Rai, stampa e spyware: i rilievi UE sullo Stato di diritto
La Commissione europea torna a esaminare la situazione italiana nel nuovo Rapporto sullo Stato di diritto 2026, dedicando particolare attenzione all'indipendenza della Rai, alla protezione dei giornalisti, al caso dello spyware Paragon e al funzionamento del sistema giudiziario. Il documento restituisce un quadro articolato, nel quale alcuni progressi convivono con problemi ancora irrisolti e con riforme rimaste ferme in Parlamento.
Il punto più rilevante nel settore dell'informazione riguarda il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo. Bruxelles riconosce che il lavoro parlamentare sulla governance e sul finanziamento della Rai è avanzato, ma osserva che rimangono preoccupazioni sulla capacità dell'azienda di operare al riparo da influenze indebite e di disporre di risorse adeguate, sostenibili e prevedibili.
Il rapporto affronta inoltre le condizioni della libertà di stampa, richiamando aggressioni fisiche, minacce, intimidazioni online, azioni giudiziarie temerarie e precarietà economica. Accanto a questi problemi vengono ricordati gli strumenti già esistenti per proteggere i giornalisti esposti a rischi gravi e le nuove iniziative legislative ancora in preparazione.
Sul versante giudiziario, la valutazione europea registra un miglioramento nella percezione dell'indipendenza dei magistrati e risultati positivi nella digitalizzazione e nella riduzione di alcuni arretrati. Restano tuttavia carenze di personale, tempi processuali ancora molto lunghi e preoccupazioni per dichiarazioni politiche considerate potenzialmente dannose per la fiducia nella magistratura.
Un monitoraggio annuale, non una sanzione contro l'Italia
Il rapporto europeo non costituisce una sentenza né certifica una violazione automatica del diritto dell'Unione. Si tratta di uno strumento di monitoraggio preventivo applicato a tutti gli Stati membri, attraverso il quale vengono analizzate le evoluzioni avvenute durante l'ultimo anno.
Il controllo riguarda quattro aree: sistema giudiziario, contrasto alla corruzione, pluralismo dei media ed equilibri istituzionali. La Commissione confronta le riforme approvate, i progetti ancora pendenti, i dati disponibili e le osservazioni raccolte durante il dialogo con istituzioni e soggetti della società civile.
Il termine "richiamo" deve quindi essere utilizzato con precisione. Nel caso della Rai, Bruxelles non ordina la chiusura di programmi, non contesta singoli contenuti editoriali e non formula un giudizio politico sulle trasmissioni. Valuta invece se le regole di governance e finanziamento offrano garanzie sufficienti contro pressioni esterne.
Le raccomandazioni non hanno lo stesso effetto immediato di un regolamento o di una decisione giudiziaria. Possono però orientare le future iniziative europee e diventare rilevanti quando la materia è già disciplinata da norme vincolanti, come il Regolamento europeo sulla libertà dei media.
La Rai al centro del capitolo sulla libertà dei media
La Rai viene analizzata in quanto principale fornitore italiano del servizio pubblico, chiamato a garantire informazione, approfondimento, pluralità di opinioni, contenuti culturali e programmi accessibili all'intera popolazione.
La sua indipendenza non viene valutata soltanto sulla base delle dichiarazioni formali contenute nelle leggi. Contano anche le procedure con cui vengono scelti i vertici, la durata degli incarichi, la possibilità di rimuoverli, la prevedibilità delle risorse economiche e il grado di influenza esercitabile dal Governo e dai partiti.
Il rapporto riconosce che la Rai opera per offrire una copertura informativa efficace e per migliorare la sicurezza e le condizioni lavorative dei propri giornalisti. Allo stesso tempo, rileva che il modello attuale continua a essere percepito da diversi osservatori come esposto a un rischio di influenza politica.
La questione non riguarda la proprietà pubblica in sé. Un'emittente finanziata o controllata dallo Stato può essere indipendente quando dispone di regole trasparenti, organi pluralistici e fondi sottratti a variazioni arbitrarie. Il problema nasce quando la dipendenza istituzionale o economica può tradursi in un condizionamento dell'autonomia editoriale.
Bruxelles riconosce alcuni progressi
La valutazione europea non descrive una situazione completamente immobile. Rispetto alla raccomandazione formulata nel 2025, vengono riconosciuti ulteriori progressi grazie all'avanzamento del lavoro parlamentare sulla riforma della Rai.
Il progetto in discussione cerca di adeguare la disciplina nazionale alle garanzie europee sul servizio pubblico. Tra gli obiettivi dichiarati figurano una maggiore indipendenza degli organi di amministrazione e una migliore protezione della stabilità finanziaria.
Il riconoscimento dei progressi non equivale tuttavia all'approvazione definitiva del modello proposto. Alcuni aspetti vengono considerati orientati nella direzione corretta, mentre altri richiederebbero ulteriori modifiche per assicurare una separazione più netta tra gestione aziendale e potere politico.
La riforma non è ancora entrata in vigore. Finché il Parlamento non approverà un testo definitivo, continueranno ad applicarsi le regole attuali, comprese le procedure che hanno prodotto difficoltà nella nomina del presidente del consiglio di amministrazione.
Che cosa prevede la riforma in discussione
Il progetto parlamentare esaminato dal rapporto nasce dal coordinamento di diverse proposte presentate in Senato. Una delle modifiche riguarda l'estensione della durata del mandato dei componenti del consiglio di amministrazione Rai, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dai cicli politici più brevi.
