Poliomielite, l’emergenza globale resta: OMS proroga l’allerta internazionale
La poliomielite resta un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. La decisione è stata confermata nell'ultimo riesame del rischio globale legato alla diffusione dei poliovirus, con il mantenimento per altri tre mesi delle misure straordinarie previste dai Regolamenti sanitari internazionali. Il dato richiede però una precisazione fondamentale: la situazione continua a soddisfare i criteri di una Public Health Emergency of International Concern, la cosiddetta PHEIC, ma non quelli della nuova e più elevata categoria di "pandemic emergency". Non siamo quindi di fronte alla dichiarazione di una pandemia di poliomielite.
La distinzione non è soltanto terminologica. Il rischio che i poliovirus attraversino le frontiere rimane sufficientemente importante da giustificare un coordinamento internazionale speciale, raccomandazioni sulla vaccinazione dei viaggiatori, sorveglianza rafforzata e interventi urgenti nei Paesi interessati. Allo stesso tempo, la situazione non presenta l'insieme delle caratteristiche necessarie per essere classificata come emergenza pandemica: diffusione geografica molto ampia all'interno di numerosi Stati, pressione tale da superare le capacità dei sistemi sanitari, importanti conseguenze sociali o economiche e necessità di una risposta globale ulteriormente intensificata.
Il quadro epidemiologico mostra quanto la fase finale dell'eradicazione della poliomielite sia diventata complessa. Il poliovirus selvaggio sopravvive ormai soltanto in due Paesi nei quali la trasmissione rimane endemica, Afghanistan e Pakistan. Accanto a questo problema esistono però focolai provocati da poliovirus circolanti derivati da vaccino, soprattutto di tipo 2, che interessano numerosi territori caratterizzati da basse coperture vaccinali, conflitti, difficoltà nell'accesso ai bambini e sistemi sanitari fragili.
Cosa ha deciso il Comitato internazionale
La valutazione più recente è stata effettuata nell'ambito della 45ª riunione del Comitato d'emergenza sulla diffusione internazionale dei poliovirus. Gli esperti hanno esaminato sia la situazione del poliovirus selvaggio di tipo 1, indicato come WPV1, sia quella dei poliovirus circolanti derivati da vaccino, indicati con la sigla cVDPV.
Il giudizio finale è stato unanime: il rischio di diffusione internazionale continua a rappresentare un evento straordinario sufficientemente serio da mantenere lo status di PHEIC. È stato quindi raccomandato di prolungare di altri tre mesi le misure temporanee destinate a ridurre la possibilità che il virus venga trasportato da un Paese all'altro.
Il Direttore generale ha accolto questa valutazione con effetto dal 21 agosto 2026. Ciò significa che l'emergenza internazionale sulla poliomielite, iniziata nel 2014, continua formalmente. È una durata eccezionalmente lunga, che riflette soprattutto la difficoltà di eliminare le ultime catene di trasmissione in contesti nei quali vaccinare ogni bambino continua a essere logisticamente e politicamente complesso.
La poliomielite non è stata dichiarata emergenza pandemica
Uno dei passaggi più importanti dell'ultima decisione riguarda ciò che non è stato dichiarato. Dopo aver esaminato la situazione epidemiologica e operativa, il Comitato ha stabilito che la poliomielite non costituisce una "pandemic emergency".
La precisazione assume particolare importanza perché la categoria di emergenza pandemica è relativamente nuova. È stata introdotta attraverso le modifiche ai Regolamenti sanitari internazionali adottate nel 2024 ed entrate generalmente in vigore il 19 settembre 2025. Rappresenta un livello di allerta superiore rispetto alla normale PHEIC.
Perché una malattia venga classificata in questa categoria devono essere soddisfatte contemporaneamente condizioni molto rigorose: deve esserci, o essere altamente probabile, una diffusione geografica estesa all'interno di numerosi Stati; devono essere superate, o rischiare seriamente di esserlo, le capacità dei sistemi sanitari; devono emergere conseguenze sociali o economiche rilevanti e deve rendersi necessaria un'azione internazionale particolarmente rapida e coordinata.
La poliomielite continua dunque a rappresentare una minaccia sanitaria internazionale, ma l'attuale configurazione epidemiologica non raggiunge quella soglia superiore. Tradotto per il pubblico: mantenere l'emergenza non significa che il mondo si trovi davanti a una nuova pandemia simile a quelle che hanno coinvolto contemporaneamente enormi fasce della popolazione mondiale.
Cos'è realmente una PHEIC
La sigla PHEIC indica una Public Health Emergency of International Concern, cioè un'emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale. Si tratta di uno strumento previsto dai Regolamenti sanitari internazionali per coordinare la risposta a eventi che possono attraversare i confini nazionali e richiedere collaborazione tra più Stati.
