Putin a Iturup: perché la disputa Russia-Giappone si riaccende
La visita di Vladimir Putin a Iturup riporta al centro della politica internazionale una controversia che dura dalla fine della Seconda guerra mondiale e che, ancora oggi, impedisce a Russia e Giappone di firmare un trattato di pace definitivo. Il presidente russo si è recato sull'isola controllata da Mosca e rivendicata da Tokyo, in quella che viene indicata come la sua prima visita personale nell'arcipelago conteso. Il Giappone ha reagito con una protesta formale, ribadendo che Iturup rientra nei Territori del Nord e che la presenza del capo del Cremlino non modifica la propria posizione sulla sovranità.
Non è un incidente diplomatico marginale. Una visita presidenziale in un territorio conteso ha un peso politico maggiore di una semplice dichiarazione, perché rende visibile sul terreno l'esercizio del potere. Per la Russia, Putin ha visitato una parte del proprio Paese; per il Giappone, si è recato su un territorio giapponese sottoposto a controllo russo. Tra queste due letture non esiste oggi alcun punto d'incontro. E proprio la distanza tra le rispettive posizioni spiega perché il dossier delle isole Curili meridionali sia rimasto irrisolto per oltre otto decenni.
Il viaggio arriva inoltre in una fase di rapporti bilaterali già fortemente deteriorati. La guerra in Ucraina, le sanzioni adottate da Tokyo contro Mosca e la risposta del Cremlino hanno congelato il dialogo che, negli anni precedenti, aveva cercato di tenere aperta almeno una prospettiva negoziale. La visita a Iturup non annuncia un nuovo negoziato, né propone una soluzione. Al contrario, rafforza la percezione di uno status quo territoriale che la Russia intende difendere e che il Giappone continua a non riconoscere.
Iturup, l'isola al centro della nuova tensione
Iturup, chiamata Etorofu in giapponese, è la più grande delle quattro isole interessate dalla disputa. Insieme a Kunashir, Shikotan e al gruppo di isolotti di Habomai, si trova tra Hokkaido, la principale isola settentrionale del Giappone, e la penisola russa della Kamchatka. L'arcipelago forma una catena tra il Mare di Ochotsk e l'Oceano Pacifico, in una posizione che unisce valore geografico, economico e strategico. La questione non riguarda quindi un lembo di terra privo di rilievo, ma un'area che incide sulle rotte marittime, sulla pesca e sulla sicurezza del Pacifico settentrionale.
La geografia aiuta a capire perché nessuna delle due capitali consideri la disputa secondaria. Per Tokyo, le isole costituiscono una parte dei Territori del Nord, definiti dalla diplomazia giapponese come territorio storico del Paese. Per Mosca, invece, fanno parte delle Curili meridionali e rientrano pienamente nella Federazione Russa. Le denominazioni non sono neutre: usare "Territori del Nord" oppure "Curili meridionali" significa adottare, già nel linguaggio, una diversa interpretazione della sovranità e della storia dell'arcipelago.
Iturup ha anche una rilevanza economica concreta. Le acque circostanti sono ricche di risorse ittiche e la pesca, con le attività di trasformazione del pescato, rappresenta una componente importante dell'economia locale. Durante la missione, Putin ha visitato un impianto per la lavorazione del pesce, un gesto che ha anche una evidente valenza politica. Presentare l'isola attraverso le sue attività produttive significa rafforzare l'immagine di un territorio inserito nella vita economica russa, amministrato da Mosca e parte integrante del suo Estremo Oriente.
Al tempo stesso, il controllo delle isole non riguarda solo la produzione ittica. La loro collocazione incide sulle aree marittime circostanti, sulla presenza navale e sull'accesso al Pacifico. Il Mare di Ochotsk, racchiuso in parte dalla catena delle Curili, è una zona particolarmente sensibile per la strategia russa. Per il Giappone, l'arcipelago è invece vicino a Hokkaido e si inserisce nel sistema di sicurezza delle regioni settentrionali. La controversia territoriale è dunque inseparabile dalla più ampia sicurezza dell'Asia-Pacifico.
Che cosa è accaduto durante la visita di Putin
La presenza di Putin a Iturup è stata descritta come la prima visita personale del presidente russo all'arcipelago al centro della disputa con il Giappone. In passato, diversi esponenti russi — inclusi primi ministri, ministri e amministratori locali — si erano già recati sulle isole, provocando puntualmente proteste da parte di Tokyo. La novità è quindi il livello istituzionale della missione: non un esponente dell'esecutivo, ma lo stesso presidente della Federazione Russa. Questo elemento ha reso il viaggio un gesto di affermazione politica particolarmente rilevante.