Un altro intervento prevede l'eliminazione dei poteri di nomina diretta attribuiti al Governo per alcuni membri del consiglio. La selezione dovrebbe essere ricondotta a procedure considerate più coerenti con il principio di indipendenza funzionale richiesto a un servizio pubblico europeo.
Sul piano economico, la proposta introduce un limite alle possibili riduzioni annuali del canone Rai. Lo scopo è impedire variazioni improvvise capaci di compromettere la programmazione finanziaria e gli investimenti pluriennali dell'azienda.
Le modifiche vengono giudicate potenzialmente positive, ma non ancora sufficienti da tutti gli osservatori. Rimangono interrogativi sulla composizione degli organi, sulle maggioranze necessarie per le nomine, sulla rappresentanza delle diverse sensibilità e sull'effettiva protezione dell'indipendenza editoriale.
Il nodo della nomina del presidente
Il ritardo nella nomina del presidente della Rai è indicato come un episodio utile a comprendere i limiti delle regole vigenti. La mancanza di un accordo politico ha determinato una situazione di stallo istituzionale, pur senza interrompere formalmente le attività dell'azienda.
Secondo la disciplina applicabile, in assenza del presidente le funzioni vengono esercitate dal componente più anziano del consiglio di amministrazione. Questo meccanismo garantisce la continuità amministrativa ed editoriale, evitando che l'azienda rimanga priva di una guida operativa.
La continuità formale non risolve però il problema politico. La difficoltà di raggiungere un consenso viene considerata da diversi soggetti una dimostrazione della vulnerabilità del sistema, nel quale la scelta dei vertici può dipendere da un confronto prolungato tra maggioranza e opposizioni.
Una governance realmente indipendente dovrebbe consentire nomine trasparenti, tempestive e fondate su criteri professionali definiti in anticipo. Il confronto politico è inevitabile in un servizio pubblico, ma non dovrebbe trasformarsi in un controllo diretto sull'organizzazione delle notizie.
Il taglio di dieci milioni e la sostenibilità finanziaria
Un altro punto delicato riguarda la riduzione di dieci milioni di euro del finanziamento pubblico destinato alla Rai nel 2026. Il Governo ha presentato la misura come un intervento finalizzato alla razionalizzazione dei costi operativi.
La Rai e diversi soggetti del settore hanno invece manifestato preoccupazioni per l'effetto della riduzione sulla stabilità e prevedibilità delle risorse. Un servizio pubblico deve pianificare produzioni, diritti, infrastrutture, personale, sicurezza informatica e innovazione tecnologica su un orizzonte pluriennale.
Il problema non consiste soltanto nella dimensione assoluta del taglio. Anche una riduzione relativamente contenuta può creare incertezza se si inserisce in un sistema nel quale il finanziamento viene modificato frequentemente attraverso decisioni politiche annuali.
Le nuove misure di contenimento dei costi previste per il 2026 e il 2027 sono state considerate dalla stessa azienda un possibile rischio per la capacità di competere nel mercato audiovisivo, sempre più dominato da piattaforme internazionali dotate di risorse molto elevate.
Perché il finanziamento incide sull'indipendenza
L'indipendenza di un'emittente pubblica non dipende soltanto dal divieto di impartire ordini ai giornalisti. Dipende anche dalla disponibilità di risorse adeguate e prevedibili per svolgere la missione assegnata dalla legge.
Un finanziamento instabile può rendere l'azienda più vulnerabile alle decisioni del Governo o della maggioranza parlamentare. Se ogni anno la sopravvivenza di programmi, redazioni e sedi dipende da una trattativa politica, l'autonomia formale rischia di non tradursi in una reale libertà operativa.
Risorse sostenibili non significano assenza di controlli. La Rai deve rendere conto dell'utilizzo dei fondi, rispettare criteri di efficienza e dimostrare la qualità del servizio offerto. L'obiettivo europeo è conciliare responsabilità finanziaria e autonomia editoriale.
La prevedibilità permette inoltre di investire nell'informazione locale, nelle produzioni culturali, nell'accessibilità, nella digitalizzazione e nella formazione. Sono attività che possono risultare meno redditizie commercialmente, ma rientrano nella specifica missione di servizio pubblico.
Il Regolamento europeo sulla libertà dei media
Il quadro italiano viene ora valutato anche alla luce dell'European Media Freedom Act, il regolamento europeo sulla libertà dei media pienamente applicabile dall'agosto 2025.
La disciplina europea impone agli Stati di assicurare che i servizi pubblici siano editorialmente e funzionalmente indipendenti e offrano in modo imparziale una pluralità di informazioni e opinioni.
Le procedure di nomina e revoca dei vertici devono essere trasparenti, aperte, non discriminatorie e fondate su criteri definiti in anticipo. La durata degli incarichi deve essere sufficiente a proteggere l'indipendenza, mentre la rimozione anticipata può avvenire soltanto in circostanze giustificate.
Anche il finanziamento deve risultare adeguato, sostenibile e prevedibile. Le risorse devono permettere all'emittente di svolgere e sviluppare la propria missione senza che l'incertezza economica diventi uno strumento di pressione politica.
