Petrolio, il Brent scende a 96,78 dollari dopo il picco sopra i 100
Il petrolio Brent ha chiuso la seduta di venerdì in calo del 3,88%, attestandosi a 96,78 dollari al barile, dopo aver superato la soglia dei 100 dollari nella sessione precedente per la prima volta da maggio. Nonostante questa flessione, le quotazioni restano in rialzo di quasi il 10% rispetto all'inizio della settimana, a testimonianza di una volatilità dei mercati energetici legata alle crescenti tensioni in Medio Oriente.
I numeri della giornata e della settimana
Nel dettaglio, il Brent ha perso 3,91 dollari nella seduta di venerdì, mentre il petrolio WTI (West Texas Intermediate, il principale riferimento per il mercato statunitense) è sceso di 2,88 dollari, pari al 3,12%, attestandosi a 89,31 dollari al barile. Guardando all'intera settimana, però, il quadro cambia sensibilmente: il Brent risulta ancora in rialzo di quasi il 10%, mentre il WTI si avvia a chiudere con un aumento dell'8,3%.
Che cosa ha causato il picco sopra i 100 dollari
Il balzo dei giorni scorsi era stato innescato principalmente dall'escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e dagli attacchi rivendicati dai ribelli Houthi yemeniti, alleati di Teheran, contro due petroliere saudite nello Stretto di Bab el-Mandeb, la porta di ingresso al Mar Rosso. Un episodio che ha portato le quotazioni fino a 101 dollari per il Brent e 94 dollari per il WTI, i massimi da maggio, sebbene ancora ben al di sotto dei picchi raggiunti tra marzo e aprile di quest'anno.
Perché i prezzi sono poi scesi
Il successivo calo dei prezzi è legato principalmente a segnali, seppur ancora incerti, di una possibile ripresa dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Secondo gli analisti, il mercato sta ora valutando se il livello dei 100 dollari al barile sia realmente giustificato dai fondamentali di domanda e offerta, in un contesto in cui iniziano a emergere anche alcune preoccupazioni relative a un possibile rallentamento della domanda globale di petrolio.
Il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz
Un elemento che ha contribuito al parziale allentamento delle tensioni sui prezzi riguarda i dati preliminari diffusi dalla piattaforma di monitoraggio marittimo Kpler, secondo cui il traffico navale attraverso lo Stretto di Hormuz si è mantenuto su una media di circa tre viaggi al giorno per tre giorni consecutivi. Giovedì, altre due navi, tra cui una superpetroliera vuota, sono entrate nel Golfo Persico attraverso questa rotta strategica, un segnale che il passaggio, seppur fortemente ridotto, non risulta completamente bloccato come inizialmente temuto dal mercato.
Segnali di miglioramento anche a Bab el-Mandeb
Anche nello Stretto di Bab el-Mandeb si sono registrati segnali di parziale miglioramento, con il numero di navi mercantili in transito salito a 32 il 23 luglio, rispetto alle 26 del giorno precedente. Secondo un analista petrolifero della banca svizzera UBS, il continuo movimento delle navi, seppur ridotto, indica che le rotte marittime strategiche non sono state completamente bloccate, come inizialmente temuto dagli operatori di mercato nei giorni di massima tensione.
Le rotte alternative scelte dagli armatori
Di fronte all'incertezza, alcuni armatori occidentali starebbero valutando strategie alternative per proteggere le proprie navi: c'è chi pianifica di evitare del tutto lo Stretto di Bab el-Mandeb, chi sceglie di attraversarlo con i transponder di localizzazione spenti per ridurre la visibilità, e chi opta per circumnavigare l'intero continente africano per raggiungere le destinazioni asiatiche, un percorso che quasi raddoppia i tempi di viaggio rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez.
Le altre tensioni geopolitiche sul mercato
A complicare ulteriormente il quadro, i trader stanno inoltre monitorando quelli che sembrano essere attacchi ucraini contro il terminale del Consorzio dell'Oleodotto del Caspio sulla costa russa del Mar Nero, infrastruttura da cui transita la maggior parte delle esportazioni petrolifere del Kazakistan, un ulteriore fattore di incertezza che si somma alle tensioni già esistenti nel Golfo Persico e nel Mar Rosso.
Un mercato ancora in bilico
Il combinato di questi fattori, dal parziale allentamento delle tensioni sui due stretti strategici mediorientali fino alle nuove incertezze legate al Mar Nero, conferma come il mercato del petrolio resti estremamente sensibile a ogni sviluppo geopolitico, con quotazioni destinate a oscillare rapidamente nei due sensi in base all'evoluzione, giorno per giorno, delle diverse crisi internazionali in corso. E voi state osservando con attenzione l'andamento dei prezzi del petrolio, magari anche per il loro riflesso diretto sui costi dei carburanti? Ditecelo nei commenti.