La dichiarazione non fornisce una semplice valutazione della gravità clinica della malattia. Considera anche il rischio di esportazione, la capacità dei diversi sistemi sanitari di individuare il virus e la possibilità che una trasmissione non controllata comprometta gli obiettivi internazionali di eliminazione o eradicazione.
Nel caso della poliomielite, il punto centrale è che finché esisterà una trasmissione attiva in qualsiasi area del pianeta, i virus potranno essere esportati attraverso persone infette e raggiungere popolazioni nelle quali esistono sacche di immunità insufficiente.
L'emergenza internazionale dura dal 2014
La diffusione internazionale del poliovirus selvaggio venne dichiarata PHEIC nel maggio 2014. Da allora il Comitato dedicato alla poliomielite si riunisce periodicamente per valutare se esistano ancora le condizioni necessarie a mantenere l'emergenza.
Il fatto che lo status sia ancora attivo dopo più di dodici anni mostra quanto sia difficile completare l'ultimo tratto verso l'eradicazione globale. Nei decenni precedenti il programma internazionale aveva ottenuto risultati enormi: rispetto al 1988 i casi provocati dai poliovirus selvaggi sono diminuiti di oltre il 99%.
Proprio questo successo rende l'attuale situazione particolare. Il problema non è più una malattia endemica presente in oltre cento Paesi, ma la necessità di eliminare le ultime catene di trasmissione evitando contemporaneamente che nuove aree vulnerabili permettano la circolazione di virus derivati dai ceppi vaccinali orali.
Il poliovirus selvaggio rimane in Afghanistan e Pakistan
La trasmissione endemica del poliovirus selvaggio di tipo 1 sopravvive oggi essenzialmente in Afghanistan e Pakistan. Sono gli ultimi due Paesi nei quali il virus non è mai stato interrotto in maniera definitiva.
Nel 2026, nei dati considerati dalla valutazione internazionale, risultavano quattro casi di WPV1 con esordio nell'anno: tre in Afghanistan e uno in Pakistan. Il numero è basso rispetto ai decenni passati, ma non deve essere interpretato come prova dell'imminente scomparsa automatica del virus.
La sorveglianza ambientale ha infatti individuato nello stesso periodo numerosi campioni positivi nelle acque reflue. Questi risultati dimostrano che il virus può continuare a circolare anche quando vengono registrati pochissimi casi di paralisi.
Perché quattro casi non significano soltanto quattro infezioni
La poliomielite presenta una caratteristica fondamentale: la maggioranza delle infezioni non provoca la tipica paralisi flaccida. Una persona può essere infettata, eliminare il virus e contribuire alla trasmissione senza sviluppare la forma neurologica più grave.
Solo una piccola quota delle infezioni arriva alla paralisi irreversibile. Per questo ogni caso paralitico identificato può rappresentare il segnale visibile di una circolazione molto più ampia all'interno della comunità.
È anche la ragione per cui la lotta alla poliomielite non può basarsi soltanto sul conteggio dei bambini paralizzati. La sorveglianza delle acque reflue permette di individuare virus eliminati attraverso le feci anche quando nessun paziente con paralisi è stato ancora diagnosticato.
Nel 2025 erano stati registrati 52 casi di virus selvaggio
Il confronto con l'anno precedente indica comunque un miglioramento. Nel 2025 erano stati segnalati complessivamente 52 casi di poliovirus selvaggio di tipo 1, 21 in Afghanistan e 31 in Pakistan.
Nel 2026 la riduzione dei casi e dei campioni ambientali positivi viene considerata un segnale incoraggiante, ma la trasmissione è riuscita a superare ancora una volta la stagione nella quale normalmente circola meno intensamente.
Questo dettaglio preoccupa gli specialisti perché significa che alcuni serbatoi epidemiologici continuano a essere sufficientemente grandi da consentire al virus di sopravvivere e riprendere la trasmissione quando le condizioni diventano più favorevoli.
Tre aree restano particolarmente critiche
La trasmissione persistente viene concentrata soprattutto in tre aree: il sud dell'Afghanistan, il sud della provincia pakistana di Khyber Pakhtunkhwa e la grande area urbana di Karachi.
Nel sud afghano sono stati osservati segnali di circolazione prolungata, mentre nel sud di Khyber Pakhtunkhwa insicurezza e difficoltà operative rendono complesso raggiungere tutti i bambini durante le campagne.
Karachi, con la propria enorme popolazione e un'elevata mobilità interna, continua invece a rappresentare uno dei principali serbatoi urbani. Il virus è stato ripetutamente individuato attraverso la sorveglianza ambientale.