Il monitoraggio sulla Rai cambia livello
Nel rapporto 2026 la Commissione non ripropone semplicemente la precedente raccomandazione sulla Rai con la stessa formulazione. Rileva i progressi compiuti e chiarisce che il seguito sarà assicurato anche attraverso l'applicazione del regolamento europeo.
Questo passaggio è importante perché la questione non rimane confinata a un dialogo politico annuale. Le garanzie previste dalla normativa europea possono essere oggetto di valutazione giuridica e, in presenza di un contrasto con obblighi vincolanti, potrebbero condurre a iniziative più formali.
Non significa che una procedura contro l'Italia sia già stata aperta. Significa che l'indipendenza del servizio pubblico rientra ormai in un quadro europeo più strutturato, nel quale governance, nomine e finanziamento devono essere compatibili con standard comuni.
Il Parlamento italiano mantiene la libertà di scegliere il proprio modello organizzativo, ma deve raggiungere il risultato richiesto: una Rai capace di operare senza indebite interferenze e con risorse sufficienti a garantire il pluralismo informativo.
Il ruolo positivo riconosciuto all'Agcom
Il quadro europeo non contiene soltanto rilievi critici. L'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni viene descritta come un regolatore che continua a esercitare le proprie funzioni in modo indipendente.
La sua autonomia finanziaria è stata rafforzata attraverso la revisione del sistema di autofinanziamento, basato sui contributi versati dai soggetti che operano nei settori sottoposti alla sua vigilanza.
Un recente ciclo di assunzioni dovrebbe inoltre aumentare la capacità dell'autorità di affrontare le nuove competenze, soprattutto nel settore digitale, dove piattaforme, servizi audiovisivi e distribuzione online modificano rapidamente il mercato dell'informazione.
Il giudizio positivo sull'Agcom dimostra che il rapporto non attribuisce una criticità generalizzata a tutte le istituzioni italiane del settore. Distingue tra il funzionamento del regolatore, considerato solido, e i problemi ancora presenti nella governance del servizio pubblico.
Concentrazioni editoriali e piattaforme digitali
Il sistema italiano di controllo delle concentrazioni nel mercato dei media è stato aggiornato per chiarire che i poteri dell'Agcom possono riguardare anche operazioni che coinvolgono piattaforme di condivisione video e social network.
La modifica riconosce che il pluralismo non dipende più soltanto dal numero di televisioni, radio e giornali tradizionali. Le grandi piattaforme digitali controllano una parte crescente della distribuzione, della visibilità e della pubblicità collegata ai contenuti informativi.
Un soggetto può esercitare un forte potere sul mercato anche senza produrre direttamente notizie, quando decide quali contenuti vengono raccomandati, monetizzati o resi facilmente raggiungibili. La valutazione deve quindi includere il potere degli intermediari online.
Parallelamente, gli operatori tradizionali segnalano il rischio di una regolamentazione più pesante rispetto a quella applicata alle piattaforme. La tutela del pluralismo deve evitare sia concentrazioni dannose sia svantaggi competitivi capaci di indebolire l'industria editoriale nazionale.
Giornalisti sotto protezione
Nel giugno 2026 risultavano 29 giornalisti sottoposti a misure di protezione in Italia. Gli interventi vengono stabiliti dal Ministero dell'Interno sulla base del livello di rischio e possono essere adattati alla gravità delle minacce.
Il dato dimostra che esiste un apparato istituzionale capace di intervenire quando un professionista è esposto a pericoli concreti, provenienti per esempio dalla criminalità organizzata, da gruppi violenti o da singoli soggetti.
Opera inoltre un Centro di coordinamento specializzato che riunisce rappresentanti del Ministero, delle organizzazioni giornalistiche e del settore dei media. Il centro monitora gli episodi di intimidazione e favorisce lo scambio di informazioni sulle possibili risposte.
Questo modello viene valutato positivamente come una pratica utile alla sicurezza dei giornalisti. La presenza di strumenti di protezione non elimina però il problema rappresentato dal numero e dalla varietà delle minacce registrate.
Venti segnalazioni europee riguardanti l'Italia
Dalla pubblicazione del precedente rapporto, la piattaforma del Consiglio d'Europa dedicata alla sicurezza dei giornalisti ha registrato venti segnalazioni riguardanti l'Italia.
Tredici casi erano collegati ad aggressioni fisiche, cinque a molestie o intimidazioni e due ad altri atti considerati capaci di produrre un effetto dissuasivo sulla libertà dei media.
Le segnalazioni non equivalgono automaticamente a una condanna dello Stato italiano. Documentano episodi che richiedono una risposta, un'indagine o un chiarimento e permettono di valutare l'ambiente nel quale operano cronisti, fotografi e operatori dell'informazione.
L'Italia aveva fornito una risposta a tredici dei venti allarmi. Il dialogo istituzionale è importante perché consente di distinguere gli episodi già chiariti da quelli nei quali rimangono responsabilità, ritardi investigativi o esigenze di protezione aggiuntiva.
Aggressioni, minacce e intimidazioni online
Il rapporto richiama un peggioramento registrato soprattutto nella seconda metà del 2025. Tra gli episodi più gravi figurano un attentato esplosivo contro un giornalista e conduttore di un programma Rai e l'irruzione di manifestanti nella sede di un quotidiano.