La visita ha avuto un'impronta ufficialmente civile ed economica. Putin ha osservato le attività di un impianto di lavorazione del pesce e ha incontrato residenti dell'isola. Tuttavia, sarebbe riduttivo separare completamente l'agenda produttiva dal contesto territoriale. Quando un capo di Stato visita un'area contestata, ogni attività assume anche un significato diplomatico. Il messaggio non deve essere necessariamente esplicitato per risultare chiaro: Mosca intende rappresentare Iturup come una regione sottoposta alla propria amministrazione ordinaria, non come un territorio il cui futuro sia aperto a una revisione.
Il viaggio è giunto inoltre dopo esercitazioni navali russe nell'Estremo Oriente e in un periodo nel quale la Corea del Nord ha continuato a compiere lanci missilistici, mentre Stati Uniti e Corea del Sud preparano attività militari congiunte. Non significa che la visita a Iturup equivalga a un'iniziativa militare o a un annuncio di escalation. Tuttavia, in un contesto regionale così teso, la presenza del presidente russo in un'area strategica viene inevitabilmente letta anche sul piano della proiezione di potenza e dei rapporti di forza nel Pacifico.
La reazione giapponese è stata immediata. Il ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi ha ribadito che i Territori del Nord, compresa Etorofu, appartengono al Giappone sul piano storico e secondo il diritto internazionale, esprimendo una forte protesta per la visita. Tokyo non riconosce dunque il viaggio come un normale atto interno russo. La protesta serve a confermare che il Giappone non intende lasciare senza risposta alcuna iniziativa che possa apparire come un ulteriore consolidamento del controllo russo sulle isole.
Le quattro isole e le due narrazioni territoriali
La controversia riguarda quattro entità geografiche: Iturup o Etorofu, Kunashir o Kunashiri, Shikotan e Habomai. Il Giappone le considera un insieme distinto dal resto della catena delle Curili e le chiama Territori del Nord. La Russia le include invece nelle Curili meridionali e le considera parte del proprio territorio nazionale. Questa differenza apparentemente tecnica è decisiva perché incide sull'interpretazione dei trattati e degli accordi che si sono succeduti nel tempo. La disputa non nasce dall'assenza di documenti, ma dalla loro interpretazione opposta.
Il Giappone richiama in particolare il Trattato di Shimoda del 1855, che stabiliva il confine tra Russia e Giappone tra Iturup ed Urup. Nella lettura di Tokyo, quell'accordo riconosceva Iturup e le altre isole meridionali come territorio giapponese. Il confine era allora collocato a nord di Iturup, rendendo l'isola parte del Giappone. Questo passaggio storico è uno degli argomenti centrali della rivendicazione nipponica, perché viene usato per sostenere che le quattro isole non sarebbero state territori russi prima della guerra del Novecento.
Un altro passaggio rilevante è il Trattato di San Pietroburgo del 1875. Con quell'intesa, il Giappone rinunciò a Sachalin ottenendo dalla Russia le Curili. Anche questo documento viene richiamato per evidenziare quanto la frontiera tra le due potenze sia stata oggetto di negoziati e accordi diretti. Tuttavia, le intese ottocentesche non hanno chiuso la questione perché il quadro territoriale dell'Asia nord-orientale è stato trasformato dalla guerra russo-giapponese, dalle guerre mondiali e dalla ridefinizione dei confini dopo il 1945.
La Russia fonda invece la propria posizione sull'assetto emerso alla fine della Seconda guerra mondiale. Mosca ritiene che il controllo sovietico sulle isole sia parte dell'ordine postbellico e che la sovranità russa non sia materia negoziabile. Questa impostazione viene rafforzata dal fatto che la Russia esercita un controllo effettivo sull'arcipelago da decenni, gestendo amministrazione, infrastrutture, attività economiche e presenza militare. Il cuore della disputa sta qui: Tokyo reclama una restituzione territoriale, Mosca afferma che non esiste alcun territorio da restituire.