Afghanistan e Pakistan sono un unico blocco epidemiologico
Dal punto di vista dell'eradicazione, Afghanistan e Pakistan non possono essere trattati come due problemi completamente separati. Popolazioni e famiglie attraversano il confine e il virus può muoversi insieme a loro.
Per questo i due Paesi vengono considerati un unico blocco epidemiologico. Le campagne vaccinali devono essere coordinate, soprattutto nelle regioni di frontiera, affinché una zona con una copertura insufficiente non comprometta i progressi ottenuti dall'altra parte del confine.
I movimenti di popolazione sono diventati ancora più rilevanti con i rientri di cittadini afghani dal Pakistan. Vaccinare persone in movimento, migranti, sfollati e comunità transfrontaliere è quindi una delle priorità indicate per ridurre il rischio internazionale.
Il poliovirus è stato individuato anche in Germania
Il rischio di esportazione non è teorico. Nel 2025 il poliovirus selvaggio di tipo 1 è stato individuato attraverso campioni ambientali anche in Germania. Non è stata documentata una diffusione paralitica nella popolazione tedesca e dopo la prima metà di ottobre non sono state segnalate ulteriori rilevazioni dello stesso tipo.
L'episodio mostra però perché un virus rimasto endemico in un numero molto limitato di territori possa ancora raggiungere Paesi molto lontani. La mobilità internazionale permette a una persona infetta e priva di sintomi di viaggiare senza sapere di trasportare il virus.
Nei Paesi con coperture vaccinali elevate, un'importazione ha minori probabilità di produrre casi paralitici o una lunga catena di trasmissione. La sorveglianza rimane comunque essenziale per individuare rapidamente il virus.
La seconda emergenza sono i poliovirus derivati da vaccino
La storia diventa più complessa quando si passa dai virus selvaggi ai poliovirus circolanti derivati da vaccino. Il nome può generare confusione e deve essere spiegato con precisione.
Il vaccino antipolio orale tradizionale utilizza virus vivi fortemente attenuati. Dopo la somministrazione, questi virus si replicano per un breve periodo nell'intestino e stimolano una risposta immunitaria molto efficace anche contro la trasmissione.
In rarissime circostanze, se il virus attenuato continua a circolare per un periodo sufficientemente lungo all'interno di una comunità con molte persone non vaccinate, può accumulare modificazioni genetiche e recuperare caratteristiche capaci di provocare paralisi. È così che nasce un poliovirus circolante derivato da vaccino.
Il problema nasce soprattutto dove la copertura è bassa
È fondamentale chiarire un punto frequentemente distorto nella discussione pubblica: i focolai di cVDPV non dimostrano che sarebbe più sicuro rinunciare alla vaccinazione. Si sviluppano soprattutto quando la copertura è troppo bassa per impedire al virus attenuato di continuare a passare da una persona suscettibile all'altra.
In una popolazione adeguatamente vaccinata il virus contenuto nel vaccino orale incontra rapidamente una barriera immunitaria e non riesce a circolare abbastanza a lungo da evolvere verso forme pericolose.
La risposta a un focolaio di poliovirus derivato da vaccino consiste quindi nell'aumentare rapidamente l'immunità, non nel ridurla ulteriormente.
Il tipo 2 resta il problema principale
Tra i virus derivati da vaccino, il cVDPV2 continua a rappresentare la quota largamente dominante. Nei dati esaminati dal Comitato, al 30 aprile 2026 erano stati registrati globalmente 32 casi di cVDPV: 28 di tipo 2, due di tipo 1 e due di tipo 3.
Nello stesso periodo erano state registrate 27 rilevazioni ambientali, tutte appartenenti al tipo 2. La distribuzione interessava complessivamente dodici Paesi.
Nel 2025 il problema era stato ancora più ampio, con 238 casi di poliovirus derivato da vaccino e 247 rilevazioni ambientali confermate distribuite in trenta Paesi.
Nigeria è uno dei principali serbatoi del cVDPV2
La Nigeria ha rappresentato uno dei principali centri della trasmissione di cVDPV2. Nel 2025 aveva registrato 66 casi e nei primi mesi del 2026 altri 14, pari a circa la metà del carico mondiale di casi di tipo 2 registrato nel nuovo anno fino al periodo preso in esame.
La trasmissione interessa in particolare il bacino del Lago Ciad, area nella quale confini porosi, mobilità della popolazione, insicurezza e difficoltà nell'accesso ai servizi sanitari rendono particolarmente difficile effettuare campagne vaccinali uniformi.
La Nigeria ha inoltre registrato nel 2026 la contemporanea circolazione di cVDPV2 e cVDPV3, sottolineando la necessità di mantenere immunità elevata contro tutti i tipi rilevanti di poliovirus.