Le autorità hanno condannato gli episodi e avviato le relative indagini. La possibile presenza di ambienti criminali organizzati in alcuni casi mostra come la protezione della stampa non riguardi soltanto lo scontro politico, ma anche il lavoro investigativo su criminalità e interessi economici.
I dati nazionali più recenti disponibili indicavano un aumento del 76% delle intimidazioni nei primi sei mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo del 2024. Una quota significativa degli episodi era avvenuta attraverso canali online.
Minacce digitali, campagne coordinate, diffusione di dati personali e messaggi violenti possono produrre conseguenze concrete anche quando non sfociano in un'aggressione fisica. La ripetizione degli attacchi può indurre un giornalista a limitare inchieste, apparizioni pubbliche o contatti con le fonti riservate.
La precarietà rende più vulnerabile l'informazione
La libertà di stampa dipende anche dalle condizioni economiche di chi produce le notizie. Il rapporto richiama la situazione di freelance e giornalisti con contratti a termine, spesso caratterizzati da redditi molto bassi.
Le retribuzioni insufficienti possono ridurre la capacità di sostenere spese legali, rifiutare incarichi poco tutelati o resistere a pressioni esercitate da editori, soggetti economici e amministrazioni.
Un professionista precario può essere più esposto agli effetti di una causa civile, di una querela o della perdita di una collaborazione. Anche quando l'azione giudiziaria termina senza una condanna, il costo economico e personale può generare un effetto intimidatorio.
La tutela della libertà editoriale richiede quindi non soltanto garanzie costituzionali, ma anche un mercato del lavoro capace di offrire remunerazioni adeguate, contratti chiari e accesso effettivo alla difesa legale.
Le cause temerarie contro la partecipazione pubblica
Una parte delle preoccupazioni riguarda le SLAPP, azioni legali strategiche promosse contro giornalisti, attivisti e soggetti che partecipano al dibattito pubblico.
Questi procedimenti possono essere formalmente presentati come normali cause per diffamazione o risarcimento, ma assumono una funzione intimidatoria quando risultano manifestamente infondati, sproporzionati o utilizzati per moltiplicare costi e pressioni.
Nel 2025 erano stati documentati 93 casi indicati come SLAPP a danno di giornalisti. Il numero non comprende necessariamente ogni controversia esistente, ma segnala una dimensione significativa del fenomeno.
L'obiettivo di una norma anti-SLAPP non è sottrarre i giornalisti alla responsabilità per informazioni false o lesive. È permettere ai giudici di riconoscere rapidamente le azioni abusive e impedire che il processo stesso diventi una forma di punizione economica.
La direttiva anti-SLAPP deve essere completata
L'Italia ha inserito nella legge di delegazione europea dell'aprile 2026 la base necessaria per recepire la direttiva anti-SLAPP. Al momento considerato dal rapporto, mancavano però ancora i provvedimenti attuativi.
Il recepimento dovrà introdurre strumenti processuali per contrastare le azioni manifestamente infondate o abusive aventi una dimensione transfrontaliera, nel rispetto delle garanzie riconosciute alle parti.
La disciplina europea non elimina la necessità di intervenire anche sui procedimenti esclusivamente nazionali. Molte controversie contro giornalisti italiani riguardano infatti fatti, persone e tribunali presenti soltanto nel territorio del Paese.
L'efficacia dipenderà dalla possibilità di ottenere decisioni rapide, rimborso dei costi e misure dissuasive. Una protezione che interviene soltanto dopo molti anni non elimina pienamente l'effetto paralizzante della causa.
Nuove aggravanti per gli attacchi ai giornalisti
Nel febbraio 2026 il Governo ha presentato modifiche legislative per introdurre aggravanti specifiche nei reati commessi contro giornalisti professionisti.
La proposta prevede sanzioni più severe quando determinati delitti contro la vita o l'incolumità personale colpiscono un giornalista nell'esercizio delle proprie funzioni.
L'iniziativa viene considerata un passo positivo, ma è stata avanzata la richiesta di estendere la protezione anche a fotografi, videoperatori, tecnici, collaboratori e altri lavoratori dei media.
Limitare la tutela agli iscritti come professionisti potrebbe escludere persone che partecipano concretamente alla produzione di un'inchiesta o alla copertura di una manifestazione e che sono esposte agli stessi rischi.
La riforma della diffamazione rimane ferma
La Commissione registra l'assenza di nuovi progressi sulla riforma della diffamazione a mezzo stampa, ancora pendente al Senato.
Il progetto elimina la pena detentiva per la diffamazione giornalistica, recependo una delle richieste più rilevanti formulate nel dibattito nazionale ed europeo. Non realizza però una completa depenalizzazione, poiché mantiene il reato e introduce altre conseguenze.
Le organizzazioni del settore temono in particolare l'effetto di sanzioni pecuniarie penali elevate, che in determinate ipotesi potrebbero raggiungere cinquantamila euro.
Una multa molto alta può produrre un effetto dissuasivo simile alla minaccia della detenzione, soprattutto per freelance e professionisti con redditi limitati. Il Parlamento deve quindi trovare un equilibrio tra la tutela della reputazione e la libertà di svolgere un giornalismo critico.
Protezione delle fonti e segreto professionale
La raccomandazione europea non riguarda soltanto la pena prevista per la diffamazione. Comprende anche la protezione del segreto professionale e delle fonti giornalistiche.