Il 1945, la fine della guerra e il nodo mai sciolto
La crisi contemporanea affonda le sue radici negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale. L'Unione Sovietica entrò in guerra contro il Giappone nell'agosto 1945 e le forze sovietiche assunsero il controllo delle isole che oggi sono al centro della disputa. Il Giappone considera quel passaggio l'origine di un'occupazione illegittima e ricorda che le quattro isole non sarebbero comprese nelle Curili alle quali rinunciò nel Trattato di pace di San Francisco del 1951. La Russia interpreta invece gli eventi del 1945 come parte della ridefinizione postbellica dei confini.
Il Trattato di San Francisco costituisce uno dei punti più controversi sul piano giuridico e storico. Il Giappone vi rinunciò ai diritti sulle Curili, ma l'Unione Sovietica non firmò quell'accordo. Tokyo sostiene che i quattro territori rivendicati non rientrino nella definizione di Curili prevista dal trattato e che quindi non siano stati ceduti. Mosca respinge questa impostazione e collega la sovranità sulle isole all'esito della guerra e agli accordi che determinarono la posizione sovietica nel Pacifico. È per questo che il dibattito sui trattati del dopoguerra resta tanto centrale quanto inconciliabile.
Esiste poi una dimensione umana che spesso rimane nascosta dietro il linguaggio diplomatico. Prima della fine della guerra, sulle quattro isole vivevano circa 17.000 cittadini giapponesi. Dopo il passaggio sotto controllo sovietico, la popolazione giapponese fu trasferita nel territorio metropolitano. Per gli ex residenti e per i loro familiari, la questione non è mai stata soltanto un conflitto tra Stati: riguarda case, villaggi, luoghi di lavoro, tombe di parenti e memorie familiari. Il trascorrere del tempo non cancella questo legame, ma rende più urgente il tema degli scambi umanitari e delle visite ai luoghi d'origine.
La Russia, nel frattempo, ha sviluppato le isole come parte della propria amministrazione dell'Estremo Oriente. Oggi vi vivono comunità russe impegnate soprattutto nella pesca e nella trasformazione dei prodotti del mare. Anche questa realtà rende difficile immaginare una soluzione semplice. Un eventuale accordo non dovrebbe occuparsi soltanto della linea di confine, ma di diritti di residenza, proprietà, cittadinanza, attività economiche e garanzie per chi abita oggi sull'arcipelago. La stessa diplomazia giapponese ha dichiarato di voler rispettare interessi e volontà dei residenti attuali, qualora la questione venisse risolta.
Perché manca ancora un trattato di pace
Russia e Giappone non sono in guerra e mantengono relazioni diplomatiche da decenni, ma non hanno mai sottoscritto un trattato di pace definitivo che chiuda formalmente il conflitto mondiale. Questa anomalia nasce proprio dalla disputa territoriale. Nel 1956, con una dichiarazione congiunta, l'Unione Sovietica e il Giappone posero fine allo stato di guerra e ristabilirono le relazioni diplomatiche, rinviando però il nodo delle isole a futuri negoziati. La dichiarazione non risolse il problema: lo trasformò in un negoziato incompiuto.
Il documento del 1956 prevedeva che l'Unione Sovietica trasferisse Habomai e Shikotan al Giappone dopo la firma di un trattato di pace. Non vennero tuttavia risolte le divergenze su Iturup e Kunashir, le due isole maggiori e strategicamente più rilevanti. Per Tokyo, una soluzione non può limitarsi alle due isole minori; per Mosca, la dichiarazione del 1956 è stata a lungo considerata il riferimento massimo per una possibile discussione. Questa differenza di partenza ha impedito di costruire un compromesso stabile e ha trasformato il 50 per cento del problema in un ostacolo insuperabile.
Nel 1993, la Dichiarazione di Tokyo indicò che la questione riguardava l'attribuzione delle quattro isole e che l'obiettivo era arrivare a un trattato di pace attraverso negoziati fondati sui fatti storici, sui documenti condivisi e sui principi di diritto e giustizia. Negli anni successivi, i leader dei due Paesi hanno più volte richiamato quei principi. Il problema non è mai stato l'assenza di formule diplomatiche, ma la mancanza di una soluzione che entrambe le parti considerassero compatibile con la propria linea nazionale.
Tra il 2016 e il 2021, la relazione tra Mosca e Tokyo aveva attraversato una fase più dinamica. I contatti tra i leader e le ipotesi di attività economiche congiunte sulle isole avevano creato l'aspettativa di una possibile distensione. Si discussero iniziative legate alla pesca, al turismo, alla tutela ambientale e ad altre attività civili. Ma anche questi progetti hanno mostrato il limite fondamentale della cooperazione: per il Giappone, partecipare a iniziative sotto regole russe poteva apparire come un riconoscimento della giurisdizione di Mosca; per la Russia, accettare formule speciali poteva sembrare una concessione sulla sovranità territoriale.