Il Corno d'Africa rimane un altro fronte critico
Una trasmissione persistente di cVDPV2 interessa anche il Corno d'Africa, con particolare attenzione a Somalia ed Etiopia, oltre allo Yemen nella Penisola Arabica.
Questi territori affrontano contemporaneamente conflitti, crisi umanitarie, sfollamenti e sistemi sanitari fragili. Organizzare più campagne di vaccinazione di alta qualità a poche settimane di distanza diventa quindi molto più difficile.
In alcune aree della Somalia non è possibile raggiungere con continuità ogni bambino, mentre nello Yemen settentrionale milioni di bambini sotto i cinque anni rimangono vulnerabili in un contesto nel quale l'accesso sanitario è fortemente limitato.
Perché la poliomielite colpisce soprattutto i bambini
La poliomielite può infettare persone di qualsiasi età, ma colpisce soprattutto i bambini sotto i cinque anni nelle popolazioni prive di adeguata immunità.
Il virus viene trasmesso principalmente attraverso la via fecale-orale: minuscole quantità di materiale fecale contaminato possono raggiungere mani, acqua, alimenti e superfici. Condizioni igienico-sanitarie insufficienti facilitano quindi la diffusione.
Dopo essere entrato nell'organismo, il poliovirus si replica soprattutto nell'intestino. Nella maggior parte delle infezioni non raggiunge il sistema nervoso e può non produrre sintomi riconoscibili.
Circa un'infezione su 200 può provocare paralisi
La caratteristica più temuta della malattia è la paralisi irreversibile. Storicamente si stima che circa una persona infettata ogni duecento possa sviluppare una forma paralitica, anche se il rischio varia in funzione di diversi fattori.
Quando il virus invade il sistema nervoso, può distruggere i neuroni motori che controllano i muscoli. Le conseguenze possono includere debolezza e paralisi permanente degli arti.
Tra i pazienti che sviluppano paralisi, circa il 5-10% può morire quando vengono coinvolti i muscoli necessari alla respirazione. È questa capacità di provocare disabilità permanente o morte che ha trasformato l'eradicazione della polio in uno dei grandi obiettivi della sanità mondiale.
Due dei tre poliovirus selvaggi sono già stati eliminati
Esistono tre differenti sierotipi del poliovirus selvaggio: tipo 1, tipo 2 e tipo 3. Essere immuni a uno non significa automaticamente esserlo agli altri.
Il poliovirus selvaggio di tipo 2 è stato dichiarato eradicato a livello mondiale nel 2015, dopo che l'ultima rilevazione naturale era avvenuta molti anni prima. Il tipo 3 è stato dichiarato eradicato nel 2019.
Oggi rimane soltanto il WPV1. Questo significa che l'umanità è già riuscita a cancellare definitivamente dalla circolazione naturale due delle tre forme selvagge del virus, risultato che dimostra la possibilità concreta di completare il lavoro.
Dal 1988 i casi sono diminuiti di oltre il 99%
Quando nel 1988 venne avviata l'iniziativa internazionale per l'eradicazione, si stimavano circa 350.000 casi di poliomielite paralitica ogni anno e il virus selvaggio era endemico in più di 125 Paesi.
Da allora vaccinazioni di massa, sorveglianza e risposta ai focolai hanno prodotto una riduzione superiore al 99%. Intere regioni del mondo sono state certificate libere dal poliovirus selvaggio.
Il risultato rappresenta uno dei più grandi successi della sanità pubblica moderna, ma contiene anche il paradosso dell'ultima fase: quando i casi diventano rarissimi, raggiungere ogni singola comunità rimasta scoperta può essere più difficile e costoso che ridurre enormemente la malattia su scala mondiale.
Il vaccino iniettabile e quello orale hanno funzioni differenti
Esistono due grandi strumenti utilizzati contro la poliomielite: il vaccino inattivato IPV, somministrato tramite iniezione, e differenti formulazioni di vaccino orale OPV.
L'IPV contiene virus inattivati e non può provocare infezione da poliovirus. Offre un'eccellente protezione contro la malattia paralitica e viene utilizzato nei programmi vaccinali di numerosissimi Paesi.
Il vaccino orale contiene invece virus attenuati e presenta un grande vantaggio nelle zone in cui il virus circola: produce una forte immunità intestinale, riducendo la capacità del poliovirus di moltiplicarsi e passare da una persona all'altra.
Perché il vaccino orale continua a essere importante
La capacità dell'OPV di interrompere rapidamente la trasmissione lo rende particolarmente utile durante le campagne di massa e i focolai. È economico, semplice da somministrare e non richiede un'iniezione.
Il suo limite è proprio la rarissima possibilità che il virus attenuato, quando circola a lungo in comunità con immunità insufficiente, evolva geneticamente e dia origine a un cVDPV.