Una fonte può fornire informazioni di interesse pubblico soltanto quando ritiene che la propria identità non verrà rivelata senza una ragione eccezionale e proporzionata. L'assenza di protezione può impedire la scoperta di corruzione, abusi o condotte illecite.
La riservatezza non è assoluta. Può essere limitata in circostanze previste dalla legge, quando esiste un interesse pubblico superiore e non sono disponibili strumenti meno invasivi.
Le regole devono però evitare richieste indiscriminate di telefoni, documenti e comunicazioni. Colpire direttamente la relazione tra cronista e fonte può produrre un danno che supera il singolo procedimento e interessa l'intero diritto all'informazione.
Le informazioni sulle indagini giudiziarie
Il rapporto segnala che non vi sono stati nuovi sviluppi sulle norme relative all'accesso e alla diffusione di determinate informazioni giudiziarie da parte dei giornalisti.
Le organizzazioni professionali continuano a temere che alcune limitazioni possano ridurre la possibilità di informare su indagini e procedimenti di rilevante interesse pubblico.
Il Governo sostiene invece che la disciplina realizzi un equilibrio tra presunzione di innocenza e libertà di informazione, evitando che una persona venga presentata come colpevole prima di una decisione definitiva.
Entrambi i principi possiedono valore costituzionale. Il nodo consiste nel permettere alla stampa di raccontare fatti verificati e attività giudiziarie senza trasformare l'informazione in una condanna anticipata o impedire la conoscenza di vicende che riguardano l'interesse collettivo.
Il caso dello spyware Paragon
Il rapporto dedica un passaggio specifico al caso Paragon, nato dopo le notifiche inviate a persone i cui telefoni erano stati individuati come possibili bersagli di uno spyware particolarmente invasivo.
Le procure di Roma e Napoli continuano a indagare, anche con l'obiettivo di identificare chi abbia materialmente disposto o realizzato le operazioni. L'esistenza delle inchieste non significa che siano già state attribuite responsabilità penali.
Le analisi forensi effettuate sui dispositivi personali dei giornalisti coinvolti non hanno trovato prove di operazioni dei servizi di intelligence italiani dirette contro i professionisti dell'informazione.
Gli stessi accertamenti hanno tuttavia confermato che almeno un giornalista era stato effettivamente violato attraverso uno spyware. Rimane quindi aperta la domanda centrale sull'identità dell'autore e sul soggetto che avrebbe commissionato l'attacco.
Che cosa non è stato dimostrato nel caso Paragon
Il quadro disponibile non permette di affermare che il Governo italiano abbia ordinato lo spionaggio di giornalisti. Una simile ricostruzione non risulta dimostrata dagli accertamenti richiamati nel rapporto.
Non è però corretto sostenere che l'intera vicenda sia stata smentita. La compromissione di almeno un dispositivo è stata confermata e le indagini sull'origine dell'operazione devono continuare.
La distinzione tra l'esistenza dell'attacco e l'identità dell'autore è fondamentale. Un telefono può essere stato violato senza che sia ancora possibile stabilire quale amministrazione, gruppo o soggetto privato abbia utilizzato la tecnologia di sorveglianza.
Fino alla chiusura delle inchieste, qualsiasi attribuzione definitiva sarebbe prematura. La tutela della libertà di stampa richiede però che l'identificazione dei responsabili rimanga una priorità investigativa.
Perché uno spyware contro un giornalista è particolarmente grave
Uno spyware avanzato può accedere a messaggi, fotografie, documenti, microfono, posizione e comunicazioni protette del dispositivo infettato.
Quando il bersaglio è un giornalista, l'attacco non riguarda soltanto la sua privacy. Può esporre fonti riservate, persone vulnerabili, documenti investigativi e colleghi che non sanno di essere entrati in contatto con un telefono compromesso.
La semplice consapevolezza che uno strumento simile possa essere utilizzato genera un effetto intimidatorio. Le fonti possono smettere di comunicare e i giornalisti possono rinunciare a indagini particolarmente sensibili.
Per questo il diritto europeo limita fortemente l'impiego di tecnologie invasive contro i media. Eventuali eccezioni devono essere previste dalla legge, necessarie, proporzionate e sottoposte a un controllo effettivo e indipendente.
L'indipendenza giudiziaria percepita migliora
Nel settore della giustizia, il rapporto registra un aumento della fiducia nell'indipendenza di giudici e tribunali. Nel 2026 il 51% della popolazione considera il livello di indipendenza abbastanza o molto buono.
La percentuale era pari al 46% nel 2025 e al 37% nel 2022. Il miglioramento è quindi significativo, anche se la valutazione complessiva tra i cittadini rimane classificata nella fascia media.
Tra le imprese, la quota favorevole raggiunge il 60%, contro il 48% dell'anno precedente e il 40% del 2022. In questo caso il livello viene classificato come alto.
La percezione non misura direttamente la correttezza di ogni processo, ma rappresenta un indicatore importante. La fiducia nella magistratura influenza la disponibilità di cittadini e imprese a rivolgersi ai tribunali e ad accettarne le decisioni.
La separazione delle carriere respinta dal referendum
Il rapporto prende atto del mancato completamento della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.
Il Parlamento aveva approvato definitivamente il progetto il 30 ottobre 2025, senza raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria a evitare il referendum confermativo.