Dalla crisi ucraina al congelamento del dialogo
L'invasione russa dell'Ucraina ha cambiato profondamente il quadro delle relazioni Russia-Giappone. Tokyo ha adottato sanzioni e misure restrittive contro Mosca, coordinandosi con gli altri Paesi del G7 e con gli Stati Uniti. La Russia ha risposto definendo ostile la posizione giapponese e sospendendo i negoziati sul trattato di pace. Da quel momento, la disputa sulle isole non è più rimasta un dossier da affrontare separatamente: è diventata parte della più ampia rottura diplomatica tra le due capitali.
Il Cremlino ha sostenuto che non può esistere un confronto serio sulla pace senza un cambiamento nelle relazioni politiche complessive. Tokyo continua invece a dichiarare che il proprio obiettivo resta la soluzione della questione territoriale e la firma di un trattato. Le due posizioni, tuttavia, non dialogano davvero. Il Giappone considera il negoziato un obiettivo da mantenere anche nei momenti di tensione; la Russia ritiene che le condizioni create dalle sanzioni e dall'allineamento nipponico con l'Occidente rendano impossibile riprendere qualsiasi trattativa bilaterale.
La visita di Putin a Iturup deve essere letta in questo contesto. Se il viaggio fosse avvenuto in una fase di dialogo attivo, avrebbe potuto essere interpretato come un gesto duro ma inserito dentro una relazione ancora capace di negoziare. Oggi, invece, avviene mentre le relazioni sono ridotte al minimo e mentre non esistono canali politici efficaci per discutere il futuro delle isole. La conseguenza è un irrigidimento ulteriore: ogni iniziativa russa sul territorio viene interpretata a Tokyo come consolidamento dello status quo russo.
Il congelamento non riguarda solo le grandi dichiarazioni. Ha inciso sulle visite senza visto degli ex residenti giapponesi, sugli scambi tra le comunità e sulle ipotesi di cooperazione economica. Quando si interrompono anche i rapporti civili e umanitari, la disputa tende a diventare più astratta e più ostile. Il rischio è che le nuove generazioni conoscano le isole soltanto attraverso la contrapposizione politica, perdendo il contatto con la dimensione quotidiana di una questione che riguarda persone, famiglie, pescatori e piccoli centri abitati. La chiusura dei canali civili rende ogni futura soluzione più difficile.
La protesta giapponese e i suoi limiti
La protesta di Tokyo è un atto diplomatico necessario per preservare coerenza con la propria posizione territoriale. Se il Giappone non reagisse a una visita presidenziale russa a Iturup, potrebbe essere accusato internamente di indebolire la rivendicazione sui Territori del Nord. La protesta, però, non modifica il controllo effettivo dell'isola e non obbliga Mosca a cambiare linea. È uno strumento per affermare pubblicamente una posizione, non un meccanismo capace di risolvere da solo una disputa storica.
Questo è il paradosso di molte controversie territoriali congelate. Gli Stati mantengono con fermezza le proprie rivendicazioni, ma nessuno dispone di un percorso realistico per imporre all'altro una soluzione. La Russia non intende cedere territori che considera propri; il Giappone non intende riconoscere formalmente la sovranità russa sulle isole. In assenza di negoziati, ogni gesto politico finisce per avere una funzione soprattutto simbolica: ribadire la linea interna, parlare ai rispettivi elettorati e inviare segnali agli alleati. Il prezzo è una diplomazia immobile.
La prudenza resta essenziale. La disputa non è oggi un conflitto armato aperto tra Russia e Giappone, e la visita di Putin non deve essere interpretata automaticamente come il preludio a un'escalation militare. Tuttavia, le tensioni territoriali acquistano maggiore importanza quando si sommano a crisi regionali, esercitazioni navali, lanci missilistici e rivalità tra grandi potenze. La vera preoccupazione non è l'immediata trasformazione del contenzioso in guerra, ma il deterioramento progressivo di un clima nel quale la fiducia reciproca è già quasi inesistente.