Per questo la strategia mondiale prevede un percorso graduale verso la futura cessazione dei vaccini orali una volta interrotta completamente la trasmissione dei poliovirus. Farlo troppo presto, mentre esistono ancora focolai, lascerebbe però milioni di bambini senza uno degli strumenti più efficaci per fermare il contagio intestinale.
Il nuovo vaccino orale di tipo 2 riduce il rischio genetico
Per rispondere ai focolai di tipo 2 è stato sviluppato il novel oral polio vaccine type 2, o nOPV2, progettato per essere geneticamente più stabile rispetto ai precedenti vaccini orali contenenti il ceppo Sabin di tipo 2.
Nel corso degli anni ne sono state distribuite più di due miliardi di dosi. I dati mostrano una probabilità nettamente inferiore di ritorno verso caratteristiche neurovirulente rispetto al vaccino orale Sabin 2 tradizionale.
Il rischio non è comunque completamente nullo. Per questo le campagne devono raggiungere una quota sufficientemente elevata della popolazione e devono essere ripetute nei tempi programmati: una vaccinazione incompleta può permettere al virus di continuare a circolare.
Il problema dei bambini "zero dose"
Una delle maggiori preoccupazioni internazionali riguarda i cosiddetti bambini zero dose, cioè quelli che non hanno ricevuto neppure le vaccinazioni di base previste dai programmi sanitari.
Questi bambini tendono a concentrarsi nei territori più fragili: zone di guerra, comunità isolate, quartieri urbani poveri, popolazioni sfollate e aree nelle quali il sistema sanitario raggiunge con difficoltà le famiglie.
La poliomielite diventa così anche un indicatore delle disuguaglianze nell'accesso alla salute. Le stesse comunità nelle quali manca la vaccinazione antipolio spesso presentano difficoltà nell'accesso a nutrizione, assistenza materno-infantile e cure essenziali.
Conflitti e insicurezza rallentano l'eradicazione
La presenza di conflitti armati è uno dei principali ostacoli alla fase finale dell'eradicazione. In alcune zone dell'Afghanistan, del Pakistan, della Nigeria, della Somalia e dello Yemen le squadre vaccinali non possono raggiungere regolarmente ogni comunità.
Le campagne devono essere organizzate in condizioni di sicurezza complessa, talvolta modificando itinerari, modalità di somministrazione e personale. Anche una piccola area rimasta scoperta può però consentire al virus di sopravvivere.
Quando la popolazione è costretta a fuggire, le persone esposte possono inoltre trasferirsi tra distretti o Paesi, rendendo più difficile il monitoraggio epidemiologico.
La sfiducia verso i vaccini rimane un altro ostacolo
Non tutte le mancate vaccinazioni dipendono da guerre o carenze logistiche. In alcune comunità esiste una significativa esitazione vaccinale oppure un vero rifiuto delle campagne.
Le ragioni possono essere molteplici: false informazioni sulla sicurezza, sfiducia nelle istituzioni, convinzioni locali o precedenti esperienze negative con i servizi pubblici. Una risposta puramente coercitiva rischia di aggravare il problema della fiducia.
Per questo i programmi di eradicazione lavorano anche con leader comunitari, personale sanitario locale e famiglie, cercando di spiegare il valore della vaccinazione e rispondere direttamente ai dubbi.
La mobilità internazionale mantiene aperto il rischio
Il Comitato ha sottolineato il ruolo delle popolazioni mobili e migranti. Un poliovirus non riconosce confini amministrativi e può essere trasportato da persone che attraversano una frontiera senza presentare alcun sintomo.
Tra gennaio 2025 e gennaio 2026 sono stati ricostruiti almeno 13 eventi di importazione internazionale legati a poliovirus circolanti derivati da vaccino.
Tra gli episodi identificati figurano collegamenti epidemiologici tra focolai in diversi Paesi africani e rilevazioni in territori precedentemente non coinvolti. Il fenomeno conferma che una epidemia non controllata localmente può rapidamente diventare un problema regionale.
Anche l'Europa deve mantenere la sorveglianza
L'elevata copertura vaccinale rende il rischio di poliomielite paralitica generalmente molto basso in gran parte dell'Europa, ma non elimina la necessità della sorveglianza.
Negli ultimi anni differenti poliovirus sono stati individuati nelle acque reflue europee. Una rilevazione ambientale non equivale necessariamente a un focolaio clinico, ma indica che il virus è arrivato sul territorio.
Il compito dei sistemi sanitari è controllare rapidamente se esistano comunità con copertura insufficiente nelle quali quella introduzione possa trasformarsi in una trasmissione sostenuta.
Perché le acque reflue sono così preziose
La sorveglianza ambientale rappresenta uno degli strumenti più sofisticati nella fase finale dell'eradicazione. Campioni prelevati dai sistemi fognari vengono analizzati alla ricerca di materiale genetico dei poliovirus.