La consultazione si è svolta il 22 e 23 marzo 2026 e la maggioranza dei votanti ha respinto la modifica. Di conseguenza, non sono stati istituiti i due distinti consigli superiori né l'Alta Corte disciplinare previsti dal progetto.
Il rapporto non presenta il risultato come una violazione dello Stato di diritto. Registra semplicemente che la riforma non si è realizzata per effetto del procedimento costituzionale e della decisione espressa dagli elettori.
Le dichiarazioni politiche contro i magistrati
Diversi soggetti hanno continuato a segnalare dichiarazioni di esponenti politici considerate eccessivamente critiche nei confronti della magistratura.
Il numero e l'intensità degli interventi sarebbero aumentati durante la campagna per il referendum costituzionale. Alcune dichiarazioni riguardavano indagini ancora in corso o decisioni giudiziarie particolarmente controverse.
Criticare una sentenza è pienamente compatibile con il confronto democratico. I rappresentanti delle istituzioni devono però evitare affermazioni capaci di delegittimare indiscriminatamente i giudici o di ridurre la fiducia pubblica nell'indipendenza dei tribunali.
Il Consiglio superiore della magistratura ha avviato tre pratiche a tutela riguardanti magistrati della Corte di cassazione colpiti da attacchi politici. Il ricorso a questi strumenti segnala la presenza di un conflitto istituzionale che richiede particolare responsabilità nel linguaggio pubblico.
Le carenze di personale nei tribunali
Nonostante le nuove assunzioni, la giustizia italiana continua a soffrire per una significativa carenza di magistrati, stimata intorno al 15-17% degli organici.
Il Ministero punta a raggiungere una dotazione complessiva di 11.171 magistrati attraverso cinque concorsi che riguardano più di duemila posti. I tempi di formazione e ingresso in servizio impediscono però di colmare immediatamente le scoperture.
Tra il personale amministrativo dei tribunali ordinari, circa un posto su tre rimane vacante. La situazione varia tra gli uffici ed è particolarmente difficile presso la Corte di cassazione, dove la scopertura amministrativa raggiunge il 38%.
L'assenza di personale rallenta depositi, notifiche, preparazione delle udienze e pubblicazione dei provvedimenti. Aumentare il numero dei magistrati senza rafforzare le strutture di supporto non basta a migliorare in modo stabile l'efficienza processuale.
La stabilizzazione dell'Ufficio per il processo
Il Governo ha avviato concorsi per assumere stabilmente gran parte degli addetti all'Ufficio per il processo finanziati inizialmente attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
L'impegno riguarda 9.368 unità, oltre l'80% degli addetti e del personale amministrativo ancora in servizio alla fine del finanziamento temporaneo.
Queste figure aiutano i magistrati nella gestione dei fascicoli, nella preparazione delle udienze, nella redazione di bozze e nella digitalizzazione degli atti. Il loro contributo viene considerato importante per ridurre arretrati e durata dei procedimenti.
La stabilizzazione serve a evitare che i risultati ottenuti durante il periodo del PNRR vengano persi con la scadenza dei contratti. L'efficienza non può dipendere esclusivamente da personale temporaneo destinato a lasciare gli uffici dopo pochi anni.
La digitalizzazione compie un passo decisivo
La Commissione riconosce progressi significativi nella digitalizzazione della giustizia. Il flusso del processo penale di primo grado risulta ormai completamente digitalizzato, anche se alcune procedure devono ancora essere integrate.
La giustizia civile, amministrativa, tributaria e contabile utilizza già sistemi digitali estesi. L'obiettivo è ridurre passaggi cartacei, duplicazioni, errori e tempi necessari per scambiare documenti tra uffici e professionisti.
La tecnologia non risolve automaticamente la lentezza dei processi. Sistemi non interoperabili, interruzioni, formazione insufficiente e applicazioni differenti tra gli uffici possono creare nuovi problemi.
Per questo la raccomandazione europea invita l'Italia a completare il sistema digitale di gestione dei fascicoli in tutti i gradi e in tutte le procedure ancora escluse.
I tempi della giustizia restano troppo lunghi
La durata dei procedimenti continua a essere considerata un problema serio, nonostante la tendenza positiva registrata in diversi settori.
Alla fine del 2025 il tempo teoricamente necessario per completare i tre gradi delle cause civili e commerciali era pari a 1.789 giorni, con una riduzione del 28,8% rispetto al 2019.
Il dato rimane superiore a quattro anni e mezzo e tra i più elevati dell'Unione. L'obiettivo collegato al PNRR prevede una riduzione del 40% entro il giugno 2026, rendendo necessari ulteriori progressi.
Nel settore penale il tempo complessivo dei tre gradi era sceso a 958 giorni, con una diminuzione del 31,2% rispetto al 2019 e il superamento del traguardo fissato dal piano.
Gli arretrati diminuiscono, ma non ovunque allo stesso ritmo
La riduzione degli arretrati giudiziari è proseguita soprattutto per le cause più vecchie. I risultati sono rilevanti perché i fascicoli pendenti da molti anni producono costi umani, economici e risarcimenti a carico dello Stato.
Nel settore civile, il numero complessivo dei procedimenti pendenti aveva però registrato un lieve aumento, mentre diminuivano le cause più datate nei diversi gradi.
La capacità di un tribunale di smaltire l'arretrato dipende dal rapporto tra nuovi procedimenti ricevuti e cause definite. Quando gli ingressi superano le decisioni, il numero delle pendenze torna a crescere anche se ogni magistrato lavora più rapidamente.