Per il Giappone, la questione delle isole si lega anche al rispetto del diritto internazionale e alla difesa dell'integrità territoriale. Per la Russia, al contrario, la disputa viene letta attraverso la difesa degli esiti della Seconda guerra mondiale e la necessità di impedire che il proprio Estremo Oriente sia percepito come vulnerabile. Le due argomentazioni non si sovrappongono e spesso non utilizzano nemmeno lo stesso lessico. Questo rende difficile l'avvio di un confronto puramente tecnico, perché ogni discussione su un confine diventa subito una discussione su storia, sicurezza e identità nazionale.
Pesca, residenti e interessi economici nelle Curili
Le isole contese non sono prive di popolazione o di attività. La pesca e la lavorazione dei prodotti del mare sono centrali nella loro economia, mentre i collegamenti, le infrastrutture, l'accesso ai servizi e il costo della vita restano questioni essenziali per le comunità residenti. Per Mosca, investire in queste aree significa sostenere lo sviluppo dell'Estremo Oriente e rafforzare l'integrazione economica dell'arcipelago. Per Tokyo, ogni investimento compiuto sotto l'amministrazione russa è un elemento che rischia di rendere più stabile una situazione ritenuta giuridicamente contestata.
Le acque intorno alle isole hanno un valore significativo per la pesca e per le rispettive zone marittime. Le attività dei pescatori, i permessi, gli accordi stagionali e il controllo delle risorse sono spesso influenzati dal clima politico tra i due Paesi. In passato, la cooperazione in materia di pesca ha rappresentato uno dei pochi ambiti nei quali era possibile mantenere contatti pratici anche in presenza della disputa. Ma l'aggravarsi delle relazioni può rendere più vulnerabili questi meccanismi e trasformare le tensioni diplomatiche in problemi per chi lavora quotidianamente sul mare. La dimensione economica è quindi inseparabile dalla controversia territoriale.
Un'eventuale intesa futura dovrebbe affrontare non soltanto la sovranità, ma anche la gestione delle risorse, il regime delle acque, i diritti di pesca e la condizione dei residenti. Sarebbe necessario creare garanzie capaci di tutelare le persone che vivono sulle isole e quelle che dipendono economicamente dalle acque circostanti. È uno dei motivi per cui nessuna soluzione può essere ridotta a una semplice restituzione o a una semplice rinuncia. Le Curili meridionali rappresentano un problema di governance territoriale, oltre che una controversia sui confini.
La difficoltà è aggravata dal fatto che anche la cooperazione pratica può diventare politicamente controversa. Un progetto congiunto su pesca, turismo o tutela ambientale dovrebbe essere costruito con formule capaci di evitare il riconoscimento implicito della posizione dell'altra parte. In passato, proprio questo ostacolo ha limitato le iniziative più ambiziose. Il principio è chiaro: collaborare richiede fiducia, ma la fiducia richiederebbe già un minimo di accordo sulla cornice giuridica. È un circolo che, finora, ha impedito di trasformare le attività economiche in una vera ponte diplomatico.
Il peso delle alleanze e della sicurezza regionale
La disputa Russia-Giappone non può più essere letta soltanto come un rapporto a due. Il Giappone è un alleato fondamentale degli Stati Uniti nell'Indo-Pacifico, ospita importanti strutture militari americane e coordina parte rilevante della propria sicurezza con Washington. La Russia osserva questa alleanza con crescente diffidenza e considera la presenza statunitense nella regione un fattore che condiziona qualsiasi discussione sul futuro dei territori contesi. Il dossier delle Curili si inserisce così nella competizione tra Mosca e il sistema di alleanze occidentali.
Da parte giapponese, l'alleanza con gli Stati Uniti è vista come uno strumento difensivo e non come un ostacolo alla ricerca di un accordo con la Russia. Da parte russa, però, la prospettiva di qualsiasi modifica territoriale viene inevitabilmente collegata alla possibilità che strutture o capacità militari alleate possano avvicinarsi ulteriormente all'Estremo Oriente russo. Questa divergenza mostra quanto la disputa sia diventata più complessa rispetto agli anni in cui si cercava di affrontarla soprattutto attraverso scambi economici e incontri tra leader. Oggi la sicurezza militare pesa quanto, e forse più, delle formule diplomatiche del passato.
Il Pacifico settentrionale è inoltre segnato dalla crescita della Cina, dal programma missilistico nordcoreano, dal rafforzamento della cooperazione tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud e dalle esercitazioni russe nell'Estremo Oriente. In questo quadro, le isole non sono un elemento isolato. La loro posizione geografica le colloca in una zona dove il controllo marittimo, la sorveglianza e la mobilità navale hanno un significato strategico. Sarebbe però scorretto presentare Iturup come una causa autonoma di instabilità militare: il suo peso deriva dall'intreccio tra contesa storica e rivalità regionali già esistenti.