Poiché molte infezioni sono asintomatiche, questo metodo può individuare una circolazione silenziosa prima che compaia un bambino con paralisi.
Se un campione risulta positivo, l'analisi genetica permette inoltre di confrontare il virus con altri isolati e ricostruire possibili catene geografiche di trasmissione.
La sorveglianza della paralisi flaccida resta indispensabile
Accanto alle acque reflue continua la sorveglianza della paralisi flaccida acuta. I sistemi sanitari cercano e analizzano rapidamente i casi di paralisi improvvisa nei bambini per stabilire se siano provocati dal poliovirus.
La maggior parte di queste paralisi ha naturalmente cause differenti. Il sistema deve però essere abbastanza sensibile da non perdere neppure un caso di poliomielite.
Campioni biologici vengono inviati a una rete internazionale di laboratori specializzati, che identifica il virus e ne studia le caratteristiche genetiche.
Le raccomandazioni riguardano anche i viaggiatori
Lo status di emergenza comporta specifiche indicazioni sulla vaccinazione dei viaggiatori provenienti dai Paesi con trasmissione attiva.
Nei territori con poliovirus selvaggio o alcuni tipi di cVDPV a trasmissione locale viene richiesto di assicurare che residenti e persone che vi soggiornano a lungo ricevano una dose appropriata di vaccino antipolio prima del viaggio internazionale, secondo gli intervalli stabiliti.
La vaccinazione può essere registrata attraverso il certificato internazionale previsto dai Regolamenti sanitari. L'obiettivo non è limitare indiscriminatamente i viaggi, ma ridurre la probabilità di esportare il virus in altre popolazioni.
Le misure non significano chiusura delle frontiere
Una PHEIC non comporta automaticamente chiusure generalizzate dei confini, blocchi dei voli o quarantene internazionali. Le raccomandazioni contro la poliomielite sono costruite soprattutto attorno a vaccinazione, sorveglianza e collaborazione transfrontaliera.
Proprio la natura spesso asintomatica dell'infezione renderebbe poco efficace affidarsi esclusivamente a controlli dei sintomi negli aeroporti.
La strategia più efficace è mantenere elevata l'immunità della popolazione e assicurarsi che i viaggiatori provenienti dalle aree a più alto rischio siano adeguatamente vaccinati.
Perché non siamo di fronte a una nuova pandemia
L'espressione "emergenza internazionale" può facilmente generare allarmismo se viene interpretata come sinonimo di pandemia. L'ultima valutazione esclude esplicitamente questa equivalenza.
La trasmissione globale della polio è oggi fortemente concentrata in determinate aree. Non esiste una diffusione rapida e generalizzata della malattia paralitica in gran parte dei Paesi del mondo, né una pressione simultanea sui sistemi ospedalieri internazionali.
Ciò non riduce l'importanza del problema. Significa semplicemente che il rischio deve essere descritto nella sua dimensione reale: una minaccia all'eradicazione e un pericolo di esportazioni e focolai nelle comunità vulnerabili, non una pandemia globale in corso.
Il nuovo livello "pandemic emergency" è più alto della PHEIC
Con le modifiche ai Regolamenti sanitari internazionali, una pandemic emergency è diventata una particolare categoria di PHEIC. Non sostituisce l'emergenza internazionale tradizionale, ma identifica situazioni ancora più ampie e destabilizzanti.
Per la poliomielite il Comitato ha effettuato esplicitamente questa seconda valutazione e ha concluso all'unanimità che i criteri pandemici non sono soddisfatti.
La decisione rappresenta un esempio di come il nuovo sistema internazionale possa distinguere tra differenti livelli di gravità e diffusione, evitando che ogni emergenza transfrontaliera venga automaticamente definita pandemia.
L'obiettivo di eradicazione è stato più volte rinviato
Eliminare completamente il poliovirus selvaggio si è rivelato più difficile del previsto. Le strategie internazionali hanno dovuto modificare più volte le scadenze a causa della persistenza della trasmissione in Afghanistan e Pakistan e dell'espansione dei virus derivati da vaccino.
La strategia attuale punta alla certificazione dell'eradicazione del WPV1 entro la fine del 2027 e all'eliminazione del cVDPV2 entro la fine del 2029.
Raggiungere questi obiettivi richiede però che l'interruzione della trasmissione venga dimostrata attraverso una sorveglianza prolungata e di alta qualità. Non basta arrivare temporaneamente a zero casi paralitici.
Il 2026 resta comunque un anno decisivo
Nonostante la proroga dell'emergenza, i dati sul WPV1 nel 2026 contengono segnali positivi. I casi paralitici e la positività ambientale risultano diminuiti rispetto al 2025.