La sostenibilità dei miglioramenti dipenderà dall'arrivo del nuovo personale, dal mantenimento degli addetti al processo e dalla capacità di rendere pienamente operativi gli strumenti della riforma Cartabia.
Decreti d'urgenza e voti di fiducia
Il rapporto richiama anche le preoccupazioni sull'uso frequente dei decreti-legge e delle questioni di fiducia, strumenti che possono ridurre gli spazi disponibili per l'esame parlamentare.
Tra l'inizio della legislatura, nell'ottobre 2022, e il maggio 2026 erano state approvate 325 leggi. Di queste, 112 riguardavano la conversione di decreti d'urgenza e 67 erano passate attraverso almeno un voto di fiducia in uno dei due rami.
Tre quarti delle leggi approvate, pari a 244 provvedimenti, erano di iniziativa governativa. Il dato non dimostra da solo una violazione della separazione dei poteri, ma segnala un forte peso dell'esecutivo nella produzione normativa.
La Camera ha modificato il proprio regolamento per limitare in futuro il ricorso a questi strumenti, ma le nuove regole entreranno pienamente in applicazione dopo le prossime elezioni politiche.
La tutela nazionale dei diritti umani
Un'altra raccomandazione riguarda la creazione di un'istituzione nazionale indipendente per i diritti umani, conforme ai principi riconosciuti dalle Nazioni Unite.
L'Italia non dispone ancora di un organismo generale dotato delle caratteristiche richieste, nonostante la presenza di autorità e garanti competenti in settori specifici.
Il rapporto riconosce alcuni passi iniziali per rilanciare il progetto, ma rileva che le diverse proposte legislative rimangono pendenti in Parlamento.
Un organismo indipendente potrebbe monitorare l'applicazione dei diritti fondamentali, formulare pareri sulle leggi, ricevere segnalazioni e dialogare stabilmente con le istituzioni internazionali.
Che cosa chiede concretamente Bruxelles
Nel settore dell'informazione, la richiesta esplicita principale rimane il completamento della riforma della diffamazione, garantendo la libertà di stampa e rispettando gli standard europei sulla protezione dei giornalisti.
Per la Rai, il rapporto riconosce il lavoro compiuto e continua il monitoraggio attraverso il quadro dello European Media Freedom Act. Governance e finanziamento dovranno offrire garanzie effettive, non soltanto dichiarazioni di principio.
Nel sistema giudiziario, l'Italia viene invitata a completare la digitalizzazione della gestione dei fascicoli in tutti i gradi e a proseguire nella riduzione dei tempi e degli arretrati.
Le altre raccomandazioni riguardano conflitti d'interesse, attività di lobbying, finanziamento dei partiti e istituzione nazionale per i diritti umani, temi collegati alla trasparenza e agli equilibri democratici.
Che cosa il rapporto non afferma
Il documento non dichiara che la Rai sia priva di qualunque indipendenza editoriale, né sostiene che ogni telegiornale o programma sia controllato direttamente dal Governo.
Non attribuisce ai servizi italiani la responsabilità dell'attacco spyware contro il giornalista, poiché gli accertamenti richiamati non hanno trovato prove di un'operazione dell'intelligence nazionale contro i professionisti coinvolti.
Non descrive inoltre la giustizia italiana come totalmente priva di autonomia. Al contrario, registra un miglioramento della percezione di indipendenza e progressi concreti nella digitalizzazione.
Il quadro europeo è quindi più complesso di una semplice bocciatura. Individua risultati positivi, ritardi, rischi e materie nelle quali le garanzie esistenti devono essere rafforzate.
La risposta richiesta al Parlamento
Molte delle questioni indicate dipendono dal Parlamento italiano. La riforma della Rai, quella sulla diffamazione, le norme anti-SLAPP e l'istituzione per i diritti umani richiedono provvedimenti legislativi ancora da completare.
La maggioranza dovrà decidere se accelerare i testi esistenti, modificarli o elaborare nuove soluzioni. Le opposizioni potranno chiedere procedure di nomina più indipendenti e garanzie più ampie per la stampa.
Il confronto non dovrebbe limitarsi a stabilire quale schieramento controlli temporaneamente la Rai. Una buona disciplina deve funzionare anche quando cambia la maggioranza e deve proteggere il servizio pubblico da interferenze provenienti da qualunque parte politica.
Lo stesso principio vale per la diffamazione: la tutela della reputazione non può dipendere dalla posizione ideologica del giornalista o della persona coinvolta, ma da regole generali, proporzionate e applicabili in modo uniforme.
Le responsabilità del Governo
Il Governo è chiamato ad attuare le norme europee, garantire risorse sufficienti alle istituzioni competenti e completare i decreti necessari per la protezione contro le cause abusive.
Dovrà inoltre assicurare piena collaborazione alle indagini sullo spyware, nel rispetto del segreto investigativo e delle competenze della magistratura.
Nel rapporto con i giudici e con la stampa, gli esponenti istituzionali mantengono il diritto di criticare decisioni e articoli, ma devono utilizzare un linguaggio compatibile con il proprio ruolo e con la tutela della fiducia pubblica.
La qualità dello Stato di diritto non dipende soltanto dalle norme scritte. Dipende anche dalle prassi, dalla trasparenza delle decisioni e dalla capacità delle istituzioni di accettare controlli e critiche senza trasformarli in uno scontro permanente.