La visita di Putin non cambia da sola l'equilibrio militare nell'area, ma contribuisce a rendere più visibile una linea russa di continuità territoriale e strategica. Per il Giappone, questo rafforza la necessità di mantenere la questione aperta sul piano diplomatico e di coordinarsi con i propri alleati. Per la Russia, mostrare attenzione alle Curili si inserisce nella strategia di valorizzazione e controllo dell'Estremo Oriente. Entrambe le letture alimentano una spirale di diffidenza, nella quale ogni iniziativa viene considerata non solo per ciò che è, ma anche per il messaggio che trasmette.
Quali prospettive per il dialogo tra Mosca e Tokyo
Nel breve periodo, non emergono elementi concreti che facciano pensare a una ripresa immediata dei negoziati sul trattato di pace. La posizione russa resta ferma sulla sovranità delle Curili meridionali, mentre il Giappone continua a subordinare una piena normalizzazione alla soluzione della questione territoriale. La visita di Putin a Iturup rende più probabile un ulteriore scambio di proteste e dichiarazioni, non l'apertura di un tavolo. La prospettiva più realistica è quindi una gestione dello stallo diplomatico, non un accordo a breve scadenza.
Questo non significa che il dialogo sia privo di valore. Anche quando un'intesa appare lontana, mantenere canali tecnici, umanitari e diplomatici può limitare il rischio di incomprensioni e preservare le condizioni minime per future trattative. Ripristinare le visite degli ex residenti, affrontare le questioni della pesca e proteggere i contatti tra comunità potrebbe rappresentare un primo passo meno ambizioso, ma utile. Non risolverebbe la sovranità, ma contribuirebbe a sottrarre almeno una parte della vicenda alla sola logica dello scontro. La diplomazia graduale è spesso l'unica strada possibile quando i grandi accordi sono bloccati.
Un negoziato serio richiederebbe però condizioni politiche che oggi non sembrano mature: un miglioramento generale delle relazioni Russia-Giappone, un contesto internazionale meno conflittuale e la disponibilità ad affrontare le esigenze di sicurezza di entrambe le parti. Servirebbe inoltre una formula capace di tutelare chi vive oggi sulle isole e chi mantiene un legame storico con esse. La soluzione non potrebbe essere soltanto territoriale; dovrebbe includere diritti, economia, memoria e sicurezza.
Il punto più difficile resta quello della sovranità. Finché Tokyo chiederà il riconoscimento della propria titolarità sulle quattro isole e Mosca considererà il controllo russo definitivo e non negoziabile, ogni formula intermedia rischierà di essere respinta. Eppure il lungo stallo non elimina il problema: lo trasferisce alle generazioni successive e lo rende più dipendente dalle tensioni internazionali del momento. La visita di Putin a Iturup dimostra che il contenzioso non è congelato nel senso di dimenticato; è ancora politicamente attivo e capace di condizionare l'intera relazione bilaterale.
Un confine irrisolto che parla al presente
La missione di Putin a Iturup ha riacceso una disputa che non appartiene soltanto al passato. Il viaggio ha mostrato quanto la questione delle Curili meridionali resti collegata alle relazioni tra Russia e Giappone, alla sicurezza del Pacifico e al modo in cui i due Paesi interpretano il diritto, la memoria della guerra e i propri confini. Per Mosca, l'isola è una parte della Federazione Russa; per Tokyo, è un territorio giapponese che attende ancora una soluzione. La distanza tra queste posizioni spiega perché non esista, ancora oggi, una pace pienamente formalizzata.
La prospettiva di un accordo appare lontana, ma non per questo la questione può essere ignorata. Le dispute territoriali non scompaiono quando il dialogo si interrompe: tendono piuttosto a irrigidirsi, a contaminare altri dossier e a rendere più fragile la fiducia tra gli Stati. Preservare almeno gli strumenti di contatto civile e diplomatico resta quindi essenziale, anche quando non esistono condizioni per un'intesa immediata. Se seguite gli equilibri dell'Asia-Pacifico o ritenete che i confini contesi debbano essere affrontati solo attraverso negoziati e strumenti pacifici, raccontateci nei commenti quale futuro immaginate per la disputa Russia-Giappone.