Progressi sono stati osservati anche in alcuni corridoi epidemiologici tra Afghanistan e Pakistan, mentre determinate aree precedentemente caratterizzate da numerose rilevazioni hanno mostrato una riduzione della circolazione.
Il rischio è che questi risultati rimangano fragili. Basta una zona con molti bambini non immunizzati per consentire al virus di sopravvivere durante la bassa stagione e riemergere successivamente.
La carenza di fondi complica l'ultima fase
L'eradicazione mondiale sta affrontando anche un problema di risorse finanziarie. Il programma internazionale ha dovuto riorganizzare le attività a fronte di una riduzione dei finanziamenti disponibili.
Per il 2026 è stato elaborato un piano operativo più concentrato sulle aree a maggiore rischio, privilegiando Afghanistan, Pakistan e i principali focolai di poliovirus derivati da vaccino in Africa e nel Corno d'Africa.
Il rischio è che tagliare eccessivamente la sorveglianza o le campagne nelle fasi finali possa consentire al virus di riconquistare territori dai quali era stato eliminato, rendendo in futuro necessario spendere molto più denaro.
Eradicare significa arrivare a zero in tutto il mondo
La poliomielite è una delle pochissime malattie umane considerate realisticamente eradicabili. Il termine ha un significato molto più forte di controllo o eliminazione locale.
Eradicazione significa interrompere definitivamente la trasmissione naturale in tutto il pianeta, così che nessuna nuova infezione possa verificarsi al di fuori di eventuali materiali biologici conservati in laboratori sottoposti a rigido contenimento.
Fino a oggi l'unica malattia umana completamente eradicata è il vaiolo. Completare l'eradicazione della polio rappresenterebbe quindi un secondo risultato storico di portata mondiale.
Perché l'ultimo 1% è il più difficile
Ridurre una malattia del 99% può sembrare quasi equivalente a eliminarla, ma epidemiologicamente la distanza tra "quasi zero" e "zero" è enorme.
Finché rimane una sola catena stabile di poliovirus, esiste la possibilità che il virus venga esportato e trovi comunità insufficientemente protette.
Il programma deve quindi continuare a vaccinare milioni di bambini e analizzare migliaia di campioni anche quando vengono osservati soltanto pochissimi casi paralitici. È questo che rende la fase finale particolarmente lunga e costosa.
Una rilevazione non equivale automaticamente a un'epidemia clinica
Le notizie sulla presenza di poliovirus nelle acque reflue richiedono particolare cautela. Trovare materiale virale non significa necessariamente che esistano persone paralizzate o che sia in corso un grande focolaio.
La rilevazione costituisce però un segnale di allarme precoce. Le autorità possono verificare le coperture vaccinali nell'area, aumentare il campionamento e intervenire prima che compaiano casi clinici.
È proprio questa capacità di osservare una trasmissione "invisibile" a rendere la sorveglianza moderna molto più efficace rispetto ai decenni nei quali la poliomielite veniva riconosciuta soprattutto dopo la comparsa della paralisi.
La protezione nei Paesi ad alta copertura resta elevata
Per una persona che vive in un Paese con programmi vaccinali solidi e ha completato correttamente il proprio ciclo antipolio, il rischio individuale di sviluppare poliomielite paralitica rimane molto basso.
Il mantenimento della PHEIC non significa quindi che ogni cittadino europeo debba considerarsi improvvisamente esposto a un pericolo imminente.
La principale misura di protezione resta quella già prevista dai calendari sanitari: mantenere una vaccinazione adeguata e verificare eventuali indicazioni aggiuntive quando si viaggia verso aree interessate dalla trasmissione.
La vera vulnerabilità sono le sacche di bassa immunità
Il poliovirus sfrutta soprattutto le disuguaglianze vaccinali. Anche un Paese con una media nazionale elevata può contenere quartieri o comunità nelle quali la copertura è sensibilmente più bassa.
Se il virus viene introdotto proprio in una di queste aree, può trovare un numero sufficiente di persone suscettibili per continuare a circolare localmente.
Per questo le autorità sanitarie non osservano soltanto la percentuale nazionale, ma cercano di individuare cluster di bambini non vaccinati e territori nei quali i servizi non raggiungono adeguatamente la popolazione.
La poliomielite resta una malattia prevenibile
Nonostante l'emergenza internazionale, esiste una differenza fondamentale rispetto a molte nuove minacce infettive: contro la poliomielite disponiamo già di vaccini estremamente efficaci.
Il problema non è quindi inventare da zero uno strumento di prevenzione, ma fare in modo che la protezione raggiunga ogni bambino, comprese le persone che vivono nei territori più difficili da raggiungere.