Le responsabilità della Rai
Anche la Rai deve dimostrare concretamente la propria autonomia professionale, indipendentemente dalla struttura legislativa scelta dal Parlamento.
L'azienda deve applicare criteri editoriali trasparenti, assicurare pluralità, proteggere i giornalisti dalle pressioni e spiegare al pubblico come vengono gestiti eventuali conflitti d'interesse.
La presenza di finanziamenti pubblici aumenta la responsabilità verso tutti i cittadini, compresi quelli che non condividono l'orientamento del Governo, della maggioranza o dei vertici aziendali.
Indipendenza non significa assenza di controlli, ma separazione tra verifica della qualità del servizio e interferenza nelle singole decisioni giornalistiche.
Un passaggio decisivo per il servizio pubblico
La riforma in discussione rappresenta un'occasione per ridisegnare la Rai del futuro in un mercato nel quale televisione tradizionale, piattaforme digitali, social network e servizi in streaming competono per attenzione e pubblicità.
Un servizio pubblico finanziariamente debole rischia di perdere capacità produttiva e rilevanza; un servizio pubblico dipendente dal potere politico rischia invece di perdere credibilità.
La soluzione richiede risorse certe, nomine trasparenti, responsabilità gestionale e garanzie editoriali applicabili anche durante le fasi di forte conflitto politico.
La qualità della riforma potrà essere misurata verificando se le nuove regole ridurranno realmente la capacità dei partiti di condizionare i vertici e se permetteranno all'azienda di programmare autonomamente gli investimenti.
Libertà di stampa e fiducia democratica
La libertà dell'informazione non coincide con il diritto dei giornalisti a non essere criticati o sottoposti alla legge. Consiste nella possibilità di svolgere il proprio lavoro senza violenza, sorveglianza illegittima o pressioni sproporzionate.
La protezione della reputazione, della sicurezza nazionale e della presunzione di innocenza rimane necessaria. Le limitazioni devono però essere previste con chiarezza, sottoposte a controllo e proporzionate allo scopo perseguito.
Quando una fonte teme uno spyware, un giornalista teme una causa economicamente devastante o un'emittente dipende da decisioni finanziarie imprevedibili, il pubblico può ricevere meno informazioni e meno punti di vista.
Il tema centrale non riguarda quindi una categoria professionale separata dalla società. Riguarda il diritto dei cittadini a disporre di un'informazione pluralista, verificabile e indipendente.
Il banco di prova dei prossimi mesi
I prossimi mesi mostreranno se il Parlamento riuscirà a completare la riforma della governance Rai e a renderla compatibile con le garanzie europee.
Dovranno avanzare anche il recepimento delle norme anti-SLAPP e la riforma della diffamazione, ferme da tempo nonostante le ripetute richieste di intervento.
Sul caso Paragon, il passaggio decisivo sarà l'identificazione dei responsabili dell'attacco confermato. L'assenza di prove contro i servizi italiani non elimina la necessità di chiarire chi abbia utilizzato lo spyware.
Nel settore giudiziario, assunzioni e digitalizzazione dovranno tradursi in una riduzione stabile dei tempi processuali, evitando che i progressi legati al PNRR vengano persi dopo la scadenza dei finanziamenti.
Tra progressi riconosciuti e problemi ancora aperti
Il monitoraggio europeo del 2026 non presenta l'Italia come un Paese privo di garanzie democratiche. Riconosce l'indipendenza dell'Agcom, il miglioramento della fiducia nella magistratura, la digitalizzazione dei processi e l'esistenza di strumenti di protezione dei giornalisti.
Allo stesso tempo, evidenzia che la riforma della Rai non è stata completata, il finanziamento continua a generare incertezza, la diffamazione rimane irrisolta e aggressioni e intimidazioni costituiscono ancora un problema.
Il caso Paragon mantiene aperto un interrogativo sulla sicurezza delle comunicazioni giornalistiche, mentre le carenze di personale e la durata dei processi continuano a limitare l'efficienza della giustizia.
Il vero significato del rapporto risiede quindi nella distanza tra le garanzie formali e la loro applicazione concreta. Saranno le decisioni del Parlamento, del Governo e delle istituzioni indipendenti a stabilire se questa distanza verrà ridotta.
Informazione pubblica, controllo del potere e diritto dei cittadini
La discussione sull'indipendenza della Rai non riguarda soltanto gli equilibri interni dell'azienda. Riguarda il ruolo che il servizio pubblico deve svolgere in una democrazia caratterizzata da forte polarizzazione e rapida trasformazione tecnologica.
Una Rai autonoma deve poter controllare qualunque Governo, dare spazio a maggioranza e opposizioni, distinguere informazione e propaganda e correggere pubblicamente i propri errori.
Una stampa libera deve poter indagare senza subire aggressioni, intercettazioni illegittime o cause utilizzate come minaccia. Una magistratura indipendente deve poter decidere senza pressioni, restando a sua volta sottoposta alla legge e alle garanzie processuali.
Voi ritenete che le attuali regole garantiscano una sufficiente indipendenza della Rai e tutela dei giornalisti? Quali cambiamenti considerereste prioritari nella governance del servizio pubblico e nella protezione delle fonti? Lasciate un commento e condividete il vostro punto di vista.

