il pubblico ricorda: una finale contro Agassi, un duello con Roddick, una notte con Djokovic, il passante tra le gambe del 2009 o semplicemente il modo in cui entrava sull'Ashe sapendo di essere l'uomo da battere.
New York può finalmente dire grazie a Federer
Questa sera lo stadio non aspetterà il Federer capace di vincere cinque volte consecutive. Aspetterà semplicemente Roger Federer. Il giocatore che per anni ha trasformato Flushing Meadows in una delle proprie case sportive e che nel 2019 se ne andò senza sapere che non sarebbe più tornato a competere.
L'esibizione con Roddick, Agassi e McEnroe ha per questo un valore che va oltre il tennis giocato. Riunisce alcuni dei volti che hanno accompagnato la costruzione della sua storia newyorkese e li trasforma da avversari o predecessori in compagni di una stessa celebrazione.
Da domenica l'attenzione tornerà completamente sui giocatori in attività e sulla corsa al titolo degli US Open 2026. Oggi, invece, l'Arthur Ashe Stadium può concedersi una parentesi. Per qualche ora il tennis contemporaneo lascerà il centro della scena a un campione ritirato e alla memoria di cinque estati consecutive nelle quali New York sembrava avere sempre lo stesso vincitore.
Un ultimo giro sull'Ashe, senza bisogno di un ultimo titolo
Federer entrerà nello stadio sapendo già che quella serata non cambierà una sola riga del suo palmarès. Non aggiungerà un ventunesimo Slam, un centesimo successo agli US Open o una nuova settimana da numero uno. Eppure potrebbe diventare uno dei momenti più riconoscibili del suo rapporto con il torneo proprio perché, questa volta, il risultato non conta.
Il vero significato sarà nell'applauso finale. Quello che nel 2019 non poteva esistere perché tutti pensavano a un ritorno. Quello che il ginocchio, le operazioni e il successivo ritiro impedirono di organizzare negli anni successivi. Quello che New York può finalmente offrirgli oggi, quando non esiste più alcuna ambiguità tra arrivederci e addio.
Sabato Federer riceverà a Newport la consacrazione formale della Hall of Fame. Prima, però, c'è ancora una notte sotto le luci dell'Arthur Ashe Stadium. Ed è probabilmente il luogo giusto per ricordare che una carriera sportiva non resta soltanto nei numeri: rimane anche negli stadi, nei rivali e nel pubblico che associa un determinato campo al volto di un campione.
Voi quale momento di Roger Federer agli US Open ricordate maggiormente: i cinque titoli consecutivi, la finale con Agassi, i duelli con Djokovic, la sconfitta contro Del Potro o una delle sue notti sull'Arthur Ashe Stadium? E pensate che manifestazioni come questa siano il modo giusto per restituire a una leggenda il saluto che non poté ricevere al momento dell'ultima partita? Lasciate un commento e raccontateci il vostro ricordo più bello del Federer newyorkese.