È proprio questa caratteristica che rende particolarmente frustrante ogni nuovo caso paralitico: nella grande maggioranza delle situazioni si tratta di una malattia che potrebbe essere evitata attraverso l'immunizzazione.
La proroga di tre mesi non è una previsione sull'epidemia
La decisione di mantenere le raccomandazioni per altri tre mesi non significa che l'emergenza terminerà automaticamente allo scadere di quel periodo.
È l'intervallo dopo il quale la situazione verrà nuovamente riesaminata. Se il rischio internazionale continuerà a essere elevato, le misure potranno essere ulteriormente prorogate, come è già successo numerose volte dal 2014.
Allo stesso modo, una riduzione dei casi non sarà sufficiente da sola. Serviranno prove che le catene di trasmissione siano state realmente interrotte e che la sorveglianza sia abbastanza affidabile da escludere una circolazione nascosta.
Il messaggio dell'ultima valutazione è doppio
Il nuovo pronunciamento internazionale contiene quindi due messaggi che devono essere letti insieme. Il primo è che la poliomielite non è ancora un problema risolto: virus selvaggi e derivati da vaccino continuano ad attraversare confini e a trovare popolazioni vulnerabili.
Il secondo è che non esiste una pandemia di poliomielite in corso. La nuova categoria di allarme pandemico è stata esplicitamente valutata e scartata.
Utilizzare soltanto il primo elemento produrrebbe allarmismo; concentrarsi soltanto sul secondo rischierebbe invece di sottovalutare una delle più lunghe emergenze sanitarie internazionali ancora attive.
Il traguardo è vicino, ma non ancora raggiunto
Dopo quasi quarant'anni di campagne internazionali, il poliovirus selvaggio è stato eliminato da quasi tutto il pianeta e due dei tre sierotipi sono stati cancellati definitivamente dalla circolazione naturale.
Afghanistan e Pakistan rimangono gli ultimi territori con trasmissione endemica del WPV1, mentre i focolai di virus derivati da vaccino rappresentano una seconda e complessa sfida soprattutto in Africa e in alcuni contesti umanitari.
Il mantenimento della PHEIC serve proprio a evitare che il successo ottenuto venga dato per acquisito troppo presto. Fino a quando il virus continuerà a circolare, anche un numero ridotto di casi potrà generare nuove esportazioni internazionali.
Una delle ultime grandi battaglie contro una malattia eradicabile
La decisione del 21 agosto 2026 fotografa dunque una situazione apparentemente contraddittoria: il mondo è più vicino che mai all'eradicazione del poliovirus selvaggio, ma non abbastanza vicino da poter abbassare la guardia.
I quattro casi di WPV1 registrati nel 2026 nei dati esaminati rappresentano un livello infinitamente inferiore rispetto alle centinaia di migliaia di bambini paralizzati ogni anno alla fine degli anni Ottanta. Ma il virus continua a essere rilevato nell'ambiente e rimangono serbatoi epidemiologici capaci di mantenerlo in circolazione.
Contemporaneamente i cVDPV, soprattutto di tipo 2, continuano a sfruttare lacune nella copertura vaccinale in numerosi Paesi. Conflitti, spostamenti di popolazione e finanziamenti insufficienti possono allungare ulteriormente il percorso.
L'allerta resta, ma la parola pandemia sarebbe sbagliata
La formulazione più precisa alla fine di agosto 2026 è quindi questa: il rischio di diffusione internazionale dei poliovirus costituisce ancora una PHEIC e le raccomandazioni temporanee rimangono in vigore per altri tre mesi.
La stessa valutazione stabilisce però esplicitamente che la situazione non costituisce una pandemic emergency. Le due classificazioni non sono equivalenti e non dovrebbero essere utilizzate come sinonimi nel racconto pubblico della vicenda.
L'emergenza riguarda soprattutto la necessità di completare un processo storico: interrompere le ultime catene di poliovirus selvaggio, fermare i focolai derivati da vaccino, proteggere le popolazioni mobili e impedire che territori oggi liberi dalla malattia tornino vulnerabili.
La poliomielite dimostra così quanto possa essere difficile l'ultimo passo verso l'eradicazione globale. Ridurre una malattia del 99% è stato un risultato straordinario; eliminare anche l'ultima frazione richiede però continuità, sorveglianza, fiducia nelle vaccinazioni e risorse sufficienti. Fino a quando quel risultato non sarà raggiunto, l'attenzione internazionale resterà necessaria.
E voi pensate che la differenza tra emergenza sanitaria internazionale e emergenza pandemica sia spiegata abbastanza chiaramente al pubblico? Ritenete che, dopo una riduzione superiore al 99% dei casi, il mondo debba aumentare gli sforzi economici per completare definitivamente l'eradicazione della poliomielite? Lasciate un commento e raccontateci la vostra opinione.

